Archivio per la categoria Capitolo 2

Tommasina

[leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’]


Era meglio togliersi subito quest’incombenza. Che voleva la colf? Cos’era questa ansia di non staccarsi dal luogo di lavoro? Così, a sensazione, non mi piaceva la cosa, ma tant’è, mi decisi a comporre il numero sul cellulare per parlare con Tommasina.
“Pronto? Sono Manuela Danzuso, la segretaria del povero dottore. Parlo con Tommasina? La domestica?”. Per qualche secondo si sentì all’altro capo un silenzio cupo, poi una vocina flebile irruppe “sì sì, sono io Tommasina, grazie per aver chiamato, non ci speravo, ero così attaccata al dottore che vorrei ancora servirlo in qualche modo, a lei farebbe comodo una colf? Sa io conosco tutto della casa, i vicini, i negozianti, le scadenze delle bollette…”. Era decisa Tommasina, la sua sembrava una domanda chiusa a cui non si poteva rispondere che con una risposta chiusa “sì.”
Ebbene sì lo feci, dissi di sì, non so neanche io perché, quella vocina mi stregò da subito, sembrava serbare dei segreti a cui non mi potevo sottrarre. Era anche tanta la curiosità di conoscerla perché io sapevo della sua esistenza ma non l’avevo mai incontrata in quanto Enrico, dopo l’iniziale aiuto che gli diedi per ristrutturare la casa, preferì cercare altri luoghi per i nostri incontri privati, per riservatezza, diceva lui.
Ci demmo appuntamento all’indomani, a Piazza del Popolo, davanti alla Chiesa di Santa Maria dei Miracoli, proprio accanto al Ristorante il Bolognese, luogo assai familiare a me ed Enrico, anzi fu Tommasina a proporlo. Chissà perché lì, che qualche miracolo avesse l’urgenza di materializzarsi?
Mi sistemai davanti al sagrato, fra le due colonne, osservavo una vecchina che cantilenava le sue litanie. “Un soldino per mangiare…”.
All’improvviso un alito di vento trasportò un sentore di parole alle mie orecchie. “Scusi, signora Manuela, è lei Manuela Danzuso?”. “Sì” risposi, nell’atto di girarmi. Quasi non vidi nessuno, per un secondo o due, eppure una specie di ectoplasma mi si era parato dinnanzi. Una figura eterea, dall’età indecifrabile, debole nella voce, quanto forte nell’aspetto e tagliente nello sguardo. Tommasina era lì davanti a me, tutto sembrava meno che una colf ma, pensai banalmente, le apparenze ingannano. E già le apparenze ingannano!
“Ecco vede” attaccò subito Tommasina “in questa chiesa era solito venire a raccogliersi il dottore, quasi tutti i giorni sa, era un rito per lui, qualche centesimo a Flautilla, la vecchina che chiede l’elemosina, e poi il lumino da accendere davanti al quadro di Novella Parigini, il Cristo in Croce, perché, diceva sempre il dottore: anch’io sono un povero cristo in croce!”
Con quel suo parlare flautato già mi aveva sopito l’attenzione, ma Tommasina era una governante o una sirena? Fatto sta che dissi ancora di sì, che avevo bisogno di una colf, che era fantastico che fosse praticamente di casa, che era disponibile da subito ed altre amenità, recitavo come davanti a un copione mandato a memoria. L’affare era fatto, se così si poteva chiamare, ci demmo appuntamento per l’indomani a casa.
“Un soldino per mangiare…” Flautilla proseguiva la sua nenia come un disco rotto.
Tornando a casa rimuginai qualche pensiero. Perché Enrico si definiva un povero cristo? A me non risultava, mai saputo che fosse così religioso, perché Tommasina non c’era quando Enrico morì in casa, una coincidenza? La vita è fatta di coincidenze, ma anche di fatti che sembrano coincidenze. A forza di aggrovigliarmi il cervello con congetture e fantasie arrivai sotto casa (un momento? Sotto casa di Enrico, in vicolo della Moretta) senza quasi accorgermene, aprii l’uscio e quella vocina flebile ma scolpita nella roccia sembrava quasi seguirmi.
La mattina era assolata, avevo dormito con le persiane spalancate e la luce aveva piano piano riempito ogni angolo, sembrava di ondeggiare fra le nuvole con quei mobili coperti da lenzuola bianche appena infarinate da un fine pulviscolo. All’improvviso il campanello suonò, e fu come rompere un incantesimo, tornai alla realtà e mi precipitai ad aprire.
“Eccomi qua signora” esordì Tommasina, senza dimenticarsi di elargire un largo sorriso, e fece subito per entrare quasi travolgendomi, ma non con la massa corporea, direi con l’energia che promanava da sé medesima. “Vede come ho sistemato tutto, ogni cosa al suo posto, tutto ben protetto, i mobili coperti, stia serena signora che con me lei non avrà di che preoccuparsi.”
Sembrava aver raggiunto lo scopo, il suo scopo. Più sicura che mai, con quel parlare tagliente capace di infilarsi sin dentro i pori della pelle, Tommasina sembrava lei la padrona ed io, per un attimo, mi sentii la serva.
“Tommasina, apprezzo il tuo ardore, ma è successo tutto così all’improvviso che io ancora non mi ci raccapezzo, ho già una governante quando non so ancora se resterò in questa casa, ho un mese per pensarci”, e a queste parole Tommasina perse qualche volt di luminosità. “Devo capire ancora tante cose” proseguii con ritrovato impeto “ad esempio come è morto Enrico, a proposito tu dov’eri?” A questa domanda Tommasina, oltre la luce connaturata al suo essere perse anche qualche altro watt della sua vocina che, a questo punto, sembrava provenisse dall’oltretomba. “Ma signora, erano le 17.30 di giovedì, io ero fuori per il riposo infrasettimanale.”
Sembravo tornata in me, avevo menato qualche fendente e ciò non poteva che far bene al nostro rapporto se mai uno ce ne dovesse essere. Forse avevo preso le misure a Tommasina perché avevo capito che, se le davo spago, sarei stata sopraffatta.
Ma le sorprese non erano finite. Tommasina, forse per cambiar discorso, mi disse che vi era anche un altro componente della famiglia. A questo punto sbiancai e le domandai chi fosse. Tutto si stemperò quando mi disse che si trattava del cane che la portiera stava tenendo temporaneamente.
Ci voleva un po’ d’aria. Dissi a Tommasina che andavo a fare conoscenza col cane mentre lei già stava sfaccendando. Discesi le scale a piedi, mi presentai alla portiera, presi il cane senza tanti convenevoli ed uscii.
Davanti al portone c’era un giardinetto, proprio quello che ci voleva, ci dirigemmo là, io ed Erasmus, sì il cane si chiamava così per via delle docenze del professore agli studenti, me lo aveva appena detto la portiera, strambo non poco!
Erasmus scodinzolava felice nel giardinetto, era un bel cane, un doberman, ma mansueto, sembrava.
Subito si diresse verso un barbone che se ne stava accovacciato accanto ad una centralina elettrica; sarebbe stato un comune straccione se non avessi notato il blu intenso e magnetico dei suoi occhi e l’eccentricità delle sue mani, pulite e ben curate, rispetto al resto della persona.
Un po’ per paura che Erasmus ne facesse polpette un po’ per curiosità, mi incamminai verso quell’uomo e, fra me e me, pensai: l’eredità, la casa, Tommasina, Erasmus e financo questo eccentrico straccione, certo che per me si è aperta una stagione di sorprese!

Scritto da Uno dei ragazzi della IIIE


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Chi sei]

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La casa

[leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’]


Sono sprofondata nella poltrona preferita di Enrico,nuvole di polvere e fodera compresa

Da qui si vede la terrazza ed ora mi concedo finalmente di piangere i nostri ricordi .

Con ironia penso che la Tommasina appartiene a questo microcosmo incartato piu’di me.

Non ho mai voluto lasciare neanche lo spazzolino nell’armadietto del bagno anche se il mio status di ,possiamo dire amante ufficiale?me lo avrebbe permesso.

Enrico era stato un uomo spietato ma sincero,mai aveva negato il suo amore per il corteggiamento o la distrazione occasionale, ad un congresso o tra le bancarelle di un mercato.

Vorrei alzarmi ed andare nello studio ad accarezzare i dorsi scabri dei libri ,la sua invidiata collezione d’antiquariato,ma continuo a fissare le immagini del passato scorrere sui vetri opachi…Loro erano stati occasione d’incontro, mi era sembrato naturale

Correre in aiuto di quel signore distinto e dal sorriso perfetto mentre il pesante volume

Del 1929 sul processo al Marchese de Sade gli piombava con voluta malignita’

Sul piede.

L’imbarazzo di Enrico poi !! Che non aveva perso spunto per guardarle

Apertamente i seni pesanti. Lei timida commessa neoassunta aveva rassegnato le dimissioni la mattina dopo per diventare la sua segretaria particolare. Tu non appartieni

A questo mondo. Lo so ,neppure adesso. Come si dice?era stata all’altezza della situazione,comunque.

Tutto questo senza cambiare colore dei capelli modo di vestire o abitudini. Quando

l’aveva portata a Parigi la sorpresa era stato l’atelier di Chanel “ti regalo un abito da sera, scegli quello che vuoi “ era scoppiata a ridergli in faccia ,non voleva niente solo lui.

