Archivio per la categoria Capitolo 4

Il diario di Enrico

leggi il capitolo precedente: Giulia




Ed eccoci qui in Vicolo della Moretta, io e Giulia.

E’ stato facile, in fondo, decidere di trasferirsi qui. Siamo rimaste a Roma , ma è come se ci fossimo trasferite su un altro pianeta.

Mi affaccio sul terrazzo e mi sembra, forse per la prima volta, di appartenere anch’io a questa città.

Roma è una metropoli che dal punto di vista umano tende sempre ad includere, ad accogliere, ma quanto è invece dura e ostile dal punto di vista architettonico per chi non abbia la fortuna di vivere nel centro storico! Come è difficile sentirsi parte di una delle città più belle del mondo se abiti nel caos sgangherato di un quartiere sciatto e asimmetrico come Primavalle!

Ho finito per provare affetto per quel piccolo appartamento in cui ho vissuto per i primi vent’anni della mia vita con mia madre e nel quale, dopo la parentesi della storia con Enrico, sono tornata a stare con Giulia.

Quelle quattro stanze, diventate nostre dopo anni di sacrifici, hanno visto tutti i momenti più importanti della mia vita e sono il mio rifugio da sempre.

Ma da sempre ho trovato brutto quel quartiere. Mai l’ho sentito parte di me.

Mentre adesso, affacciandomi a questo terrazzo nel cuore della vecchia Roma, pochi minuti dopo l’insediamento in vicolo della Moretta, già sento di appartenere a questo posto e lo sento a mia volta come parte di me.

Giulia è pazza di felicità. Abbiamo fissato la data del trasloco (niente di imponente, di fatto abbiamo portato qui giusto i nostri vestiti e qualche libro) tenendo conto dei suoi impegni universitari, così adesso, almeno per un po’, lei è libera.

Libera e felice. Va da una stanza all’altra dell’appartamento quasi volesse misurarne fino in fondo  vastità ed eleganza.

Si muove nel grande corridoio con quella sua andatura leggermente pencolante in avanti e tutta a scatti alla Groucho Marx e attrae la mia attenzione praticamente su ogni cosa : mobili, soprammobili, quadri, tendaggi.  Non c’è niente che non sia di suo gradimento e che non susciti in lei piccoli ululati di ammirazione.

Se non le volessi così bene, mi darebbe sui nervi.

Intendiamoci, anch’io mi sento elettrizzata  per questo dono inatteso di Enrico, ma ho già abitato in questa casa e ci sono stata felice con una persona che oggi non c’è più.

Ognuna delle cose che fanno sobbalzare di sorpresa e di felicità Giulia, per me è il ricordo di un momento passato insieme alla persona più importante della mia vita.

Per Giulia entrare in questa casa è come entrare in un mondo nuovo, fantastico e tutto da scoprire, per me è tornare dove sono stata felice, non avendo più al mio fianco la persona che mi ha reso tale per la prima e forse unica volta nella mia vita.

E’ difficile non solo descrivere, ma anche comprendere del tutto il disagio che provo nel riprendere contatto con questa casa.

Già da un pezzo l’aver rinunciato a quella felicità, all’improvviso ed in modo  davvero inatteso, aveva smesso di costituire per me un cruccio giornaliero.

Ma per quanto tempo, svegliandomi al mattino, il primo pensiero è stato per lui, quante volte mi è mancata la voglia di vivere al pensiero di poter essere stata sostituita!

Ci ho messo un bel po’ a venirne fuori, ma alla fine ce l’ho fatta. Quella parte di me che non riusciva a pensare di poter vivere senza Enrico, alla fine è stata sopraffatta e messa da parte.

Una volta Enrico mi aveva detto, commentando il passo di una lettera con la quale un famoso scrittore descriveva la perdita della persona amata,: “ Capisci quello che  vuol dire con questa frase? Vuol dire che perdendo la persona che amiamo, perdiamo inevitabilmente una parte di noi stessi. Il rimpianto di quella persona è anche il rimpianto di quella parte di noi che non c’è più e se è andata con lei”.

Ecco, io mi sentivo esattamente così, amputata di una parte di me stessa, ma ormai passata oltre, perfettamente memore dell’incidente, ma illesa, pronta ad una nuova vita.

Il regalo inatteso di questa casa riapre, in un modo che ancora non so né valutare né definire, quella ferita ormai netta e pulita.

Mi costringerà forse a prendere atto di uno sbaglio.

Se Enrico, a cinque anni di distanza dal nostro ultimo burrascoso incontro (era l’estate del  ‘90, ricordo la frenesia per i Mondiali di calcio come lo sfondo del mio dolore) ha sentito il bisogno di lasciarmi un segno così tangibile del suo amore, evidentemente non è vero quello che fino ad oggi ho sempre pensato.

Non è vero che per lui contavo poco o nulla.

La scelta di troncare il rapporto è stata mia.

Improvvisamente, quel giorno di cinque anni fa , nel lasciare, disperata e piangente, questa bellissima casa che oggi ritrovo mia, mi sono sentita piccola piccola di fronte al grand’uomo ed ho trovato intollerabile l’offesa che subivo.

Offensivi mi sembravano non solo i fatti che avevo scoperto e che, con un po’ di perspicacia in più o di ingenuità in meno, avrei forse potuto immaginare, quanto la freddezza ed il sarcasmo con i  quali Enrico quella sera accoglieva i miei rimproveri.

Evidenti segni di scarsa considerazione nei miei confronti.

Se solo avesse mostrato un minimo di  rammarico, se solo avesse mormorato una mezza parola di scusa, non me ne sarei andata.

Se solo fosse stato in grado, in quell’occasione, di recuperare una piccola parte della dolcezza con la quale mi aveva conquistato, avrei pensato: ha sbagliato, ma resto importante per lui, non vuole perdermi, sono una parte importante della sua vita.

Ma non c’era nulla che mi consentisse di supporre una cosa del genere nei suoi comportamenti di quella sera: stai al posto tuo, piccola, ricordati chi sono io e chi sei tu e renditi conto che non hai diritto di chiedermi spiegazioni, questo era il sottinteso che percepivo nella secchezza e nell’insofferenza delle sue risposte.

Il pensiero che mi suggerisce ora, imperiosamente, a cinque anni di distanza,  questo dono inatteso, è il pensiero di aver sbagliato tutto.  Sicuramente contavo per lui e questa eredità è stato il suo modo per farmelo capire, il suo ultimo dolce rimprovero. Oppure l’estremo tentativo di farmi le sue scuse.

Quelle scuse che ho atteso inutilmente quella sera e nei giorni e nelle settimane successive e che ero prontissima ad accogliere.

“Manuela , guarda cosa ho trovato!”

Giulia interrompe il filo dei miei pensieri. Entra nell’immensa cucina in cui sto preparandomi il secondo caffè del mattino, sventolando sotto i miei occhi un’agenda rilegata in pelle. Sulla copertina campeggia il logo della banca della quale si serviva Enrico.

La apro, immaginando di trovarmi davanti all’ ennesimo quaderno di appunti di cui sono pieni i cassetti dello studio .

Con sorpresa mi accorgo, invece, che si tratta di un diario. Torno al frontespizio dell’agenda e ci trovo la data  dell’anno in cui ho conosciuto Enrico.

Esattamente quindici anni fa: 1980.

Con il cuore che batte all’impazzata, Vado alla data del 17 di aprile, quella del nostro primo incontro nella sua vecchia casa di Monteverde e leggo;

“Strana la ragazza che ho conosciuto oggi. Ha una sua grazia morbida, si muove con leggerezza, come se danzasse. Non riesco a smettere di guardarle le mani, mentre detto. Mani grandi, dalle dita lunghe a asciutte, si muovono veloci sul blocnotes, graffiano la carta con forza e precisione, come se avesse in mano un bisturi. Non mi guarda mentre detto, nemmeno quando mi fermo per diversi secondi, in attesa di trovare la parola giusta per continuare. Vorrei che lo facesse, mi piacerebbe incontrare quei suoi occhi limpidi. Vorrei che mi sorridesse ancora una volta in quel modo  fresco e accattivante.  Smetto di dettare e le chiedo della sua vita. Risponde con semplicità, come se fossi un suo coetaneo. Tranquilla, spigliata, come se ci conoscessimo da sempre. Mi piacerebbe chiederle se ha un fidanzato, ma non oso farlo. Non so per quale motivo questa ragazza mi incuriosisce e mi attrae. Vorrei conquistarmi la sua complicità, essere subito il suo confidente, annullare in fretta la distanza che c’è tra noi. Sono impaziente di rivederla”.

Chiudo l’agenda, traumatizzata da quello che ho scoperto. Quel giorno, mentre io tenevo a bada la mia insicurezza ed il mio senso d’inferiorità di fronte ad un così cospicuo personaggio, nascondendo la mia trepidazione interiore dietro un maschera di indifferenza, Enrico era già preso in qualche modo di me, desiderava “annullare in fretta” le distanze.

Incredibile. Rivedo me stessa nel momento in cui uscivo da quel nostro primo incontro. Rivedo mia madre  che mi corre dietro, giustificandosi con la necessità di fare la spesa per il professore, in realtà ansiosa di conoscere l’esito del mio primo impatto con il nostro ormai comune datore di lavoro.

“Che impressione ti ha fatto?” mi sibila già nel pianerottolo, mentre io arrossisco all’idea che il Professore possa sentirci, anche se, a mia volta muoio dalla voglia di commentare l’accaduto.

“Un uomo gentilissimo” riesco a dire una volta dentro l’ascensore, un cigolante arnese in stile liberty, nel quale ci stipiamo subito dopo.

“Ma che vi siete detti?” incalza lei , che ha passato un bel po’ di tempo a passare lo straccio nel corridoio adiacente allo studio di Enrico con l’evidente intento di captare qualche brandello di conversazione.

“Ma, niente, mamma, le solite cose che si chiedono in questi casi.. Che scuole ho fatto, se ho lavorato, quanto sono veloce come dattilografa e stenografa”.

“E poi?” insiste.

“E poi, e poi, mamma sono stata lì un’oretta, mi ha dettato un pezzo che deve consegnare ad una rivista la prossima settimana, poi si è stufato, mi ha detto che riprendiamo domani e mi ha chiesto cosa mi piacerebbe fare nella vita”

“Pensa un po’, lui così riservato, così indifferente. Manco mi dà la lista della spesa, faccia lei signora, mi dice sempre. Si vede che hai fatto colpo.”

“ Cosa dici,, mamma? Stai scherzando.. erano discorsi così, tanto per rompere il ghiaccio..”

“ E tu che gli hai detto?”

“ Che mi piacerebbe un giorno o l’altro continuare gli studi”

“ Ma va? Manco a me l’hai detta ‘sta cosa..” risponde, quasi offesa.

“ Mamma, volevi che gli facessi credere che mi beo della mia ignoranza? Gliel’ho detto per far bella figura, non lo capisci?”

“ Ah sì?” replica tra il dubbioso e il rassicurato.

Ecco cosa ricordo io del 17 aprile 1980.

Com’e diversa la mia vita  e quella delle persone che mi stanno accanto a 15 anni di distanza .

Avevo 19 allora e mi affacciavo alla vita,  Enrico ne aveva 50 ed aveva già scritto le sue opere più acclamate, Giulia,  appena arrivata con suo padre a casa nostra, ne aveva 7 e giocava ancora con le bambole, la mattina in cui ero uscita di casa per andare a conoscere Enrico assisteva incuriosita alle discussioni tra me e mia madre sul vestito da mettere per l’occasione

Riprendo in mano l’agenda per leggere il seguito. Mi sembra di violare l’intimità di Enrico. Spesso i pensieri nascosti concepiti all’inizio della loro storia sono ricorrente argomento di discussione tra due innamorati. Infatti io, in più occasioni, avevo provato un grandissimo piacere nel raccontare ad Enrico quello che avevo provato quel giorno: la mia trepidazione, il mio sforzo per risultare tranquilla, il mio desiderio di esibire naturalezza nonostante l’emozione.

Enrico, invece si era limitato  a dirmi che il nostro primo incontro aveva creato in lui la curiosità di conoscermi meglio. Neanche una parola sul quel desiderio immediato di “annullare le distanze”, di “conquistare la mia complicità”.

Sono le parole di chi è stato vittima di un colpo di fulmine, non posso fare a meno di pensare. Niente di simile era accaduto a me, che ero rimasta sicuramente impressionata da Enrico, ma, forse anche per l’enorme differenza d’età , non coltivavo certo sogni romantici uscendo quel giorno  dalla sua casa.

Chissà quali altre sorprendenti novità mi riserva la lettura di questo diario.

E’ giusto che continui a leggerlo?

Probabilmente no .

Vorrei avere la forza di bruciarlo, ma sento già che non ce la farò.


 



Scritto da: Filippo



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IL FATTORE “CA…”

leggi il capitolo precedente: Sotto la polvere




Rimasi  immobile, mentre per la seconda volta, un brivido di paura mi serpeggiava giù per la schiena. Se Tommasina non aveva restituito le chiavi della cappella, aveva sicuramente conservato anche quelle di casa, e poteva quindi andare e venire a suo piacere, almeno durante il periodo di attesa. L’idea mi faceva rabbrividire: impensabile cambiare la serratura, prima di avere la certezza di andare ad abitarci, e poi, anche se lo avessi fatto, durante la mia assenza non ci avrebbe messo molto, la cornacchia, a fare uno stampo e duplicare.

Il buonsenso mi diceva di andarmene, l’istinto di piombare sulle due ed afferrare quel nido d’uccelli sulla testa di Tommasina e strapparlo facendola urlare…

Mi parve di sentire la voce ironica di Enrico…”Manù, non è il luogo adatto!”

Spiritoso, il ragazzo! Nel frattempo le due, avevano chiuso la cappella, e se ne stavano andando, ma l’idea di recarmi dove erano state loro, di calpestare lo stesso suolo, non mi piaceva affatto.

“Paura di prendere la scossa?” – ancora l’ironia di Enrico!

Mi avviai velocemente all’uscita, quel posto cominciava a darmi sui nervi, e sentire la voce di Enrico a pochi metri di distanza dalla sua tomba non era il massimo segno di sanità mentale.

Dopo aver bevuto un caffè nel bar vicino decisi di iniziare a cercare, anche se non sapevo esattamente cosa.

Mi diressi allo studio del notaio Franchini; poteva essere il primo della lista a nascondere qualcosa e vedendo l’espressione allarmata e seccata, quando mi presentai davanti, ne ebbi la certezza.

“Ma signora, – si difese quando gli espressi il mio dubbio, – come può pensare ad una cosa simile? E d’altro canto, anche se avesse ragione, come posso sapere, IO,  se la signora ha consegnato tutto? Sono solo un notaio, io, non un paragnosta!”

E calcò con una tale espressione di disgusto sulla parola paragnosta, da confermare la mia impressione che anche lui avesse qualche parte in quella storia.

“Del resto, – soggiunse – per me la pratica è chiusa, quindi tutto è già passato all’archivio.”

In parole povere, mi stava dicendo di non rompergli più le scatole, che lui non poteva permettersi di perdere tempo.

Chiusa un bel niente… mica avevo ancora accettato, e se non lo avessi fatto c’era ancora molto da fare!

Arrossì, quando gli replicai, girandomi verso l’uscita: “ Non mi pare che abbia archiviato un bel niente, , non le ho ancora data una risposta!” E mi tirai dietro la porta con più rumore del necessario, ignorando i suoi… Senta, si fermi!

Mentre tornavo a casa, continuavo a pensare come comportarmi per venire a capo di quella matassa aggrovigliata. Dopo l’inutile visita al notaio, reputavo che non avrei cavato un ragno dal buco, vista la mia scarsa abilità negli interrogatori, la poca pazienza e i miei nervi facili allo scatto.  Dovevo trovare altrove quello che poteva far scattare la molla,  e la soluzione migliore era setacciare la cronaca, così cambiando direzione, mi fiondai in una biblioteca dove chiesi di visionare i giornali locali degli ultimi cinque anni.

Mi portarono un quantitativo enorme di materiale e iniziai pazientemente a sfogliare, per trovare … quello che neppure io sapevo.

Passarono le ore, cominciavo ad avvertire  un certo languorino, e ad essere delusa: niente di nuovo, le solite notizie, anche se molte erano per me delle  novità, notizie che mi erano sfuggite, ma del resto non è che io avessi vissuto quegli ultimi anni attaccata al gossip per sapere di lui.

Ero molto più impegnata a leccarmi le ferite.

Riportai il materiale, ripromettendomi di tornare l’indomani per controllare gli ultimi due anni che ancora non avevo visto, ed uscii.

E perché non passare al “Il Bolognese”? Mal che andasse potevo sempre gustare una bella cenetta… e il languorino era diventato fame, fame alla conte Ugolino. Ma non era decisamente la mia giornata fortunata, non erano di servizio né Fernando, né Stefano. Scrutavo gli altri camerieri e mi chiedevo che faccia avrebbero fatto se si fossero sentiti chiedere : “Scusi, ha conosciuto il mio vecchio amante, il fu Enrico De Donato” ?

Ecco, mi era passata la fame, piluccavo, bevicchiavo e non vedevo l’ora di tornarmene a casa. Mi dava fastidio soprattutto lo sguardo del signore anziano, seduto  al tavolo di fronte, che scivolava dal mio viso al quadro appeso alla parete sopra la mia testa, ogni volta che io alzavo gli occhi per guardare dalla sua parte.  Fui lì lì parecchie volte per chiedergli se per caso avessi un ragno sul naso, ma mi rendevo conto che il mio veleno era totalmente ingiustificato… Onde evitare situazioni poco simpatiche, non terminai neppure il dessert, pagai il conto ed uscii…

Dormii male, molto male, rivedevo le due donne al cimitero, le foto di Enrico sui giornali, fra belle donne, nelle sale di conferenza, nei congressi, sui campi da golf.. (ma da quando aveva iniziato a giocare?), e ripetevo fra me la sua frase sibillina.. quel “ca…” mi faceva uscir pazza. Che voleva dire? Perché si era interrotto? Chi lo aveva disturbato? Per riporre il foglio nello scrigno doveva essere vispo ed arzillo.. Oppure qualcun altro conosceva il nascondiglio? Chi? E eventualmente costituiva un pericolo?

Se mi appisolavo, vedevo Tommasina scivolare furtiva nella casa con un pugnale in mano.. (esagerata, perché addirittura non con un bazooka!) e l’altra, la vedova scaltra, frugare fra i libri squarciandone le copertine …

“Potresti scrivere dei gialli, Manù” mi sussurrava all’ orecchio la voce di Enrico… “chi ti ha detto che è una vedova”?

Possibile che anche da defunto riuscisse a farmi sentire ridicola?

Finalmente fu giorno, e mi ributtai nella mischia…

E stavolta fui più fortunata…

Una rivista riportava a caratteri cubitali questo titolo: “IL MONDO SCIENTIFICO SALUTA LA RIVOLUZIONARIA SCOPERTA DEL PROFESSOR ENRICO DE DONATO CHE CAMBIERÀ LA FISICA !!!

L’articolo spiegava come il professore, sparito dalla scena mondana da quasi un anno, e rifugiatosi in quella sua piccola proprietà sul lago di Bracciano, avesse portato a termine la sua ricerca..

Non avevo mai sentito parlare di questa sua proprietà, eppure avrei dovuto venirne a conoscenza, anche in funzione del mio lavoro. E che fine aveva fatto? Perché non rientrava nella mia eredità? Vuoi vedere che questo era il fattore “CA…”  da cui partire?

Mi sembrava di essere salita su un razzo ultrasonico…avevo una fretta inconciliabile con l’attesa.

Riconsegnai al bibliotecario il malloppo, confermandogli che avevo trovato quanto cercavo e partii sempre sul razzo verso il catasto.

Se Enrico aveva venduto o regalato la sua proprietà, là doveva essere possibile sapere chi fosse il nuovo proprietario…

“Sempre che l’impiegato sia stato solerte nella registrazione” sussurrò ancora quel burlone di Enrico!

“Friggiti!” gli risposi idealmente. Ed entrai negli uffici del catasto, con un’ansia che mi stringeva la gola come una cravatta.

Mi fecero passare per varii uffici, ma finalmente trovai il “solerte impiegato” che mi mise al corrente degli ultimi sviluppi: il passaggio di proprietà era avvenuto due anni prima, e gentilmente, non prima di aver intascato una lauta mancia,  mi scrisse su un foglietto il nome del proprietario dell’immobile.

Quando lo lessi, poco mancò che mi venisse un colpo apoplettico….

 



Scritto da: Melysenda


leggi il capitolo successivo:  Fatti il segno della croce


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Parole come pietre

leggi il capitolo precedente: Una stagione di sorprese




La tensione emotiva si era allentata. Riordinai le idee. Eravamo lì, io e Diego, il fratello di Enrico, non ci potevo credere, seduti sulla ghiaia al giardinetto, incerti del nostro stato, troppo svegli per vivere un sogno? Troppo ipnotizzati per nuotare nella realtà?

Intanto Erasmus disegnava ghirigori nel giardinetto col suo moto perpetuo e non pareva del tutto estraneo alla nostra conversazione.

Lassù, come sospeso fra le nuvole, il lascito di Enrico, l’attico, la casa che sembrava, da un momento all’altro, dover vomitare verità inconfessabili, ma intanto lasciava solo intravedere la sagoma di Tommasina intenta a fare giardinaggio.

Mi domandavo perché. Perché proprio io. Perché il destino si era scomodato proprio per me.

Io avevo un buon lavoro che avevo trovato dopo aver lasciato Enrico, ero entrata all’Archivio di Stato, come bibliotecaria, i miei quarantadue anni non me li dava nessuno, Maurizio, il mio attuale fidanzato, mi adorava; perché la mia tranquilla seppur banale vita doveva essere terremotata da un fantasma del passato (Enrico) che, per forza, voleva ricondurmi sulla ribalta.

Ma tant’è. Ormai, volente o nolente, avevo indossato i panni della speleologa/esploratrice e mi ero incamminata sin dentro il vulcano, con la lucetta della curiosità ben accesa.

Non potevo mollare, Enrico mi chiamava dalle viscere della terra, gridava il suo orrore per quella morte prematura, solo sei anni più anziano di me, e io dovevo andare, conscia dei trucchi, delle sorprese e delle scoperte amare.

Cos’era infatti se non una scoperta amara la notizia che Enrico aveva avuto una relazione con Tanja, la segretaria di suo fratello Diego, questo essere enigmatico che mi trovavo davanti, accovacciato, come un guru in meditazione.

“Enrico, Enrico, che banale che eri, sempre appresso alle gonnelle delle segretarie!” Non potei fare a meno di pensare.

Dopo quei ragionamenti e quelle congetture, ormai più decisa che mai, chiesi perentoria a Diego: “Ma tu cosa sai di Enrico?”

Diego, l’esimio direttore di giornale, scomparso in circostanze misteriose, ora qui davanti a me, immobile come una statua, lo sguardo fisso, attaccò quasi come un oracolo: “Enrico è morto il quindici settembre, o meglio è stato accompagnato a morire, perché mica crederai alla favoletta dell’arresto cardiaco. Il due ottobre doveva tenere una lectio magistralis presso l’Accademia dei Lincei sul tema  –L’Evoluzione del pensiero e la Tecnologia-, una roba grossa, doveva partecipare anche Umberto Eco e Bill Gates collegato in teleconferenza da Palo Alto. Ora, conosci bene l’avversità che ha sempre avuto, al contrario di me, Enrico per le trappole tecnologiche, come le chiamava lui.

Ebbene, il suo intervento sarebbe stato una bomba, aveva avuto la fortuna e l’onore di combinare le sue intuizioni critico-letterarie sul progressivo impoverimento della memoria e dell’intelletto per effetto della dominante società tecnologica, con le ricerche empiriche di biogenetica dello staff della Dottoressa Levi Montalcini che era giunto alle stesse conclusioni: La Tecnologia somministrata oltre certe dosi rischia di far regredire la specie umana!

Manuela, puoi ben immaginare le reazioni delle grandi case di telecomunicazioni a questa tesi che, già prima del simposio, incominciava a circolare, sarebbe stato un disastro per le multinazionali dell’Information Technology!”

“Scusa…ma tu come fai a sapere tutte queste cose…” chiesi con curiosità irrefrenabile, visto che, come clandestino del genere umano, non aveva più avuto contatti con nessuno della famiglia De Donato, tantomeno con Enrico.

“Ci sono più informazioni dentro un cassonetto della spazzatura che in un intero hard disk” sentenziò lapidario Diego col suo sorriso beffardo ed il suo sguardo liquido.

A questo punto tirò fuori da una delle sue buste, ricolme di paccottiglia, un notebook, credo un Acer Aspire, fu come veder uscire un coniglio dal cilindro, mi spiegò che con quello aveva trascritto tutto ciò che aveva trovato nel cassonetto sul simposio, appunti, date, bozze e da ciò aveva fatto le sue deduzioni logiche.

Ma Diego era andato oltre. Era quasi sicuro che il motivo per cui Enrico aveva lasciato l’eredità a me dipendeva dal fatto che non si sentiva sicuro e la casa, con ogni probabilità, custodiva carte, prove e indizi che avrebbero aiutato a venire a capo della verità in caso di disgrazia.

Certo il racconto di Diego non faceva una piega. Stava in piedi. “Ma come facciamo a saperne di più…” chiesi sicura di non ricevere risposta.

“In effetti un testimone oculare c’è…” sillabò Diego con la sua invidiabile sicurezza.

“E chi è…” mi affrettai a chiedere.

“Erasmus” mi rispose come se fosse la cosa più scontata del mondo.

“Erasmus?” ripetei strabuzzando gli occhi.

“Sì, proprio il simpatico quadrupede” proseguì “era in casa il giorno che è stato trovato morto Enrico e di sicuro ha visto. Ora, dato che non esiste ancora un Codice Canino a cui appellarci, dobbiamo solo fare affidamento sulla nostra intelligenza sul come estorcere ad Erasmus una confessione e farci dire chi è l’assassino!”

“Diego” attaccai “o tu sei matto, e questo mi sembra il tuo stato evidente, o non sapevi che cazzo fare oggi pomeriggio e così hai deciso di prendermi per il culo! Secondo me ti diverti ancora a sbeffeggiare Enrico dopo quello che ti ha fatto, ti ha trombato la morosa e tu sei ancora fuori di testa!”

“Mai stato così savio, guarda che con me non attacca, il giochetto di sgranare gli occhioni del cerbiatto e, un attimo dopo, digrignare i denti della iena non mi provoca alcun effetto, io sarò un barbone fuori, tu sei una stracciona dentro, la tua anima è una caverna vuota, la mia è una miniera luccicante ” ribatté con aria fieramente indignata.

Rimasi attonita, mi aveva scagliato contro parole come pietre ed il mio amor proprio ne era uscito tumefatto, anche l’afrore faceva la sua parte, in questo stato non capivo più se dovevo considerare Diego come un complice o, piuttosto, come un nemico, sicuramente ero attratta da lui.

Questo festival del non senso, era così che lo percepivo, fu interrotto dall’entrata improvvisa in scena di Tommasina che, tutta trafelata, mi informava di aver appena ricevuto una telefonata da un certo Commissario Catalani del V Distretto di Polizia del Rione Monti e che avrebbe richiamato fra venti minuti quindi dovevo risalire in casa.

A queste notizie non battei ciglio ma, prima di tornare in casa, quella casa che si stava via via trasformando in un’isola del tesoro, insistetti fortemente con Diego affinché salisse pure lui, dopo tanto tempo. Mi guardò, con quei laghi azzurri circondati da tutta la sporcizia del mondo e sillabò: “Ti ac-com-pa-gno.”

Ero sbalestrata, confusa, da una parte Enrico che non c’era più ma sembrava essere al centro dell’attenzione, più vivo che mai e, dall’altra Diego, carnalmente presente dentro il suo bozzolo appena scalfito dalla mia curiosità ma anagraficamente assente dal consorzio umano.

Intuii un intreccio indissolubile fra i due fratelli e capii che non potevo fare a meno di Diego, anche con le sue apparenti stramberie, soprattutto ora che l’Autorità Giudiziaria sembrava essersi svegliata.

 



Scritto da: Uno dei Ragazzi della III E


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SILVIA

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“Buonasera Signorina, mi scusi l’ ora tarda ma ho veramente urgenza di recuperare delle pagine che ho lasciato qualche tempo fa; sa il professore si era offerto di aiutarmi con la tesi e ora mi servirebbero urgentemente  e…”

“La smetta di mentire Silvia, non è necessario. Ho rinvenuto io gli < appunti > che la riguardano e sono sicura che per la tesi non le siano di nessun aiuto.”

A queste parole Silvia si rese conto quanto fosse stata stravagante la sua trovata e scoppiò in lacrime.

Non sono certo il tipo da impietosirmi facilmente,  specie poi con una ragazzina dal fare spigliato,  che  potrebbe essere la figlia di Enrico ma che in realtà era molto di più che una neo laureanda per lui.

La curiosità però mi ammorba e non resisto all’ idea di rendermi più solidale solo per carpirle ogni particolare sulla loro relazione.

“Sei giovane, carina, immagino che i ragazzi non siano un problema per te. Piuttosto sembri proprio il tipo di persona che fa girare la testa ad uno uomo. Un uomo della tua età.. Come ci sei arrivata a farti scattare quelle polaroid?”

La provoco, voglio sapere cosa è successo nel passato di Enrico e voglio arrivare a capire se mai possibile, come Enrico sia arrivato a prendere una decisione così importante quale lasciarmi la sua casa.  Di certo questi fogli parlano chiaro: Enrico era molto preso da Silvia.

E allora che senso aveva la lettera trovata nello scrittoio, quando l’ aveva scritta?  Da quanto tempo ormai Enrico si sentiva minacciato?

“Mon mi crederebbe mai, Signorina.”

“Mi chiami pure Manuela. Mi scusi se sono stata scortese ma questa situazione mi sta tirando la pelle; la morte di Enrico, l’ eredità, la casa, la governante e ora lei mi capita all’improvviso e non solo come presenza, un’ amante di Enrico di cui ovviamente non sapevo nulla”.

“Non so neppure io come siamo arrivati a tanto. Tutto è incominciato per caso, per questa maledetta tesi che era arrivata ad un punto di stallo.”

La guardo con fare comprensivo, un sospiro e prosegue.

Enrico si era offerto di darmi il suo aiuto e perciò avevamo preso l’ abitudine di incontrarci al bar dell’ università davanti ad una tazzina di caffè e di occuparci della mia tesi.

Il bar però era un via vai di persone e a volte non  permetteva  concentrazione, quindi quando un giorno Enrico mi propose di proseguire a casa sua, che sarebbe stata molto più tranquilla e piena di libri da  consultare, non ci trovai nulla di male.

In quel periodo oltre ad avere un disperato bisogno di aiuto per lo studio, ero anche messa male per ciò che riguardava il mio mantenimento; infatti mio padre che aveva sostenuto la parte più onerosa delle  spese, era stato messo in mobilità dalla sua azienda e quindi non riusciva più ad aiutarmi.

Lavorava in un’ azienda di cassaforti a Saronno, vicino a Milano, ma con la crisi anche l’ acciaieria aveva subito un calo, specie poi in un settore dove andrebbero affidati beni di una certa consistenza.

E così quando vidi il lusso e la casa di Enrico rimasi abbagliata.

Non nego che pensai subito di approfittare  della situazione, magari cercando di ottenere aiuti in cambio di  affetto. Insomma un po’ come tra padre e figlia.

 Enrico era sempre premuroso e cercava di anticipare ogni mio bisogno in modo che io non dovessi neppure parlarne, unico problema era che lui non pensava a me come una figlia, anzi.

Allora ero sì piuttosto smaliziata ma avevo un difetto, mi lasciavo trasportare dagli eventi senza avere la forza di reagire, così quando Enrico iniziò a pretendere di più non riuscii a trovare il coraggio di oppormi.

Quello che lui scambiava per amore, non era altro che repulsione.

Sì lo so è incredibile, a modo mio gli volevo bene ma fino al momento in cui non chiedeva di andare oltre.

Avevo un carattere piuttosto docile così non fu difficile per Enrico scambiarlo per amore.

Già le polaroid.

Un giorno, lo vidi entusiasta, aveva acquistato una macchina fotografica nuova di zecca così che potesse immortalare ogni mio sorriso, mi disse.

Invece in un baleno incominciò a spogliarmi e baciarmi. Non sapevo che scusa prendere per sciogliermi da quella stretta e presi a girare per la cucina tentando di spostare l’ attenzione sulla cucina e sul menù che volevo preparargli per cena.

Gli  spaghetti continuarono a galleggiare nell’ acqua, Enrico spense il fornello e mi scattò alcune delle tante fotografie che mi riprendono in ogni angolo della casa.

Quella sera uscii da lì disgustata da me stessa e da ciò che ero diventata, decisa a non rifarlo mai più.

Poi, però…a casa… mi aspettavano sempre più bollette da pagare che mi costringevano a chiudere gli occhi e andare avanti”.

La ascolto allibita. Non posso credere alle mie orecchie. Enrico alla fine aveva perso la testa per una ragazza di 25 anni e che neppure lo amava.  Né pure si era accorto di nulla a quanto pare.

Avevo amato profondamente una persona che non conoscevo. Una persona capace di anteporre la stabilità di un amore, alla superficialità di una storia che non avrebbe potuto dargli nulla.

Intanto lei ignara della mia mente in subbuglio continuava a raccontare.

“Ricominciai comunque a frequentare i vecchi amici e i  miei compagni di università.

Un giorno conobbi Mauro.

Mauro mi piaceva tantissimo, sentivo di piacergli anche io, solo che era  molto esigente oltre che geloso. Dividermi tra lui ed Enrico diventava sempre più complicato e poi non ne potevo più.

Come poteva essere così difficile dire ad una persona “Basta. E’ finita. Amo un altro?.”

Allora mi sembrava difficile, quasi impossibile,eppure dovevo farlo….prima che Mauro intuisse qualcosa, prima che Enrico si rendesse conto di quanto ero stata falsa.

Meglio chiuderla così, magari la scusa dell’ età, che poi, tanto scusa non era.

Il giorno in cui decisi di parlare ad Enrico non riuscii a rintracciarlo. Ero convinta che mi avrebbe capita, che avrebbe sofferto ma  alla fine si sarebbe  rassegnato.

Avrei potuto finalmente amare Mauro senza più dover creare sotterfugi.

Invece quel giorno mi imbattei in Mauro, armato di una tale cattiveria che mi lasciò senza respiro.  Mi guardò con disprezzo e disse:

“Adesso parla! Vomita se vuoi! Voglio sapere tutto. Tutto.”

Mauro stette in silenzio ad ascoltare e dopo che ebbi finito mi congedò senza degnarmi più di uno sguardo:

“Enrico ha detto di lasciarti in pace perché con me faresti la fame ed invece lui ha tutti i mezzi e i modi per soddisfarti. E non solo economicamente,  ha aggiunto.”

E così da quel giorno smisi di frequentare definitivamente entrambi.

Mi dedicai anima e corpo  alla tesi e  tornai a Saronno dai miei genitori.

Finalmente a casa, nella mia cameretta, tra i miei oggetti più cari cominciai a rendermi conto di quanti sbagli avessi fatto. Creai mentalmente una lista di buoni propositi primo su tutti era di far capire a Mauro quanto lo amavo e quanto fossi pentita per non essere stata sincera.

Fu in una mattina come tante che mi arrivò una strana busta gialla, senza mittente. Mi accinsi a leggerla svogliatamente, poi divenni più attenta”.

Intanto mi porge una busta molto simile a quelle che ho appena trovato nella cassetta e leggo tutto di un fiato con inquietudine sempre più crescente.

Carissima Silvia

 avevo avvertito il professore che alla sua età avrebbe dovuto accontentarsi dei piaceri                 dello spirito.

Lo avevo avvertito anche che non poteva essere che una persona così giovane e bella come te  potesse innamorarsi davvero di un uomo quasi settantenne.

Invece lui non mi h dato ascolto e con la sua testardaggine non ha voluto saperne di lasciarti perdere.

Anche quando te ne sei andata non ha smesso di pensare a te. Ma sono sicuro che molto presto ti dimenticherà…in un modo o nell’ altro.

Un amico.

“ Quando ho saputo della morte di Enrico sinceramente mi sono spaventata.  Non ho raccontato a nessuno questa storia finora e in effetti ho un po’ di paura.

Probabilmente Enrico è morto davvero per <cause naturali> ma non so…ho dei dubbi. E poi è come si mi sentissi sempre osservata. Come se qualcuno mi seguisse.

Forse sto diventando paranoica”

Anche io sto diventando paranoica, penso.

Prendo le polaroid e le porgo a Silvia senza esitazioni.

Lei inizia a sfogliarle piano. Poi di nuovo come ne cercasse qualcuna in particolare. Poi ancora, sempre più freneticamente.

“E’ sicura che siano tutte qui Manuela?  E’ sicurissima?”

Sempre più pallida e sconvolta. Mi guarda con aria speranzosa come sperasse che da un momento all’ altro io possa sorridere e dirle che sì  ce ne erano delle altre.

 Invece non posso dirle nulla di tutto ciò.

“Che sta succedendo? Chi ha preso le altre fotografie? Chi è che mi sta perseguitando e che scrive questa strana lettera? Ed Enrico… a chi poteva aver parlato delle foto?  Non ci capisco più nulla. Questa storia non finirà mai… non riuscirò mai ad archiviarla completamente….”

Silvia continua il suo monologo e non si rende neppure conto quanto anche io ormai sono estremamente  preoccupata.

E non le ho ancora detto che le sorprese non sono finite…


Scritto da: Martina


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Il rintocco della campana

leggi il capitolo precedente: Sotto la polvere




Rimanevo nascosta dietro il maestoso cipresso e osservavo Tommasina che, parlava coincitatamente e confidenzialmente con la sconosciuta signora, come se dovesse dirle qualcosa di molto importante.Volevo vedere in volto quella  donna,ma il rintocco della campana del cimitero, fu per le due donne come un segnale,che le spingeva, con passo affrettato,verso la cappella. 

Non sapevo, in quel momento, come comportarmi.L’istinto mi diceva di seguirle, ma la ragione mi impediva di muovermi. Sapevo inconsciamente che quelle donne, per me,rappresentavano un pericolo,Enrico si era messo in qualche guaio e il dubbio che la sua morte non fosse dovuta ad un evento naturale, bensì ad un omicidio,mi apparì quasi una certezza.

Perchè il notaio insisteva nel volermi far assumere Tommasina pur sapendo della presenza della mia governante Mary?  dovevo scoprirlo! Dovevo a Enrico almeno questo; altrimenti il suo fantasma   mi avrebbe perseguitato a vita.

Mi aveva lasciato in Eredità il suo bellissimo attico, la sua bibblioteca, di valore inestimabile,non solo per dirmi: “ Ti voglio bene “ Ma anche  per indagare su una sua eventuale disgrazia. Tutto ora, mi era chiaro nella mente, ed in preda all’emozione provocata dai miei torbidi e intriganti pensieri e dal luogo in cui mi trovavo, fui colta dal desiderio improvviso di indagare cosa complottasse Tommasina con quella donna.Feci un inchino sulla tomba di Enrico, quasi a scusarmi per non essermi trattenuta da lui.Salii i gradini che portavano alla piccola chiesa del cimitero e sgattaiolai all’interno.  La chiesa era silenziosa e buia, illuminata dalle tremula luce delle candele.  I pochi fedeli erano raggruppati ai lati dell’altare,dove un sacerdote, vestito di paramenti viola,intonava il rosario con voce forte e decisa.Mi guardai attorno con il capo avvolto da un foulart che portavo sempre in borsa. Me lo aveva regalato Enrico a Parigi,quando lo accompagnai ad uno dei suoi famosi congressi e per scusarsi di avermi fatto annoiare, mi comprò in un negozio, della Gallery La Fayette il foulart che mi piaceva.

Ma delle due donne nessuna traccia.

Mi avvicinai all’altare, passando ai lati della chiesa,ma non vedevo traccia di Tommasina.Ero certa che fossero venute in chiesa anche perchè, la strada che avevo percorso ,preceduta dalle due donne, conduceva ,senza deviazioni, alla cappella.Feci il gesto affrettato del segno di croce e decisi di uscire.  Avevo la necessità di respirare e di vedere la luce.Quel luogo tetro, con un forte odore di incenso, mi faceva venire i brividi.Fu allora che udii un boato che mi fece trasalire. Corsi assieme ai fedeli sul retro dell’altare in direzione dello sparo.  La scena che apparve ai miei occhi, era raccapricciante.Una donna vestita di nero era a terra supina, immersa in un lago di sangue.Il volto era irriconoscibile la borsa le era accanto. Mi sentii salire da un conato di vomito e corsi fuori dalla chiesa.                      

 



Scritto da: Gabriella


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LUCA



leggi il capitolo precedente: Chi sei


Come un automa mi sorprendo a rispondere a quel bacio. Ha un sapore dimenticato, e nello stesso istante realizzo che tutto ciò che avevo cercato di cancellare dalla mia vita era ricomparso, come un presente già vissuto: la casa di Vico della Moretta, il terrazzo affacciato sui tetti e inondato dal sole del tramonto, quell’uomo accucciato con i suoi gessetti colorati, che con tratti sicuri faceva apparire dal nulla immagini di donne dal sorriso vivo.

Dopo la prima sfuriata con Enrico quando Luca si era presentato a casa sua per restare, avevo cercato di ridimensionare quella presenza, in un certo qual modo avevo cercato di scusarla. In fondo era suo fratello, e sembrava l’unica cosa che legasse ancora Enrico alla sua famiglia, anche se di loro non parlava mai. Sapevo a grandi linee che il padre di Enrico era stato un avvocato famoso in tutta Roma ed aveva sposato una bellissima donna dagli occhi blu, ultima discendente di una casata nobiliare e dalla loro unione erano nati tre figli: Giorgio, il maggiore, aveva seguito la carriera del padre, anche se con meno fortuna, ed aveva poi sposato una ricca americana, trasferendosi a New York. Enrico, eternamente in lotta col padre, si iscrisse a Filosofia e si ritrovò nel collettivo della Sapienza: di quel periodo Enrico parlava poco anche con me, forse perché troppo amareggiato dai risultati di quella ‘vittoria’ in cui tutti nel ’68 credevano e nauseato dal trasformismo dei suoi compagni di un tempo. Laureatosi col massimo dei voti, scese poi a compromesso col padre ed iniziò, grazie alle conoscenze di quest’ultimo, la sua carriera di giornalista, prima, e di critico d’arte poi. E infine Luca, il più giovane, lo scapestrato, il ‘madonnaro’, la classica pecora nera, di cui nessuno parlava mai. Soprattutto Enrico. Finchè quella sera Luca venne a casa sua e lui lo abbracciò in silenzio. Sembrava la scena del ritorno del figliol prodigo.

Tante volte avrei voluto chiedere ad Enrico del suo rapporto con Luca, ma il ricordo di quella frase che mi aveva detto, e soprattutto del tono con cui l’aveva pronunciata, mi aveva sempre bloccato. C’era qualcosa che Enrico non voleva dirmi, lo sentivo. Da parte sua, Luca sentiva la mia ostilità, ma si limitava a guardarmi con il suo sorriso scanzonato e allo stesso tempo imperscrutabile. Era una presenza ingombrante, anche se silenziosa e più passava il tempo, più mi sentivo a disagio. Finchè una mattina di marzo, Enrico era appena uscito e io decisi di fare un bagno rilassante. La vecchia governante quel giorno era di riposo. Avevo appena acceso gli incensi vicino alla jacuzzi e mi ero immersa nella vasca quando la porta della stanza da bagno si aprì e Luca entrò. Lo stupore mi bloccò e non feci nessun gesto pudico per coprirmi, né tanto meno dissi una parola. Lui era sulla porta, col suo solito sorriso e si stava spogliando. Si avvicinò, mi baciò, e si immerse nella vasca. Senza una parola. E facemmo l’amore. Poi entrammo in camera da letto e lo rifacemmo di nuovo. Due ore dopo mentre mi rivestivo, dal letto mi giunse la sua voce: ‘sei sprecata per Enrico… ma già, lui le puttane non ha mai saputo scegliersele…’

Quella frase fu uno schiaffo. La sera dissi ad Enrico che Luca doveva andarsene. O lui o io. Enrico mi guardò e mi disse ‘te ne stai innamorando vero?’ Non ebbi la forza di rispondergli. Come faceva a non capire? Ma capire cosa? Che forse aveva ragione? La mattina dopo feci le valigie, avendo cura di lasciare tutti i costosi regali che Enrico mi aveva fatto ed uscì dalla vita del Professor De Donato. Per sempre. O almeno, così credevo finchè questa eredità non è arrivata a ricordarmi il passato, a sconvolgere la vita inquadrata che ero riuscita a costruirmi in questi anni: un compagno che addirittura voleva sposarmi, un lavoro abbastanza gratificante e il progetto di un figlio. Sì, finalmente un figlio, quello che Enrico non aveva mai voluto avere e che ora aspetto: sono incinta di 3 mesi e sarà un maschio.

Non avevo più pensato a Luca in tutti questi anni. Quando avevo letto la notizia della morte di Enrico, in casa, da solo, avevo inconsciamente creduto che Luca fosse ripartito per il suo vagabondaggio per le strade d’Europa. E invece lui era qui.

‘Come sarebbe a dire che te lo ha chiesto Enrico?’

‘E’ tutto qui in questa lettera. Dopo che te ne sei andata, Enrico era veramente a terra. Sono rimasto stupito dal fatto che tu non gli abbia detto nulla. Avresti potuto raggiungere il tuo scopo. Io sarei andato via e tu potevi continuare a stare con lui ed avere tutto. Ho capito solo allora il mio errore. Avevo sbagliato a giudicarti. Chiamalo rimorso, non so, so solo che decisi di partire. Enrico mi fece però promettere di lasciargli un mio recapito, non voleva perdermi di nuovo. Così lo accontentai. Lo chiamai al mio arrivo a Parigi e gli diedi l’indirizzo della mia amica Chantal, dove ogni tanto mi recavo a soggiornare. In questo modo avrebbe sempre potuto farmi avere dei messaggi. E un anno fa ricevetti questa lettera’

Luca si fruga nella tasca del vecchio eskimo che gli ho sempre visto addosso, tasche piene di gessetti e stracci, e mi porge una busta un po’ macchiata di colore e stropicciata. La calligrafia sull’indirizzo è di Enrico.

‘L’ha mandata a me, ma in realtà è per te. Troverai le risposte che hai sempre cercato. Conoscerai il vero Enrico. Ora scendo in portineria. Se hai bisogno di me, sono giù’.

Il rumore della pesante porta che si chiude mi scuote dal torpore. La busta tra le mie mani è aperta. Vorrei leggerla tutto di un fiato ma ho paura. Cosa voleva dire Luca con quella frase ‘conoscerai il vero Enrico’? Le mani mi tremano e la mente è affollata da miriadi di pensieri. La voce di Tommasina mi prende alla sprovvista. Mi ero dimenticata di lei. ‘Signora… sta bene? È pallida. Venga a sedersi. Le preparo qualcosa di caldo? Un thè o un caffè?’ ‘sì, Tommasina… grazie, un caffè’.

Chi eri Enrico? Possibile che io non ti abbia mai conosciuto veramente? Chi ho amato alla follia, chi era l’uomo da cui volevo un figlio? Troppi interrogativi. Devo sapere. Mentre Tommasina posa sul tavolino del salotto il vassoio con il caffè, apro la lettera.

‘Fratello come stai? Sono le tre del mattino e sono due giorni che non riesco a dormire. Continuo a vedere il volto di Manuela e vorrei stringerla tra le braccia. Ieri sono stato dal medico e le notizie non sono buone. Non so quanto tempo mi rimane prima che il mio cuore ceda. Ma so cosa vorrei fare: rivedere Ela, dirle quanto l’ho amata ed essere finalmente sincero con lei.’

Le lacrime mi impediscono di continuare a leggere e una domanda mi sale alle labbra: perché Enrico? Perché non lo hai mai detto prima? Perché non mi hai fermata quel giorno? Lo squillo del telefono risuona come una sirena nella casa vuota.

‘Signora Danzuso? Sono il Notaio Franchini. Spero che lei ora sia più calma. Ho bisogno di vederla. Ci sono altri documenti da firmare e ho appena ricevuta una lettera del Prof. De Donato per lei.Può venire al mio studio domattina alle 10?’

Scritto da: Signora dei sogni


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