Archivio per la categoria Capitolo 5

PENSIERI E PAROLE



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L’ ascensore risaliva lentamente al tredicesimo piano.
Ancora una volta mi sentivo in sintonia con Diego. Ancora una volta potevo intuire il suo stato d’animo. Gli ultimi attimi del suo probo passato erano scivolati lungo una corsa in ascensore.
Sentivo la sua ansia, lo vedevo serrare i pugni, lo sguardo inquieto in un inutile tentativo di velare il dolore che riaffiorava, una ruga sottile gli alterava i lineamenti del viso tanto decisi e tanto belli.
Tanja ed Enrico erano lì, insinuati in tutto il suo essere, nell’ espressione di disgusto, nei capelli brizzolati precocemente, nella voce roca che con un sospiro di sollievo mi invitava finalmente ad uscire.

“Prego Madame”.
In qualche modo esorcizzava i pensieri in una mescolanza d’ ironia e sarcasmo.
Non pensai neppure ad aprire con le chiavi, ancora non mi rendevo conto della fortuna che in ogni caso rappresentava questa casa, ancora non sentivo scatenare in me l’ euforia per l’ eredità. Il notaio Franchini l’ aveva fatta facile, decidere entro un mese di venire a vivere in questa reggia poteva sembrare una fortuna. In realtà era una fortuna tuttavia per me c’era molto di più.
C’era un passato che chiedeva risposte.

“ Le cose che ti sono costate ti restano care, anche se sono finite ”.
Quante volte nella vita avevo attinto a queste parole in cerca di conforto, ripensando a ciò che non era stato, a ciò che avrebbe potuto essere. Ma poi “care” in che senso?
Care perché lasciano un sapore dolceamaro, come un patrimonio da conservare con cura o care perché metaforicamente costose? Care come un prezzo da pagare? Da tempo ormai avevo rinunciato a leggermi dentro, avevo rinunciato alle emozioni, insomma mi ero lasciata vivere.

Diego se ne era reso conto. Lo capivo dal modo in cui mi trattava: non riusciva ad essere completamente cinico, quasi mi compatisse. Non potevo biasimarlo tanto più approvarlo.
Diego. Diego e le sue congetture. Diego e i suoi appunti. Diego e suoi sospetti. Diego un poeta maledetto che entrava nella mia vita come un fulmine a ciel sereno, pronto a frantumare tutte le mie certezze.

Tommasina spalancò la porta ancora prima avessi suonato. Probabilmente l’ abitudine l’ aveva portata ad allungare l’ orecchio ed essendo all’ ultimo piano, sotto il vano ascensori, era facile seguire il ronzio del motore e calcolare la fermata al piano.
Stava per richiudere la porta in faccia a Diego, poi appena lo vide non riuscì a nascondere la sua contrarietà:
“Il professore non avrebbe approvato Signorina!”
“Il professore non c’è più Tommasina! La pregherei di non impicciarsi di cose che non la riguardano. Ad ogni modo mi spiace informarla che qualora decidessi di venire a stabilirmi in questo appartamento preferirei mantenere la mia governante nonché amica e che lavora per me da qualche anno.
“Come desidera signorina”. Rispose stizzita.

In realtà non mi spiaceva per nulla. Volevo molto bene a Santina e non mi sfiorava minimamente l’ idea di privarmi del suo aiuto per questa donna che non conoscevo e che non mi ispirava nessuna simpatia. “Santina di nome e di fatto” solevo burlarla con fare scanzonato quando rientravo in casa, lei mezza sorda non sentiva poi non appena alzava lo sguardo le dicevo: “ Ma non ce l hai una casa?”. Lei prontamente rispondeva “ No sto bene qui!” e se ne tornava a sbrigare le sue faccende.
Un piccolo giochetto tra noi che durava da anni e che ci divertiva sempre.

Tommasina non mi ispirava nulla di simile. Dal primo istante in cui l’ avevo incontrata mi aveva creato disagio e ora finalmente avevo preso la palla al balzo. E poi chissà quante ne sapeva di Enrico. Il pensiero che avesse conosciuto anche una sola delle sue amanti mi dava nausea. Sì avevo fatto bene a non indugiare più.

Intanto Diego con fare noncurante se ne stava in disparte e con la coda dell’ occhio studiava la casa. Appoggiò le poche cose che portava con se riconoscendo: “Sarebbe meglio che mi dia una rinfrescata se non ti spiace”.
“Certo che no, puoi attendere qualche istante per favore?”.
Non fece commenti e iniziò a girellare nel salone posando la sguardo qua e là. Il suo interesse venne subito catturato dal gran numero di CD posato con ordine vicino al lettore. Ne prese uno in particolare, fece scorrere lo sportellino in cristallo ed inserì il disco.
Alicia Keys – Falling. Un brivido mi percorse la schiena. Era uno dei pochi dischi che avevo riacquistato dopo averlo lasciato in questa casa. Quanta sensualità nelle note dolci e cadenti di quella canzone.
Una serie di combinazioni o un perfido gioco del destino?
Quante cose avevamo in comune oltre al fatto che Enrico avesse tradito entrambi?
In quel mentre lo vidi prendere un portaritratti in argento e fissare a lungo il volto di una bellissima ragazza dai capelli lunghi color miele. Un sorriso strano, come fosse lontano mille miglia da colui che invece la stava fissando intensamente.
Scaraventò il portaritratti sul divano e si diresse verso il bagno lasciando la porta aperta.

Congedai Tommasina e le dissi che l’ avrei richiamata in caso di bisogno.
Alla fine la mia spavalderia era aria fritta. Volevo evitare che Tommasina si facesse idee strane e mi rendevo conto di essere anche io vittima delle convenzioni e dei giudizi della gente.
Non appena la governante uscì, Diego si tolse alcuni indumenti rimanendo con i soli jeans.
Grazie al cielo non aveva intenzione di fare la doccia. Una situazione troppo intima per conoscerlo da poche ore. Ero rossa in viso. Dall’ imbarazzo? Non volevo neppure pensarci; da un momento all’ altro sarebbe squillato il telefono e volevo rimanere concentrata.

Cosa cavolo poteva volere questo Commissario Catalani?
Intanto le parole di Diego risuonavano nelle orecchie come campanelli:
“Enrico è stato accompagnato a morire, perché mica crederai alla favoletta dell’arresto cardiaco?”.
Possibile che si trattasse di questo?
Non sapevo cosa pensare. Erano anni che non incontravo Enrico e la notizia della sua morte mi aveva sconvolta a dir poco. Senza parlare poi dell’ eredità!
Oddio. Ecco il punto. L’ Eredità!

Lo squillo del citofono mi fece sobbalzare.
“Aspettavi qualcuno? Magari il tuo amato fidanzato vuole venire a controllare se la sua morosa si comporta bene in sua assenza”.
“Non siamo tutte come la tua Tanja mio caro” ribattei velocemente.
“Touchè Madame, intanto potresti rispondere al citofono e capire chi è!”

Uhm, la risposta troppo immediata come pure intima lo fece sorridere. Diego era troppo intrigante quando deponeva le armi da combattimento. Dovevo darmi una calmata e mantenere una certa distanza, se non volevo bruciarmi le alucce.
Il profumo del sapone al sandalo gli era rimasto attaccato come un francobollo e io non riuscivo a fare a meno di annusare l’ aria.
“E’ innanzitutto un fattore epidermico e olfattivo” ribadiva sempre Enrico. Santo cielo, a volte non riusciva ad separarsi dai panni del professore neppure nei momenti intimi.

“Chi è?” risposi meccanicamente al citofono.
“Sono il commissario Catalani. Se non la disturbo preferirei parlarle di persona invece che al telefono. Avrei alcune domande da porle”.
“ Va bene salga… al tredicesimo piano.”

Iniziai a tremare come una foglia. Diego aveva visto la sagoma del commissario nel videocitofono intuì la mia angoscia, mi prese per le spalle scuotendomi.
“Calma shhhh calma…sono qui. Andrà tutto bene. Non abbiamo nulla da nascondere. Non temere Manuela.”

Ancora una volta Diego era pronto a sostenermi.
Uno strano destino ci aveva legato indissolubilmente nel momento in cui l’ avevo incontrato.
“Nulla è mai per caso. C’è sempre un perché alle cose che ci succedono, anche se non sempre lo scopriamo”.
Chissà se un giorno avrei scoperto il mistero che avvolgeva il mio incontro con Diego.

Intanto Erasmus stanco di giocare solo in terrazzo con la sua pallina era rientrato e si era posizionato saldamente davanti alla porta in attesa dell’ inaspettato intruso.
Lo scatto dell’ ascensore ci avvertì che era arrivato e quindi aprii la porta ancor prima che suonasse il campanello.

“Buonasera Signorina Danzuso, mi scuso ancora per la visita inaspettata ma come le dicevo al citofono preferirei porle alcune domande se pur in modo informale, di persona piuttosto che al telefono” poi si voltò e alla vista di Diego si interruppe.
“Dica pure Commissario, la persona qui presente è un amico e non ho alcun problema a parlare in sua presenza”.

Il Commissario lo guardò con curiosità. In effetti Diego era un po’ strano in quell’ ambiente, come un oggetto “vintage” in un negozio di antiquariato, però chissà perché non mi sembrava il caso in quel momento di dire che era il fratello di Enrico.
“Bene verrò al dunque” e intanto si accomodò tranquillamente in salotto. “Che lei sapesse Signorina, il professor Di Donato aveva una qualche allergia all’ aspirina o simili?”.

Erasmus si mise improvvisamente ad abbaiare con foga. Dovetti minacciarlo di chiuderlo in terrazzo e cos’ì finalmente smise.

Annaspai nella mente offuscata, come in un labirinto, non approdai a nulla. Vuoto.
No, sicuramente se anche Enrico fosse stato allergico a qualche medicinale o altro io non ne ero mai stata messa a conoscenza e così gli risposi.

