Archivio per la categoria Capitolo 6

Il nome



leggi il capitolo precedente: La borsa



 

"Per carità di Dio! Io non le nascondo proprio nulla se ne vada da questa casa e porti via quella borsa"La voce mi tremava dalla paura,ma era forte e decisa:"La prego signora mi ascolti! Sono un investigatore privato, mi ha assunto il professor De Donato.. se non mi crede .. guardi!". Mi porse il tesserino e mentre io controllavo, quell’uomo,travestito da donna, mi supplicava di farlo entrare.
Ormai c’ero dentro fino al collo, e dovevo a tutti i costi sapere.
Invitai l’uomo ad entrare e dopo aver controllato il pianerottolo chiusi la porta con quattro mandate. Lo accompagnai nello studio e volli subito sapere il perchè Enrico lo aveva assunto.
L’uomo incominciò a raccontare."Il professore mi chiamò un paio di anni fa e mi mise al corrente su un suo sospetto; la domestica Tommasina.
Diceva che si sentiva spiato da quella donna, l’aveva sorpresa più volte ad origliare dietro alla porta dello studio, mentre lui parlava al telefono, oppure veniva spesso seguito, quando passeggiavate assieme ". "Ma io, non me ne sono mai accorta? "E’ vero signora, "Scoprìi non tanto facilmente, qualche mese dopo,che Tommasina non era una semplice governante, ma era stata mandata in quella casa per coinvolgere il professore in un losco giro d’affari.Tommasina aveva nascosto nella casa droga,denaro sporco,all’insaputa del povero professor De Donato e quando io, gli riferii cosa avevo scoperto sul conto della sua governante lui la licenziò. Fu a quel punto che la donna iniziò a ricattarlo e lo ricattò sul suo punto debole: lei!
"IO!" "Si signora; perchè minacciò il professore che, se l’avesse denunciata e licenziata, qualcuno avrebbe preso dei gravi provvedimenti e avrebbe causato un incidente che le sarebbe costato la vita."OH mio Dio".Il professore spaventato all’idea che le potesse succedere qualcosa, fece la cosa più difficile per lui,scelse di mandare via lei, signora.
"Ora capisco perchè Enrico non fece nulla per trattenermi quel giorno
non mi chiamò più, nemmeno una telefonata.Come ho fatto a non capire che era lui ad avere bisogno di me. Sono stata troppo egoista! Pensai che Enrico non volesse un figlio da me perchè non mi amava. Perchè non me ne ha parlato?" Come mi sentivo in colpa in quel momento e gli occhi mi si inumidirono al pensiero di quanto amore Enrico provava per me ed io, non lo avevo capito.L’investigatore continuò il suo racconto:"Quando fu sicuro che Tommasina si convinse della fine del vostro rapporto e che lei signora non fosse a conoscenza di nulla
cercò con il mio aiuto di scoprire chi era a capo della governante e come si poteva incastrarli ma sopratutto avere delle prove.
Il professore deve aver scoperto qualcosa o qualcuno ed era pronto a comunicarmelo ma, non ha fatto in tempo.Dovevo diventare amico di Tommasina e complice, per poter conoscere bene la banda,
di cui lei faceva parte e trovare le prove.
Pensai ad un travestimento, dovevo diventare una governante ed infiltrarmi nella banda. Mi feci assumere da un notaio amico del professor De Donato. "
Sbiancai e chiesi:"Come si chiama questo notaio?".




Scritto da: Gabriella



Lascia un commento

La Palma notturna



leggi il capitolo precedente: Fatti il segno della croce



 

Il Centro Estetico La Palma si trovava al piano terra di un’anonima palazzina nella zona subito a ridosso del centro cittadino.
Strano posto per uno come Enrico, la sua presenza non doveva passare inosservata.
Un vicolo pieno di botteghe artigiane e di gente comune, di quella gente che se intravede un vip, lo dice la sera a cena e lo racconta come l’evento della giornata.
Mi avvicinai alla porta. Il Centro era chiuso, apriva solo nel pomeriggio. Ad ogni modo, dalla strada era impossibile vedere dentro: la porta era a specchi, ed in quel momento vedevo solo la mia immagine di curiosa riflessa davanti a me.
Nonostante le mani a coppa attorno al viso e la fronte ben schiacciata contro la porta, non riuscivo a vedere un accidente. Mi sembrava di percepire un movimento, ma nulla di preciso.
Sarei dovuta tornare di pomeriggio, entrare, ed in qualche modo vedere se riuscivo ad adocchiare quella strana “vedova” che avevo incontrato al cimitero. Stavo tentando di ricordarne i lineamenti quando d’improvviso, con un fragore di campanelli, la porta si aprì facendomi prendere un accidenti.
“Che vuole ? Non vede che siamo chiusi ?” abbaiò una donnetta, decisamente brutta, e con un cipiglio più da impresa funebre che da centro estetico.
“Eh ? Io…io…” balbettai colta di sorpresa.
“Cos’è una rappresentante ? Torni stasera”
“No…no… sono… una scrittrice!” ma che mi era saltato in testa ?
La donnetta mi guardò di traverso insospettita.
“Questo è un centro estetico, non una casa editrice. Arrivederci”.
Fece per sbattere la porta, ma la fermai con un braccio.
“No, aspetti… sto scrivendo la biografia di Enrico De Donato, sa, lo scrittore morto poco tempo fa. Mi hanno detto che veniva spesso qui… e così ho pensato di raccogliere alcune notizie”
Pausa. La donna mi guardò.
“Le hanno detto male. Mai sentito quel nome. Arrivederci”
La porta si chiuse sbattendo, e da fuori sentii distintamente due mandate decise.
“Mai sentito quel nome”
Mentiva, lo sapevo. Ed avrei giurato di aver visto un lampo negli occhi di quella donna quando le avevo pronunciato il nome di Enrico.
E poi, quanta foga !

All’interno, Govinda Artibagagli cominciò a tremare.
Cazzo, ci siamo! Sono già arrivati qui, hanno già capito tutto! Scrittrice un cazzo … quella lì sarà come minimo della polizia!
Stava spazzando il pavimento come tutte le mattine. E come tutte le mattine, da 49 anni, ce l’aveva col mondo intero. L’aveva col mondo da quando era nata.
L’aveva con i genitori che gli avevano affibbiato quel nome. Govinda !
Ma come cazzo si fa a scegliere un nome del genere per una figlia ???
Avevano preso quel nome dal libro Siddharta di Herman Hesse, e lei aveva sempre odiato quel pallosissimo libro.
E poi quel nome nel libro era di un uomo, capre !
E odiava anche i suoi avi che si erano portati dietro un cognome che sembrava il nome di un glob, un bolg, o come cavolo si diceva, insomma uno di quei cosi sul computer che avevano le quindicenni come sua nipote, che riempiva di immagini sdolcinate e tutte luccicanti.
Di arti non sapeva niente di niente, ma i bagagli li avrebbe fatti volentieri. Se ne sarebbe andata via da quella città, piena di gente schifosa. Lontano, all’estero. Ma le servivano un pacco di soldi.
Quel Centro era la sua opportunità.
Aveva insistito con lo zio, che oltre che esserne il proprietario era soprattutto un famoso professionista, per farsi assumere dieci anni prima. Teneva la contabilità, altro non avrebbe potuto fare. La sua faccia era un ossimoro vivente con l’espressione “Centro Estetico”.
Era brutta, più brutta del suo nome.
Ma coi soldi ci sapeva fare e dopo qualche anno di lavoro, le venne in mente un modo per guadagnare di più.
Da loro venivano i vip, e questi avevano sempre bisogno di qualcosa extra. Quelle odiose puttanelle delle estetiste sapevano fare bene tante cose, non solo maschere per il viso o massaggi. Solo che avendo il cervello di una gallina, nessuna di loro si sarebbe mai organizzata.
Far contenti i vipponi, che pensavano di poter comprare tutto, avrebbe fatto far soldi sia a quelle sceme in minigonna, che a lei.
L’idea era sua, ma le serviva una mano.
Conosceva lo zio: dietro una facciata da professionista per bene, stimato nell’alta società, si celava un torbido schifoso che non avrebbe certo detto di no all’idea.
E difatti lui l’aiutò. Le lasciò la “gestione” del tutto, mentre lui ci avrebbe messo il locale e preso un tanto per il silenzio e l’ “affitto”. Inoltre era in contatto con i pezzi grossi, e spesso questi diventavano “clienti” su sua segnalazione. Ed ogni tanto, godeva pure gratis di tanti bei “servizi”.
Che schifo. Ma a lei i soldi non facevano schifo.
Da qualche tempo però aveva paura, stavano tirando troppo la corda.
Il giro s’era allargato e tenevano chiuso la mattina, così che lei potesse rimettere ordine il locale (e chi se no ? quelle sceme delle estetiste ? o peggio: un’impresa di pulizie ficcanaso ?), e questo insospettiva tutti. Dopo cena era ufficialmente chiuso, ma i clienti li avevano eccome; venivano fatti entrare in una casa con la porta sulla strada parallela, il cui retro era comunicante con il retro del Centro Estetico. Anche quella casa era di proprietà dello zio, compiacente e complice in tutto.
Ma da tempo c’era troppo via vai.
Aveva fatto troppo bene il suo lavoro pensò, con un sorriso malizioso. Ancora la polizia non si era fatta viva, ma aveva paura. Temeva anche i giornalisti, sempre pronti a cavalcare ogni minimo sussurro di quartiere.
Soprattutto, le cose erano peggiorate da quando lo zio aveva deciso di entrare nel gioco più a fondo. Lei poteva tenere ed “amministrare” le “sue” estetiste, mentre lui provvedeva a portare altre ragazze. Non poteva dirgli di no. Ed ecco che nel locale aumentarono le ragazze, portate dallo zio, raccattate per lo più dalla strada. Ragazze extracomunitarie, straniere, che chiedevano meno.
Sfruttamento vero e proprio. Un magnaccio in piena regola. Che schifo.
Quelle povere ragazze erano più disposte delle “sue” a soddisfare le voglie sempre più bizzarre ed estreme dei clienti. Facevano giochi pericolosi che a lei non piacevano. E chiedevano ragazze sempre più giovani. Ne aveva viste di giovanissime, delle quali non aveva avuto il coraggio di chiedere l’età. La cosa non era più tollerabile. Se li avessero beccati, non rischiavano più solo l’imputazione di favoreggiamento della prostituzione ma addirittura quella di pedo…
Govinda scosse la testa, non voleva nemmeno nominare quella parola.
Ma doveva mettere un freno a tutto quello schifo.
Considerava la sua idea un normale “arrotondamento”, mentre quella di suo zio, era delinquenza, era uno schifo. Doveva parlargli.
E poi di recente era successa quella cosa, quella maledetta sera…
Se quella cretina avesse avuto un po’ di cervello. Ecco cosa capitava a voler risparmiare sulle ragazze.
Doveva sperare che nessuno venisse a sapere cos’era accaduto. Tenere duro, lavorare ancora 2-3 anni e poi sparire. Prendere i soldi e via. In Giamaica. Magari si sarebbe “comprata” anche un bel ragazzone e…
Ma ora era arrivata quella donna a curiosare.
De Donato ! Quanti casini aveva combinato quello ! Sempre con richieste strane. Quanta gente avevano dovuto tirare in mezzo, e quante volte avevano dovuto oliare la macchina per mettere tutto a tacere. Fino a quella maledetta sera.
Ora aveva paura. Doveva chiamare chi di dovere.