Tu non sei mai stato mio Enrico.

Eri di tutte e di nessuno. Prestato al mondo dell’arte, dell’editoria appartenevi solo a te stesso.I bagliori del tramonto mi scuotono .La sete mi ricorda che forse farei meglio

Ad occuparmi di aspetti piu’concreti. Lascio il resto alla notte che avanza veloce.

Spalanco le finestre della camera ,ho bisogno d’aria,il letto e’fresco d’ammorbidente,mando una benedizione alla sconosciuta Tommasina.

Non voglio andare nel suo studio ,domani, mi manca il coraggio d’affrontare altri fantasmi.

E’come essere avvolti dalla neve di una boccia di cristallo, oggetti affascinanti dicevi

L’infanzia che non hai avuto. Devo aspettare che i fiocchi si posino. Piego il completo

Sulla sedia dalla sua parte ed in sottoveste vado dritta in cucina.

Ci sono delle scatolette e del latte a lunga conservazione,ma questa colf e’un tesoro!

Il dolce al mascarpone mi gira ancora sullo stomaco.”come fai a bere quella bevanda dolciastra??” Enrico rideva immerso nel suo caffè amaro e bollente. Ne bevo un bicchiere seduta sul tavolo e penso che l’ultima volta l’ho visto qui.

“Vieni a vivere qui,con me”. Giravo il sugo con il cucchiaio di legno. Feci una pozza di sangue.”Adesso e’troppo tardi” gli dissi senza guardarlo. Non ne parlammo mai piu’.

Basta lacrime di coccodrillo! E’ora di andare a dormire. Sono troppo stanca anche solo per pensare di lavarmi. Mi infilo nel letto con un altro bicchiere di latte.

“Pronto signor Notaio? Sono la Tommasina! No!La chiamo per questo. Sono due

Giorni che aspetto una telefonata della signora! Si’..son passata sotto la casa, ho suonato

Ma niente!! Ho anche chiesto alla vicina del piano sotto, sa quella che stava sempre a spiare le visite del Professore? dall’altro ieri non sente un passo,un rumore! Da mangiare? Ma c’era niente! Qualcosa comprato ancora da Lui. Va bene aspetto!”

La trovarono addormentata dalla parte di Enrico.

Il bicchiere vuoto sul comodino.

Questa volta, non avrebbe lasciato la Sua casa. Mai piu’.

 

FINE.

Scritto da ariel isolabella


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FOTO E FRAGOLE

[leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’]


 

Passo l’ultima notte in quella che forse non sarà più la mia casa. Notte in bianco, s’intende. Sono tante le riflessioni elaborate durante i deliri che mi hanno separata dal mattino. Trasferirmi nella grande casa di Enrico solo per il mese di prova e poi addio. Fare la prova per un paio di giorni, e idem come sopra. La terza ipotesi mi fa un po’ rabbrividire, ma non saprei dire se di piacere o di terrore. Trasferirmi e rimanere lì per sempre. Tra quelle pareti che tante volte hanno fatto da scenario e da supporto ai nostri incontri, alle serate di lavoro, alle nostre litigate. Comunque vada, l’unico modo per saperlo è vivere lì, subito.

Solo poco prima dell’alba riesco a prendere sonno, ma il risveglio, direi abbastanza brusco a causa di una maledetta sveglia che devo decidermi a buttare, mi ha messo ancora più nel panico. A poco a poco riesco a fare mente locale razionalizzando: è come se mi fosse stato fatto un regalo, anche se inaspettato e pur sempre come conseguenza di un qualcosa di tragico come può essere la morte di un… conoscente? Parente? Amico? Amante…? Ommioddio, che confusione. Ho l’impressione che nel tempo Enrico e il marasma di emozioni, sentimenti e ricordi ad esso legati, abbiano perso la loro corretta posizione nella mia testa, riducendo tutto ad una grossa nuvoletta azzurra.

Nebbia.

Chiamo Marta per avvertirla di non aspettarmi al lavoro e rimando a dopo, molto dopo, un’altra telefonata; a mia madre chiamerò più tardi, dico tra me, scrollando le spalle e cominciando a riempire un borsone e una valigia con tutto il necessario per stare fuori un mesetto.  Dimentico qualcosa, di proposito,  per pigrizia o, più onestamente,  per non recidere completamente il cordone ombelicale con la vecchia vita, nella vecchia casa.

Come se un trasferimento bastasse a modificare radicalmente la mia esistenza.

Idiozie.

Stamane riesco persino a godermela meglio. Forse merito del sole che fa splendere tutto l’ingresso. A dire la verità, mi pare di vedere per la prima volta questo posto così luminoso, neanche quando c’era lui con me. O forse ero talmente presa che non riuscivo a vedere nient’altro che Enrico.

Decido di prendere subito confidenza con gli ambienti. Una volta, che a me pare un secolo fa, sentivo queste stanze appartenermi, ma non tanto nel senso fisico del termine. Sentivo che ciò che accadeva tra queste quattro mura, assumeva un significato speciale, rassicurante, magico. Ma dopo sei anni, chissà se la casa sarà pronta ad accogliermi, nuovamente.

Alla fine ieri non ce l’ho fatta a perlustrarla tutta. La telefonata del notaio ha interrotto l’effluvio di coraggio che sembrava fare capolino. Sono andata via non appena posata la cornetta. Ma oggi devo per forza, dovrò pur appendere all’armadio i miei abiti, prima o poi! Con questo pensiero mi dirigo verso la camera da letto.

E lì la vedo.

La mia foto con Enrico, quel giorno che aveva ritirato quel premio. Aveva fatto una foto con tutte le personalità presenti, certi professoroni e critici che non facevano altro che adularlo, e alla fine di tutto mi prese con sé, di lato, e con una macchina fotografica ci immortalò insieme, con l’autoscatto. Non so ancora da dove potesse essere sbucato quell’oggetto, ma so che da allora venne utilizzato tante e tante volte nei nostri viaggetti e week-end.

La foto era proprio lì, appesa alla parete. Enrico doveva essere davvero solo nell’ultimo periodo della sua vita se aveva avuto il coraggio di esporla…. Quella foto: gli ripetevo sempre che era la mia preferita, avevamo qualcosa di luccicante negli occhi. E poi lui così bello ed io con quell’abito nero: “Sembriamo marito e moglie, non trovi?” gli dicevo, scherzando. E lui si rabbuiava. Non aveva tempo per il matrimonio.

Già.

E piango. Mi ritrovo con la foto in mano e piango. Il pianto che ho trattenuto per questi giorni sta sgorgando adesso come un fiume in piena. Ci sono tante cose che non ti ho detto Enrico mio, e adesso non potrò farlo più. – Avrei voluto confidarti tanti segreti, e ora che voglio non posso. – Mi abbandono a questi e a simili pensieri per un po’ di tempo, abbandonata ad un letto che tante volte ho diviso con lui. Sono una masochista, ma se proprio devo piangere meglio farlo adesso e tutto in una volta, così svuoterò prima i miei condotti lacrimali .

Non ricordo esattamente quanto sono stata così, in questa fase di malinconica disperazione, come dice Marta nei suoi periodi creativi; una volta che i singhiozzi si sono placati, decido che è meglio iniziare a mettere ordine. Già la parola “ordine” mi mette una certa calma, e per dimostrare il suo potere terapeutico inizio con il risistemare al muro la foto. Ecco, ordine.

E poi mi viene in mente una cosa, dove ho messo quel fogliettino?

Alle 14:30, puntuale, devo sottolineare, il campanello suona. Apro la porta e quella che immagino sia Tommasina, una donna un poco robusta, dai capelli ramati e gli occhi scuri, irrompe nell’ingresso in un tripudio di sorrisi.

– Buonasera! Che piacere conoscerla dal vivo! –

– Beh, il piacere è mio- dico un po’ imbarazzata. Ho come l’impressione di risultarle familiare. – Il notaio mi ha parlato molto bene di lei e quindi avevo pensato di chiamarla per darmi un aiuto, sicuramente conosce questa casa meglio di me. –

– Signora mia, non si preoccupi, a poco a poco imparerà a conoscerla bene anche lei. –

(mi chiedo a cosa potrebbe servirmi conoscerla bene, dal momento in cui potrei anche decidere di non abitarci, ma sorvolo su questo pensiero.)

– Allora, ha già deciso le modifiche da fare? Tende, pareti, mobili… sicuramente una donna giovane come lei vorrà rimodernare un po’ questo stile, diciamo, classico. Ah, il professore! Pace all’anima sua! Era così anticonvenzionale, ma così tradizionale in fatto di gusti! – e mi guarda.

Faccio fatica a starle dietro, questa donna è un vulcano che erutta parole. E forse è anche un tantino impertinente. O forse no, in fondo mi ha fatto un complimento, donna giovane. – Veramente, non so ancora se resterò qui. E’ una prova, che sto facendo. – balbetto.

– Capisco, capisco, signora. Allora, mi dica, che cosa vuole che faccia? Io sono pronta da subito. Voglio farla stare bene qui dentro, così le sarà più facile prendere una decisione!-

Non è una donna, né un vulcano, è semplicemente un ciclone.