“Mi spiace molto Commissario ma non ricordo nulla in proposito a parte il fatto che Enrico fosse al limite dell’ ipocondria. So che ogni piccolo malessere era accuratamente controllato e che aveva un accentuato terrore per le malattie, ma non so di nessuna allergia e a parte un piccolo soffio al cuore non penso avesse altro”.
“ Lei non sa se per caso soffrisse di problemi allo stomaco o gastrointestinali?”
“Che io sappia no. Una volta ricordo che a causa di un piccolo problema intestinale si sottopose ad una colonscopia, un caso isolato di cui anche il suo medico era al corrente e comunque contrario ad altre indagini”.

A questo punto il Commissario espose alcune sue congetture.
“Supponiamo che il professor Di Donato abbia avuto negli ultimi tempi tendenza ad emorragie, problemi di stomaco o gastrointestinali.
Supponiamo anche che il cuore del professore avesse iniziato a fare qualche bizza, l’ assunzione di mezza compressa o una di aspirina renderebbe le piastrine del sangue meno appiccicose interferendo così con la formazione dei coaguli, evitando così l’otturazione di piccole arterie che portano il sangue al cuore e al cervello, prevenendo così danni a organi vitali.
A meno che il soggetto non sia allergico al farmaco.
I vantaggi dell’aspirina tamponata sono ancora controversi ad esempio potrebbero causare emorragie in alcuni individui specie se soggetti sensibili.
Quindi l’ aspirina e i farmaci simili comportano un rischio significativo di sanguinamento. E il sanguinamento può essere insidioso, non evidente e tale da produrre effetti che si accumulano lentamente nel tempo causando la morte per emoraggia interna. Il contenuto di tale medicinale passerebbe inosservato in caso di accertamenti basilari specie in un soggetto magari sofferente di cuore, non di certo però se si venisse a scoprire che il soggetto in questione soffriva di allergia al medicinale. Naturalmente non sono un luminare di questa scienza, solo che un amico della medicina legale mi ha fatto pervenire, diciamo in via confidenziale, alcune di queste teorie su cui meditare. E’ evidente che per poter riesumare la salma e ripetere l’ autopsia avrei bisogno di molti più elementi a disposizione e perciò ho preferito venire a parlarle di persona.”

Diego, che fino a quel momento non aveva proferito parola alcuna dischiuse le labbra, le inumidì e affermò:
“Sì Enrico era un soggetto allergico al medicinale e poche persone ne erano al corrente”.

Scritto da: Martina


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UNA MORTE DI TROPPO



leggi il capitolo precedente: Il rintocco della campana


     


    Tremavo come la classica foglia al vento, mentre correvo senza controllo, incurante della gente che si girava a guardarmi, cercando di allontanarmi il più possibile da quel luogo di morte, prima che arrivasse la polizia, prima di trovarmi coinvolta in qualcosa di spiacevole, pur rendendomi conto che ero già praticamente nelle grane. Se la morte della donna in nero,  come ipotizzavo, era in qualche modo legata ad Enrico, anche il fatto che fossi la sua erede, mi avrebbe sicuramente procurato delle noie.
    Ah, lo sapevo bene, come andavano certe cose, le inchieste, gli interrogatori. Ricordo ancora con terrore quella volta che avevo assistito ad un incidente stradale e avevo dovuto testimoniare.. un vero incubo!
    Mi infilai nel primo bar che trovai, ordinai un doppio whisky e lo trangugiai di un fiato, sotto lo sguardo esterrefatto del barista, poi mi sedetti ad un tavolino un po’ appartato, presi un quotidiano, a caso, dalla rastrelliera, e finsi di immergermi nella lettura, ma guardando di sottecchi la porta.
    Sentivo il bisogno di fuggire lontano, il più lontano possibile. Pagai e presi il primo autobus che mi passò sotto il naso…poi scesi e salii su un altro… E un altro ancora… e ancora…
    Come un automa, collo sguardo apparentemente fisso sulla Roma che scivolava via, da un autobus all’altro, ma che vedeva quel volto che non esisteva più, con nell’orecchio lo scoppio della pistola,  col sudorino freddo che persisteva lungo la spina dorsale, cercavo, con quello stupido  vagabondare di calmarmi.
    “Biglietto, prego!”  alzai gli occhi e vidi davanti a me la nera figura del controllore. Meccanicamente misi la mano in tasca e gli allungai lo scontrino.
    “Signora, è scaduto da tre ore almeno!” ribattè severo.
    “Come? Cosa?” e in quel momento soltanto tornai alla vita reale e scoppiai in una risata isterica. La ricca ereditiera Manuela Danzuso scoperta a fare la portoghese!!!
    “Non c’è niente da ridere!” esclamò l’uomo seccato, mentre estraeva il blocchetto della contravvenzione. Ma poi, guardandomi bene, mi riconobbe e il suo tono si addolcì.
    “Si sente bene, signora Danzuso?”
    “Ho avuto momenti migliori” ribattei cercando di fare la spiritosa “e poi mi sono lasciata vincere dalle bellezze di Roma, e mi sono dimenticata di acquistare il biglietto. È troppo divertente andarsene a zonzo, da un autobus all’altro senza meta… Dovremmo farlo più spesso. Combatte la nevrosi.
    Assentì, con un sorriso non troppo convinto, probabilmente pensava che la ricchezza mi avesse dato alla testa, e che non avevo per nulla l’espressione di chi si sta rilassando.
    Pagai la contravvenzione e scesi alla fermata successiva.
    Ero in una zona periferica, completamente sconosciuta, con un pensiero che stava prendendo forma, con sempre maggior insistenza… e la targa d’ottone sul portone di un condominio sembrò essere la risposta alle mie aspettative.
    Suonai e poco dopo entravo nello studio dell’avvocato Giorgio Sorrentino, un giovanotto bruno, dal sorriso cordiale.
    “In cosa posso esserle utile, signora?”
    “Desidero fare le pratiche per rinunciare ad una eredità, può bastare lei o devo rivolgermi ad un notaio?”
    Mi guardava senza dire una parola, giocherellando con un tagliacarte.
    “La prego, la prego, ho una fretta maledetta, e una paura più maledetta ancora, voglio andarmene da Roma, andarmene il più presto possibile, magari stasera stessa. Oh Dio, quella donna!”
    Mi fissò, apparentemente senza mostrare sorpresa, poi disse semplicemente:
    “Perché non mi racconta tutto?” e dall’inizio?”
    E cominciai a parlare , a cantare come un usignolo, si direbbe: parlavo come avrei parlato a mia madre,  anche se sapevo di parlare a me stessa…..
    Quando ebbi finito il crepuscolo stava invadendo l’ampio studio…
    “Non ci vogliono procedure particolari,” mi disse poi, con molta calma, “Ma mi tolga una curiosità, perché ha scelto proprio me?”
    “Senza filo logico, avvocato, stavo pensando di farlo, e la sua targa mi è apparsa come un segno del destino.”
    “D’accordo allora, farò quanto mi chiede; domani stesso mi metterò in contatto col notaio Franchini. Però le consiglierei di non lasciare Roma, alla polizia potrebbe sembrare una fuga.
    “Crede che vorranno interrogarmi?”
    “Come minimo, signora Danzuso, sa come sono fatti.. anche se nessuno l’avesse notata al Verano, in qualche modo, se i suoi dubbi dovessero risultare esatti, ce ne sarà anche per lei…
    “Sì, ha ragione. Ecco le chiavi dell’attico. Le lascio l’indirizzo della mia colf, la contatti e provveda alla sua liquidazione, le dica che per il momento non intendo tornare nella mia casa, capirà leggendo i giornali, o sentendo la TV. E per non sembrare che voglia darmi alla fuga, le lascio l’indirizzo della mia casa al mare, dove penso di passare il fine settimana. E magari anche qualche giorno in più, poi mi stabilirò in un residence! Ecco anche il numero del mio cellulare e un assegno per le prime spese. C’è tutto?”
    “Manca solo la sua firma”.
    Firmai un po’ di fogli,  sentivo il sollievo prendere possesso della mia mente, e tutte le mie cellule rilassarsi..
    Libera, finalmente libera! Ma davvero sarebbe stato tutto così facile?
    Mi spiace Enrico, dissi fra me e me, ma non mi piacciono le morti violente . Già una, la tua,  era sufficiente, due no, troppe, e non vorrei essere io la terza.
    Salutai con un sorriso l’avvocato, scesi le scale, presi un taxi e diedi un indirizzo..

    Adesso sto per salire su un aereo, hanno chiamato per l’imbarco.
    Il mar Rosso mi aspetta; per ora, il primo volo libero era quello, poi si vedrà. Non ho avuto la forza, o meglio la voglia di accendere il cellulare per vedere le chiamate che sicuramente mi avevano fatte, anzi, l’ho nascosto in una intercapedine del taxi, fra i due sedili, tanto per confondere un po’ le idee. Mi spiace solo non poter guardare la faccia di Franchini, quando lo saprà!Magari ritornerò, magari no, chissà. Il mondo è grande e ci sarà un angolino anche per me, lontana da eredità, notai, avvocati e tommasine varie. Ma soprattutto lontana dagli incubi.

    ADDIO ENRICO. STAVOLTA PER SEMPRE.
    RIPOSA IN PACE, SE TI RIESCE!

    FINE

     

     



    Scritto da: Melysenda


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    Fatti il segno della croce



    leggi il capitolo precedente: IL FATTORE “CA…”



    “Tommasina Leccacorvi, nata a Bovalino (RC) – il 23/06/1946”. Che mi prendesse una paralisi.
    Mai cognome fu più indicato. Una cornacchia di nome e di fatto. Si era fatta intestare in qualche modo la casa di Bracciano e ora puntava, dritta dritta, anche a quella di Vicolo della Moretta in combutta con la vedova scaltra e con la regia del notaio Franchini.
    “Dove hai studiato da ispettore? Alle scuole serali? Troppe fiction Manu, troppe fiction…” mi sussurrò, sarcastica, l’anima burlona di Enrico.
    Io invece, a dispetto delle ironie del mio amato odiato ectoplasma, mi sentivo di aver imboccato la strada giusta.
    Tommasina l’avevo cacciata, liquidata, insignificante rispetto alla mia Mery, ma lei mi ronzava intorno, con quel suo inquietante nido di vespe attecchito sulla cocuzza.