Restai per un po’ lì, a bocca aperta a fissare l’immagine del mio viso inebetito riflesso sulla porta a specchio. Ero spiazzata, ma sempre più convinta che là dentro ci fossero le risposte a tante domande. Sarei tornata di sicuro.
Passai tutta la mattina a pensare cosa dire una volta tornata al Centro.
Avevo ancora negli occhi i modi bruschi e sbrigativi di quella donna.
Troppo bruschi, troppo sbrigativi. In un certo senso pure pericolosi. Era vestita come una donna delle pulizie, e questo accentuava la stranezza del suo comportamento.
Che gliene fregava ad una donna delle pulizie, presumibilmente dipendente di una cooperativa esterna, di trattare in quel modo una semplice “curiosa” ?
Perché si era presa la briga di rispondere come se fosse la titolare del Centro Estetico ? Forse lo era davvero ? Questo poteva porre problemi. Se mi presentavo nel pomeriggio e mi fossi trovata ancora davanti quella donna ? Che gli avrei detto: “Mi scusi, ma sono una scrittrice insistente” ?
No, che stupidata.
Mi mandai mille accidenti per aver tirato fuori quella balla che ero una scrittrice !
“Ma chissenefrega Manu”
In fin dei conti, pensai, potevo anche essere una cliente qualsiasi…
Ma sì !!! Finalmente mi balenò l’idea.
Decisi che sarei andata al Centro a farmi fare un bel massaggio; in fin dei conti, ne avevo anche bisogno. E se serviva un appuntamento, sarei entrata per prenotare.
La donna delle pulizie, o la presunta tale, non avrebbe potuto obiettare niente.
Ed una volta dentro al locale, fra un massaggio ed un altro, avrei potuto fare delle domande. Con circospezione s’intende.
Ma soprattutto, occhi aperti.
La vedova misteriosa doveva essere per forza là dentro.
Per forza.


Scritto da: Michele



Lascia un commento

Il commissario Catalani fischietta



leggi il capitolo precedente: PENSIERI E PAROLE




Ecco, davvero tempestivo…
Quella frase fu come un fulmine a ciel sereno.
Il solido commissario Catalani, che finora si era rivolto a me, volse di scatto gli occhi verso Diego, fissandolo con uno sguardo indagatore.
E poi tornò a guardare me.
“Soltanto un amico, mi aveva detto” disse, con tono di rimprovero. E poi, rivolgendosi a Diego: “Perché ha fatto questa affermazione? Significherebbe che lei è tra quelle poche persone che ha menzionato… ammesso che quanto sta dicendo corrisponda alla realtà.”
Diego sospirò… “Già!”
E tacque per un momento, pensieroso.
Per il commissario Catalani fu troppo.
“Insomma, chi è lei, e cosa sta facendo qui?” sbottò, seccato.
Diego sospirò di nuovo, e poi cominciò a parlare: “In realtà avevo deciso che non avrei più avuto a che fare con Enrico, ma… di fronte alla morte ogni cosa cambia di prospettiva…”
Si interruppe un momento, come oppresso da pensieri dolorosi.
Però io sapevo che almeno in parte mentiva… tutte le informazioni di cui era a conoscenza non potevano certo essere state trovate nei cassonetti dopo la morte di Enrico.
In realtà Diego doveva aver sempre seguito da lontano la vita di suo fratello, chissà per quale scopo.
O per quale strana mania.
E chissà se le cose che aveva raccontato a me erano vere, allora…
“Il suo nome, prego…” chiese immediatamente il commissario, mentre tre le mani gli comparivano come per magia un block notes e una penna.
“Diego De Donato” rispose.
“Dunque?” lo sollecitò il commissario Catalani, gli occhi da segugio fissi su di lui.
“Dunque… io sono al corrente della sua allergia all’aspirina, perché sono suo fratello. Quando gli fu riscontrata vivevamo ancora insieme, e mi mostrò i risultati degli esami. Ma poche persone ne erano al corrente… non ne parlava mai.”
Il commissario non era del tutto convinto: “E lei come lo sa? Da quello che dice pare che non abbiate rapporti da parecchio tempo…”
“…non lo frequentavo da anni, è vero. Ma so che, sebbene fosse ipocondriaco… non raccontava mai in giro i suoi veri problemi di salute… i pochi che aveva.”
“E quali erano, questi problemi di salute?” lo incalzò il commissario.
“Oh, poca cosa, a quei tempi… una lieve scoliosi dovuta ad una cattiva postura che aveva assunto dai tempi della scuola… una fastidiosa stitichezza di cui non parlava mai… ma i lassativi che ho intravisto ogni tanto quando ancora vivevamo in famiglia hanno parlato da soli!”
“Non ne dubito” commentò, gelido il commissario Catalani, che non aveva voglia di sentire battute di spirito. “E come mai allora le ha raccontato della sua allergia all’aspirina?”
“Ha fatto un’eccezione… doveva essere talmente preoccupato per la sua salute, in quel momento, che…”
“Che?”
“Che quando ha avuto i risultati degli esami non gli è parso vero di essersela cavata con così poco, ed ha parlato d’impulso, spinto dal sollievo. L’avrebbe detto a chiunque fosse stato lì in quel momento. E c’ero io.”
Il commissario si passò le mani tra i capelli, con fare pensoso. E poi si guardò intorno, come cercando qualcosa.
Tommasina, che non se n’era affatto andata, si materializzò come per magia nel vano della porta, come le onnipresenti governanti delle antiche dimore patrizie.
Probabilmente aveva ascoltato tutta la conversazione stando nel corridoio.
“Gradireste qualcosa da bere?” chiese.
Aveva del tutto ignorato il fatto che avessi espresso l’opinione di non assumerla.
Anzi, aveva indossato un grembiule bianco da cucina, ed il commissario non dovette spremersi troppo le meningi per capire quale fosse il suo ruolo.
“Sebbene la casa sia rimasta chiusa per il periodo necessario al lutto…” disse con aria efficiente “…in dispensa è rimasta dell’acqua minerale, ed anche del vino.”
Catalani conosceva il suo mestiere, e la prima cosa che disse fu: “Dunque lei era a servizio del defunto Enrico De Donati?”
“Certo” rispose Tommasina.
“Da quanti anni lavorava per lui?” chiese il commissario.
“Da più di dieci anni. È sempre stato soddisfatto di me, il dottore…”
“Non ne dubito… ma ora si presenti anche lei, per favore ” le disse, laconico.
“Tommasina Esposito, commissario” rispose lei.
“Ebbene, non si allontani da questa abitazione senza prima avermi dato la sue generalità. Sono sempre più convinto che avremo bisogno di tutto l’aiuto che potrà darci.”
E poi, con un imprevisto sorriso, si rivolse a lei: “Ma un bicchier d’acqua lo gradirei, davvero.”
Il commissario parve rilassarsi, e l’atmosfera si distese.
“E voi due, da quanto vi conoscete?” chiese all’improvviso.
Io esitai per un momento di troppo.
Mi ero rilassata, convinta che ormai il peggio fosse passato, e invece a quanto pareva sarei stata chiamata in causa eccome, e non solo per via dell’eredità.
In realtà non avevo nulla da temere, ma la domanda mi aveva colto alla sprovvista, mentre mi chiedevo soprappensiero che cosa sapevo in fondo io, di Diego…
Forse Tommasina era più informata di me, visto che prima aveva espresso la sua disapprovazione.
Ricomparve in quel momento, Tommasina, con tre bicchieri d’acqua su un vassoio, che posò sul tavolino della sala.
Rispose Diego per tutti e due: “ Da non più di due ore. Ci siamo presentati per strada, mentre passavo di qui…”
Il commissario lo interruppe.
Sospirò, e vuotò il bicchiere tutto d’un fiato.
Non era affatto contento della piega che aveva preso la situazione.
“Può bastare, per oggi” concluse. “È chiaro che da quanto è emerso dovrò chiedere con urgenza l’esumazione della salma. Se ciò che lei mi ha detto risulterà vero, dovrò aprire le indagini su un caso di omicidio, e voi capirete che dovrò sentire tutti voi in via ufficiale. Avrò bisogno di tutte le informazioni che potrete darmi.”
Annotò le generalità di Tommasina, chiese a me se avevo intenzione di stabilirmi lì come mi aveva esposto il notaio (dunque era già stato allo studio del dottor Melzi!), annotò anche la mia residenza, e infine chiese a Diego i documenti.
“È scaduta da tre anni” osservò, alzando gli occhi dalla carta d’identità di Diego. “Non ha un documento valido?”
“Solo questa, mi spiace. E l’indirizzo è cambiato… sono senza fissa dimora” spiegò Diego.
“E come farò a reperirla, se non ho nemmeno potuto identificarla?” si arrabbiò Catalani. “Stiamo parlando di un’indagine per omicidio, si rende conto?”
Diego disse solo: “Eh, sì, ci sarebbero parecchie cose da dire…”
“Mi dovrà seguire in caserma, in modo che io possa identificarla. A meno che qualcuno qui voglia garantire per lei…”
Mi dispiaceva per Diego, sì, ma non fino a quel punto.
Non potevo identificarlo sulla base della semplice somiglianza con Enrico, e scossi la testa.
Catalani si volse allora verso Tommasina, con fare interrogativo: “E lei?” le chiese.
“Oh, forse l’avrò intravisto un paio di volte… ma è meglio che provveda lei. Forse non sarei affidabile” rispose acida.
Il commissario fece un sorrisetto a denti stretti, e concluse: “Secondo me lo sarebbe, eccome… ed avrebbe anche molte cose da dirci. Ma, come ho detto, non sono questi né il luogo né il momento. Restate a disposizione, perché sarete convocate al più presto.”
Volse lo sguardo intorno… cercava forse bicchieri con tracce d’aspirina?
In tal caso si rese conto che stava perdendo il suo tempo.
Se era quella la scena del delitto, si era già parecchio raffreddata, senz’altro ripulita e rigovernata con cura da Tommasina, che aveva reso l’ultimo dei suoi impeccabili servizi al suo defunto datore di lavoro.
“Lei, invece, dovrà venire con me” disse rivolto a Diego.
Chiamò una volante, al telefono.
L’agente che gli rispose però aveva probabilmente informazioni riservate da esporgli, perché Catalani appoggiò la mano sul ricevitore e aggiunse: “La aspetterò qui fuori. Si prepari”
Uscì, chiuse la porta dietro di sé, si sentirono i suoi passi scendere le scale e la sua voce allontanarsi mentre le sue parole diventavano inintelligibili.
“Suvvia…” disse Diego, ad esclusivo mio beneficio “Come ho detto non abbiamo nulla da temere, anzi, sarà meglio dirgli tutto ciò che sappiamo.”
Si avviò a prendere la giacca logora, e la indossò.
La voce del commissario non si sentiva più, ed io andai ad aprire la porta senza respondergli.
Non avevo parole, e lo precedetti, imbarazzata.
La porta era solo accostata, e non fece alcun rumore.
Fu così che solo io sentii il commissario Catalani fischiettare, dai piani inferiori.
“Ma guarda quello” pensai, mentre Diego usciva. “Agli omicidi ci si abitua, non c’è che dire…”
Lì per lì non riconobbi la melodia che fischiettava, anche perché, appena sentì i passi di Diego sulle scale, Catalani si interruppe.
Congedai Tommasina, dicendole rassegnata che avrebbe potuto restare come governante.
Non me la sentivo di licenziarla ora, avrei già dovuto rispondere a fin troppe domande.
Fu quando restai sola che mi tornarono in mente alcune parole della canzone che Catalani fischiettava.
Era di De Andrè.
“Il testamento”.