– Bene, vorrei intanto che si mettesse un po’ di ordine.-

– Ordine?- mi risponde quasi stranita.

Mi guardo intorno, non c’è un quadro messo male o una sedia fuori posto.

– Cioè, volevo dire, vorrei che si desse una pulita generale alla casa. Spazzare, spolverare, e cose simili. –

– E cose simili. – ripete Tommasina, quasi divertita.

– Ottimo, signora. – continua – Allora, se non le dispiace, mi metto subito al lavoro. –

Mi sento leggermente pentita per aver chiamato la colf. Sarebbe stato meglio godermi la solitudine della casa ancora un po’, giusto per abituarmici. Ma è troppo tardi, Tommasina, la fatina del pulito, armeggia tra scope e straccetti, ed io dirigo il suo operato, aiutandola e cercando di stare al passo con la sua imponente manualità. Stremata, dopo qualche ora, fingo di dover fare qualcosa di urgente ed esco, sono sicura che da sola ce la farà benissimo. A dire la verità qualcosa da fare l’avrei sul serio: in frigo non c’è nulla, a pranzo ho mangiato fuori.

Lattuga, pomodori, mele, fragole, mi passano in rassegna al supermercato. Fragole? Ma questo non è il periodo delle fragole! Sembrano così succose, ne prendo una vaschetta, festeggerò in questo modo, per cena, l’ingresso ufficiale nella casa. E ancora, pane, biscotti, latte, yogurth. Va bene, credo che così possa andare. Ho comprato, tra tanti cibi sicuramente nutrienti e sani, alcuni dalle confezioni variopinte e luccicanti, quasi psichedeliche, metteranno vitalità al mio frigo.

Quando torno a casa Tommasina ha appena finito: mi dice che manca solo il terrazzo da sistemare e che potrà occuparsene domani. Prima di andare via, mi fa notare una pila di scatoloni. – Non so cosa contengono, ma visto che probabilmente sarà la futura abitante di questa casa, dovrebbe darci un’occhiata, e buttare le cose che ritiene inutili –

La congedo ringraziandola e mi accingo a preparare la cena. Tutte le stoviglie, le pentole, sono esattamente dove le avevo lasciate una volta. Accendo la tv, mi siedo a tavola e brindo. – Grazie Enrico, grazie, davvero.-

Malinconia.

Mi accorgo che ho quasi svuotato la bottiglia di Nero d’Avola, così decido di alzarmi e dedicarmi agli scatoloni, sul divano. Tre per l’esattezza e belli grandi.

La testa gira.

Apro il primo e trovo una marea di carte con appunti scritti fitti fitti e calcoli dalla sequenza incomprensibile. La mia attenzione è attirata da un portadocumenti di pelle, con degli inserti di coccodrillo. Ne estraggo un foglio.

SILENZIO CIELO

L’immenso sapore di cose passate

Lascia un solco di terra e di fuoco

Dolce mistero di fiati intrecciati

Dolce riposo di menti

Il cielo che sa e mi guarda spietato

Mi parla, mi tocca, sospira.

Tu, edera e gramigna insieme,

intrisa di acqua di mare,

racconti storie di fantasmi di neve;

tu bianca e sontuosa

entri nel mio stupore

e ne fai felicità.

Silenzio intorno,

le tue mani un inebriante calore.

Silenzio adesso

Silenzio cielo.

Non un’iniziale, né una firma. E non è la scrittura di Enrico, almeno non sembra. E non è neanche il suo stile. In quanto sua segretaria conoscevo tutte le sue opere o per lo meno riuscivo a riconoscerle. Conoscevo tutto ciò che scriveva, anche la lista della spesa.

Tin tin tin tin! Tin tin tin tin!,  fa il mio cellulare. Guardo il display.

Uffa.

Che faccio, rispondo?

 

Scritto da ** Valentina **


[leggi il capitolo successivo: A tu per tu con i ricordi]

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La Governante

[leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’]


 

Scrissi il numero telefonico che il notaio mi dettò senza dare troppo importanza alla sua informazione, non volevo trattenermi oltre al telefono, Mi sentivo molto stanca,le emozioni erano state troppe, così mi lasciai cadere sul comodo divano della grande bibblioteca, senza togliere il bianco lenzuolo, che lo ricopriva.

Reclinai indietro la testa, e lo sguardo cadde sul soffitto.

Meravigliose immagini bibbliche, lo affrescavano.I molti personaggi, dipinti con maestria, fluttuavano come fantasmi sulle pareti. I volti angelici, davano una sensazione di pace, ma il volto di una donna, mi colpì in particolare.Era una ragazza, che non aveva parte in quel contesto, sembrava una figura, dipinta nel nostro tempo. Chiusi gli occhi, e mi addormentai. Sognai Enrico, mi chiamava, era pallido, agitato, indicava con gli occhi spaventati,la donna del soffitto.Mi svegliai di soprassalto,agitata dal sogno, non avevo mai visto,nella realtà Enrico in quello stato e la cosa mi turbò. La pallida luce del sole, filtrava attraverso le persiane socchiuse, guardai l’ora e mi accorsi con stupore che erano le otto, avevo dormito vestita e dovevo essere proprio stanca. Mi lavai in quel bagno, dove Enrico, era morto, un brivido scivolò lungo la mia schiena:”No!” Non potevo stare sola in quella casa, non avrei potuto gestirla,avevo necessariamente bisogno di un aiuto. Come un lampo, mi tornarono alla mente le parole del notaio:”Non pensi troppo altrimenti si impegna”. Rivolte alla governante. Cercai il numero di telefonico e la chiamai:” Pronto? Parlo con la signora Tommasina ?”La voce della donna mi stupì:”Signorina prego! Sono io”.Avevo immaginato una voce dolce, servizievole ma, sentii dal tono delle parole, un voce dura, forte, quasi maschile:”Sono la signorina Manuela Danzuso, segretaria del defunto Enrico De Donato”. Dissi:”Il notaio mi ha informato sulla sua disponibilità a riprendere servizio, presso questa casa,che come lei sa,è entrata in mio possesso, se lei è ancora libera,potremmo incontrarci per conoscerci meglio nell’appartamento di Enrico dove ora risiedo.Le andrebbe bene per le dieci di questa mattina?”. Tommasina accettò senza fare domande e, dopo avermi salutato,chiuse il ricevitore.

Alle dieci in punto, il campanello della porta strillò, andai ad aprire, certa che fosse Tommasina, mi trovai davanti al volto della donna dipinta sul soffitto.

Scritto da Gabriella


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Flash-back

[leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’]


 

Rimasi con il ricevitore tra le mani.

Ci mancavano anche il notaio e la Tommasina.

Sinceramente non avevo nessuna intenzione di prendermi in carico la Tommasina, anche se era affezionata alla casa e al professore.

E poi chi lo diceva alla Mery? La Mery era invece la mia governante. Non potevo permettermi una governante fissa, ma la Mary veniva tre mattine la settimana da quando avevo deciso di smettere di fumare. Insomma mi ero tolta un lusso costoso e l’ avevo barattato con un’ altro, perlomeno non creava effetti collaterali alla mia salute, anche se a onor del vero un pochino di capelli me li ero strappati con la Mery.

Al solo ricordo di quando l’ avevo incontrata mi viene ancora da sorridere.

Non era una persona che parlava molto anche perché non ne era capace: parlava in un italiano stretto misto-calabrese che pur essendo io di origine Siciliana stentavo a capire ciò che diceva.

Mery non aveva la minima idea di come si riordinasse una casa.

Non capiva che i detersivi a base di limone non andavano d’accordo con il marmo, o che lo spray per il vetro ingrassava gli armadietti della cucina , però era armata di tanta volontà e una buona dose di pazienza nel sopportarmi.

In quel periodo non ero di certo quella che si definisce una persona “Brillante” né per allegria ne per carisma, comunque senza che ce ne rendessimo conto io e Mery “crescevamo” insieme, sembrava che in qualche modo la mia vita andasse in parallelo con la sua e capitava spesso che se a me girava bene anche per lei iniziava un periodo positivo e viceversa.

Il ricevitore emetteva un fastidioso tuuu e quindi lo riposi e me ne tornai in terrazzo.

Non mi sentivo ancora pronta a girare tra quei mobili, il vento faceva svolazzare le bianche lenzuola e tutte quelle sagome sembravano fantasmi pronti a rianimarsi.

Il terrazzo. Ancora una volta il mio rifugio preferito, uno splendido tramonto sta per concludere questo strano giorno, le luci accese catturano i miei occhi e i ricordi si affacciano prepotenti alla mente.

“ L’ architetto avrà fatto anche un bel lavoro ma ci sono molto cose insopportabili nella tua casa Enrico, non potrei mai viverci, sembra un mausoleo. Invece qui in terrazzo è tutta un’ altra cosa. Qui potrei rimanere per ore, ad incantarmi a questa vista come fosse sempre la prima volta. Insomma “ T’abbinchi gli uecchi”.( si riempiono gli occhi) “Eh sì Enrico hai fatto un affare, quarantanovemila lire di panorama e mille lire di casa”. Sorridevo e lui sapeva che in fondo era un complimento.

Ripensandoci ora, tutto era legato a quella casa.

Fu quel giorno in ufficio che Enrico dopo aver dettato alcune lettere mi aveva trattenuta per pormi una questione di carattere personale.