    Rimaneva da scoprire chi era la vedova scaltra.
    Enrico me lo aveva scritto sul foglietto riposto nello scrigno: “Una persona, a tua insaputa, mi ha stravolto la vita…”. Non poteva essere che quella madonna, di nero vestita, che avevo sorpreso davanti alla tomba di Enrico in compagnia di Tommasina, la fattucchiera.
    “Ma sei la reincarnazione di Agata Christie,…ahahah…” ironizzò, con una risata lugubre, il mio caro Professore che ormai albergava dentro di me e si prodigava in battute a suo piacimento.
    “Ma insomma…rompi più da morto che da vivo…” risposi, come se fosse normale dialogare con i trapassati.
    Dovevo mettermi alla ricerca di quella donna, l’avevo intravista di sfuggita al cimitero, ma l’avrei di sicuro riconosciuta se l’avessi incontrata, riflettei, mentre dal catasto stavo tornando a piedi al Vicolo della Moretta.

    Rientrai in casa. Salutai la Mery intenta a preparare il pranzo e mi diressi subito nello studio.
    Volevo capire cosa poteva essere accaduto allorché Enrico interruppe frettolosamente la scrittura di quel bigliettino indirizzato a me, se gli eventi avessero preso una brutta piega.
    Cercai di immaginarmi la scena come in un film: Enrico arrampicato sulla scala, intento a scrivere il biglietto, Tommasina che rientra in casa dalla spesa,  Enrico che rimette tutto a posto il più velocemente possibile, Tommasina che si precipita nello studio, il Professore colto in uno stato di apprensione e di imbarazzo e poi, qualche tempo dopo, Enrico muore, d’infarto!
    “Deciditi, o sei Agata Christie o sei Dario Argento…ma entrambi, per carità…” si divertiva, il mio fantasma, a stuzzicarmi, sempre più divertito.
    “Fottiti!” lo zittii lapidaria.

    Ero spossata. Mi concessi un bagno ristoratore. Ma non smisi di riflettere e continuai a pensare al motivo per cui Enrico mi aveva lasciato in eredità la casa di Vicolo della Moretta.
    Con il volto imperlinato dalle goccioline di sudore, quasi che i pensieri evaporassero, ne trattenni uno, il più vivido e convincente.
    Enrico mi aveva lasciato la casa per un debito di riconoscenza, perché mi aveva nascosto l’esistenza dell’altra casa di Bracciano, mi aveva tradito, mi aveva negato la maternità.
    Enrico, in fondo, mi amava e avrebbe desiderato tanto, se qualcosa fosse andato storto, che io, consenziente, avessi vissuto il resto della mia vita in quello che doveva essere il nostro nido d’amore.
    “Manu, ti prego…non fare Liala, che quasi piango…” così si materializzò nuovamente la vocina di Enrico, e il suo sarcasmo, ora, sembrava volgere verso la commozione.
    “Sei un farabutto, un adorabile farabutto!” ribattei nel tumulto dei miei pensieri.

    “Se ripercorri i miei passi ca…”. “Capirai” stava scrivendo Enrico, sicuramente. E io avevo capito, non tutto, ma quanto basta, avevo ripercorso i suoi passi.
    L’Università. Gli studenti. La politica. Il Bolognese. Il notaio. Avevo percorso la via crucis, Enrico mi aveva preparato la strada, con il suo lascito ed il suo bigliettino, quasi una caccia al tesoro. Avevo imparato a conoscerlo meglio, nei suoi meriti e nelle sue debolezze, ed anche io mi ero capita di più.
    Aver vestito i panni del detective dell’anima, in fondo, non mi era dispiaciuto.
    “Oddio noooo…Freud no! Risparmiamelo…” rimbombò l’eco del mio Enrico.
    Stavolta no, non gli risposi. Avevo più voglia di coccole che di battute e, seppur nella fantasia, sentii una mano sfiorarmi con infinita dolcezza.
    Però ancora non era venuto il tempo del relax, dovevo ancora scovare la vedova scaltra, e un’illuminazione mi fulminò.
    Il Centro Estetico! L’avevo quasi dimenticato; che la cornacchia sederona si annidasse lì?

    Andai spedita nello studio, frugai compulsivamente nel cassetto dello scrittoio, dove c’erano i bigliettini.
    Lo trovai: “Centro Estetico La Palma – Via De’ Banchi Vecchi, 32”.
    Scesi. Prima di partire per la mia ultima missione mi concessi un espresso al Gran Caffè Dé Banchi Vecchi in Vicolo del Malpasso, che poi era davanti casa.
    Toh! Anche la toponomastica mi lancia dei segnali, riflettei divertita.
    Avevo seguito i passi di Enrico, e ora dovevo effettuare il malpasso.
    Ero consapevole di non essere brava negli interrogatori ed in più avevo i nervi a fior di pelle, ma l’adrenalina era ai massimi e quindi ero sicura che avrei dato il meglio di me stessa, cioè, il meglio del peggio…
    Mentre percorrevo i Banchi Vecchi mi caricavo, le persone che incontravo e gli artigiani che facevano capoccella dalle botteghe, sembrava che mi incitassero: “Dài Manu, cantagliele…”.
    Ero pressoché certa che quella femmina sculettante, come una chiatta in balìa delle onde, scorta al cimitero, era la vedova scaltra, l’amante di Enrico che lo aveva subdolamente circuito, complice Tommasina.
    Ero pronta ad affrontarla, la signora del centro estetico; “fatti il segno della croce…” l’avvertii idealmente, “ne avrai bisogno”.



    Scritto da: Uno dei Ragazzi della III E


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    Come bracieri



    leggi il capitolo precedente: Parole come pietre



      

    Entrai in casa seguita da Diego  e da Erasmus   e la prima cosa che mi venne in mente da fare fu quella di congedare Tommasina. Volevo stare da sola con Diego  mi sembrava che Enrico fosse lì con me, i suoi stessi gesti, la sua infinita dolcezza nello sguardo, volevo interrogarlo, sapere di lui e quanto conosceva di Enrico,fu in quel momento che mi assalì la curiosità di indagare e di scoprire perchè Enrico era morto.E poi…! quell’uomo mi piaceva,ero attratta da lui e il desiderio di stargli vicino e di proteggerlo mi entrò nell’anima con un piacevole brivido.
    Erasmus scodinzolando,saltò sul divano accanto al camino e Diego con un sorriso si rivolse al cane:"Era tanto che lo desideravi,ora potrai godertelo un po’ finche la padrona di questa casa, non ci manderà via."
    "Vorrei per prima cosa che tu Manuela, mi lasciassi fare una doccia e poi parleremo con calma,magari facendoci un te, che ne dici?"

    Mi sentivo più tranquilla, quasi felice e mentre Diego stava sotto la doccia, io accesi il televisore della cucina. Tutto mi era improvvisamente  diventato familiare,sembrava che in quella casa ci fossi  da sempre.Misi l’acqua sul fuoco e preparai le tazze,di colpo mi bloccai alla notizia del telegiornale.
    Parliamo ora del caso di Enrico De Donato, pare che la morte del famoso scrittore, non fosse dovuta ad un malessere, ma provocata da un potente veleno,inserito sotto cute da una siringa, la notizia è trapelata  stamani dalla questura, che non ha rilasciato per ora nessuna dichiarazione, vi daremo maggior informazioni al prossimo notiziario.

    Rimasi attonita e sbalordita e bussai,con forza ,alla porta del bagno, che si aprì e, avvolto nel bianco accappatoio di Enrico , mi trovai di fronte un uomo bellissimo; i suoi occhi azzurri, come il cielo,si posarono sui miei e le guance mi si accesero come bracieri ardenti. Capii in quel momento, di essermi innamorata.

    Raccontai a Diego quanto avevo udito dal telegiornale, ma  lui non rimase sorpreso,mi prese la mano e mi condusse nella bibblioteca:"Dobbiamo mettere la casa a soqquadro , prima che lo faccia la polizia. Qualcuno ha parlato e, prima di scoprire chi è e perchè l’ha fatto, dobbiamo cercare quello che Enrico ha nascosto."
    "Ma… cosa devo cercare?" dissi
    "Dischetti da Computer, non posso per ora dirti di più.. fidati di me!
    Cercammo ovunque,poi a Diego venne l’idea:"Il bagno…!! perchè non ci ho pensato subito?Enrico è morto li, forse li ha nascosti  mentre si sentiva male". Ed insieme trovammo i dischetti.
    Erano fasciati dentro una busta sigillata di plasticall’interno della vaschetta dell’acqua e mentre cercavamo di aprirla, il telefono squillò facendoci trasalire.   