“Quando la morte mi chiamerà, forse qualcuno protesterà
dopo aver letto nel testamento quel che gli lascio in eredità
non maleditemi, non serve a niente… tanto all’inferno ci sarò già.
….
Sorella morte, lasciami il tempo di terminare il mio testamento
lasciami il tempo di salutare, di riverire, di ringraziare
tutti gli artefici del girotondo… intorno al letto di un moribondo.”

“Commissario Catalani” pensai “Sai essere davvero cinico. Oppure è intuito professionale?”
E, al pensiero delle persone che con motivazioni varie si raccolgono al capezzale di chi sta per morire, mi vennero in mente i romanzi gialli di Agata Christie, in cui le persone apparentemente care al defunto preferirebbero credere a moventi remoti messi in atto da maniaci, o da chicchessia, purché si tratti di persone lontane ed estranee.
Ma nei romanzi di Agata Christie, mentre la polizia cerca lontano e si perde lungo false piste, Hercule Poirot e Miss Marple trovano sempre il colpevole cercando vicino…
La polizia di oggi non è tanto impedita, pensai.
Lo sanno che si deve iniziare a cercare vicino.
Nella maggior parte è sufficiente.

Diego, altamente sospetto.
Tommasina, fonte di informazioni e potenziale somministratrice quotidiana di aspirina.
Io… ex amante e beneficiaria di un’eredità assai cospicua, di cui non sapevo nulla, certo, ma questo lo so solo io.
Il notaio Melzi, che invece ne era a conoscenza.
E Tanja, che fine aveva fatto? Ci avrebbe pensato Catalani a farla ricomparire, probabilmente.
Le poche persone a conoscenza dell’allergia di Enrico all’aspirina. Chi erano? Non io.

Mi era venuto un gran mal di testa, ed avevo voglia di tornare al mio caro, sobrio monolocale.
Non sarebbe servito ad essere lasciata in pace, però.
Ero troppo esausta anche per chiamare Maurizio.
Mi addormentai vestita sopra il letto, e probabilmente nei miei incubi comparve il cinico commissario Catalani, con qualcuno dei suoi rari (caldi?) sorrisi.
Mentre De Andrè concludeva appropriatamente:

“Questo ricordo non vi consoli… quando si muore si muore soli,
questo ricordo non vi consoli… quando si muore si muore soli”

 

Scritto da: Foxylady


leggi il capitolo successivo: IL PERCHE’ DELLE COSE

1 Commento

Messaggi



leggi il capitolo precedente: Congetture


 


“E’ questo il punto. Non ricordo bene cosa manchi di preciso. Sono sicura che la maggior parte delle foto sia qua  così come sono sicura che ne manchino diverse. Non mi sono ancora arresa a perdere Mauro così vorrei vederle bruciare tutte.
 Manuela ho la testa come in un frullatore e sono veramente stanca. Appena arrivata da Milano mi sono precipitata qui e ora con tutte queste novità ti devo confessare che non ne posso più. In ogni caso il numero di telefono lo so, se per caso dovesse venirmi in mente qualcosa ti chiamo. Penso che rimarrò qui una settimana, ho intenzione di salutare alcuni vecchi amici con cui sono rimasta in contatto.
Ti lascio il mio numero di cellulare nel caso ti venga in mente qualcosa, o che so magari trovi le altre foto o qualsiasi particolare tu voglia chiarire, ti prego chiama.
Se pur irresoluta sono anche intuitiva e tu sei una bella persona,  Manuela”.
Detto questo Silvia si  alza e scappa via lasciandomi sola e ancor più pensierosa.

Se la sua testa è  in un frullatore a me pare di averla completamente scollegata.
Sollevo il ricevitore ed al suono familiare della voce sospiro.
“ Ciao… Tutto bene? Sì diciamo che le cose non stanno andando proprio lisce come pensavo. Ci sono alcuni aspetti che vanno chiariti….Dai Maurizio non è adesso il momento di urtarmi il sistema nervoso…Lo sapevi che questa cosa avrebbe previsto del tempo…Ma fammi il piacere che divertimento? …Tu  piuttosto, quando sarai di ritorno a Roma?…Bene spero che qui si risolva al più presto così poi penseremo alla decisione finale. Quella naturalmente la prenderemo insieme dopo che avrai visto la casa…Va bene. Ciao…Idem.”
Ancora non me la sento di affrontare l’ argomento Enrico,  tanto meno ho intenzione di dirgli  che non andrò da  mia cugina a dormire.

Mi avvicino all’angolo della musica e vividi i ricordi mi assalgono.
Il vecchio giradischi era una delle poche cose di cui Enrico andava fiero e i suoi preziosi ‘vinile’ erano intoccabili. Se pur la casa è provvista di ogni sorta di apparecchio moderno Enrico continuava a pensarla alla vecchia maniera. Diceva sempre che un disco che merita va ascoltato solo su vinile.  Il solito pignolo penso mentre sbuffando sollevo il coperchio.
Sorpresa. Un disco è già nel piatto e quindi pigramente sollevo la puntina e lo lascio suonare.
‘James Taylor’ cosa potevo aspettarmi da Enrico? Non certo gli Articolo 31.
Sprofondata in poltrona, finalmente posso concedermi cinque minuti di relax.
Ripenso al dialogo avuto con Silvia. ‘Cerchiobottismo e Senescenza’. Posso immaginare perfettamente come se la sia presa Enrico nel ricevere quella critica. Ricordo che un giorno parlammo dei suoi trascorsi politici e come al solito finimmo per discutere.
Nel mondo della politica  è impossibile barricarsi solo dalla propria parte perché a volte nel loro piccolo anche le persone che non sono ideologicamente vicine possono avere delle idee buone”, sosteneva in sua difesa.

Assorta nei pensieri  le note di   ‘you’ve got a friend’ catturano la mia attenzione: ‘ autunno, inverno, primavera, estate e tutte le volte che avrai bisogno, chiamami, hai un amico’.
Enrico mi lanciava dei messaggi subliminali ed io non riuscivo coglierli?