“Manuela, tu sai che ti stimo molto come persona e come segretaria, sei efficiente ma anche fantasiosa, ti osservo molto ultimamente e ho notato le piccole modifiche apportate a questo ufficio.

Insomma, si nota un tocco di efficienza e femminilità….”

“ E quindi? Dai Enrico taglia corto, arriva al dunque….”

“Manuela vorrei chiederti la cortesia di organizzare un party per inaugurare l’ attico. So che non sopporti questo genere di cosa però te lo chiedo perché sento che solo tu potresti farlo al meglio.”

Sapevo benissimo che la richiesta era una pura formalità. Come si poteva dire no al grande capo!?

Iniziò così un periodo strano. Enrico mi aveva lasciato carta bianca e questo un po’ mi spaventava. Insomma troppa responsabilità! E se qualcosa fosse andato storto? Non me l’ avrebbe mai perdonato.

Iniziai a contattare il miglior fiorista di Campo dei Fiori per gli addobbi, una agenzia di catering fuori Roma, oltre che averne sentito parlare benissimo mi era capitato di gustare in un paio di occasioni le loro portate. Eccellenti.

E poi arrivando da fuori potevo sperare in un pizzico di originalità in più rispetto ad altri.

Non restava che la musica. Sapevo che tra i vari ed inutili acquisti, c’era un pianoforte a coda. Quindi contattai un giovane artista molto conosciuto nei locali della Roma di notte e mi accertai che avesse un vasto repertorio preferibilmente da Michael Bublè a Frank Sinatra.

Al party fu invitata tutta la Roma che conta: per Enrico ovviamente.

Non ne potevo più, tutto andava a meraviglia e quindi perché non approfittare della confusione per dileguarsi velocemente?

Adoravo leggere e non vedevo l’ ora di tornarmene nel mio guscio per riprendere il discorso con un libro abbandonato da almeno un mese sopra il comodino.

Fu in quel momento, mentre stavo per mettere in atto il mio piano che Enrico si avvicinò per ringraziarmi.

“Manuela lo sapevo che non mi avresti deluso!” mi sorrise dandomi un buffetto sulla guancia.

Accidenti avrei pensato che stava per baciarmi. Pensai infastidita. E poi io uno come lui non lo bacerei mai!! E’ troppo vecchio per me.

In realtà Enrico aveva soltanto sei anni più di me. Il fatto è che in tutta la sua persona appariva “uomo”, i capelli già brizzolati, il naso aquilino e quegli occhi profondi gli conferivano un aspetto maturo, invece io avevo sempre preferito gli uomini dall’ aspetto dinoccolato, un po’ infantile, con il sorriso facile e tanta voglia di divertirsi alla grande. Insomma: tutto il contrario di Enrico!

Intanto il piano di fuga era fallito.

Erano quasi le tre di notte quando gli irriducibili del karaoke si decisero a congedarsi.

I miei piedi gridavano vendetta, anelavano il terreno fresco della sera, una passeggiata a piedi nudi nel parco magari, purchè se ne uscissero velocemente da quella tortura!

“ Arrivederci e grazie di tutto.” Continuavo a ripetere quella stupida frase con il sorriso sulle labbra.

Grazie di che poi? Io che centro?

Finalmente la porta si chiuse per l’ ultima volta.

Ora potevo raccogliere le mie cose, salutare il professore e scappare nella mia cuccia!

“Manuela vorrei brindare con te al successo di questa serata. Sei stata grande, in tutti i sensi, non avrei mai pensato che potessi essermi così indispensabile, così prepotentemente indispensabile….”

Mi stava baciando. Istupidita dal bacio inaspettato ricambiai senza slancio. Poi mentre ancora lo stavo baciando mi resi conto che mai avevo provato un’ emozione così forte durante un bacio.

Mi arrampicai sulle punte e gli circondai la nuca con le mani.

Non potevo crederci. Ero lì che lo stavo baciando e non mi irritava, anzi, ne provavo piacere, sentivo battere forte il cuore, ma io non credo al colpo di fulmine, tanto meno quello a scoppio ritardato, eppure sentivo i campanelli di allarme, ero già in allarme rosso.

E così da quella notte era iniziato il periodo più bello e tormentato della mia vita.

Il perché Enrico alla fine avesse deciso di lasciarmi l’ attico non lo sapevo e forse neppure lo volevo sapere.

Chissà poi perché, quando viene a mancare qualcuno, capita spesso come in un flash-back senza ordine, senza capo ne coda, di ricordare ogni singolo istante trascorso insieme. Anche quello più insignificante, anche il più drammatico….

“No…Manuela non se ne parla!!”

“Perché Enrico? Dimmi almeno perché! Una risposta sensata…”

“Sono troppo vecchio per avere un figlio non me la sento…Ormai ci ho rinunciato da un pezzo”

“Tu ci hai rinunciato……… ? E quando avevi intenzione di dirmelo? Ci sono uomini che diventano padri anche a sessant’anni e poi tu non sei vecchio! Io ho quasi quarant’anni e non voglio rinunciare ad avere un figlio”

“Bene dovrai farlo…o perlomeno non lo avrai con me”

Il suo volto era diventato impenetrabile, una statua di marmo. Molte volte avevo avuto a che fare con quella espressione e sapevo che a quel punto il discorso era chiuso.

“ Bene Enrico allora….Addio.”

Uscii da quella casa così come ero entrata…Tutto ciò che rimaneva lì non faceva più parte di me.

Il colpo alla porta mi fece sussultare.

Si stava alzando il vento e, a questa altezza si sente sibilare come nei film di Dario Argento.

Era ora di …… tornare a casa.

La mia casa.

Scritto da Martina


[leggi il capitolo successivo: Sotto la polvere]

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Tommasina e le chiavi

leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’


 

Chiamai Tommasina il giorno dopo. Il cellulare era spento, provai col numero di casa e mi rispose la voce di una donna un po’ in là con l’età, ma con un tono assai forte e dal leggero accento siciliano.

“Pronto ?”

In sottofondo una tv stava sparando qualche sigla televisiva che avevo già sentito da qualche parte.

“Ehm… parlo con la signora Tommasina ?”

“In persona sono. Chi è che parla ?”

“Sono Manuela Danzuso, la segretaria… l’ex-segretaria del dott. De Donato. Mi ha detto il notaio di chiamarla per…”

Travolta dall’emozione, Tommasina sciolse quell’incatenato “leggero accento siciliano” trasformandolo in un fiume dialettale in piena.

“Uh, bedda matri ! La fidanzata del dottore è ! Che bedda, la signora, subito mi chiamò ! Comu sugno contenta ! Ci devo fare la cammarera anco a lei signora ?”

“Beh, volevo conoscerla, se non già preso impegni…”

“Quali impegni, quali impegni, per il dottore sempre posto c’è !” disse urlando, un po’ per l’enfasi, un po’ per sovrastare la tv, dalla quale alcune voci impostate rimbombavano impietosamente.

“Posso venire a trovarla a casa fra poco ?”

“S’accomodasse ! Uh, però subito intende ? C’avrei il teleromanzo da vidiri”

Non sia mai, che io distolga una povera donna dalla sua passione lacrimevole in tv.

“Beh no, nessuna fretta, anzi, mi dica lei”

“Ma può venire pure fra una mezz’orata, che tanto Giutifol dura poco. Purtroppo.”

Giutifol ?

“… va…va bene. Allora, sono lì fra mezz’ora”

Tommasina abitava in un condominio popolare nella zona di Trastevere.

Quando la porta si aprì, mi trovai di fronte una donna minuta, sui 65 anni, ma dall’aria energica ed infaticabile. Una sorta di mix tra Nonna Papera, ed una Mary Poppins invecchiata.

Mi accolse con un sorriso sincero e mi fece entrare.

“Piacere signora, io sono Manuela” feci porgendole la mano.

“Donnarumma Tommasina, per servirla” rispose lei ignorando la mia mano, ed abbracciandomi come se fossi una parente lontana.

Accettai la cioccolata calda che mi offrì, e capii subito che quella donna sapeva davvero cucinare.

“Mi scusasse se l’ho fatta aspettare, ma sa io ho una passione per Giutifol. Matre Santa quant’è bello Riggi !!!” e sospirò come una ventenne innamorata. Evidentemente Ridge e Beautiful colpivano a tutte le età.

L’appartamento era piccolo, ma pulito e confortevole.

“Ehm, bene, mi ha detto il notaio che lei ha sempre lavorato per il dott. De Donato, giusto ?”

“Giusto. Da 25 anni. – disse orgogliosa – E sapesse quanto mi fa male ricordare cos’è successo ! Povero dottore !” e spuntò una lacrimuccia. Avevo il magone facile anch’io al solo pensiero, e decisi di ri-alzare subito il tono della conversazione cambiando discorso.

“Quindi le farebbe piacere lavorare ancora nella casa, immagino”

“Eccome ! Le piace la casa ? Vuol tornare ad abitarci ? Non si deve preoccupare di niente, la pulisco tutta io sa ? Sono l’unica che la saprebbe spolverare tutta ad occhi chiusi ! “ disse sorridendo. L’entusiasmo di quella donna era travolgente.

“Eh eh, non lo metto in dubbio”

Non dovevo farmela sfuggire secondo il notaio, ma in realtà ero ben lontana dal rischio che s’impegnasse con qualcun altro. Quella donna aveva vissuto in e per quella casa nei suoi ultimi 25 anni, ed il solo pensiero di poter lavorare altrove le faceva perdere il sonno.

“Ha visto com’è bedda la casa ? E che bedda vista sul fiume ? Dove la ritrova un’altra così ? Ci pensa Tommasina a tenerla pulita, signora !”

Tommasina era partita in quinta, io in realtà ancora non avevo deciso niente. Non riuscivo a fermarla, ma qualcosa dovevo pur dire, altrimenti finiva che quella si auto-assumeva. Infatti continuò, e forse, era meglio se non l’avesse mai fatto.

“Non si preoccupi signora, se mi dà le chiavi, io ci pulisco anche l’altro appartamento, per la stessa paga. Tommasina non la ferma nessuno signora !”

“Altro appartamento ?”

“Sì, l’altro no ? Non ci andavate sempre ? Non ha preso lei le chiavi ? ”

“No !”

Enrico aveva un altro appartamento ? Ma nel testamento non ce n’era traccia…

“E dove si trova esattamente quest’altro appartamento Tommasina ?” feci un po’ presa dall’ansia.

“Ah, nun lo saccio. Mai le chiavi mi dette. So solo che lo usava per affari suoi, diceva lui. E Tommasina si fa gli affari suoi signora. Lei comanda, Tommasina fa”

Ero un po’ sorpresa e pure indispettita. Un po’ me ne vergognai, in fondo avevo ereditato una fortuna senza avere alcun merito, che diritto avevo di protestare per un immobile di cui non sapevo niente ? E che forse, chissà, non era neanche suo.

“Ma, Tommasina, è sicura che fosse del Dottore, quest’altro appartamento ?”

“Eccome no ? Spesso veniva il dott. Ubaldi Magni, quello che di mestiere critica l’arte, e ci chiedeva le chiavi al Dottore, perché lui non le aveva. Stissa cosa faciva il Dott. Pausillo della clinica, che è quello che rifà le zinne alle signore benestanti – che porcheria -, e pure due ingegneri che non mi ricordo il nome. Però le chiavi le aveva solo il Dottore, quindi vuol dire che era casa sua no ? E com’era generoso ! Se gli amici gliele chiedevano lui gliele dava…”

Nella logica elementare di Tommasina, il concetto non faceva una piega.

In realtà quell’immobile poteva essere di tutti, ed Enrico poteva tenere le chiavi perché ritenuto il più responsabile. Poteva essere di un’associazione, quale però ? A sentire i nomi citati da Tommasina era tutta gente di un certo ceto sociale, come minimo benestanti. Ma perché non mi ha mai detto nulla ?

“Ma sa che cosa ci facevano in quella casa, Tommasina ?”

“Ah no, io gli affari miei mi faccio signora. Io pensavo che quella casa la usaste voi due, e che ogni tanto il dottore, che tanto buono è, la prestasse agli amici. Il dottore persona speciale era”

Ma non aveva finito, e si vedeva.

“Una volta ci chiesi se potevo andare a puliri pure quella casa, e lui mi fece capire che non era cosa, sa signora ?”

“Ah”

Ma Tommasina voleva parlare.

“C’è dell’altro ?” la incoraggiai.

“E che ne so ? Non c’era verso di sapere nenti di quella casa. Il dottore quanno ci andava partiva sempre tardi dopo cena, oppure ci spariva per un fine settimana. Io ci pensavo che ci andasse con lei, signora. Non è lei la sua fidanzata ? “

Fidanzata. Amante diciamo. E forse con nessun diritto di sapere tutta la sua vita privata, ma quella cosa mi incuriosiva. Anzi, un po’ cominciava ad inquietarmi. Una casa usata da Enrico e dai suoi amici alle ore più strane del giorno, preferibilmente di notte, e protetta da una cortina di ferro che aveva fatto fuori pure la fidata domestica del tenutario delle chiavi. Una donna ingenua che forse avrebbe capito a fatica sia lo scopo di quel misterioso appartamento, sia la necessità di tenerlo segreto, per cui era meglio tenerla all’oscuro…

Ingenua, ma dalla lingua lunga e da occhi e mente vispi, se pur non conoscendomi mi ha subito affibbiato il ruolo di “fidanzata del dottore”. D’altronde perché avrebbe lasciato tutto a me se no ?

“E poi ci portava delle valigie”

“Valigie ?”

“Sì delle valigie. Si chiudeva a chiave nella sua cammara e le preparava in gran segreto. Una volta era di fretta ci chiesi se ci potevo dare una mano a prepararle per lui. Cosa vuole che sia per Tommasina una valigia ? Ci saranno stati sicuramente degli abiti no? Lui mi disse che dovevo andare a puliziare il bagno e mi allontanò dalla cammara sua, che poi chiuse. Ma io l’avevo già puliziato il bagno sa ? E quando ce lo dissi, lui sa che mi disse ? Mi disse allura di puliziare qualsiasi altra cosa, ma di starmene fuori da cammara sua ! E che vuole, ma era un gran brav’uomo il Dottore, io ci volevo bene lo stesso anche se certe volte mi trattava in quel modo. Che camurrìa per piegare un po’ di abiti…”

Cominciai subito a pensare che non si trattasse d’abiti. O se abiti erano, erano di qualcuno che non doveva essere scoperto.

“Ma le chiavi che teneva il dottore, allora chi le ha prese ?”

Tommasina strabuzzò gli occhi.

“Comu chi ? E che ne so ! Gliel’ho detto no? Io pensavo che le avesse presi lei, signora…”

“Io… n-no !”

“E allora chi le ha prese ? Le chiavi sono sparite il giorno che è morto sa ?”

Scritto da Michele


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LA CHIAVE

leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’


 

Metto giù il telefono un po’ indispettita dall’insistenza del notaio. Non so ancora se resterò in questa casa: è come se qualcuno voglia spingermi a prendere una decisione affrettata. Cerco di scacciare questi pensieri e osservo il salone. Non so nemmeno io cosa cerchi il mio sguardo, forse le tracce del passaggio delle numerose amanti di Enrico, forse avere la conferma che al contrario, nonostante i sette anni passati, tutto sia rimasto inalterato. Sette anni da quella sera di ottobre che ricordo ancora nei minimi particolari. Ero rientrata prima del previsto da Fondi, dove mia sorella Lea, aveva appena partorito Letizia. Pensavo di fermarmi un paio di settimane, per aiutarla con Andrea, il suo primogenito, poichè suo marito, sergente dell’Aereonautica, si trovava all’estero con una missione di peace-keeping e non sarebbe tornato a casa in licenza prima di un mese. Ma Lea stava benissimo e insistette per farmi tornare a Roma dopo pochi giorni, “tra suocera e cognate sono accudita benissimo. Tu torna al tuo lavoro ed ai tuoi impegni e stai tranquilla”. Lea non aveva mai voluto pesare su nessuno, anche da bambina, autosufficiente e orgogliosa all’eccesso. Non chiedeva mai e non era cambiata. Così quella sera presi l’ultimo regionale e rientrai a Roma, senza avvertire Enrico. Dopo aver richiuso la porta, mi tolsi immediatamente le scarpe vicino all’ingresso, come facevo sempre, perché adoro camminare a piedi scalzi. In quel momento sentìi delle voci provenire dalla camera degli ospiti, in fondo al corridoio, a sinistra dell’ingresso. Tesi l’orecchio e riconobbi la risata di una donna, poi la voce bassa di Enrico. Conoscevo quel tono, lo usava solo quando era nell’intimità. Il grande professor De Donato, dalla voce stentorea in aula magna, diventava un latin lover dalla voce roca solo in certi frangenti. Rimasi immobile, non sapevo cosa fare, se chiamare per avvertirlo che ero lì o sorprenderlo sul fatto come una vecchia moglie gelosa e tradita. Il caso mi venne in aiuto. Urtai con la borsa il porta-ombrelli futuribile che Enrico aveva acquistato ad un’asta in Via Veneto, un oggetto orribile, di plastica e ferro battuto, che faceva a pugni con l’arredamento Caccia alla volpe dell’attico (anche se Enrico sosteneva sempre che io di arte moderna non capivo nulla) e per di più aveva un equilibrio instabile. Il rumore dell’oggetto sul parquet fece immediatamente zittire le voci. Poi Enrico con indosso l’accappatoio comparve sulla porta della camera, mi guardò e mi disse ‘Che ci fai già qui? Comunque non è come credi’. Non dissi una parola. Andai in cucina e aperto il frigorifero sotto la penisola, mi versai un bicchiere di latte. Enrico mi aveva seguito e mi guardava, in silenzio. Ricambiai lo sguardo e l’unica cosa che riuscii a pronunciare fu ‘Stronzo!’. Tornata nell’ingresso, mi rimisi le scarpe, tolsi dalla borsa le chiavi di casa e le misi sulla mensola. Enrico mi guardava e non diceva una parola. Aprii quella porta e sparii dalla vita di Enrico De Donato per sempre. Ed erano passati sette anni.

La suoneria del cellulare mi riscuote da questo stato quasi di dormiveglia, stato in cui il solo fatto di ritrovarmi tra quelle mura mi ha fatto cadere. Dove cavolo ho messo la mia borsa? Ah sì, eccola lì, sulla poltrona Luigi XV che sta vicino allo scrittoio di Enrico. ‘Pronto!’ ‘Ciao tesoro, sono io.. allora tutto bene? Non ti sei fatta sentire da stamattina ed ero preoccupato. Che voleva allora quel notaio?’. Mi sono completamente dimenticata di Maurizio!!!. Ma come ho fatto? Maurizio è il mio compagno, da tre anni. A lui avevo raccontato a suo tempo di Enrico, senza però farne il nome altisonante e conosciuto perché non volevo che lui lo visualizzasse; in fondo era stata la mia prima grande storia d’amore e ci avevo sofferto. Ed ora ero senza parole. ‘Nulla di importante tesoro, è per l’eredità di una vecchia zia che non vedevo da 20 anni. Anzi, ci sono anche delle cugine che si stanno azzannando per le proprietà e mi toccherà fermarmi a Roma per qualche giorno’ ‘Qualche giorno?? Ma quanti? E poi come fai? Dove ti fermi, in albergo? Hai portato solo una 24 ore… Perché non rientri a Firenze e poi torniamo giù insieme?’ Già… Maurizio, logico e decisionale, un addetto alla logistica nato… e forse proprio per questo ha scelto una professione quadrata: il bancario. ‘No, guarda non ti preoccupare, una delle mie cugine ha un appartamentino in centro in zona Piazza del Popolo e mi fermo da lei. Ti chiamo io domani. Mi manchi. Un bacio’. Meglio chiudere prima che gli vengano in mente altre domande. Prima devo decidere cosa fare e poi lo metterò al corrente. Non posso dirgli per telefono ‘sai tesoro, l’uomo di cui ti ho parlato, sì Enrico, era ricchissimo e mi ha lasciato un patrimonio ed un attico nel centro di Roma. E ho pensato di fermarmi qui per un po’. Oddio, sto farneticando. Come posso fermarmi qui, in questa casa? Perché lo hai fatto Enrico? E’ la tua vendetta per quella sera? Per non averti dato modo di fare la tua oratoria? Io ho osato lasciarti e questa è la tua punizione?

Calmati Manu. Bocce ferme ora. Devi pensare con lucidità. No, non sono in condizione di farlo, non qui, in mezzo a questi ricordi, ai libri polverosi ed ai divani trasformati in fantasmi del passato. Tommasina!!! Sarà meglio che la chiami e mi metta d’accordo per ridare aria a questo posto, e che lo faccia prima di perdere il suo numero. ‘Pronto? La Signora Tommasina? Sono Manuela Danzuso, ho avuto il suo numero dal Notaio Franchini. Sì, è per la casa del prof. De Donato. Sì, pensavo che potremmo incontrarci qui domani mattina alle 9 cosi parliamo di come organizzarci. Ok, perfetto, la ringrazio signora e a domattina’. Inizia a rinfrescare, meglio chiudere la vetrata della terrazza dalla quale filtra la luce rossastra del tramonto: ma è più forte di me uscire a godermi lo spettacolo dei tetti della capitale. E’ inutile negarlo, sin da quando arrivai a Roma, ormai 15 anni fa, ne ho sempre subito il fascino. La mia terra d’origine, ha grandi spazi, il profumo dei mandorli e delle zagare e un mare blu cobalto, ma la amo e la odio allo stesso tempo. Roma è il luogo di arrivo di quel percorso che intrapresi il giorno in cui dissi a mio padre che essere la figlia di un agricoltore, seppur facoltoso non faceva per me. E gli dissi anche che la Sicilia ti prende l’anima ma te la prosciuga. E io non volevo che si prendesse anche la mia. Così decisi di lasciarla per trovare la mia strada. Strada che mi portò qui. A Roma.

Un’improvvisa stanchezza mi fa rabbrividire: d’altra parte sono partita stamattina da Firenze con l’Eurostar delle 6 e a dire il vero è da quando ho ricevuto la raccomandata con la convocazione del Notaio che non dormo una notte intera e tranquilla. Una doccia ed una buona dormita e domani si vedrà.

Un suono lungo come di qualcuno che si attacchi al campanello. Oddio! Ma è il campanello!!! Sono le 9.15. Ma quanto ho dormito?? ‘Arrivo!!!’ ‘Mi scusi signora, ma aveva detto alle 9’ Tommasina ha l’aria contrita. E’ una donna piccola di statura, rotondetta, capelli grigi, ma con due occhi vispi e lo sguardo sorridente, ‘No, no, scusi lei, ho messo la sveglia col cellulare, ma mi sono addormentata, Venga si accomodi e se mi attende un attimo mi vesto’. Nella fretta di aprire la porta avevo indossato l’unica cosa a portata di mano, l’accappatoio di Enrico. E’stato un gesto spontaneo e solo ora mi rendo anche conto del motivo per cui Tommasina mi guardava in modo strano e divertito: sembravo un clown con un abito in cui stai due volte.

La voce di Tommasina mi raggiunge mentre sono in bagno ‘signò che ne dice, glielo preparo il caffè?’ ‘Sì, grazie lei è molto gentile e direi che ne ho proprio bisogno’.

Dieci minuti dopo siamo sedute in cucina. Tommasina inizia col raccontarmi i particolari di quando entrando quel martedì mattina si era accorta di qualcosa di strano: Enrico, sempre mattiniero, non era alla sua scrivania, e la portafinestra della terrazza aveva ancora le tende tirate.

Quando mezz’ora dopo si era recata in bagno per cambiare la biancheria la macabra scoperta. Ha gli occhi rossi e sta per piangere. ‘Basta, non ci pensi ora. Senta, non so se il notaio le ha accennato qualcosa, comunque non ho ancora deciso se mi fermerò qui, ma vorrei che almeno questa settimana mi desse una mano a sistemare la casa.’ Il viso di Tommasina si illumina nel sentire le mie parole. ‘Le va bene allora se vengo tutte le mattine? Magari le posso anche fare la spesa e preparare il pranzo se mi dice che preferisce’ Povera donna, deve proprio avere bisogno di lavorare e poi se è riuscita a resistere col caratteraccio di Enrico deve proprio essere una brava donna.

‘Sì, va bene, e nel frattempo io vedrò di prendere questa decisione. Sa ora io abito e lavoro a Firenze, agli Archivi di Stato, e non posso mollare tutto da un giorno all’altro anche se volessi. Comunque, se lei non ha altri impegni, vorrei che questa mattina levasse le coperture dei divani e desse una spolverata, mentre io sistemo le piante in terrazza’.

Ma prima di uscire in terrazza, la curiosità mi porta allo scrittoio di Enrico e al suo computer. So che teneva rigorosamente in ordine le cartelle con tutti i suoi lavori e avevo voglia all’improvviso di leggere le sue critiche, vedere di cosa si stava occupando. All’accensione il PC mi chiede la password. Chissà se Enrico l’ha cambiata? Proviamo ‘cenerentola’ e INVIO… No, ha lasciato ancora quella che mise il giorno in cui cambiò il sistema operativo su mia insistenza. Enrico di PC non capiva nulla e aveva ancora un vecchissimo Windows 98. Quando il tecnico che gli aveva fatto il passaggio dei dati ed riformattato l’hard disk gli chiese se voleva mettere una password mi aveva guardato con fare interrogativo ed io gli feci cenno di sì con la testa. Mi disse poi che aveva scelto Cenerentola in mio onore. Io ero Cenerentola e lui il principe azzurro. Mi appare il desktop pieno di cartelle. Come sempre. Apro la connessione Internet per scaricare la posta elettronica e vedo che la password non è memorizzata. So che in genere, vista la sua poca memoria per certe ‘inezie’ come le chiamava lui, teneva un post-it nel cassetto della scrivania. Ma il cassetto di destra del vecchio scrittoio è chiuso a chiave. Provo anche quello di sinistra. Niente, anche lui chiuso. Ed è stranissimo, Enrico a volte non chiudeva a chiave nemmeno la porta di casa.

‘Tommasina, sa per caso dove sono le chiavi dello scrittoio?’ ‘No signora, anzi, a dire il vero, ho visto il professore una mattina chiuderli e mettere la chiave insieme a quelle della porta d’ingresso.’

‘Ecco, signò, allora i divani sono a posto e ho anche pulito il bagno, ora scenderei a fare un po’ di spesa e dopo finisco di spolverare. Cosa le prendo per pranzo?’ ‘Come? Ah, sì, Tommasina, va bene. Prenda un paio di bistecche e dell’insalata e pomodori, e un po’ di frutta. Banane e mele. E anche un po’ di pane, integrale o di soia’.

Frugo nella borsa e controllo i due mazzi di chiavi che il notaio mi ha consegnato nella busta sigillata con la ceralacca: sono identici, chiave del portone, chiave del cancelletto dell’ascensore e le tre chiavi della porta blindata. Niente chiave dello scrittoio. Frugo tra gli oggetti sulla scrivania: nel portablocco in cuoio di Firenze, nel porta graffette e nel portapenne. Niente. Trovo il tagliacarte e provo ad aprire il cassetto. Niente da fare, riesco solo a scalfire il legno e rischio una stilettata sulla mano. Ma perché nei film funziona sempre?

‘Pronto? Sono Manuela Danzuso. Mi passa il notaio Franchini per cortesia’

‘Signora Danzuso, buongiorno. Come posso esserle utile? Ha sentito poi la Tommasina?’

‘Sì, certo ed è tutto a posto. La chiamavo per un altro motivo. Lo scrittoio del Prof. De Donato è chiuso a chiave. E le chiavi non sono tra quelle che lei mi ha consegnato ieri.’

‘Signora, io le ho consegnato una busta con le chiavi che mi sono state consegnate dalla Polizia e dalla signora Tommasina. La Polizia, avvisata dalla signora, ha sommariamente perquisito la casa e recuperato gli oggetti personali. Dopo di che, data la morte per cause naturali, sono state recapitate a me quale esecutore testamentario. Io ho provveduto a contattare la signora Tommasina per farmi consegnare l’ulteriore mazzo di chiavi in suo possesso. Non ho mai avuto altre chiavi.’

‘Va bene, allora provvederò a chiamare un fabbro per cambiare le serrature. La ringrazio e mi scusi se l’ho disturbata’.

‘Eccomi signora. Sono tornata. Le serve una mano in terrazza?’ ‘No, grazie’ ‘Allora finisco di spolverare la libreria del salone e poi le preparo il pranzo’

‘Mannaggia.. questo aggeggio che non so cosa sia lascia sempre una polvere nera. E in più riga il legno. Quante volte l’ho detto al professore. E lo aveva anche tolto da qui. E ora c’è tornato’

L’aggeggio misterioso altro non è che un posacenere in lava che avevo portato ad Enrico dopo una visita ai miei a Lentini. Mi aveva detto che avrebbe voluto sapere come fosse dentro la mia terra. Quando tornai, gli portai quest’oggetto e gli dissi: ‘vedi la mia terra è così… nera, porosa … e si riduce in polvere e ti sfugge tra le dita’.

Vederlo in mano a Tommasina e volerlo toccare dopo tutti questi anni è un tutt’uno. Un riflesso all’interno attira la mia attenzione: una chiave. La chiave dello scrittoio. La provo: nel cassetto di destra, come già sapevo, il post-it giallo con la password per la connessione. La digito e la linea ADSL si connette immediatamente.

Apro anche il cassetto di sinistra e sopra a tutte le fatture campeggia una busta gialla, di quelle imbottite. ‘A Manuela Danzuso’ seguito dal mio indirizzo di Firenze. All’interno un’altra chiave, sembra una di quelle di un armadietto, con una catenella col numero 0310 e c’è stampigliato RASBANK. La chiave di una cassetta di sicurezza. E una lettera.

‘Mia piccola Cenerentola,

se hai trovato questa busta, due sono i fatti incontrovertibili. Il primo, deprechevole, è che io sono morto. L’altro, è che tu hai accettato la mia eredità. Perdona se ho voluto divertirmi un po’, ma tu sai che ho sempre amato essere protagonista e che adoro i coup de téatre. Prima di proseguire però, voglio spiegarti cosa successe veramente quella sera di sette anni fa. Ero stato invitato ad un vernissage, e il proprietario della galleria voleva convincermi a fare una recensione per l’artista che esponeva, un suo protetto, cosa che rifiutai in quanto non era sufficientemente interessante per poterlo gratificare con una mia critica, anche se negativa. Tra gli invitati c’era Vanessa, una mia vecchia fiamma che viveva da anni a Parigi ed era venuta a Roma solo per sbrigare alcuni affari. Ho semplicemente bevuto qualche whisky di troppo perché mi annoiavo ed ho finito per sentirmi poco bene, e Vanessa si è offerta di accompagnarmi a casa. Arrivato qui mi sono precipitato in bagno e per riprendermi ho fatto una doccia. Quando sono uscito l’ho trovata nel mio letto. Le stavo spiegando che quella non era la sera adatta e che io avrei dormito sul divano. Poi sei arrivata tu. Il resto lo conosci. Perché non te l’ho detto quella sera? Non lo so. Forse perché ho visto i tuoi occhi pieni di rabbia. O forse perché all’improvviso ho capito che tu dovevi essere libera, libera di vivere la tua vita con un uomo della tua età. Venticinque anni di differenza tra di noi in quell’attimo mi sono sembrati un vuoto incolmabile. Ed io non ti meritavo. Non ti stupire se sulla busta c’è il tuo indirizzo attuale. Ho fatto delle ricerche, ho seguito di nascosto la tua vita e di te ho sempre saputo tutto: che avevi un lavoro ben remunerato, una buona posizione e un uomo che ti voleva bene. Ma se sei qui, credo che tu sia ancora legata a me. E ciò che ti lascio è una minima ricompensa per quello che tu mi hai regalato: quattro anni di gioventù.

Torniamo ad oggi. Innanzitutto non so come sono morto, ma se dicono per cause naturali non è vero: mi hanno ucciso. E questo non è una delle mie solite fissazioni. Sono stato minacciato e hanno tentato di investirmi con l’auto: la polizia ha incolpato il solito pirata della strada. Da un paio di mesi, sono costantemente seguito. Anche alla Sapienza, ho trovato una lettera minatoria sulla scrivania del mio studio al quarto piano. Troverai le lettere minatorie ed un diario con tutti i miei appunti nella cassetta di sicurezza della filiale RASBANK di Piazza Adriana. Il direttore ha già il tuo nominativo e i tuoi dati come cointestataria della cassetta. Chiedi del Dott. De Biagi. Dovrai solo firmare dei documenti e potrai poi accedere al caveau. Sono sicuro che tu non credi ad una parola di quanto ti sto rivelando. Non ti biasimo. Guarda il contenuto e poi decidi tu cosa fare. Vai alla Polizia o brucia tutto. Non cerco giustizia. Non so che farmene ora e qui. Vorrei solo che un assassino non sia libero per le strade.

Non sono mai stato capace di dirlo a nessuna donna e anche ora mi accorgo di essere in ritardo, ma vorrei che tu sapessi che ti ho amato veramente.

Tuo per sempre

Enrico”

Ho le mani che tremano. Non so cosa di più mi dia i brividi del contenuto della lettera. Se sapere che Enrico è stato ucciso oppure la verità su quello che io ho sempre definito il suo ‘tradimento’ o leggere parole di amore che non mi aveva mai detto.

Alzo lo sguardo al monitor e vedo il solito messaggio ‘YOU HAVE NEW MAIL’.

Apro la posta e l’ultimo messaggio ricevuto ha la data due settimane fa. Il mittente è wizard@yahoo.fr e il testo che mi appare in anteprima mi gela il sangue:

‘professore… ti avevamo avvertito… sei stato il primo di una lunga lista’

Scritto da Signora dei sogni


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Il Cappellaio Matto

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“Tommasina, vero?”

E’ una donna minuta, dall’aspetto lindo e ordinato, sui cinquant’anni, quella che mi sorride quando le apro la porta.

“ E lei è la signora Manuela?” mi risponde con tono affettuoso, come se avesse sentito parlare di me da Enrico.

Resto leggermente imbambolata a fissarla, mentre lei si infila lesta nel grande appartamento che ha gestito per anni, pronta a riprenderne il controllo almeno quanto lo sono di restituirlo a lei.

Tommasina mi ricorda in maniera impressionante mia madre. C’è un’infinita dolcezza nel suo sguardo, accompagnata da una sfumatura di tristezza, come se per qualche misterioso motivo si sentisse autorizzata a compatirmi.

Lo stesso sguardo che aveva mia madre quando entrava nella mia stanza in quel nostro piccolo appartamento in via dei Monti di Primavalle, ansiosa di raccontarmi la sua dura giornata, ma ancora di più di ricevere le mie confidenze.

Mio padre non c’era più da un pezzo. Avevo di lui un ricordo vaghissimo. Purtroppo quell’uomo immenso, sempre vestito di nero, che mi afferrava come un fuscello e mi sorrideva sfregando le sue guance sempre leggermente ispide contro le mie, un giorno si era trovato in banca durante una rapina.

Pur essendo nella sua giornata di libertà, non aveva potuto fare a meno di intervenire.

Appena estratta la pistola d’ordinanza, era stato colpito da uno dei banditi.

Ferito a morte, aveva risposto al fuoco, portandosi con sé nell’aldilà entrambi i rapinatori ( “nessuno aveva una mira precisa come quella di suo marito” aveva sussurrato a mia madre l’ufficiale dei carabinieri che le aveva appuntato sul petto la medaglia d’oro) .

Io avevo tre anni, mia madre trentacinque. Da un giorno all’altro la nostra vita era cambiata. La pensione di mio padre non bastava, così mia madre aveva cominciato, come diceva lei a “fare i servizi”, fino al giorno in cui aveva avuto la fortuna di diventare la governante del Professore.

Mia madre lo ha sempre chiamato così Enrico, il Professore, ed ha continuato a chiamarlo così per sempre, anche quando era evidente che il Professore aveva una storia con sua figlia.

Il giorno che era stata assunta era stato un giorno felice per la mia famiglia.

Invece di andare a sbattersi a destra e sinistra, da quel momento mia madre ebbe un unico appartamento da gestire.

E come ne era fiera!

L’appartamento in cui abitava Enrico non era ancora questo che ora perlustro con emozione, riconoscendo qua e là i segni del mio ormai lontano passaggio ( Guarda un po’! Quello è il tappetino che prendemmo in Marocco! E quella scansia? Ma sì! E’ quella che caricammo faticosamente nel portabagagli della Volvo quel pomeriggio in un mercatino dalle parti di Siena).

Enrico allora stava a Viale dei Quattro Venti in una casa enorme ereditata da una vecchia zia, traboccante di mobili dell’Ottocento e di libri.

Non ci aveva messo molto a decidere che mia madre era la donna giusta per accudirlo.

“ Sembra che tu non esista per lui- mi diceva mia madre- tanto sembra attento e concentrato nelle sue cose. Eppure ti assicuro che non gli sfugge niente. Una volta, quando pensava che non lo stessi guardando ha passato, un dito sul caminetto. Hai capito, Manuè? Stava a controllare se lo avevo spolverato come si deve”.

Insomma, stando ai racconti di mia madre, nei quali si mescolavano il suo reverenziale timore nei confronti del Professore e il suo irreprimibile orgoglio per il ruolo che aveva saputo conquistarsi in quella casa, Enrico, dopo averne sperimentato l’affidabilità come guardarobiera e stiratrice, le aveva proposto di diventare la sua governante.

Ero così cresciuta ascoltando continuamente racconti sulla vita del grand’uomo.

Mia madre non è una donna di cultura e credo che in vita sua non abbia mai letto una riga scritta da Enrico, nemmeno quelle che apparivano sul “Messaggero”, che ospitava una sua sofisticata rubrica di critica televisiva.

I suoi racconti quindi non riguardavano quello che sembrava interessare tutti gli altri, cioè i motivi che lo avevano spinto a passare,negli anni, dalla simpatia per i gruppetti della sinistra extraparlamentare alle più intransigenti posizioni conservatrici . (“ E’ fisiologico essere rivoluzionari a 20 anni e conservatori a 50” rispondeva perentorio lui quando si toccava l’argomento, ma era evidente che non era il suo argomento preferito).

No, i racconti di mia madre non toccavano le mirabolanti giravolte del pensiero che il Maestro aveva esibito negli anni, riscuotendo gli applausi dei nuovi ammiratori insieme con i fischi indignati dei vecchi.

I racconti di mia madre descrivevano un uomo diverso da quello pubblico.

“. E’ un uomo importante sai! Ma non mi guarda mai come se lui fosse il padrone e io la serva. Mi sembra sempre di essere, chennesò, una vicina capitata lì per caso… Mi guarda con quei suoi occhi di cane buono, strizza leggermente gli occhi e mi dice : “Signora , per cortesia può fare questo può fare quello..”. Mai una volta che mi abbia chiamato Amelia”.

“E sì che non mi dispiacerebbe neanche un poco che lo facesse “ aggiungeva poi certe volte, sospirando.

Mia madre aveva una tale soggezione di Enrico che, pur non potendo fare a meno di lodarne in lungo e in largo la signorilità, in cuor suo si augurava che prima o poi venisse il tempo in cui sarebbe stata trattata con maggiore familiarità e meno cerimonie.

Tempo che non arrivò mai, nemmeno quando non fu più possibile nasconderle la nostra relazione: lui continuò a chiamarla compitamente signora, e rimase per lei il signor Professore ( non capiva quelli che gli si rivolgevano chiamandolo Maestro: “Perché si permettono di chiamarlo cosi? Insegna all’università, mica alla scuola elementare! “ diceva indispettita per un atteggiamento che a lei appariva segno di superficialità e noncuranza).

Enrico c’è sempre stato nella mia vita, da quando lui è entrato in quella di mia madre. Ma per molti anni è stato presente solo attraverso quei racconti.

Non pensavo a lui, né facevo alcuna fantasticheria sul suo conto.

Non immaginavo nemmeno che mi sarebbe capitato un giorno di fare la sua conoscenza. Per me era come un pianeta della galassia, sapevo che esisteva, ma non pensavo fosse neanche lontanamente possibile entrare in contatto con lui.

Eppure quel giorno è venuto ed ha cambiato il corso della mia vita: lo ha cambiato allora, quando abbiano avuto la nostra storia, la cambia oggi quando, dopo una vita di incertezze e a volte di indigenza, mi ritrovo al centro di questa casa che ho tanto amato, con un bel conto in banca e questa copia di mia madre che risponde al nome dolcissimo di Tommasina pronta a servirmi e riverirmi come a suo tempo faceva la signora Amelia con il professor Enrico Donati.

Ma come fu che ebbi il contatto con il pianeta più remoto della galassia?

Avevo appena finito le scuole superiori e mi guardavo in giro alla ricerca di un lavoro. Mia madre, con la pensione di papà e i soldi che le passava Enrico, riusciva a mantenere entrambe dignitosamente, e in più avrebbe voluto che mi iscrivessi all’Università. Ma io, invece, ero ansiosa di dare il mio contributo.

Fu durante quel periodo che mia madre un giorno venne a casa tutta agitata e con gli occhi che le brillavano per l’emozione.

Il professore aveva bisogno di una segretaria che sapesse scrivere a macchina e dattilografare velocemente.

Mia madre lo aveva sentito mentre, al telefono, parlava con un amico di questa sua necessità. Raccogliendo con un grandissimo sforzo tutto il coraggio che aveva, gli aveva parlato di me, magnificando le mie doti di stenografa e dattilografa perfetta ( non mentiva, avevo predisposizione per queste materie e avevo partecipato anche a qualche concorso di velocità, piazzandomi sempre ai primissimi posti).

Lui l’aveva guardata con i suoi occhi di cane buono, stupito nel sentirle nominare una figlia di cui non aveva mai sospettato l’esistenza, forse contrariato per il timore di un’inutile complicazione, sicuramente timoroso di offenderla con un rifiuto, poi aveva detto: “Perché no?

La mattina dopo mia madre si alzò all’alba per stirarmi alla perfezione il miglior vestito che avevo.

“Non ci pensare nemmeno lontanamente che mi vesto da damigella d’onore per venire dal “tuo” professore “ dissi seccamente entrando in cucina.

Ci fu una discussione estenuante alla fine della quale lei rinunciò al vestito di gala, io ai blu jeans.

Indossai così un tailleur pantalone molto simile a quello che porto oggi.

Non mi faceva sentire a mio agio come i blu jeans, ma mi faceva sembrare più vecchia.

Avevo diciannove anni, ma, vestita in quel modo, potevo passare per una ragazza di 25.

Quando uscimmo di casa ero tranquilla, ma a poco a poco, man mano che l’autobus ci portava verso la casa di Enrico, l’ agitazione di mia madre finì per contagiarmi.

Ero così tesa ed emozionata quando lui ci venne ad aprire.

Era già vestito di tutto punto, con uno di quei gessati di cui mia madre mi parlava in continuazione.

Mi colpirono subito l’asciuttezza del suo fisico e la delicatezza dei suoi lineamenti.

Scendendo dall’autobus mi ero tolta, per un piccolo soprassalto di vanità, gli occhiali da vista che mi servivano per correggere una leggera miopia.

Vedevo quindi, abbastanza bene, i contorni del suo viso e gli occhi chiarissimi e benevolmente ammiccanti, ma mi sfuggivano le piccole rughe intorno agli occhi e alla bocca.

Venuta ad incontrare un uomo maturo, mi trovavo di fronte, con mia sorpresa, e grazie alla momentanea impossibilità di mettere a fuoco i particolari, un uomo dall’apparente età di trentacinque anni.

Non un coetaneo certo, ma nemmeno il vecchione che avevo immaginato, sapendolo vicino ai cinquanta.

Dopo i primi convenevoli, mia madre sparì, ritirandosi, più per timidezza che per discrezione, nell’ala opposta dell’appartamento.

Enrico mi pilotò nel suo studio dove ci sedemmo l’uno di fronte all’altra separati da una monumentale scrivania ingombra di libri e di scartoffie.

La stanza era letteralmente tappezzata di scaffali e ognuno di esso era stracarico di libri. L’unico spazio libero si trovava alle sue spalle, dove al centro di un panello di legno campeggiava una vecchia litografia che non potei fare a meno di guardare con curiosità.

Intercettando il mio sguardo, lui mi disse: “Ha letto “Alice nel Paese delle Meraviglie"?. Il signore che vede ritratto in quella fotografia è il Cappellaio Matto. Me lo ha regalato una mia studentessa: diceva che, come il personaggio del libro, ho l’abitudine di fare domande di cui io stesso non conosco la risposta”

“Perché un corvo somiglia ad uno scrittoio?” risposi, ripescando con la memoria quella vecchia battuta del libro, che avevo adorato, leggendolo e rileggendolo fino a consumarlo nella mia infanzia.

“Lei è strepitosa quando sorride” rispose lui.

Non bella, né incantevole, né graziosa, usò proprio questo termine, strepitosa

Era il primo attacco, allora non potevo nemmeno immaginarlo, il suo primo tentativo di accorciare le distanze gettando tra noi a mo’ di ponte un aggettivo molto lontano dalle sue abitudini espressive e che immaginava vicino alle mie.

Scritto da Filippo


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