    Scritto da: Gabriella


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    La borsa



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    – Ommioddio ommioddio. Mi avrà vista qualcuno spiare? E se la persona che ha sparato stesse puntando anche me?- Mi guardo intorno, confusa e terrorizzata, come se volessi scorgere negli occhi degli altri un indizio. Prendo un fazzoletto e cerco di pulirmi il viso. Non riesco a togliermi dalla testa l’immagine di tutto quel sangue.  – Ma chi è stata uccisa? Tommasina? La misteriosa sconosciuta? Non so, sono andata via talmente in fretta che non ho guardato bene. E’ possibile che una delle due abbia ucciso l’altra? O invece è opera di una terza persona?  Rischio anche io la vita o non c’entra nulla con me? Qualcuno mi ha seguita e ha voluto darmi un avvertimento? Ma avvertirmi di cosa? Sono frastornata, cosa posso fare? – Elaboro queste riflessioni in tempo record. Faccio un sospiro profondo e torno indietro. Devo sapere, devo capire. Magari senza avvicinarmi troppo al cadavere per evitare di vederlo e  ravvivare lo sconcerto che mi ha provocato la prima volta. Dentro la Chiesa si è creata un po’ di confusione. Gente che piange, che urla la disgrazia.  Qualcuno ha prontamente e provvidenzialmente coperto il corpo con delle stoffe bianche, forse vecchi paramenti. Si sono tutti impregnati di sangue, ma almeno lo scempio che è stato fatto al volto della donna non è alla mercè di tutti. Cerco di studiare la sagoma: sono sicura che non è la donna formosa che stava con Tommasina, eppure non sembra neppure la domestica. Potrebbe esserlo, ma non mi convince.
    Analizzo le facce di tutti i presenti. E se l’assassino fosse  uno di loro? Ci sono circa una ventina di persone, non so se sentirmi più al sicuro qui tra loro o fuori di qui. Sto tremando.
    Arriva la Polizia, mentre in lontananza si sente arrivare l’ambulanza…  non credo ce ne sia bisogno ormai.
    Alcuni poliziotti fanno i rilievi del caso, mentre altri iniziano a fare domande. Prendono alcune informazioni, poi registrano i recapiti di tutti. Saremo chiamati nei prossimi giorni, per parlare con calma in commissariato. Bene, mi ci mancava solo questo.
    Arrivo a casa stremata.  Quando entro ho un po’ di timore: se ci fosse qualcuno appostato a farmi la festa? Mi prendo di coraggio, ispeziono tutto l’ appartamento, per accertarmi che non ci sia nessuno. Che stupida! Ho visto troppi film gialli! E’ irrazionale, ma quando mi assicuro che a parte me l’appartamento è vuoto, mi sento più tranquilla. Finirò per impazzire: a parte il periodo in cui stavo con Enrico, non ho mai avuto tutte queste emozioni in così poco tempo. L’eredità, il cambio di casa, il conto corrente, l’omicidio… a dire la verità , credo che neanche quando stavo con Enrico abbia mai provato queste emozioni, insomma, vedere uccidere una persona non poi una cosa a cui si assiste tutti i giorni….
    Decido di prepararmi la cena. Anche se non ho molta fame. Anzi, non ne ho per niente. Sono ancora troppo scombussolata per quanto accaduto. E ho ancora un dubbio, lancinante: chi è la donna uccisa?
    E’ probabile che diano la notizia al telegiornale della sera. Mi abbandono davanti al divano e accendo la tv , un vecchio modello che se alzo un po’ il volume emette uno strano fruscio…forse dovrei farlo sistemare, anzi no,magari se mi trasferisco nell’attico di  Enrico ne compro uno nuovo ultimo modello. Se mai deciderò di andare a viverci. Date le ultime contingenze, è forse meglio starmene a casa mia tranquilla.
    Prima di arrivare alla notizia che a me interessa, devo sorbirmi circa dieci minuti tra  televendite e pubblicità, più due lunghe notizie di politica estera. Cosa di cui non mi può interessare di meno, almeno per il momento. E poi finalmente sento l’annuncio:
    “ Omicidio oggi al Verano. Erano circa le 17 quando la vittima, una donna la cui identità è ancora in fase di accertamento, è stata sparata al viso da una pistola di medio calibro. La polizia sta indagando sul movente e sull’esecutore del delitto, ma non ci sono ancora piste ben definite. E ora passiamo alla pagina…”
    Sto incollata al televisore, avida. Ma alla fine dell’annuncio, un po’ scarno a dire la verità, mi sento ancora più vuota. In pratica è tutto punto e accapo, perché hanno così tante difficoltà nel riconoscere la vittima?.
    La mattina dopo, mi sveglio forzatamente sentendo suonare il cellulare.
    – Pronto, è la signora Danzuso? – mi sento urlare dall’altro lato del ricevitore.
    – Si, sono io- , dico, con la voce un po’ impastata. Per addormentarmi stanotte ho dovuto prendere alcune gocce di sonnifero e ne risento adesso al mio risveglio.
    – Buongiorno signora Danzuso, sono il commissario Cutrona , ci siamo visti ieri per l’omicidio al Verano. La chiamo per  chiederle se può raggiungermi nel mio ufficio in mattinata. Sarà una formalità, vogliamo solo farle alcune domande. – Acconsento alla richiesta, con la promessa di trovarmi in commissariato tra un’ora circa. La frase “vogliamo solo farle alcune domande”, non mi suona bene, odio essere interrogata, spero non sia una cosa lunga.
    Al Commissariato vengo ricevuta dal  Dottor Cutrona, ieri mi aveva fatto l’impressione di un uomo burbero e scontroso, ma oggi non sembra poi così terribile. Sembra più mite.
    –            Dov’era lei quando ha sentito lo sparo?- esordisce dopo un breve preambolo in cui mi rassicura che si tratta di una formalità e le stesse domande sono state fatte a tutti coloro che ieri erano presenti nella scena del delitto.
    –     Ero fuori, davanti la chiesa, ero uscita perché l’incenso mi provocava bruciore agli occhi. –
    –     Da quanto tempo si trovava lì, al cimitero?- incalza
    –            Mezz’ora credo, non di più. Sono passata prima davanti la tomba di un mio conoscente e  poi ho pensato di entrare in Chiesa, sa , volevo distrarmi, era una persona molto cara…. – dico, in un tono così convincente che credo veramente di essere entrata in Chiesa non per seguire le due donne, ma per crisi improvvisa di tristezza. La cosa in realtà non sarebbe poi così priva di fondamento.
    –     Non abbiamo ancora trovato l’identità della vittima – continua lui, facendosi adesso più severo – l’unica cosa che stiamo analizzando al momento sono i vestiti, da questi vorremmo arrivare ad un riconoscimento. Lei era sul luogo del delitto, e quindi volevo sapere se per caso ha visto qualcuno con degli abiti simili prima dello sparo. –
    Questo Cutrona sa il fatto suo, ha fatto una domanda precisa, come se sentisse che era proprio questo che volevo evitare di dire. Non ho mai fatto la spia, figuriamoci ora che c’è a repentaglio probabilmente la mia vita. Però forse sarebbe meglio  collaborare, e dire effettivamente ciò che ho visto. Forse potrebbero aiutarmi, forse potrei fare giustizia, forse se fosse ….
    –     Signora Danzuso? Dunque, aspetto una risposta!- dice con impeto l’uomo, svegliandomi dalle mie riflessioni.
    –     Allora, a dire la verità ho visto un paio di donne vestite di nero avvicinarsi verso la Chiesa. Ma in un cimitero presumo sia una cosa normale, non crede? – ho un tono di voce metallico e secco.-  Mi ero allontanata  dalla tomba del mio conoscente defunto e le ho viste di spalle avvicinarsi in Chiesa, io ero dietro di loro, a una certa distanza. Una volta dentro però mi pare proprio di non averle viste. Ma, le ripeto, sono stata così poco all’interno che non ho guardato bene chi ci fosse. –
    Sono una bugiarda? Non proprio, ho solo omesso alcune cose. E pur sempre la verità, ero dietro di loro e dentro non c’erano più! Mi chiedo solo se ho fatto bene a parlare, forse l’omicidio non c’entra nulla con Enrico, e magari il mistero della sua morte è qualcosa che posso risolvere da sola.
    –     Quindi non ha guardato bene che aspetto avessero?-
    –     Beh, una mi è sembrata molto alta e giovane, l’altra era piccolina e più tozza. –
    –     Mhmm – fa pensieroso Cutrona.
    –     Dottore scusi, non ho capito una cosa. Come mai non siete riusciti a identificare la vittima? Non c’erano i suoi documenti nella borsa? –
    –     Borsa? Quale borsa?-
    –     Si, la borsa. L’ho vista subito dopo lo sparo, quando abbiamo trovato tutti il cadavere. –
    –     A dire la verità noi non abbiamo rinvenuto nessuna borsa. Non c’era nulla vicino al corpo. E’ sicura di quello che sta dicendo? –
    –     Si, sicurissima.  –
    –     Bene. – fa una pausa – Signora, grazie. Le sue informazioni sono state utilissime. – E’ probabile che la richiameremo, se abbiamo bisogno di ulteriori dettagli.- e dicendo così mi congeda.
    La situazione si sta facendo più ingarbugliata del previsto. E chi ha preso la borsa, è perché ha qualcosa da nascondere. Qualcosa che si trova là dentro.
    Vado in vico della Moretta. Ed esco fuori tutte le carte, apro i cassetti, immagino dei probabili nascondigli. Cerco qualcosa che possa darmi una chiave di lettura in tutto questo caos. Povera Mary, ho mandato in malora tutto il lavoro  che aveva fatto, c’è un disordine pazzesco.
    Nella mia ricerca mi distoglie solo il campanello. Possibile che sia l’assassino? Mi ha seguita? Guardo dallo spioncino. Non sembra una persona cattiva. E’ un uomo alto, completamente sbarbato. – Chi è?- dico.
    –     La prego signora Manuela. Mi apra. Non le farò nulla. La prego! –
    Continuo a guardare la figura al di là della porta, mi è stranamente familiare.
    Sono una pazza incosciente, apro la porta.
    –     Signora Danzuso, mi deve aiutare. Mi chiamo Paolo, ma forse lei mi ha visto con i vestiti di lavoro, in quel caso sono Pamela…. –
    Guardo l’individuo allibita, iniziando a mettere assieme i tasselli… Pamela/Paolo, lei, lui, insomma, questa persona è la donna col sederone gigante che ho visto al cimitero…. Ma che c’entra con Enrico?
    –     Signora Danzuso, la prego. Deve ascoltarmi un attimo. Ecco… dovrebbe aiutarmi a nasconderla. –
    E così dicendo mi porge un sacco di plastica trasparente e dentro, dentro c’è la borsa che avevo visto il giorno dell’omicidio, vicino al cadavere.