Mi alzo di scatto e mi porto verso il bagno decisa a fare una doccia,  il  sistema nervoso è off limits e non ho nessuna intenzione di cedere proprio adesso. Programmo il miscelatore a 37gradi e lascio correre l’ acqua nella doccia mentre mi spoglio. L’ acqua calda è una sensazione piacevolissima sul mio corpo, faccio un uso spropositato di sali marini per lo scrub, come a volermi strappare la pelle e con lei tutta l’ansia di quella serata. L’ idromassaggio è un toccasana  e finalmente non penso più a nulla.

Esco con riluttanza da quella delizia e chino il capo per torcere i capelli nell’ asciugamano in un turbante, sollevo la testa e mi dirigo verso la specchiera. Un brivido di paura corre lungo la schiena mentre leggo bene le parole scritte con un dito che il vapore ha fatto apparire nello specchio. “AIUTO.  DIARIO. VANO.”
Sto tremando come una foglia. Riesco a malapena ad indossare l’ accappatoio.
Intanto il campanello alla porta continua a suonare. Sussulto dallo spavento e al tempo stesso sospiro di sollievo. Qualsiasi mal intenzionato non avrebbe perso tempo a suonare. Mi avvicino alla porta e quando chiedo chi è ho già scorto il viso trafelato di Silvia nello spioncino.
“Silvia vuoi farmi prendere un colpo?” Apro la porta, la afferro per un braccio e la attiro in casa. Richiudo al volo con tutte le mandate che la serratura mi concede, inoltre inserisco subito l’antifurto. “Che succede? A quest’ ora ti facevo già bella che addormentata?” le domando e intanto continuo a tenerla per un braccio e la conduco verso il bagno.
Nel momento in cui vede la scritta nello specchio d’ istinto mi afferra la mano e la stringe forte.
“ Caz-zo” si interrompe al volo scusandosi. Posso ben immaginare la reazione visto che io stessa ne sono rimasta sconvolta.

Ci precipitiamo in  salotto. I bianchi divani immacolati e le poltrone vengono passati al radar in ogni angolo, apriamo il divano e la poltrona letto ed esploriamo tra le reti in doghe, niente, come pure niente aprendo ogni cerniera possibile.
Tra i divani non c’è nemmeno l’ombra di un diario, documenti, foto o che dir si voglia. E’ tutto perfettamente in ordine.
Ci stendiamo stravolte sui letti rimasti aperti  con le teste rivolte al soffitto in attesa, sperando in un illuminazione improvvisa.
Niente.
Così solo in quel momento ricordo di domandarle il motivo per cui era ritornata indietro tutta agitata.
“Ho provato a chiamarti ma il telefono dava libero, non rispondeva nessuno e mi sono preoccupata”.
“Mi spiace,  ero sotto la doccia”.
“Ho rammentato le fotografie che mancano all’appello.  Sono quelle scattate così per caso al  tavolino nel bar dell’ università. Foto in cui apparivo sempre uguale. Ricordo che mentre le osservavo avevo la sensazione di guardarmi in uno specchio distorto come se ci fosse una nota stonata, un qualcosa che non andava d’accordo con il contesto.”
“ In che senso Silvia, pensaci. Ormai sappiamo entrambe che qui c’è sotto qualcosa di tosto…ma non riesco a mettere insieme i tasselli.”
“Stavo pensando”- prosegue –  “ che se Enrico le ha nascoste tutte lì, chi le ha sottratte ha voluto scientemente farti ritrovare solo queste. Perché? Forse questo qualcuno dava per scontato che noi non ci saremmo mai incontrate, o forse sperava che nel momento che tu avessi trovato quel genere di foto presa  dall’ amor proprio te ne saresti andata, magari rinunciando all’eredità?”

Mi rendo conto di essere ancora in accappatoio. Corro a rivestirmi per non rischiare un raffreddore inopportuno. Dalla piccola valigia che ho lasciato nello studio non uscirà, come il coniglio dal cappello, qualcosa che mi renda elegante e bella come lei.  Un jeans e una maglietta Blumarine tanto per non finire nella comoda tuta di ciniglia, il massimo che offre la ditta “Manuela & Co”.
Volto lo sguardo verso il computer e mi viene un idea. Una sottile possibilità, nell’ eventualità che Enrico si sentisse minacciato, che abbia potuto lasciare altre tracce nel computer.
Pigio il bottone dell’ accensione, finisco di vestirmi  e chiamo Silvia.
Non appena vede il PC acceso esclama:
“Che stupida non pensarci prima”.
“Incrociamo le dita intanto, non sappiamo neppure da che parte iniziare” freno il suo entusiasmo. Apro la cartella delle immagini. Smanetto, clicco qua e là ma non vedo niente che faccia al caso nostro. Poi apro la cartella dei documenti e cerco Silvia alla lettera esse. Niente. Subito sotto però alla lettera T la cartella TESI cattura la mia attenzione. Clikko due volte. Ad una, ad una si aprono alcune anteprime più o meno uguali e in ognuna di loro si può intravedere Silvia in primo piano. Poi apro un immagine praticamente bianca.
“E questa che è?” – ci chiediamo ed intanto ruotiamo la testa come per trovare la parte giusta dell’immagine. Poi riconosco due piccoli pomelli a me familiari esclamo: “Il Vano! Il Vano coperte!” la lascio ai suoi click e corro verso il bagno decisa.
Le pareti alte della casa avevano dato modo all’ architetto di giocare con le altezze visto che nulla o quasi si era potuto abbattere. Così che nel disimpegno tra le due camere da letto separate dal bagno, si era creato un controsoffitto con faretti che consentiva sopra un vano per le coperte con accesso da entrambe le camere, bagno compreso.

Entro nel bagno. Salgo in piedi sulla poltroncina e apro le ante. Se veramente è successo qualcosa ad  Enrico in questo bagno, l’ unico nascondiglio possibile era da qui. Non ho bisogno di cercare molto. Allungo le mani e lì sotto alle coperte imbustate per bene c’è un agenda in pelle. Apro un attimo per capire di che si tratta e leggo in prima pagina:  ‘ Io e me stesso ’.
Oramai la paura ha lasciato posto all’ adrenalina che stupisce me per prima. Era tantissimo che non mi sentivo così reattiva, che non sentivo più il sangue scorrere nelle vene! E dietro tutto questo ancora una volta c’ è  lui Enrico. Accidenti! Accidenti!

Raggiungo Silvia ancora  seduta alla scrivania a cliccare le immagini una ad una.
“Che ci sarà mai di strano in queste foto caaaa…” borbotta in continuazione.
Provo anche io a sfuocare gli occhi come fanno nei film sperando che mi venga un lampo di genio.
Cosa aveva detto Silvia? Che era come guardarsi allo specchio e captare una nota stonata. Ma qui c’è solo lei e ancora lei.
“Alt, alt…forse il punto non è quello che dovremmo vedere ma quello che ‘non’ dovremmo vedere. Quindi se smettiamo di guardare il tuo bel visino cosa resta?  L’ uomo che si intravede spesso dietro le tue spalle. A volte ci sono gruppetti distratti, altre persone indifferenti e poi c’è ‘lui’ che ricorre di frequente. Prova zoommare un po’….”
La bassa qualità delle immagini scannerizzate non aiuta, però una cosa è certa: la nota stonata. Un uomo dall’ aspetto trasandato, poco probabile che sia un professore, ad ogni modo sembra proprio che fissi  loro, o meglio Enrico.
“ Scolta un po’ qua” e intanto inizio a leggere dalle ultime pagine.

Il destino è beffardo.
Scrittore tradotto in decine di lingue, critico letterario più severo e tagliente del mio tempo, il cattedratico che centellinava le lezioni.
Quanto sono stato bravo nel mio lavoro…Tanto ho sbagliato ogni cosa nelle scelte della vita….
L’ unica persona che  mi ha amato per ciò che ero e non per quello che ero diventato è stata Manuela ed io… l’ ho cancellata con un colpo di spugna.
Ho allevato una serpe in seno e non me ne sono mai accorto …ah quanto sono intelligente. Un nobel dovrebbero darmi. Un nobel per l’ idiota di turno.
Alla fine il passato ti presenta sempre il conto. Non avrei mai immaginato che fossero fratello e sorella. Così per tanti anni l’ ho trattata come una di famiglia mentre entrambi tramavano alle mie spalle. Legati nella loro vendetta hanno trovato posto attorcigliati ad un’ unica radice.
E pensare che stavo per lasciarle tutto…e ora non mi sento sicuro neppure in casa mia.
Dovrò prendere provvedimenti ma non so da che parte incominciare.
Grazie al cielo ho fatto in tempo a cambiare il testamento, perlomeno se dovesse succedermi qualcosa, avrò la consolazione di aver lasciato il mio patrimonio a Manuela, unica persona disinteressata che ho trovato lungo il cammino.
Silvia. Silvia quanto l’ ho amata e anche con lei non mi sono reso conto. Non mi sono reso conto quanto era grande l’ amore tra lei e Mauro e ho rovinato l’ esistenza  anche a loro.
Spero che riescano a capire che sono fatti l’uno per l’ altra. Neppure come risarcimento al loro dolore avrei potuto con il mio lascito. Li avrei divisi per sempre.

La finestra aperta,  le foto sparite, l’ uomo nelle foto,  il diario nascosto…l’ eredità.  Tasselli di un unico puzzle in attesa di essere incastrati l’ un l’altro. Ne sarò capace?   






Scritto da: Martina



Lascia un commento

E’ tempo di scegliere



leggi il capitolo precedente: PENSIERI E PAROLE




Diego si posizionò davanti al commissario, in piedi, appoggiato alla libreria, le gambe incrociate, le braccia conserte, lo sguardo fisso, quasi fosse lui, ora, a condurre l’interrogatorio.
“Senta commissario” attaccò la sua arringa “lei è venuto qui con le idee ben precise, non certo per fare una chiacchierata, io le rispondo, ne ho titolo, sono il fratello, ma penso che questa non sia una novità per voi, secondo me sapete tutto di tutti, ma ci avete onorato della vostra presenza per vedere che aria tira. Con la filippica sull’aspirina ed i suoi effetti collaterali volete percepire le reazioni, non scoprire il colpevole. Chi sapeva che Enrico prendeva l’aspirina? Diamine! Tutti. Lo sapeva Manuela, Maurizio il fidanzato, Tommasina, la portiera, il farmacista, lo sapevo io e persino Erasmus! E dunque ci avviamo alla conclusione del caso, basta infilare la mano nel bussolotto ed estrarre il nominativo vincente e il gioco è fatto. Arresto. Televisioni. Conferenza Stampa, un po’ di clamore poi tutto passerà nel dimenticatoio. Un altro caso risolto, bravi!”.
Temevo per lui, se prima non ne ero certa, ora sono convinta al cento per cento: Diego è pazzo! Come può esibirsi davanti al commissario in questa veste sarcastica (in questo mi ricordava Enrico) o ha deciso di suicidarsi, di immolarsi per la causa o ha in testa qualcosa, segue un disegno. Di certo la cosa che mi aveva colpito di più non era stata la foga declamatoria di Diego, bensì la passività e il silenzio del Commissario Catalani. Se ne era stato lì ammutolito ad ascoltarlo senza proferire parola se non un generico: “Prendo atto delle sue dichiarazioni, ora non è il tempo né il luogo per approfondire ma ci rivedremo” e con queste poche parole guadagnò l’uscita e se ne andò con la faccia perplessa.

“Diego ma ti ha dato di volta il cervello? Quello era un funzionario di polizia mica la portinaia o il giardiniere” lo rimbrottai visibilmente preoccupata.
“Non ti preoccupare, so quel che faccio e quel che dico, ma ora ho bisogno di aria, usciamo che ti spiego tutto” sentenziò senza tradire il minimo imbarazzo.

Uscimmo. L’aria era tersa, il sole non lesinava un tepore primaverile nonostante il novembre inoltrato.
Attraversammo Piazza della Moretta, io lo seguivo con passo leggero e non avevo dubbi che mi avrebbe sorpreso ancora una volta con un’altra delle sue teorie, difficili da decodificare, in bilico tra il frutto della sua fantasia e il parto della sua mente arguta.
“In questi paraggi ho vissuto per due anni” attaccò “li conosco come le mie tasche, questo è Vicolo del Malpasso dove andavo, al Gran Caffè, a piatire un obolo e a rubare qualche bustina di zucchero, alla fine del vicolo, come vedi, c’è questo grande e antico palazzo, la Carceri Nuove, fatte costruire da Papa Innocenzo X Pamphili nel 1655, tante notti ho trascorso qui, riparato dai cartoni e dalle buste; non ci crederai ma più volte ho sentito le urla dei carcerati, lo sferragliare delle catene, il ghigno dei secondini, che uscivano dalle feritoie, rumori antichi e laceranti che il carcere ha conservato per secoli; ora ci sono gli uffici del Ministero di Giustizia e il Museo Criminologico, gli anni sono passati ma l’orrore è rimasto. Da questo speciale punto di osservazione ho visto più volte, negli ultimi mesi, il Commissario Catalani ed i suoi degni scagnozzi scomparire dentro il portone di casa di Enrico. Ora, non ci vuole Einstein per capire che il tutto era legato a quella lectio magistralis che Enrico avrebbe dovuto tenere all’Accademia dei Lincei. I Servizi si erano messi in moto, Enrico doveva essere eliminato e, complice Tommasina, hanno architettato la storia dell’aspirina per poi far ricadere la colpa su qualcuno di noi, non sarebbe la prima volta che i Servizi manipolano la realtà. Negli anni ’70 ci sono state le stragi e gli omicidi dettati dall’Ideologia, oggi ci sono quelli ispirati dal Marketing! Persino Erasmus mi ha dato una mano a capire: hai visto come ha abbaiato quando ha visto il commissario? Ebbene lo ha sempre fatto solo con estranei che si sono introdotti in casa, assente Enrico, segno evidente che il Commissario Catalani e Tommasina si sono incontrati di nascosto!”
Un intrigo internazionale? Tommasina un agente segreto? Erasmus un testimone oculare? Come al solito Diego mi apriva scenari inimmaginabili non privi di fascino e dotati, però, di una logica ferrea. Ormai non dubitavo più di lui, non era un millantatore e non voleva farsi beffe di me, almeno così speravo; stargli vicino mi faceva sentire bene, rassicurata e così rasato, docciato e impomatato, con i segni della strada ancora presenti sulla sua pelle, mi dava la sensazione di passeggiare con Enrico, un Enrico mondato da tutti i suoi vizi e le sue meschinerie attraverso le sofferenze del fratello.
Tirai il fiato e gli dissi: “Diego, da quando ti ho visto al giardinetto e non sapevo chi eri, mi hai dato un senso di repulsione e mi hai affascinato, dopo che un po’ ti ho conosciuto, ti ho considerato un genio e un beota, oggi che il tuo modo di essere è entrato a far parte della mia vita, ti amo e ti odio, ma, ti prego, non aggiungere dolore al dolore, sii sincero con me e rispetta il buon nome di tuo fratello.”
Terminare quel discorsetto ed abbracciarci fu un tutt’uno. Senza parole e senza titubanze ci scambiammo affetto ed anche il tepore mattutino fece la sua parte.

Senza nemmeno accorgerci tornammo davanti al portone di casa, Diego salì ed io mi recai alla Despair per un po’ di spesa.
Infilato il portone con le mie due buste mi fermò la portinaia che si lamentava per quelle di Diego (le buste) lasciate sotto l’antrone che davano cattivo odore e non erano certo un bello spettacolo. Convenni con lei che non potevano rimanere lì ed avrei provveduto io a farle sparire. A quel punto un moto di curiosità mi assalì, mi avvicinai a quell’ammasso di cianfrusaglie e cominciai a sbirciare. Ritagli di giornale, pezzi di stoffa, scatolette, bustine di zucchero, stracci informi, un cofanetto. “Strano! Un cofanetto?” Pensai. Non ce la feci a farmi gli affari miei, lo aprii. Due confezioni di aspirina! Di quelle che prendeva Enrico. Rimasi attonita, costernata, in un nanosecondo migliaia di pensieri mi trapassarono la mente, un singulto risalì dallo stomaco quasi dovessi vomitare rabbia e orrore. Poi mi calmai, mi dissi che non voleva dire niente e, come se nulla avessi visto, risalii in casa.

Avevamo pranzato, distesi, rilassati, come se nulla fosse accaduto quella mattina; ci ritrovammo seduti, una di fronte all’altro, sui grandi divani, ci accarezzavamo con lo sguardo, ci frugavamo, sin dentro le grinze, oltre i pori, per scoprire le verità recondite, i misteri inespressi.
Ero a un bivio. O assalirlo e sputargli addosso tutto il mio rancore per i dubbi che avevo dopo aver visto le aspirine nel suo cofanetto o gettargli le braccia al collo ed amarlo di un amore profondo che mi risarcisse di tutti i guai e le sofferenze che avevo sin qui subito.
Prendendo la prima strada avrei perso Diego, mi sarei rimpossessata  della casa ed avrei vissuto fino in fondo la mia vita con Maurizio, il mio fidanzato, ed il mio lavoro di bibliotecaria che avrei dovuto riprendere fra dieci giorni, alla scadenza dell’aspettativa che mi avevano concesso e del mese di tempo che mi aveva dato il notaio; imboccando la seconda avrei ritrovato Enrico, attraverso Diego,  dato un senso all’eredità come risarcimento e ripreso un cammino interrotto tanto tempo fa.
Che fare?





Scritto da: Uno dei Ragazzi della III E



Lascia un commento

Anna



leggi il capitolo precedente: Il Distacco



                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

Il distacco da Giulia è la prima dolorosa conseguenza di questa eredità.


Giulia era importante per me, il suo candore mi faceva sentire adulta, il suo affetto era l’unico solido ancoraggio della mia vita, la sua compagnia l’unica fonte di calore.


Mi vedo sola dentro la nuova grande casa, in mezzo agli oggetti e ai libri che mi ricordano Enrico, con l’unica compagnia di un diario.


Lo apro quasi con circospezione, come se mi sentissi osservata da chi lo ha scritto.


Enrico se ne è andato all’improvviso: forse, se ne avesse avuto il tempo e il modo, lo avrebbe distrutto.


Ance se a me piace pensare che, lasciandomi questa casa, intendesse farmi arrivare anche quest’agenda.