    Scritto da: ** Valentina **


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    Congetture



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    Vedendola smarrita, invito Silvia  a sedersi con me in cucina mentre io preparo un caffè per entrambe.
    “Proviamo a fare un po’ il punto della situazione, perché ci sono troppe cose che non quadrano” le dico guardandola negli occhi.
    Mi ascolta come se fosse in trance. Forse continua a pensare alle foto che mancano all’appello.
    Le racconto rapidamente le cose che ho scoperto dal momento in cui ho rimesso piede, dopo tanti anni, in questa casa.
    “ Ipotizziamo che ci sia veramente qualcuno che non vedeva di buon occhio la sua relazione con Enrico. Questo qualcuno, che potrebbe essere il suo fidanzato, oppure un’altra persona, scrive al professor De Donato le lettere minatorie e  scrive a lei  per comunicarle che presto la vostra storia finirà in un modo o nell’altro’.”
    “La seguo. Ma se c’era qualcuno che non voleva che io ed Enrico continuassimo a vederci, questo qualcuno dovrebbe avere raggiunto il suo scopo, visto che io ed Enrico avevamo smesso del tutto di vederci.”
    “E’ quello che penso anch’io. La terza lettera minatoria, tra l’altro, più che rinnovare le minacce, annuncia l’esecuzione. Dice ‘Lurido maiale, ti avevo avvertito’.Come se il tempo per correggersi fosse ormai passato. Eppure non doveva essere difficile verificare che la vostra relazione era finita”.
    Silvia si agita sulla sedia, torcendosi le mani, poi si mette a piangere.
    “ Forse chi ha ucciso Enrico non sapeva che ero tornata a Saronno..”
    “ Eppure, proprio mentre lei è a Saronno le arriva una lettera che le preannuncia che la vostra storia finirà ‘ in un modo o nell’altro’. Non è strano?”
    “ E’ vero, non ci avevo pensato”.
    “ Secondo me, le lettere minatorie sono una falsa pista. Qualcuno aveva ottimi motivi per eliminare Enrico, ma, sapendo della vostre relazione, ha iniziato a costruire un movente alternativo per allontanare l’attenzione da quello reale”.
    “Ma che motivo potevano avere per uccidere Enrico?”
    “ Questa domanda dovrei fartela io” replico, passando al tu senza accorgermene “ Sei tu che hai vissuto accanto a lui negli ultimi tempi.”.
    “ Non mi ricordo che mi abbia mai parlato di minacce”
    “ Sei proprio sicura?”
    “Beh, adesso che mi ricordo, c’è stato un episodio che mi ha dato da pensare”.
    “Tipo?”
    “ Stavamo venendo a casa sua perché lui voleva mettere a fuoco meglio alcuni aspetti della mia tesi….”
    Non so trattenermi: “ Con la Polaroid, immagino”.
    Mi guarda disorientata.
    “ Scusami, vai avanti” le dico, toccandole il braccio.
    “ Insomma stavamo in Campo dei Fiori” riprende lei “ quando due ragazzi in motocicletta sono passati vicino a noi, urlandogli degli insulti.”
    “ Di che tipo?”
    “ Di tipo politico, l’unica parola che ho sentito distintamente è stata  ‘fascista’. Lui ci è rimasto molto male”.
    “ Beh, lo immagino…”
    “  Pochi giorni prima era uscito quell’editoriale ….”
    Faccio uno sforzo di memoria e mi viene in mente il titolo del pezzo. L’articolo, uscito sulla prima pagina del “Corriere della Sera”, era intitolato “Il Belpaese dove nulla cambia” e parlava di com’è vista l’Italia all’estero. Particolarmente colpiti dalla durezza e dai sarcasmi spietati di quell’editoriale erano stati i  partiti della sinistra massimalista, accusati di essere pregiudizialmente contrari al cambiamento, definiti “un’autentica palla al piede”. La chiusura dell’articolo era pesantissima: “ Nella classifica delle iatture che possono capitare ad un paese, subito dopo i leader in malafede vengono quelli che continuano ad inseguire le loro utopie adolescenziali”.
    Era stato attaccato soprattutto dai vecchi compagni di fede.
    Un intellettuale con il quale aveva condiviso molte battaglie aveva risposto con un attacco personale intitolato “ Cerchiobottismo e senescenza”.
    Doveva conoscere bene i punti deboli di Enrico l’ex amico che aveva scritto quell’articolo: niente lo mandava più in bestia dell’essere accusato di opportunismo. “Se fossi stato un calcolatore, sarei rimasto a sinistra. O almeno mi sarei tenuti per me i miei ripensamenti.” diceva sempre anche all’epoca in cui abitavo con lui in Vicolo della Moretta.
    Anche l’insinuazione relativa all’età doveva averlo ferito. “ Ho raggiunto tutti gli obiettivi che erano alla mia portata, adesso mi resta solo quello di invecchiare con grazia” diceva con ironia.
    “Comunque” riprendo “ mi sembra difficile che qualcuno possa averlo ucciso per le sue idee politiche. In genere chi compie azioni di questo genere ci tiene a farle riconoscere come omicidi, anzi come esecuzioni”
    “ Giusto” si rianima Silvia .
    “  Per me esiste solo una possibilità, ammesso che Enrico sia stato effettivamente ucciso, cosa tutta da dimostrare, tra l’altro. Nel primo messaggio che ho trovato Enrico mi diceva che in banca avrei trovato delle lettere minatorie e un suo diario. Diario che non ho trovato affatto!”
    “ E quindi?”
    “ E quindi  esiste una sola possibilità: Enrico riceve le lettere anonime, non le consegna alla polizia perché dovrebbe mettere in piazza una situazione imbarazzante, ma le porta in banca e le lascia nella cassetta di sicurezza. Poi succede qualcosa che lo convince che chi vuole ucciderlo non è affatto interessato alla fine della vostra relazione. Lo scopre parlando con il tuo ragazzo.”
    “ E’ vero!” esclama Silvia “ dopo l’incontro con Enrico, Mauro, ad un certo punto continuava a dirmi, quel giorno : ‘ Ma per chi mi ha preso quello?’. Non capivo a cosa si riferisse, ma in quel momento ero troppo sconvolta per chiederglielo.”
    “ Parlando con Mauro, Enrico evidentemente lo ha accusato di avere scritto quelle lettere. Mauro ha negato in maniera così netta da convincerlo. A quel punto deve essere successo qualcosa che ha fatto capire ad Enrico chi era l’autore delle lettere, qualcuno al corrente della vostra relazione”.
    “ Ma chi poteva avere interesse, escluso Mauro, a convincere Enrico a troncare la nostra relazione?”
    “ Non è che c’era qualcun altro oltre Mauro?”
    “ Ma cosa dici? Per chi mi hai preso?”
    “ Cosa ne so? Ti vedo oggi per la prima volta…”
    “ Te lo giuro, non c’era nessun altro.”
    “ Allora chi scriveva le lettere aveva un motivo diverso per minacciare e poi uccidere Enrico, ma ha preferito usare questo tema per intimidirlo.”
    “  E il diario?”
    “ Quando Enrico ha capito chi poteva essere l’autore delle lettere ha iniziato a scrivere un memorandum, con l’intenzione di portarlo in banca per metterlo nella cassetta di sicurezza, insieme con le lettere. Peccato che sia morto prima di avere il tempo di farlo”
    “ Povero Enrico!” sospira lei.
    “ Però c’è una cosa che non mi hai ancora detto. Quando hai visto le foto mi hai detto che mancava qualcosa. Che cosa?”





    Scritto da: Filippo


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    Il Distacco



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    Invece questo diario  mi brucia tra le mani come se contenesse l’anima palpitante di Enrico.E forse è così. Ci sono i suoi pensieri di uomo, di scrittore, di intellettuale: fitte pagine scritte con quella  grafia minuta e contorta che solo io sapevo decifrare. Apro pagine a casaccio, le scorro veloci e il mio nome ricorre continuamente. Manuela ha detto… Manuela ha fatto… Manuela… Manuela… sempre io, viva nei suoi pensieri come ora lo è questo diario.