Ripenso a quei primi giorni del nostro rapporto,  nell’Aprile dell’80.
Qualche giorno dopo il nostro primo incontro, avevo preso servizio come segretaria presso di lui.
Sembrava dominato esclusivamente dalla fretta di concludere la dettatura del testo di un romanzo di cui aveva appena completato la prima stesura.
Aveva di fronte a se un brogliaccio scritto a mano carico di cancellature e correzioni.
“ Mi piacerebbe essere uno di quegli scrittori che hanno ben chiaro in testa quello che vogliono scrivere, già ben organizzato in frasi rotonde e ben leggibili.”
In realtà non gli sarebbe piaciuto affatto.
Niente gli dava più sicurezza che procedere nel modo in cui di fatto procedeva.
Dal caos quasi indistinto della prima stesura passava a quello ancor più denso della seconda : alle cancellature  e alle correzioni aggiungeva anche  una marea di frecce ( ad indicare lo spostamento di un periodo da una parte all’altra del testo),  di annotazioni marginali, di correzioni vere e proprie ( aggettivi o verbi che ne sostituivano altri) di avverbi cancellati (non amava gli avverbi, dalla prima stesura all’ultima ne eliminava una grandissima quantità).
A quel punto, sempre che non ci fosse una terza o, a volte perfino una quarta  “passata” sullo stesso brogliaccio, passava alla dettatura.
“ Ogni vero lavoro creativo ha queste caratteristiche- diceva- All’inizio è un’esplosione di idee, alcune anche in conflitto tra loro, che si accavallano e cercano di uscire il più fretta possibile. Non ti puoi fermare a ragionare troppo in quel momento, devi lasciarle uscire tutte. Poi il foglio va messo nel cassetto, a riposare. E anche tu devi riposare, cioè staccarti dal foglio e riflettere. Poi, magari mentre ti prepari un caffè, o guidi l’automobile, o ti scegli una cravatta,  ti viene in mente la sequenza giusta da dare a quelle idee.  Metti a confronto quelle che appaiono in conflitto tra di loro e trovi il modo per giustificarne la coesistenza, oppure, più semplicemente, ne salvi una e sacrifichi l’altra.. A volte mi sento come uno scultore: so che dentro il blocco di pietra informe c’è la statua e che basta lavorare sodo e con pazienza per tirarla fuori”
Arrivavo a casa di Enrico verso le otto.
Stava lavorando, allora, al suo terzo romanzo, quello che alla fine dell’anno sarebbe poi  uscito con il titolo “ Guadagnare l’uscita” ( grande successo di pubblico, molte riserve da parte dei critici) .
Non appena arrivavo, andavamo in cucina. Lui preparava un caffè per entrambi e dava una velocissima scorsa ai titoli dei quotidiani che, su suo incarico, acquistavo ogni mattina nell’edicola a due passi da casa sua.
Faceva qualche commento sugli avvenimenti del giorno, sempre in modo arguto ed insolito: gli piacevano i paradossi, ma ancora di più le battute fulminanti.
Una volta nel leggere di un premio dato ad un attore che ammiravo per la sua virilità e bellezza, aveva commentato:  “ Poveretto, la fortuna si è accanita contro di lui”
Di una scrittrice arrivata al successo grazie ad un libro in cui rievocava la figura della madre aveva detto, colpito dalla qualità scadente della sua prosa, : “ L’ha uccisa una seconda volta.” Di un uomo politico noto per il suo cinismo diceva: “Un cervello vuoto, ma perfettamente finalizzato ad alcuni ignobili scopi: buono a nulla, ma capace di tutto”.
Preso il caffè, passavamo nel suo studio, dove mi dettava quello che aveva scritto.
Procedeva  velocemente, come quando si sentiva ormai  abbastanza vicino alla stesura finale.
Quando mi dettava un romanzo, come in quelle prime settimane di lavoro comune, affiorava in lui una sorta di pudore, di cui invece non c’era traccia quando mi dettava una recensione o i brani di un saggio.
“Raccontare qualcosa- mi diceva – vuol dire assumere uno o più punti di vista, incarnarsi in qualcun altro. La credibilità è tutto: non puoi raccontare un contadino dandogli i pensieri di un avvocato o di un intellettuale”
Quest’aspetto della credibilità lo assillava in continuazione.
Ricordo che, proprio in quei primi giorni, mi faceva continuamente domande del tipo : “ Lei cosa direbbe per respingere un suo ammiratore?” oppure" Quale complimento la lusinga di più?” .
Non ho mai capito se dietro queste domande ci fosse veramente la volontà di trovare la frase giusta da attribuire ad un personaggio del romanzo che aveva più o meno la mia età e la mia estrazione sociale oppure se quello fosse il pretesto per stimolarmi a parlare di me stessa.
Non si accontentava mai di una semplice risposta – farei così, direi questo – voleva approfondire, conoscere i perché.
Ero lusingata dall’attenzione che un uomo del suo livello rivolgeva ad una ragazzina di borgata. Cercavo di essere intelligente e spiritosa, di tenergli testa se criticava scherzosamente alcune delle mie risposte, di nascondere le mie fragilità e di apparire il più possibile disincantata e matura.
Una volta mi disse “ Questa è una risposta da donna matura, a me serve rappresentare il punto di vista di una ragazzina..E’ proprio sicura di avere solo 19 anni?”.
Inutile descrivere la felicità che mi procurò questa frase, camminai ad un metro da terra per tutta la giornata e la sera la riferii con orgoglio a mia madre per farle capire che non le stavo facendo fare brutta figura con il professore.
Con la stenografia me la cavavo piuttosto bene, riuscivo a seguirlo senza difficoltà, rallegrandomi ogni volta dei suoi complimenti per la mia destrezza, dalla quale rimaneva puntualmente stupito.
Dopo la dettatura, passavo in una stanzetta adiacente nella quale troneggiava una vecchia gigantesca macchina da scrivere e lì battevo a macchina il testo stenografato, mentre lui faceva altre cose.
Ormai è un pezzo di antiquariato quella macchina da scrivere. Eccola lì infatti, in bella mostra dietro una vetrina. Già nell’84 era stata sostituita da una macchina da  scrivere elettrica. Di quest’ultima invece non c’è traccia.

Leggo nell’agenda:
18 aprile 1980. Mi è capitato di nuovo di  imbattermi in quella foto.
Cercavo il contratto di una vecchia polizza assicurativa che pago scaramanticamente da anni, una di quelle polizze che poi alla fine non servono mai perchè coprono un arco di eventualità troppo vago e indeterminato.
Una mia vicina ha subito un danno. A seguito di un grosso temporale, la terrazza del mio attico si è completamente allagata per via di un tombino di scarico rimasto intasato dal fogliame, provocando delle infiltrazioni all’appartamento che sta sotto il mio.
La vicina, una rubizza signora di settant’anni, vedova di un generale dell’aereonautica, insignito della medaglia d’argento al valor militare, tempo fa  mi aveva abbordato sulle scale e aveva preteso con gentilezza, ma anche con spaventosa determinazione, di mostrarmi subito il danno provocato dall’infiltrazione.

In queste situazioni la voglia di reagire in maniera scortese che si agita dentro di me  è enorme, ma poi alla fine riesco sempre a controllarmi, soprattutto se ho davanti una persona anziana e ancora di più se si tratta di una donna.
Così avevo finito per prometterle di interessarmi alla riparazione del danno.
Promessa avventata, visto il poco tempo a mia disposizione e la poca voglia di impiegarlo nella bisogna.
Oggi, rientrando dall’edicola sotto casa, incontro di nuovo la vicina.
Ho quasi la certezza che mi faccia la posta, non è possibile che io la incontri così spesso sulle scale senza che lei non ci metta un po’ del suo.
Insomma mi imbatto nella signora, ne subisco i banali convenevoli (“cosa ci dicono di interessante oggi i giornali?” è una delle sue frasi più originali) e le pesanti allusioni alle mie inadempienze ( “ per quel danno della terrazza” poi che mi dice?) e rientro in casa con la giornata completamente rovinata.
So già che oggi non mi riuscirà di scrivere nulla. Avevo tre o quattro idee confuse di quelle che quando ti metti a riflettere magari prendono forma e diventano qualcosa di potabile, ma la signora ha definitivamente ucciso quanto meno per oggi ogni mio estro creativo.
A questo punto decido di impiegare un po’ di tempo a cercare quella vecchia polizza per controllarne le clausole ( “ Hai visto mai che pago ‘sta polizza da vent’anni e proprio adesso che è successo qualcosa non ne posso usufruire perchè non so nemmeno dove l’ho messa”).
Così mi sono messo a scartabellare ed è venuta fuori la foto.
Ancora adesso, a distanza di tanto tempo dall’ultima volta che ci siamo visti, ogni volta che sento pronunciare il suo nome sento come una piccola stilettata di infelicità.
Stranissimi i percorsi della vita.
Passi anni e anni a cercare di cauterizzare una ferita, metti in campo tutti i mezzi possibili ed immaginabili nel tentativo di  esorcizzare l’unico momento di nera infelicità della tua vita, ma questa piccola macchia rimane lì, impermeabile a qualsiasi trattamento, assolutamente indelebile.
Quante donne sono state con me perché sono Enrico DeDonato?
Mi piacerebbe nascondere alle donne che incontro il mestiere che faccio.
Ma il mio nome è così noto, soprattutto da quando da uno dei miei libri hanno ricavato un film di successo,  che la cosa è di fatto impossibile.
A parte il fatto che, non essendo un adone, non riuscirei, anche incontrando una donna del tutto ignara della mia piccola fama letteraria, a resistere dal rivelargliela prima o poi io stesso.
Ognuna gioca con le armi di cui dispone.
Ma divago, come sempre.
Dicevo che dalla vita ho avuto molte delle cose che desideravo: fama, successo, soldi, amore.
Non sono diventato Proust, d’accordo, ma, a parte questo, non dovrei avere motivi validi per sentirmi turbato ogni volta che per un motivo qualsiasi il mio pensiero torna ad Anna.
Chissà che ne è di lei, come sarebbe rincontrarla.
Prima ipotesi: Anna è diventata una donna di mezza età, sfiancata dalla routine e sfiorita dalle gravidanze, ci incontriamo per qualche breve istante, io me la tolgo finalmente dalla testa, accorgendomi di aver mitizzato una persona che non esiste più, uscendone al tempo stesso gratificato dall’aver intravisto in lei, finalmente, qualche traccia di tardiva resipiscenza.
Seconda ipotesi: Anna è una donna ancora bella e affascinante e si rivela dura e impenetrabile come allora, quando di punto in bianco decise che non ero più niente per lei, lasciandomi accartocciato su me stesso per anni. Chissà se avrei scritto “Momenti magici” senza quella perdita, forse adesso starei con lei e farei uno di quei mestieri noiosi che tutti desideravano che io facessi.
Terza ipotesi ( quella nella quale credo meno di tutte, anzi quella che è così in cima ai miei desideri che non oso sperarla): Anna è ancora bella e affascinante e per tutti questi anni ha pensato alla meravigliosa intesa sessuale che avevamo, non incontrando nessuno in grado di soddisfarla con la stessa dedizione e perizia che io ci mettevo e coglie l’occasione per lanciarmi dei messaggi di riconciliazione che io sono ben lieto di raccogliere, dopo di che viviamo insieme  felici e contenti.
Bene, se in tutti questi anni non ho mai avuto il coraggio di chiamarla, è perché continuo a pensare a lei come a quella che allora e per sempre mi rifiuta e mi allontana.
Non mi sento preparato a rinnovare quel trauma.
Ripenso al nostro rapporto. Un rapporto squilibrato, come in tutte le altre storie della mia vita. Ma soprattutto in questa. I gesti di affetto e le premure che all’inizio della storia lei mi rivolgeva in continuazione e che io accettavo con la degnazione di chi ritiene che tutto gli sia dovuto, più tardi divennero rari e distratti, con mia grande disperazione. Non so se esistono rapporti veramente equilibrati nei quali ognuno riceve in rapporto a quello che dà con lo stesso tipo di appagamento sia nel dare che nel ricevere da parti di entrambi i partner. Per quanto mi riguarda posso dire che è soltanto un’utopia.”

Chiudo l’agenda, sbalordita. Mai Enrico mi aveva parlato di questo amore giovanile così importante, mai avrei supposto una fragilità come questa in una persona come lui.

Riapro il diario. L’annotazione successiva riguarda la data del 26 aprile. Lavoravo da lui da una settimana scarsa .

26 aprile Perché non ho incontrato prima questa donna dolcissima e intrigante? Come è evidente e al tempo stesso innocente e sobrio il suo desiderio di sedurmi!
Ho cercato per tutta la vita di tenermi alla larga dalle persone noiose e sgradevoli e ringrazio il mio modestissimo talento di avermi messo nelle condizioni, grazie alle disponibilità economiche che ha creato,  di riuscirci quasi sempre.
Me ne sto spesso rintanato in casa con i miei libri, la mia musica, e non mi annoio mai, anzi mi sembra che il tempo sia sempre insufficiente rispetto alle cose gradevoli che vorrei fare.
Tutte cose che faccio da solo, leggere, scrivere, ascoltare la musica, guardare un buon film, senza dividerle con altri.
La noia comincia quando sei costretto ad entrare in rapporto con gli altri, ad accettare i loro tempi, a subire le loro domande, a rispondere alle loro richieste di assistenza o di amicizia o di comprensione.
Ma lavorare al mio libro con questa donna mi sembra un piacere raro, di quelli che vorresti centellinare poco alla volta, come il passo di un libro che ti colpisce, che devi tornare indietro a leggere e rileggere più volte per assaporarlo bene ed assimilarlo per quanto è possibile, per quanto è scritto bene e denso di immagini o concetti.
Sono incantato dalla sua grazia, dalla sua leggerezza, dalla sua ironia, dalla sua freschezza.

 

 


Scritto da: Filippo



Lascia un commento

Buoni propositi



leggi il capitolo precedente: Come bracieri



-Pronto? Parlo con la signora Danzuso? Sono il Commissario Catalani!-
– Salve, si sono io.- ecco che una strana ansia mi percuote intimamente. E’ una sensazione fastidiosa, quasi angosciante, ho il presentimento che questa eredità mi costerà cara. Insomma, era troppo bello per essere vero e le persone diventano improvvisamente ricche e felici solo nei film. Chissà quando io potrò veramente godermi in santa pace il regalo che Enrico ha voluto farmi. O forse, come ha detto Diego, ho ricevuto tutto questo solo perché Enrico sapeva che me ne sarei goduta appieno solo quando avrei messo luce su tutto.
Vaffanculo Enrico, conoscevi la mia anima meglio di chiunque altro e sapevi che la mia coscienza non mi avrebbe permesso di “fare finta di niente”.
– Signora Danzuso, ho saputo che è stata lei ad ereditare la casa del professore De Donato e parte del suo patrimonio. –
– Si. Infatti…-
– E credo abbia saputo che ci sono stati dei risvolti nelle indagini –
– Si, l’ho appena visto al telegiornale –
– Senta, in che rapporti era con il professore? –
– Ero, …beh … stavamo insieme…- ma per certe domande non sarebbe meglio avere un colloquio privato? Voglio dire, non sarebbe meglio evitare le conversazioni telefoniche? Di questi tempi è molto facile intercettarle…
– Va bene va bene, signora. Volevo informarla che visto la piega che sta prendendo l’inchiesta, dovrà mettersi a disposizione della Polizia per eventuali chiarimenti. Le farò sapere nei prossimi giorni quando venire in commissariato. Si tenga disponibile. Arrivederci.-
Riferisco a Diego il contenuto della telefonata.
– Manuela, ti prego. Non dire nulla di me. Non raccontare niente dei dischetti e di quanto ti ho detto.-
– Ma perché? Pensavo che volessi aiutare Enrico anche tu! Se non riferisco tutto è probabile che non si verrà mai a sapere la verità!
– Si, ma per il momento è meglio non dire nulla. Vediamo cosa c’è in questi dischetti. – Diego taglia corto e stronca la conversazione. Inserisce il primo dei quattro dischetti. Ognuno di loro ha delle sigle. Nel primo compare la scritta: T.P.U. n°1. E così con tutti gli altri tre: stessa sigla T.P.U e la numerazione fino a quattro.
Nello schermo compaiono diverse cartelle. Aprendo la prima appare un documento in Excell. Una tabella con un’infinità di numeri, percentuali, diverse X.
– Vedi – mi dice Diego – ad ogni colonna c’è una lettera. A questa lettera corrisponde una domanda.
– Uhmhm – faccio io, fingendo un’assoluta dedizione alle sue parole. In realtà sto in parte rimuginando sul suo brusco cambiamento di atteggiamento e in parte sto annusando il suo profumo così, caspita, sexy.
– Mentre ad ogni riga, qui, ci sono dei numeri. Ad ogni numero invece corrisponde una persona. –
– Humhmhm – continuo io. Ma, un attimo! Questo è il profumo di Enrico, l’avrà messo prima di uscire dalla doccia. Non posso fare pensieri lussuriosi nei confronti di un uomo che in tutto e per tutto mi ricorda il fratello, nonché ex-amante. Non sarà un comportamento inconsciamente incestuoso?
– Manuela, capisci ciò che dico?- Diego interrompe il mio flusso cerebrale.
– Si, certo. Stavo solo …emhm, pensando. Quindi… – faccio come per riordinare le idee. – A quanto ho capito qui ci sono tutti i dati che Enrico ha raccolto durante le sue interviste. E teoricamente la sua morte dovrebbe avere a che fare con le domande che Enrico ha fatto e con le risposte che ha ottenuto. –
– Esatto . Enrico analizzando e mettendo in relazione i vari dati e l’incidenza delle stesse risposte in una data categoria di persone, avrebbe potuto dimostrare velocemente che l’utilizzo smodato di certi mezzi tecnologici, come il computer, il cellulare, ecc, potrebbe portare ad una regressione dell’individuo. –
– Si, però, ci sono certe cose che non mi quadrano. –
– E cioè?-
– E’ pur sempre un’intervista, e può essere soggetta a diverse possibilità di interpretazione. Sarebbe stato facile confutare le sue teorie attraverso una differente analisi degli stessi dati o conducendo un’indagine con domande diverse. Credo tu conosca meglio di me il potere manipolatorio delle grandi multinazionali… –
– Si, è vero, ma credo che l’indagine di Enrico avesse dei supporti infallibili, certi, univoci. Delle prove certe che la sua teoria era vera. – A Diego brillano gli occhi, sembra davvero fiducioso, nonostante le mie perplessità, che non esito ad esternare: – Ho un altro dubbio. Come ha fatto Enrico a fare questo lavoraccio? Già in questo documento sembra siano state intervistate almeno 300 persone, e non abbiamo ancora visto cosa c’è negli altri dischetti. E poi, tutto il lavoro di analisi statistica… non credo che Enrico abbia fatto tutto da solo. Se c’è qualcuno che l’ha aiutato, credo sia anch’egli in pericolo. –
– A meno che questa persona non era poi così di “fiducia”. –
– Ma allora non sarebbe stato più semplice sabotargli il lavoro falsando le risposte? È davvero una bella gatta da pelare.-
– Già. Brrrr, che freddo!-
Solo adesso mi accorgo che Diego è ancora in accappatoio e guardandolo non posso fare a meno di sorridergli, sembra così familiare e rassicurante. E i miei buoni propositi sono così labili! Devo ricordarmi che ho già un fidanzato!
– Vai a vestirti. Io preparo il tè. – lo mando nell’altra stanza per sottrarmi al magnetismo del
suo sguardo e vado in cucina. Spero davvero di trovare qualche bustina, in questo momento anche una camomilla andrebbe bene. Trovo il tè e anche qualcosa di più, biscottini al burro.
Erasmus dorme tranquillo sopra il tappeto del grande salone. Do una rapida occhiata al cellulare, Maurizio mi ha già chiamata due volte e io me ne sono accorta. E’ all’estero in questo momento, per lavoro. Non ho voglia di parlare con lui, dovrei dare troppe spiegazioni. Gli mando un sms, roba da ragazzini, ma per lo meno posso evitare domande con la scusa che telefonando potrei disturbarlo.
Preparo le tazze e riscaldo l’acqua. Per un attimo provo una bella sensazione, di pace. Nonostante tutto, non nego che questa casa mi mette profondamente a mio agio, come se queste pareti mi guardassero con benevolenza. Se solo potessero parlare, potrebbero aiutarci a scoprire l’identità dell’assassino di Enrico!
Diego entra in cucina e si siede. Verso l’acqua nelle tazze e gli porgo lo zucchero. Mi siedo proprio di fronte a lui, rimestando il liquido ambrato nella tazza. Lui sembra notare il mio viso rilassato e mi dice in un soffio: – sei una strega o cos’altro? –
– Scusa?-
– Si, sei una strega o una fata? Manuela, è come se mi avessi fatto un incantesimo. Non riesco a non guardarti. Il tuo modo di fare, di pensare, persino il modo che hai usato per versare l’acqua, mi hanno affascinato. Mi pare di conoscerti da sempre… mi sei familiare! –
– Credo sia l’effetto di questa casa. Ha reso strana e sognante anche me .- Diego adesso avvicina le sue mani alle mie e le accarezza dolcemente. Ed io continuo a guardarlo, questa volta senza imbarazzo. Lui continua ad accarezzarmi il viso, disegnandone i contorni con le dita. Chiudo gli occhi e sento che lui piano piano si avvicina e mi bacia. Il bacio mi esplode tra le labbra come un fulmine, ed io non so che fare. Mentalmente mi dico che è tutto sbagliato. che in questo momento forse non è proprio il caso di imbarcarmi in questa storia. Ho già Maurizio! Ma Diego continua, impetuoso. Al diavolo i buoni propositi. Ricambio il bacio. Lo accarezzo, gli scompiglio i capelli, lo mordicchio e senza ricordarmi come, finiamo in camera da letto.
I primi raggi di sole del mattino ci sorprendono abbracciati e sommersi tra le lenzuola. Ripasso mentalmente le ultime ore, come quando si ascolta in continuazione una bella canzone. Siamo finiti a fare l’amore in questo letto, due perfetti sconosciuti ma con due anime affini. Ed è difficile spiegare le sensazioni provate ad ogni tocco, ad ogni carezza, ad ogni nostro movimento sinuoso ed armonico. Le parole si fermerebbero al solo significato fisico, e ciò che è successo, beh, è andato ben oltre. La cosa a dire le verità mi ha spaventata… è normale esserlo quando si è travolti da un’intensa passione? Dovrei sentirmi in colpa, ho tradito il mio uomo. E forse per onestà dovrei lasciarlo e confessargli tutto (magari i particolari sul chi e come li terrei per me…). Mi sento come una delle eroine dei romanzetti rosa che ho osato comprare un paio di volte al supermercato.
Suona il telefono. Mi libero dalla stretta forte di Diego che dorme respirando così lievemente che se non fosse per il movimento della cassa toracica, direi che sia morto. O e forse un angelo?
– Pronto? –
– Signora Danzuso, sono il Commissario Catalani. La prego di raggiungermi prima possibile in commissariato. –
– Va bene, arrivo . – riesco a dire in un filo di voce. Stacco il cellulare. Era troppo bello per essere vero…
Mi avvicino a Diego, che nel frattempo si è svegliato e ha già capito tutto del contenuto della telefonata. Nuovamente nel suo volto quell’espressione di durezza, quasi di ostilità, che ho già scorto il giorno prima e che mi pare così fuori luogo in lui.
– Manuela, mi raccomando. Non dire nulla di me alla polizia. –