    Giulia mi sta seduta di fronte e aspetta in silenzio. Solo quando si alza per prendere dalla borsa le sigarette le faccio cenno di no con la testa.
    “No cosa?” mi chiede tornando a sedere.
    “Le sigarette” rispondo mentre poso il diario sul tavolo “In questa casa non si fuma. Enrico non l’ha mai tollerato e se proprio non puoi farne a meno vai in terrazza” e aggiungo “per favore”.
    La reazione di Giulia è immediata. “Ma stai scherzando? Parli di lui come se fosse ancora vivo, come se dovesse entrare da quella porta da un momento all’altro. E’ assurdo, Enrico è morto e questa ora è casa tua!”
    “Non occorre che mi fai il punto della situazione. So bene come stanno le cose ma desidero ugualmente che qui non si fumi”.
    Dal mio tono risoluto Giulia capisce che non è il caso di discutere però è visibilmente contrariata. Difatti si alza di scatto e quasi con stizza prende le sigarette e si avvia verso la terrazza.
    Ho esagerato, lo so, e Giulia ha ragione a criticare il mio divieto ma è stata una reazione incontrollata come se davvero inconsciamente mi aspettassi di vedere spuntare Enrico.
    E’ quel diario che me lo ha reso reale, che me lo ha fatto sentire in piedi dietro di me mentre lo leggevo. Ho percepito la sua presenza anche se so bene che è solo la mia suggestione a creare una sorta di fantasma che non esiste. In ogni caso, Enrico o non Enrico, qui dentro non si è mai fumato e mai si fumerà.
    Mi sveglio nel cuore della notte con il cuore in tumulto. I numeri rossi della sveglia digitale sul comodino indicano le quattro e dieci. Giulia è acciambellata sotto il piumone e dorme profondamente.
    Cos’è quest’ansia che mi fa battere così tanto il cuore da svegliarmi? E’ questo lettone che dividevo con Enrico o è perché non sono più abituata a dormire con qualcuno?
    Domani dovrò provvedere a creare una stanza tutta per Giulia. Ci sarebbe quella della domestica che è spaziosa e ha la finestra sui tetti di Roma, tanto Tommasina l’ha usata solo come stireria.
    E poi ci sarebbe da sistemare la stanza degli armadi e regalare tutto il guardaroba di Enrico.
    E poi ci sarebbero da riordinare le sue carte e buttare il superfluo.
    E poi devo leggere il diario.
    E poi… sfido che non dormo se penso a tutte le cose che bisogna fare nei prossimi giorni.
    Quando Giulia si sveglia sono già al secondo caffè e sono anche scesa al bar da Gigetto per comprare i cornetti caldi alla marmellata che le piacciono tanto. Voglio farmi perdonare di essere stata dura per la storia del fumo, ma dovrà farsene una ragione: non intendo recedere dai miei propositi.
    La faccia assonnata di Giulia mi fa sorridere: è sempre stata dormigliona e le ci vuole almeno un’ora la mattina per acquistare la piena lucidità. Ma oggi è più lenta del solito, rigira lo zucchero nel caffè svogliatamente e non ha degnato di uno sguardo i cornetti.
    “Senti Manuela” posa il cucchiaino e incrocia le braccia mentre mi guarda con aria contrita “io me ne torno a casa”
    “Quale casa?” reagisco immediatamente alzando il tono della voce
    “La nostra casa, quella dove siamo state fino a ieri” risponde pacata
    “Tesoro, cerca di capire, qui dentro è pieno di tappeti, tendaggi, libri e carte. S’impregnerebbero di fumo e la casa puzzerebbe come la peggiore delle bettole. Non puoi fare un piccolo sacrificio? In fondo sarebbe un ottimo deterrente per fumare di meno e gioverebbe alla tua salute” le sorrido nella speranza che capisca che su questo argomento è inutile discutere.
    “Il fumo non c’entra niente. E’ che… qui non mi sento a mio agio. Certo la casa è molto bella e dovrei essere felice di viverci, ma sono sicura che ci vivrei male”
    “Male dici? Passare dalle stalle alle stelle è un male? Non ti capisco proprio”
    “Non mi vuoi capire”
    “Ma se fino a pochi giorni fa eri eccitata all’idea di venire ad abitare qui e  ieri mattina appena hai visto la casa eri così raggiante che mi sembravi Alice nel paese delle meraviglie. Oggi ti sei svegliata con la novità che non ci vuoi stare. Ma cristo santo, mi spieghi cos’è che non voglio capire?”
    “Eppure non è difficile. Non capisci che questa è la casa di Enrico, che c’è lui in ogni angolo, in ogni buco, in cielo, in terra e in ogni luogo?”
    “Mo’ ci manca solo che dici che Enrico è uno e trino e ti fai il segno della croce quando parli di lui. Ma fammi il piacere va’ e mangiati un cornetto che forse con lo stomaco pieno ragioni meglio”
    “Hai sempre voglia di scherzare tu, ma io sono serissima e ti dico che ora raccolgo le quattro carabattole che ho portato e me ne torno da dove sono venuta”
    “E mi lasci sola dopo tanti anni di convivenza?”
    “Tranquilla non ti chiederò gli alimenti”.  Finalmente mi sorride e agguanta un cornetto con aria famelica. Faccio altrettanto e al primo morso la marmellata ancora tiepida mi schizza in faccia e mi cola tra le dita.
    “Sei un disastro. Non imparerai mai a mangiare un cornetto ripieno” Giulia scuote la testa sconsolata mentre io mi lecco le dita impiastricciate.
    Vorrei dirle di restare, di non lasciarmi proprio quando ho più bisogno della sua presenza, ma mi limito a guardarla nella speranza che cambi idea.
    “Manu’ ascolta” dice in tono conciliante “ è vero che ieri mattina ero eccitata appena ho visto questa meraviglia di casa, però pian piano mi sono resa conto di essere fuori posto e ti assicuro che il fumo non c’entra una mazza col senso di disagio che ho avuto per tutto il giorno. Questa casa non diventerà mai la “mia casa”, mi mette troppa soggezione. Non camminerei per non calpestare i tappeti persiani, non andrei al cesso per non sporcarlo, non mi muoverei per paura di rompere qualcosa. Perché qui pure lo scopino del water vale una cifra”.
    “E allora? Abbiamo arredato questa casa con cura scegliendo sempre il meglio perché Enrico, anche se  si professava comunista, amava vivere nel lusso. Non vedo come questo ti possa creare disagio. Ora la casa è mia e, tranne fumare, puoi fare quello che ti pare, anche rompere un vaso e sporcare i tappeti. A proposito, usciamo in terrazza. Oggi ho anch’io voglia di fumare una sigaretta” e aggiungo con aria maliziosa “Sempre che me la offri”.

    “Garda Giulia” le dico mentre faccio scorrere la pesante portafinestra ed esco sulla terrazza “Questa è Roma, col Tevere che scorre ai suoi piedi, con i suoi palazzi  e i suoi tetti, con la sua lunghissima vita di puttana d’alto borgo. Qui trovi il senso della storia di questa città e te ne senti partecipe. Lo capisci? Qui sei anche tu nella storia di Roma, non come in periferia, tra gli anonimi palazzoni di cemento che puzzano di cavolo bollito e colonia dozzinale, dove sei sempre alle prese  con i vicini che urlano a tutte le ore, con la ragazza del piano di sopra che passeggia per casa con i tacchi a spillo…
    “Maro’ come si diventata snob” mi interrompe di colpo e sbuffa il fumo dal naso come un toro infuriato “Io ci sono nata e cresciuta in periferia e non mi sento per questo meno romana di chi vive in centro. E poi non c’azzecca niente la storia, i palazzi , il Tevere e tutta ‘sta filosofia che hai tirato fuori. Io voglio continuare a vivere a casa mia, mia, miaaa… tra le mie povere cose comprate alla Standa che se si rompono non mi piglia una sincope. E poi Manù, abbiamo tanti ricordi lì, anni passati insieme a tribolare per i soldi che non bastavano mai e a ridere di tutte le scemenze che ci passavano per la testa. E se te la devo dire proprio tutta, questa non è nemmeno casa tua. Non basta esserne legalmente la proprietaria o averla arredata insieme a Enrico, o averci vissuto per molti anni. Non c’è la tua anima qua dentro ma solo la sua. E non scherzavo ieri  quando ti ho detto che sento la presenza di Enrico ovunque. Ecco, la sua anima è qua ma non la tua.”.
    “Mi stai dicendo che dovrei venire via con te?” Giulia è sempre in po’ rozza quando esterna le sue opinioni ma ha l’abilità di puntare al cuore delle cose e fare centro.
    “No Manu’, al contrario. Tu devi rimanere, sola, con Enrico, e con tutti i ricordi di lui che questa casa ti aiuterà a tirare fuori. E poi c’è il diario che sicuramente ti farà capire e chiarire, una buona volta per tutte, qual è stato il tuo ruolo nella vita di Enrico e a riconciliarti con lui per chiudere la vostra partita ancora aperta. Io sarei di troppo in questa operazione, un terzo incomodo quanto mai inopportuno.”
    “Però la tua presenza potrebbe essermi di aiuto” le dico con un filo di voce.
    Mi sorride dolcemente “Non posso… ti prego… e non voglio aiutarti.” le sue parole sono quasi una supplica “Devi fare tutto da sola: è una questione fra te e lui; io non c’entro nulla. Te l’ho già detto. E solo quando avrai trovato la risposta ai dubbi che ti hanno lacerata in tutti questi anni, troverai pace nel tuo cuore. Solo allora lo potrai lasciare andare e chiudere definitivamente la partita. A quel punto sarai in grado di scegliere se continuare a vivere qui o andartene, e… solo a quel punto questa casa sarà veramente tua. Non prima… non prima”.
    Sono basita. Non mi aspettavo che dalla testolina di Giulia potesse venire fuori tanta maturità e saggezza. La guardo incapace di ribattere un solo punto della sua argomentazione, tuttavia sono consapevole che  separarmi da lei sarà uno strappo doloroso che non avevo previsto.
    “Quando sarò diventata la vera padrona della casa, come dici tu, tornerai a vivere con me?” le chiedo quasi come a supplicare il  premio di consolazione.
    “Non credo” risponde immediatamente e senza mezzi termini “Anche io dovrò trarre dei vantaggi dalla nostra separazione, non ti pare? Non sono più una ragazzina ed è arrivato il momento giusto per imparare a cavarmela da sola. Fino ad ora, da sorellina maggiore, mi hai anche fatto da mamma e te ne sono grata, ma tu non sei mia madre e io non sono tua figlia: torniamo ai nostri ruoli cara sorellina. E anche se non ho alcun cordone ombelicale da tagliare con te, è bene che le nostre vite non s’intralcino a vicenda e che ognuno di noi cammini con le proprie gambe.”

    Così sono rimasta sola con Enrico, come voleva Giulia.
    Enrico… Enrico… vorrei veramente che fosse con me. Invece è solo uno struggente pensiero carico di rimpianti e di dubbi.
    Riprendo il diario e me lo stringo al petto. Resto così, nell’illusione vana di un abbraccio reale che non ci sarà mai più.
    E finalmente, senza rendermene conto, piango. Lacrime calde e abbondanti scendono rapide sul viso e si arrestano sul diario e sulle mie mani che lo tengono stretto.
    Sono lacrime antiche, accumulate fin dagli anni della mia storia con Enrico e sempre trattenute, arginate con forza e nascoste per vergogna.
    Si sono liberate da me, da sole, come Giulia…


    Scritto da: Marilù


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    LA CASA SUL LAGO



    leggi il capitolo precedente: IL FATTORE "CA…"



    Dovevo tornare da quell’idiota di Franchini. Ma non senza prove. Mi servivano le prove.


    Senza far trasparire la mia agitazione, chiedo al ‘solerte impiegato’ una copia del rogito con i dati del nuovo proprietario e di fronte alla sua titubanza sento la mia voce che grida:


    ‘Gli atti non sono secretati! E le assicuro che potrei anche farla citare in tribunale per reticenza e sottrazione di atti se non mi dà subito una copia di questi documenti!’


    Ok ok … ho barato … ma la paura negli occhi dell’impiegato (probabilmente per la mancia intascata e non per le mie minacce) mi conferma che avrei avuto immediatamente la copia.


    Uscita dal catasto vedo il  parcheggio dei taxi e decisa salgo sul primo dando l’indirizzo del Notaio Franchini.

    ‘Signora Danzuso, non può entrare ora, il Notaio è occupato..’.

    Ma la mia mano ha già spalancato la porta dello studio e per poco non do un urlo: comodamente seduto in una delle poltrone di cuoio di fronte al notaio c’è un uomo. E, anche se evidentemente più giovane,  è  il ritratto di Enrico.
    ‘Vedo che lei signora non si ferma davanti a nulla. E’ proprio come la lava di vulcano… sempre in movimento e nessuno la ferma. Mi perdoni… ma conoscendo le sue origini il paragone mi è sorto spontaneo  Ma… visto che è qui… prego… si accomodi’.
    E nel dirlo Franchini sorride… lo prenderei volentieri a schiaffi. Come in trance, con lo sguardo fisso su quest’uomo che mi guarda, apparentemente senza riconoscermi, con quell’espressione che conoscevo bene in Enrico, mi siedo sull’altra poltrona libera..

    ‘Le presento il Dott. Enrico De Donato jr. So che a questo punto lei vorrebbe delle spiegazioni da me, ma il segreto professionale mi impedisce di farlo … a meno che…’
    ‘Non si preoccupi Dott. Franchini. Non ho nessuna obiezione in merito. E credo che anche mio padre non ne avrebbe, anzi, ritengo sia la cosa migliore. E poi, se la Sig.ra Danzuso è arrivata a questo punto, ho l’impressione che sia stato lui stesso a volerlo’.
    I miei occhi corrono da un volto all’altro in attesa, sospesa, come se stessi guardando la scena di un film. La signora Danzuso? E come fa a conoscere  il mio nome?
    ‘Signorina, per cortesia, porti un bicchier d’acqua e tre caffè e disdica tutti gli appuntamenti per le prossime 3 ore’
    ‘Non voglio nulla!!! Voglio solo la verità e sapere cosa diavolo sta succedendo!

    ‘Si calmi signora, e si accomodi. Dunque, credo sia il caso che le racconti tutto dal principio. Il prof. De Donato, trascorse un certo periodo di tempo all’estero, in Francia, a Parigi per l’esattezza. Era l’epoca subito post ’68 e lui partecipò attivamente al collettivo della Sorbona. Qui ebbe una relazione con una sua coetanea, Chantal Dorléac. Dalla relazione nacque un figlio, ma il professore lo seppe solo 5 anni più tardi, quando ricevette una lettera dalla clinica oncologica dell’Ospedale Edouard Hériot di Lione. Il bambino era infatti affetto da una rara malattia genetica e necessitava un trapianto di midollo. La madre del bambino diede quindi il nome del padre naturale solo per questo scopo.  Lui si recò a Lione dove conobbe suo figlio: Enrico jr. Dal punto di vista strettamente medico il trapianto ebbe successo, ma i medici gli dissero che, col tempo, avrebbero potuto svilupparsi malattie collaterali. Nel corso della prima degenza comunque, Enrico De Donato venne messo al corrente dai medici che la malattia era dovuta ad una irregolarità cromosomica paterna. Fece degli accertamenti e i medici gli consigliarono la sterilizzazione. Tornato in Italia, mi chiese come fare per il riconoscimento del figlio ed io gli consigliai uno studio di avvocati internazionali, ecco perché sono al corrente di tutto ciò ’
    Sento freddo. Rivedo la terrazza di vico della Moretta. Io che urlo rossa in volto ed Enrico che mi volta la schiena. Perché non mi hai mai detto nulla Enrico? E io che continuavo a chiederti un figlio… La mia mente vola ancora a quell’ultima lite, alla rabbia che avevo dentro di me quando sbattei la porta di casa e me ne andai…
    ‘Comunque il prof. De Donato non si rassegnò. Tornato in Italia, oltre a provvedere economicamente al mantenimento del figlio, decise di sottoporsi ad alcune terapie genetiche sperimentali, non solo per se stesso, quanto per poter aiutare suo figlio, dargli un futuro normale. Purtroppo queste terapie avevano alcune controindicazioni e doveva sottoporsi frequentemente a controlli presso il centro di genetica sperimentale di Tor Vergata. Credo che tutti lo considerassero un ipocondriaco, ma alla luce di questi fatti cambierebbero idea.’
    ‘Ma… ma… io ho letto un articolo su una sua presunta scoperta che avrebbe cambiato la fisica! Cosa c’entra questo con Enrico? So che aveva anche una laurea in chimica, prima di dedicarsi alla filosofia e quindi a Scienze delle comunicazioni.’
    ‘No, signora Danzuso, il professore di cui parlava l’articolo sono io… non mio padre. Mi sono laureato in Francia in fisica nucleare, e dopo aver partecipato a vari progetti finanziati dalla Comunità Europea, ho iniziato a collaborare con un’azienda italiana che si occupa di energie alternative. E proprio nei dintorni di Bracciano c’è il laboratorio presso il quale, con un gruppo di ricercatori, ci siamo dedicati ad una ricerca sull’energia trasmissibile e riciclabile. E’ per questo che mio padre aveva acquistato la casa sul lago. Lei non ne era a conoscenza semplicemente perché era una sorpresa. Mio padre veniva a trovarmi abbastanza spesso ed amava il paesaggio Mi aveva parlato della vostra relazione. Si era confidato, sapevo del suo desiderio di avere un figlio da lui. Io gli consigliai di dirle tutta la verità. Lui era dubbioso. La terapia che stava seguendo era quasi al termine e aspettava con ansia i risultati, poi avrebbe affrontato l’argomento con lei. Poi un giorno, dopo un diverbio con lei,  mi disse: “Se non posso dare un figlio a Manù, lei mi lascia. Ed io non posso vivere senza di lei. Ho deciso: la sposo. E come regalo di nozze voglio comprare una casa qui sul lago. Ne ho vista una veramente bella”. Così acquistò ‘Villa Girasoli’, la fece riordinare avendo cura soprattutto di creare una serra con piante e fiori che fece arrivare dall’Olanda. Sapeva come lei amasse la natura e anche lui era stanco della vita mondana e della città. Trascorsero poi 4 mesi in cui mio padre non si fece vedere. Lo chiamai un paio di volte sul cellulare ma non mi rispose, anzi mi mandò un SMS dicendo che era molto impegnato e presto mi avrebbe raggiunto. Lo fece la sera della vigilia di Natale, 5 anni fa, e arrivò che sembrava ubriaco. Aveva in mano due buste. ‘Oggi due regali, uno per te ed uno per me. O meglio, il tuo è un regalo sicuramente, il mio non lo so ancora’ e mi diede la prima. Dentro c’era l’atto di donazione della casa sul lago. Lo vidi aprire la busta sigillata e leggere avidamente. Poi gettò il foglio nel caminetto e mi disse ‘ok … allora il regalo è solo per te. Versami un whisky.’ Mi raccontò della vostra separazione e della sua decisione di regalarmi la casa. Senza di lei non ci avrebbe mai abitato. Vidi per terra la busta che aveva aperto e nel raccoglierla lessi l’intestazione: Centro Sperimentale di Genetica Applicata – Tor Vergata.
    E capìi che erano gli esiti della terapia, ma non gli chiesi nulla. Dopo quella sera rividi mio padre solo un paio di volte, aveva sempre degli impegni urgenti, poi diradò anche le telefonate. Quando ebbe il primo infarto durante una lezione alla Sapienza, che tutti presero per un banale malore, parlai con i medici che lo avevano in cura: purtroppo la terapia genetica che aveva seguito gli aveva danneggiato il sistema immunitario ed il cuore. “

     

    “perché Enrico non mi ha mai cercata in tutti questi anni?”
    “credo che volesse farlo, ma i risultati del test che bruciò lo condannavano già. Non sapeva quando, ma i medici gli avevano detto che nemmeno un trapianto di cuore lo avrebbe salvato. Non ha voluto farle ancora del male”
    “Tengo comunque a precisarLe che il dott. De Donato non ha nessuna intenzione di impugnare il testamento”
    Le parole del notaio sono come uno schiaffo. E tutta la tensione che ho dentro esplode: mi avvento su di lui cercando di scavalcare la scrivania. Solo Enrico riesce a bloccarmi prima che le mie mani raggiungano la gola di Franchini.
    ‘Ma come si permette? Per chi mi ha preso? Io sono qui solo perché ho trovato un biglietto di Enrico che mi ha fatto insospettire, forse cercava di spiegarmi la situazione e poi.. al cimitero… c’era la domestica che confabulava e poi… e anche un’altra bella donna vestita di nero.. e io… io ..‘ 
    Stavo soffocando nel mio pianto… e la testa mi scoppiava! Non capivo più nulla!
    “Ssshhtt… calma Manù… sapevo che mio padre avrebbe trovato il modo di farti sapere quanto ti amava… e la Tommasina era al cimitero perché le ho chiesto io di portare dei fiori freschi tutti i giorni. E la donna che hai visto con lei è mia madre. E’ a Roma per un congresso e ha voluto rendere omaggio ad un uomo che sacrificando la sua vita ha cercato di aiutare la scienza.”
    La voce di quest’uomo è come quella di suo padre. Calma e pacata. Sembra infonderti sicurezza. E l’azzurro dei suoi occhi è come mare in cui perdersi. Mi mancano le forze. Quante cose non ho mai capito di te Enrico… Solo ora mi rendo conto che non sono mai riuscita a conoscerti veramente.
    Mi sono arresa di fronte al primo ostacolo. Non merito nulla da te. La tua eredità, la casa, i soldi … io volevo te, non volevo altro.

    ‘Penso che rinuncerò all’eredità’ la mia voce trema nel parlare

    ‘Signora Danzuso, capisco che tutte queste rivelazioni l’abbiano.. diciamo.. un po’ turbata… ma ci pensi bene, non prenda decisioni affrettate’

    ‘Manù, mi piacerebbe conoscerti… recuperare il tempo perduto… che ne dici di cenare insieme al Bolognese? E parleremo anche dell’eredità di mio padre…’

    Questo tu così immediato che normalmente mi urta negli sconosciuti è così normale sulle labbra di Enrico. E il mio silenzio è un assenso. Mi alzo seguita da Enrico.

    ‘Mi faccia sapere con comodo signora, tanto sa che ha 30 giorni di tempo…’

    “Signorina buonasera… il solito tavolo è sempre pronto!”
    Uno Stefano impeccabile ci accoglie al Bolognese. Non ho fame. Ho la testa occupata da un vortice di pensieri. Enrico parla ma la sua voce è come un brusio. Colgo solo qualche frase.

    “papà ci teneva molto che tu avessi la casa di Vicolo della Moretta. Mi diceva sempre come ti eri arrabbiata con l’architetto e infatti per ristrutturare la Villa di Bracciano si è affidato ad uno studio locale. Rimani. E’ cio che voleva. Per il resto decidi come credi’

    “Non ho fame. Vorrei solo una porzione di tiramisù. E lasciami il tuo numero di telefono’

    Sono solo le 22 quando Enrico mi accompagna sotto il portone. Un abbraccio e la sua voce ‘se hai bisogno di me sai dove sono’

    La luce del sole entra dalla veranda della terrazza, non avevo chiuso le tende. Sono crollata sul divano del salone ieri sera. Troppi pensieri in testa, visioni e voci che non riesco a scacciare. A piedi scalzi raggiungo la cucina e metto su il caffè. Sono solo le 8, speriamo di non svegliarlo.

    “Enrico? Ho deciso. Rimango. Ma vorrei che tu mi accompagnassi’
    “Dove?”
    “Dal Notaio Franchini. Voglio fare una donazione. Al Centro di Ricerche genetiche, a nome di tuo padre… tutto il contante che mi ha lasciato. Io continuerò la mia vita di bibliotecaria. L’eredità più grande che potesse lasciarmi è il suo ricordo… e quello non me lo toglierà nessuno”

    “Ci vediamo alle 10. Ti passo a prendere”

    Il profumo del caffè e lo sfrigolio sulla cucina a gas mi fanno voltare ‘come al solito… non ti ricordi mai di spegnere la caffettiera in tempo’

    “Friggiti Enrico!” gli risposi idealmente.


    F I N E

     

     

     



    Scritto da: Signora dei sogni



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    Il sospetto



    leggi il capitolo precedente: LUCA



    “le ho preparato una tazza di te’deteinato e qualche biscotto,deve rilassarsi signora”
    La voce di Tommasina mi giunge come attutita dal mio stordimento. Con dolce autorità
    Mi spinge sul sofa’davanti ad una citta’al suo zenit e mi mette la tazza di liquido caldo in mano.”il te’mi fa schifo..”ho appena la forza di sussurrarle.”su’ su’,provi a berlo ,questa
    E’una specialità di Ceylon che il povero professore ordinava  proprio per aiutarlo
    Nei momenti di affaticamento mentale e lei mi sembra ne abbia particolare bisogno!”
    Strano sapore ed ottimo profumo.”cosa ci ha aggiunto?””miele di castagno,me lo ha insegnato il signor Luca”vagabondo artista… ed apicoltore?scoppio a ridere all’idea e finisco l’infuso miracoloso.”cosa pensa di lui?”le chiedo d’impulso.
    “c’e’qualcosa che lo tormenta.L’arte lo doma  e gli dona la pace che cerca senza mai fermarsi o trovarla  in modo definitivo.”le sue parole cadono come pietre. ha ragione.
    “ed Enrico?””lo stessa inquietudine,diverso modo di sfuggirgli..””lei e’una donna sorprendente Tommasina”un lento distendersi delle labbra”no signora,sono solo vecchia”.”non so cosa fare..””non cerchi di capirlo ora,ha un mese di tempo no?”
    Un brontolio basso e minaccioso ci scuote.Erasmus ci guarda con aria triste
    Scuotendo l’enorme testa.”ha fame,vado a preparare qualcosa,con il suo permesso”
    “vada Tommasina e grazie””Erasmus vieni qui,vieni!”ma lui non si muove dalla porta.
    Ma certo,Luca gli ha detto di restare li’. e’inquietante.studia ogni mio movimento senza muovere un muscolo.per superare il disagio mi costringo ad alzarmi.un’ondata di nausea mi paralizza .i biscotti,ne stritolo due in bocca per placare questa marea di saliva che mi soffoca.  
    Esco a bere un po’d’aria fresca e giro le spalle alla sua ingombrante presenza.
    Ho sempre accarezzato sogni difficili da realizzare ed ora il denaro di Enrico
    Me ne da la possibilità. una fortuna?comincio a dubitarne. legata a questa casa con il suo fantasma,Luca ed ora un’altra lettera del caro estinto!perche’non l’ho ancora detto al mio compagno?cosa o forse chi mi trattiene dal farlo?neanche del bambino.la scusa che mi sono data e’per scaramanzia!ma chi voglio prendere in giro..io voglio il mio bambino
    Non lui.basta, vado giu’a parlar con Luca.ci sono tante risposte che mi deve ancora dare..vado verso la porta .Erasmus si alza in un silenzio irreale.”spostati voglio uscire”niente.una statua.
    Una furia cieca e sconsiderata  mi monta dentro .”signora cosa fa!aspetti non faccia sciocchezze!!”percepisco appena l’affacciarsi della  governante alla porta con una ciotola
    In mano.lo scavalco e sbatto la porta. una forza immensa mi proietta verso i gradini a peso morto. Volo,mi sento gridare, nella testa esplodono luci e colori , poi il nulla.
    …………dove devi andare?…a Roma,sono stata convocata da un notaio…da chi?conosci qualcuno?…..no…….questa Madonna che allatta e’straordinaria…..e’chiamata dell’umiltà’,vedi e’seduta su un cuscino appoggiato a terra,non su un trono…il Bambino
    Sembra di poterlo toccare ……sei silenziosa stasera Ela,cosa c’e’?…….mi dispiace mi dispiace mi dispiace………mamma devo andare!…dove corri ?…………vado dal Professore!!…….. e’per lui che sei cosi’bella?….figlia mia………..

     

    Qualcuno parla,ho gli occhi aperti ma non lo vedo.non ci vedo.odore di detersivo.mi stringono la mano .Grido,la testa mi fa male qualcosa mi punge le braccia cerco di afferrarlo.Ela,Ela,sei tu Luca?ora ti vedo. sei pallido come il gesso,vorrei ridere ma non riesco.”cosa..?”“sei caduta dalle scale”……….”hai perso l’equilibrio,erasmus ti ha inseguita  ed ha solo peggiorato la situazione “”Tommasina ha chiamato subito i soccorsi”………”hai un trauma cranico ed un edema che preme i fasci nervosi all’altezza delle vertebre lombari,ma tornerai come nuova entro una settimana””non riesco a muovermi..e tu come fai …si’..””ho letto la tua cartella…c’e’stato un tempo dimenticato in cui  studiavo medicina..””ora riposa,basta parlare!” io vorrei gridare ancora una domanda ma non riesco, mi si strozza in gola.lui deve leggere la mia disperazione che rimbalza nel suo cielo terso.”hai perso il bambino..””ascoltami!!non sarebbe nato comunque,era una gravidanza extrauterina ,avresti corso il rischio di morire  dissanguata”
    “non piangere Ela non piangere.”come fa ad essere senza pieta’.volto il viso verso la parete e vorrei soltanto sparire come queste lacrime asciugate dal cuscino.anche lui sa che si puo’sopravvivere a tutto.
    “vattene”. una mano piena di morsi del tempo mi sfiora leggera come un soffio”signora
    La prego mangi qualcosa.deve sforzarsi”la governante tutto fare.la odio.li odio tutti .
    “se ne vada””aspettero’qui che si decida ad aprire la bocca”.
    Quando mi sveglio una luce stanca striscia negli angoli della stanza.tommasina e’sempre sulla sedia vicino al letto.il separe’ mi isola dal resto del mondo.prende del brodo con un cucchiaio e mi imbocca.”ha telefonato il notaio.non vedendola arrivare si e’allarmato.
    Il signor Luca gli ha spiegato la situazione.verra’a trovarla a casa se lo desidera quando vuole’”“mi aiuti,voglio provare ad alzarmi””e’ancora troppo debole!””se non se la sente mi chiami un infermiera!”ho provato a mettermi su un fianco,mi sento pesante come un macigno.le gambe non si muovono.ho il catetere e la flebo.la mia pancia e’vuota,vuota.ora c’e’solo il brodo.arriva un’infermiera dai capelli rossi ed un medico
    Con le orecchie a sventola.mi spiegano che andra’tutto bene.devo solo recuperare le forze.le gambe funzioneranno.Luca si materializza e subito si allontana insieme al camice bianco.“per cortesia telefoni al notaio Franchini e gli dica di venire qui appena possibile””gli dica anche di portarsi tutte le carte che doveva farmi vedere,ma non lo dica al signor Luca .siamo intesi?”va bene signora,come vuole”
    La sua mano bianca e pulita cerca la mia. mentre il suo peso inclina il letto io mi giro
    Dall’altra parte.

     

    .

     




    Scritto da: Ariel



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