 



Scritto da: **Valentina**



2 commenti

Lei



leggi il capitolo precedente: La borsa



La lascio cadere con un tonfo,disgustosa al tatto ed allo sguardo.
Mi alzo di scatto e vado all’impianto stereo,frugo e trovo.
Lo scivolare dei tasti di Einaudi mi calma,concentro i pensieri su quelle note
 e respiro piano.Paolo e’rimasto in piedi silenzioso. Sento
La sua ansiosa attesa gravare sulle mie spalle.”comincia dall’inizio…ammesso che ci sia
O tu lo riesca  a ricordare”e’sorpreso dal mio modo diretto di parlargli ma felice.
Lo sperava. rilassato si siede senza guardare la borsa.”mi chiamo Paolo Losegugio”
Mi volto e sorrido.in effetti ha gli occhi liquidi dei cani.”faccio il detective…beh con un nome cosi’credo fosse inevitabile!””il professore mi ha telefonato un mese fa,chiedendomi di venire qui”stupore”mi e’sembrato il capriccio di un uomo ricco che volesse pavoneggiarsi del suo raggiunto successo,ma sbagliavo””voleva mostrarmi qualcosa ai suoi occhi molto piu’prezioso”. si alza e mi viene vicino.”Manuela possiamo uscire in terrazza?”sento l’odore della sua tensione mescolato al sudore.
E’pallido e mi guarda con una pena che non comprendo.”certo!”dico io con falsa allegria.
L’aria e’tersa,fresca nel sole velato che assorbe e disperde  il suono pacato del pianoforte
“cosa vedi?”mi chiede.”La citta’eterna”rispondo con ironia”non il professore.lui vedeva soltanto quella terrazza bianca”mi affaccio e ricordo sotto di noi quel rettangolo grande e
Candido di pietra viva.””non capisco”sento il suo respiro nei capelli.”un giorno,tanto tempo fa vide una bambina””la saluto’con la distrazione degli adulti e lei rispose”
“da allora non e’mancato giorno in cui questo rito non sia stato celebrato o almeno tentato””continuo a non capire..mi stai dicendo che Enrico aveva perso la testa per..””no,pero’ne era ossessionato””tu l’hai vista?”” il giorno che venni qui””otto,dieci anni piu’o meno,pallida, lunga come i suoi capelli neri che aveva raccolti in  trecce,occhi nascosti dalle ciglia””il professore mi disse che era preoccupato per Maria,cosi’l’aveva chiamata””non capiva perche’passasse tanto tempo in quello spazio,sempre sola,come prigioniera”
“non riuscii a farmi dire da quanto andava avanti questo strano rapporto,inoltre  la bimba e’muta””come facevano a comunicare?”mi chiedo stupita ed infastidita da un ombra di gelosia inutile“questo e’il punto.all’inizio con i gesti poi con i disegni”rabbrividii”Enrico cosa ti serve studiare il linguaggio dei sordomuti!!””spiegami”!!il suo lento sorriso”devo
Poter parlare anche con loro,non sai quante persone importanti con cui ho a che fare
Sono lese da questo handicap!”importanti,questa parola si fa strada dentro di me lentamente ed assume nuovi significati.”non devi sentirti ferita,lui ti amava..””come lo sai..””me lo disse lui ,purtroppo la sua da Maria era diventata una forma di dipendenza consapevole””cercai di farlo ragionare ma non mi diede retta””mi disse che gli inviava alcuni disegni facendoli volare come improbabili aeroplani ed io guardandolo immaginavo il famoso cattedratico mentre correva giu’in strada per afferrare un sogno”

 

 

 

 

Sento una grande tristezza.povero Enrico.chi eri nella realta’?”
”mi chiese di scoprire chi fosse e perche’vivesse li’,mi diede una grossa cifra ,protestai,ma non volle sentir ragioni come sapesse della sua prossima fine”gli grido“e la Tommasina sapeva di questa situazione???””un giorno trovo’i disegni,non disse nulla ma intui’qualcosa”“Era molto fedele al professore anche se..””cosa?anche se cosa??””un giorno lo sorprese con uno dei suoi messaggi colorati in mano e gli disse che stava giocando con il fuoco””lui gli chiese cosa volesse dire ma non ci fu verso di cavarle un’altra parola di bocca””le promise che se l’avesse aiutato a scoprire l’identita’di Maria  avrebbe avuto una ricompensa tale da sistemarla fino alla fine dei suoi giorni”
Siamo rientrati,non riesco a credere alle sue parole ma capisco che tutto inizia ad avere un senso
L’eredita,’l’obbligo di abitare davanti alla terrazza,la persona che ha sconvolto la vita di Enrico l’invadenza della governante ..La musica e’finita.”cosa hai scoperto e perche’ti
Travesti da donna?’”…non ti dona un granche’!”paolo ride di gusto”cosa vuoi,adoro
I films di stanlio ed olio,li ho tutti !quella musica da pianola tipo saloon nel sottofondo
Ed i loro incredibili travestimenti da donna,mi hanno ispirato!””purtroppo non ho scoperto granche’,una coppia ha affittato quell’appartamento diversi anni fa,non risulta nessuna bambina,sono come invisibili ma nonostante la morte del professore ho deciso di continuare ad indagare,lo sento un dovere “”cosa centra la tommasina?vi ho visto insieme
Al cimitero””mi aveva telefonato dicendomi di avere trovato qualcosa di molto importante,le ho dato appuntamento li’””mi stai dicendo che..””la donna uccisa e’lei.”
Seduta sul tappeto guardo paolo che mi versa un bicchiere d’acqua.”per favore vai in cucina,c’e’una bottiglia di vino rosso sul tavolo portamene un bicchiere”ho bisogno di
Scaldarmi ,il cuore e’di ghiaccio come il resto.”prendi la borsa”.
Paolo la tira fuori dal sacco di plastica”quelle macchie scure sono sangue vero?””si’,sai non ho creduto utile pulirla..!””aprila tu””io so gia’cosa contiene e per questo che sono venuto qui,da te”guardo mentre rovescia sul tappeto un centinaio di disegni infantili.



Scritto da: Ariel


leggi il capitolo successivo: Fotogrammi

Lascia un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: