La bottiglia di profumo



leggi il capitolo precedente: Fotogrammi


 



 

Scesi in strada col cuore in gola per la frettolosa discesa delle scale.  Dovevo riuscire a comunicare con Maria, anche a gesti, anche facendomi fare uno dei suoi disegni così esplicativi, ma  era sparita, dissolta nell’aria o inghiottita da qualche portone famelico. Girovagai fra le stradine scarmigliata e in preda all’ansia  finché mi resi conto di avere freddo e che la gente mi guardava  con un misto di meraviglia e ironia. Tornai indietro consapevole dell’inutilità di girare a vuoto ma ben decisa a rintracciare in qualche modo la bambina. Mi ricordai  di aver lasciato la porta di casa aperta  senza preoccuparmi di prendere le chiavi e rientrai per decidere con calma il da farsi.
Il telefono stava squillando e mi affrettai a rispondere.
“Si” dissi con voce affannata
“Signorina Danzuso sono il commissario Cutrona. Mi scusi se la disturbo ma vorrei che venisse in commissariato in merito al caso Di Donato.”
“Di che si tratta?” cercai di mantenere un tono calmo ma il sangue mi era affluito al cervello repentinamente.
“Lo saprà appena viene; l’aspetto nel mio ufficio fra un’ora”. Il tono perentorio non ammetteva repliche così pensai bene di non insistere. Avrei detto al commissario tutto quello che avevo scoperto, gli avrei portato la borsa di Tommasina e gli avrei mostrato i disegni di Maria. La morte di Enrico non sarebbe rimasta impunita. Ma quest’idea non mi dava nessuna gioia e nemmeno soddisfazione perché niente lo avrebbe riportato in vita. Lo avevo perduto ineluttabilmente. Per tutti quegli anni avevo vissuto nell’illusione di una sua telefonata o di una lettera e intanto seguivo la sua vita da lontano, attraverso i giornali, le recensioni dei suoi libri che correvo a comprare e divoravo anche se non sempre capivo le cose che scriveva. Perché il mio Enrico non scriveva romanzetti a lieto fine; era un letterato, uno storico della letteratura, un ricercatore invitato dalle più prestigiose università del mondo a tenere conferenze sui suoi studi. Con lui era morta anche la speranza, quella che mi aveva aiutata a sopportare il distacco mentre ora vivere nella casa di Enrico senza la sua presenza mi sembrava una beffa atroce per me e anche per lui.
Ricacciai le lacrime che sentii montare fino agli occhi. Non ora, mi dissi, verrà il momento in cui potrò acciambellarmi sul divano a leccarmi le ferite.
Feci una rapida doccia e indossai jeans, t-shirt bianca e blazer blu. Attorcigliai i capelli in un austero chignon  e spolverai il viso con un po’ di fard per mascherare il pallore.
Per fortuna il Commissariato era in zona e in dieci minuti ero già  arrivata. Il dottor Cutrona mi ricevette subito sebbene nella sala d’aspetto ci fossero altre persone che attendevano di parlare con lui.
“Si accomodi signorina Danzuso” e poi rivolto al questurino che mi aveva fatta entrare “Lo Cascio non ci sono per nessuno, non passarmi telefonate tranne se chiama il Questore, intesi?”
Il questurino Lo Cascio abbassò la testa in cenno d’intesa e silenziosamente uscì chiudendosi la porta alle spalle.
Il Commissario aprì una cartellina blu che teneva sulla scrivania e ne tirò fuori una foto che mi porse: “Conosce quest’uomo?” disse fissandomi negli occhi “Ok, lo conosce” e si affrettò a riporre la foto.
“Ha fatto tutto lei, io non ho ancora parlato”
“La sua bocca no, ma la sua faccia si. Sbaglio o l’ho colta di sorpresa?”  e  proseguì “Allora mi conferma che lo conosce?”
“Dire che lo conosco mi sembra eccessivo”
“Non sottilizziamo signorina” e poi grattandosi la testa “Va bene cambio domanda: ha mai visto quest’uomo?”
“Si l’ho visto” risposi decisa e aggiunsi “Ma è una foto segnaletica, questo tizio è un pregiudicato?”
“Per la verità qui sono io che faccio le domande però la voglio accontentare” e così dicendo appoggiò le spalle alla poltrona “Diciamo che è una nostra vecchia conoscenza. Allora vediamo: due condanne per minacce ed estorsione, sfruttamento della prostituzione, gioco d’azzardo, appropriazione indebita, reati contro il patrimonio e reati minori come millantato credito, circonvenzione d’incapace eccetera eccetera. E ora, forse, anche duplice omicidio della sua complice in affari tale Tommasina Bellavia e del suo datore di lavoro Enrico De Donato. Come vede signorina lo conosciamo bene. Un bel soggetto vero? E ora che ho soddisfatto la sua curiosità sono sicuro che non ci negherà la sua collaborazione”.

 

Quando uscii dal Commissariato mi sentivo più leggera,  sgravata da un macigno che mi aveva pressata per molti giorni. Gli avevo raccontato tutto quello che sapevo e gli avevo  parlato di Maria, la bambina misteriosa della terrazza di fronte che aveva inchiodato con i suoi disegni l’assassino e  il Dottore Cutrona si era fatto carico di rintracciarla. Ora potevo pensare a me, a Enrico e a quello che avrei voluto fare della casa e dell’eredità. Per la prima volta presi coscienza di essere diventata ricca grazie a lui. Mi aveva negato la gioia di un figlio e ora mi riempiva di soldi per farsi perdonare. E a proposito di soldi, ricordai che dovevo andare nella Banca di Enrico. Il notaio aveva avviato tutte le procedure per intestare i suoi beni  a mio nome ma dovevo firmare dei documenti per diventarne materialmente la legittima intestataria. Ripensando alle cifre apprese dalla lettura del testamento, mi stupii dell’indifferenza con la quale accettavo la nuova condizione di ricca. E dire che da qualche anno riuscivo a stento ad arrivare alla fine del mese e mi privavo di tutto. Il guardaroba era ancora quello che avevo comprato quando stavo con Enrico; erano tutti capi firmati e ancora in ottimo stato ma  decisamente datati. Voleva che scegliessi il meglio senza badare a spese perchè anche se ufficialmente ero per tutti la sua segretaria, ufficiosamente tutti sapevano qual era la vera natura del nostro rapporto e non potevo farlo sfigurare indossando abitucci dozzinali. Del resto l’ambiente che frequentavamo, la vita rutilante fitta di impegni, viaggi, conferenze, premi letterari, cene di gala, mi imponevano un guardaroba fornito e di prim’ordine.
“La mia segretaria, Manuela” mi tornano alla mente le sue parole quando mi presentava a qualcuno e l’espressione di trionfale soddisfazione che gli si stampava sul viso nel farlo. Mi esibiva e io mi lasciavo esibire appagata del suo compiacimento. Enrico godeva nel suscitare l’invidia dei suoi colleghi cattedratici “babbioni”, così li chiamava, intristiti sui libri e ammuffiti nelle biblioteche di mezza Europa. Non sarò mai come loro, mi diceva, amo quello faccio ma voglio anche godermi la vita, possibilmente accanto a te, e mi lanciava un’occhiata complice per cercare il mio assenso. Parlava di possibilità ma in realtà dava per scontato che gli sarei rimasta sempre a fianco e l’idea di perdermi non faceva parte dei suoi dubbi.

 

Accompagnata da questi pensieri arrivai a casa e quasi mi aspettavo di trovarlo nello studio immerso in qualcuna delle sue ricerche. Un profumo leggero, appena percettibile, aleggiava nell’aria e un brivido mi serpeggiò lungo la schiena: era Tactis di Shiseido, il profumo di Enrico.
Col cuore che batteva come un tamburo andai dritta nel bagno a cercare la bottiglia del suo profumo che non avevo notato in quei giorni caotici, ma non ebbi bisogno di faticare per trovarla. Era in bella vista sul ripiano del lavandino dove abitualmente la metteva Enrico.
Non c’era, non c’era prima che uscissi, ne ero sicura. Non c’era nulla  accanto al lavandino dove mi ero truccata prima di uscire. Allungai le mani che tremavano verso la bottiglia e mi accorsi che il tappo non era avvitato bene. Il solito vizio di Enrico che non chiudeva mai del tutto qualunque tipo di bottiglia. Com’era possibile? Non avevo mai prestato fede alle storie incredibili e non avevo alcuna voglia di  credere nei fantasmi che tornano dall’aldilà o da dove cavolo si trovano per manifestare ai vivi la loro presenza. Però quella bottiglia non aveva le gambe e non poteva essere andata da sola sul ripiano; una spiegazione doveva pur esserci anche se non riuscivo a focalizzare nulla di razionalmente accettabile. L’unico dato di fatto erano i brividi di freddo e il tremore che avevo in tutto il corpo, ma non mi arresi e cominciai a ispezionare la casa da cima a fondo per cercare qualche traccia di reale presenza umana. Tutto era in ordine come quando ero uscita, a parte quell’odore pungente che si avvertiva più forte nello studio di Enrico. Spalancai la porta finestra che dava sul terrazzo e tutte le finestre delle altre stanze per fare volatilizzare il profumo quindi mi versai una dose abbondante di whisky e mi abbattei sul divano per sgombrare la mente dalla confusione che si era creata nei miei pensieri.  
Mi svegliai al suono del cellulare e impiegai qualche minuto per captarne la provenienza. Quando mi resi conto che stava ancora dentro la borsa  si ammutolì. Avevo dormito pesantemente e l’effetto del whisky si faceva sentire con una morsa che mi stringeva con forza la testa.
Il profumo… annusai l’aria come un cane da tartufo ma non lo sentivo più, svaporato. O forse la svaporata ero solo io che cominciavo ad avere anche le allucinazioni olfattive oltre a quelle visive. Mi alzai ancora imbambolata e mi avviai scalza verso il bagno. La bottiglia di profumo era dispettosamente ancora sul ripiano; l’afferrai con rabbia e la chiusi dentro l’armadietto degli asciugamani. Avevo bisogno di aria e uscii sul terrazzo. Il sole stava tramontando dietro i palazzi che si affacciano sul Lungotevere tingendo  il cielo  di un rosso fuoco mentre sopra la mia testa sfumava fino al rosa. E ancora le lacrime salirono agli occhi ma questa volta non feci nulla per trattenerle. Ne avevo bisogno per allentare la tensione, per sfogare il dolore e la rabbia accumulati in quei giorni.
Il cellulare riprese a squillare. Mary voleva sapere se doveva venire l’indomani per le pulizie, poi con apprensione mi chiese: “Manuela ti senti bene?  Hai la voce strana”
Inutile fingere con lei “Non sto affatto bene e non ho mangiato nulla da ieri sera. Senti, ti andrebbe di venire a stare con me per qualche giorno? Ho bisogno di averti tra i piedi a rompermi le palle”.
Non si fece pregare e un’ora dopo arrivò carica di pacchi della spesa che portò subito in cucina senza degnarmi di uno sguardo. Questi modi spicci e rudi mi sconcertavano sempre pur sapendo che si sarebbe presa cura di me come nemmeno una madre avrebbe fatto. Le corsi dietro e cominciai a farle un resoconto dettagliato delle ultime vicende mentre lei armeggiava con la roba che aveva comprato per preparare la cena. Era talmente indaffarata che sembrava non ascoltarmi e non si scompose neppure quando le dissi del profumo di Enrico e della bottiglia rinvenuta nel bagno. Aveva cominciato a soffriggere un intruglio di cipolla, carote e sedano e si apprestava a tagliuzzare un pezzo di pancetta affumicata quando si fermò  col coltello a mezz’aria “Fra un po’ mi dirai che profumo senti per la casa, altro che Tatto…Tatti o come cazzo si chiama” e riprese ad abbassare la lama sulla pancetta come una ghigliottina.

 

Chiusi la valigia e tirai un profondo sospiro di sollievo: era tutto pronto per la partenza. Mi ero voluta concedere una crociera sul Nilo che era stata da sempre il mio sogno mai realizzato. Con Enrico l’avevamo programmata molte volte ma avevamo sempre dovuto rinunciare per i suoi impegni di lavoro; dopo Enrico le mie esigue finanze me lo avevano sempre impedito.
“Si conceda una bella vacanza signorina, ne ha proprio bisogno” mi aveva detto il commissario Cutrona l’ultima volta che ci eravamo visti. Mi aveva telefonato un pomeriggio dicendomi che aveva due belle notizie per me “Sono distrutto dalla stanchezza e non ho pranzato, non è che mi farebbe compagnia per due bucatini all’amatriciana? Mia moglie è andata a trovare sua madre in Calabria e mangiare da solo mi deprime. La passo a prendere appena finisco e così le dico tutto. Le va?”
“La mia tata fa una amatriciana strepitosa” gli risposi “Venga da me così potremo parlare in santa pace”.
Si buttò sui bucatini, incurante del mio sguardo divertito, come se avesse digiunato da settimane e solo dopo che gli riempii per la seconda volta il piatto sembrò rilassarsi. Mandò giù una lunga sorsata di vino e finalmente si rese conto che morivo dall’impazienza di ascoltare le due belle notizie. “Mi scusi per la foga ma io a stomaco vuoto non connetto e sono poco loquace”.
Avevano catturato l’investigatore mentre usciva all’alba da casa sua con una valigia in mano. In tasca gli avevano trovato un biglietto aereo per il Brasile. All’inizio aveva tentato di negare ogni addebito sugli omicidi tirando fuori improbabili alibi, ma alla fine si era arreso all’evidenza di fronte ai disegni della bambina e alla mia dichiarazione firmata e depositata in commissariato, così  aveva confessato tutto. Con Tommasina avevano avvelenato Enrico con un farmaco che provocava un infarto mortale. Li aveva scoperti e aveva minacciato di denunciarli alla polizia perché volevano costringerlo a firmare un testamento a loro favore. Poi  aveva dovuto  uccidere anche  Tommasina che, impaurita dalla piega che avevano preso gli avvenimenti, voleva denunciarlo e scaricare tutte le colpe su di lui.
“Domani leggerà i dettagli sui giornali. Ora il bell’imbusto è in stato di fermo da noi ma appena il giudice firmerà il provvedimento degli arresti cautelari, lo spediremo dritto dritto a Rebibbia”. Ora aveva l’aria rilassata e soddisfatta anche se intuivo che doveva avere avuto una giornataccia.
“E la seconda bella notizia?” gli chiesi timidamente.
La seconda bella notizia riguardava Maria: l’aveva rintracciata. Mi porse un bigliettino su cui erano scritte le generalità della bambina, dei genitori e la via dove abitavano. La madre di Maria faceva le pulizie nell’appartamento di fronte e si portava dietro la bambina dal momento che non aveva a chi affidarla. Il marito lavorava ai mercati generali e stava tutto il giorno fuori casa. Mi raccontò che Maria aveva una malformazione congenita che le aveva ostruito il condotto uditivo  e il fatto che non parlasse era solo una conseguenza della sordità. Pare che in America avrebbero potuto operarla con successo ma l’intervento era molto costoso per le possibilità economiche dei genitori così si erano rassegnati a tenerla sordo-muta.
Cutrona  parlava e la mia mente macinava pensieri “Per ricambiare la cena che le ho offerto mi deve un favore” gli dissi e senza aspettare la sua risposta continuai “Domenica lei mi accompagna da Maria, mi presenta ai genitori e io metto loro a disposizione tutta la somma che occorre per fare operare la bambina. Pensa che si possa fare?”
L’espressione della faccia del commissario passò repentinamente dallo stupore alla gioia “E questa è la terza buona notizia che non mi aspettavo di sentire. Affare fatto signorina, domenica alle nove sarò qua sotto e non mi faccia aspettare perché non sopporto i ritardatari”.
Il notaio aveva mugugnato quando gli avevo espresso le mie intenzioni “Questa è una pazzia, se si mette a fare beneficenza a questo e a quello fra un mese si ritroverà sul lastrico”.
“Le ricordo che lei non è il mio tutore ma solo l’esecutore testamentario. Se vuole seguirmi nelle mie pazzie, come le chiama lei, sarà pagato per il disturbo e continuerò a essere sua cliente, diversamente affido tutto a un altro notaio o a qualche avvocato amico mio” Potenza del denaro non replicò e anzi  mise subito in moto la macchina organizzativa per assicurare tutta l’assistenza economica di cui Maria aveva bisogno.
Al ritorno a casa di nuovo quel profumo nell’aria e sul ripiano del lavandino la bottiglia malamente avvitata. La tata era andata da due giorni ad assistere la sorella ammalata e quindi non c’era possibilità alcuna che fosse stata lei a spostarla.
Dovevo arrendermi all’evidenza? Credere che fosse opera di Enrico?
Questa volta però non ebbi paura, avvitai bene la bottiglia e la rimisi dentro l’armadietto.

___________________________

 

Ho deciso di rimanere in questa casa dove sono stata felice con Enrico e dove la sua presenza si manifesta quando approva le mie azioni. E’ come se ci fossimo riappacificati oltre la vita, oltre la morte, perdonandoci delle reciproche colpe.
Non chiedetemi, per favore, di ragionare su una bottiglia di profumo che cammina da sola, potrei impazzire.

 

 

FINE

 

Scritto da: Marilù



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  1. #1 di Signora il 5 febbraio 2008 - 17:32

    E\’ semplicemente \’semplice\’ e terribilmente favoloso…
    So che non ce n\’è bisogno, ma ti faccio i miei complimenti biddazza!

  2. #2 di Monica il 6 febbraio 2008 - 16:37

    Non sono certo qui per negare la tua capacità di scrivere, di cogliere sfumature e sentimenti, e di creare atmosfere…
    …anzi, l’ho appena affermata, come puoi ben vedere.
    Detto da me, è un complimento grande, visto che io non ho questa capacità, e sono anzi molto sintetica.
    Però… dici che il notaio come colpevole non era plausibile?
    Io non ho scelto il notaio, perché proprio non ci avevo pensato, dunque ero incline a concordare in questo con te.
    Tuttavia… certo, Paolo/Pamela era pesantemente indiziato: in due erano entrati nella chiesa del cimitero, e solo uno ne era uscito; Maria aveva disegnato due persone che trascinavano in casa Enrico…
    …io, però, essendo arrivata in ritardo, ho fatto il famoso lavoro di scrivere la sequenza delle azioni, motivazioni, moventi per ogni personaggio, ed ho dovuto rinunciare a Paolo colpevole: se si era dato tanto da fare per eliminare Tommasina e per prenderle la borsa e i disegni di Maria, quale motivazione poteva avere per andare subito dopo a portarli proprio a Manuela, e finire così per incastrarsi da solo?
    Io non sono proprio riuscita a trovarne una, e, per far quadrare la cosa senza incolpare il notaio, che nonostante tutto qualcosa sapeva (l\’aveva lasciato intuire qualcuno degli altri autori), sono stata costretta a far intervenire altri “cattivi” da fuori!!! (e ad inventarmi un giallo intricato tutto all’ultimo capitolo).
    Forse però ho sbagliato io ad interpretare tutti i capitoli che ho letto… alla fine, ero parecchio confusa. Se tu hai visto la motivazione che a me sfugge, ti prego quindi di spiegarmela.
    Inoltre si parlava di qualcosa che aveva fatto emergere un “doppio” di Enrico, qualcosa che a lui stesso faceva paura. Paura, non tenerezza… e quest’altro indizio da far quadrare mi ha messa non poco in difficoltà, finendo con l’indirizzarmi su un finale a tinte fosche.
    Forse forse (scherzo) il notaio era la soluzione più innocua…
    Comunque, ancora complimenti anche a te, e…
    …al prossimo romanzo, se mai ci sarà.
    Ciao

  3. #3 di marilù il 6 febbraio 2008 - 23:52

    Signora dei Sogni
    Grazie cara e sono lieta che ti sia piaciuto, ma anche a me è piaciuto molto il tuo e lo sai.
     
    Foxylady
    Sei stata bravissima a inserirti quando il romanzo si era diramato e immagino benissimo come per te non sia stato facile riprendere tutti i capitoli e scegliere quale proseguire. Ma la sfida era anche questa e alla fine quel che conta è il risultato, è interagire con altre persone, è accettare che altri continuino quello che noi abbiamo iniziato. Insomma una bella esperienza, non trovi?
     
     

  4. #4 di Monica il 7 febbraio 2008 - 18:59

    Come ho detto nei commenti all\’ultimo capitolo, è stata certamente una bella esperienza, che mi entusiasmato e coinvolto moltissimo.
    Certo non verrà riproposta tale e quale, ma… se in futuro si pensasse a qualcosa di simile, magari con un\’altra formula, oppure (orrore!!!) addirittura a qualcosa in poesia…
    …direi: eccomi qui, sono pronta!

  5. #5 di Martina il 8 febbraio 2008 - 16:40

    si anche io credo che mi dovrò ripetere.
    anche io a ribadire il concetto di fox un altra volta:@
    innegata la tua capacità di scrivere, di cogliere sfumature e sentimenti, e di creare atmosfere…
    però secondo me dovresti buttarti di più…
    verso l infinito e oltreeeeeeeee!!
    come dice ariel…
    dai dai ti ho scritto più di una volta cosa ne penso…
    però sta cosa delle vincite me la devo mettere su un modulo html…
    mai una lotteria…mai un gratta e vinci…mai una tombola…mai una riffa…
    me ne vado:S
    gngngnengnneeee

  6. #6 di marilù il 8 febbraio 2008 - 17:11

    Martina cara, c\’ho provato a buttarmi verso l\’infinito, credimi. Avevo fatto la domanda per partecipare a un viaggio nello spazio ma… meglio che non ti dico cosa mi hanno risposto…gne gne gne :-))

  7. #7 di Martina il 8 febbraio 2008 - 20:57

    senti ma…
    non è che la bottiglia del profumo era ALIEN ?!?!
    si spiegherebbero mooolte cose…
    una magari che arrivo io dal terrazzino del vicino e le vengo ad usare!!

    la foxi scrive dei bei temi peròòò
    sembra una maestra!:P
    ghghghghgh

  8. #8 di Glitterlady il 10 febbraio 2008 - 00:23

    A tratti il commissario Cutrona mi fa pensare ad un altro commissario: Montalbano! Sopratutto per l\’avidità con cui ingurgita il cibo! Era a lui che pensavi?
    Bacini!
     

  9. #9 di marilù il 10 febbraio 2008 - 13:39

    Valentina, no assolutamente.
    Ho solo pensato a un povero cristo affamato alle prese tutto il giorno con un lavoro rognoso.
    E ho pensato anche a me che quando salto il pranzo arrivo alla sera che sembro un lupo famelico…eheheh
    E comunque il commissario Montalbano è un personaggio molto simpatico soprattutto quello della fiction interpretato magistralmente da Luca Zingaretti, non trovi?

  10. #10 di Signora il 10 febbraio 2008 - 22:56

    Zingaretti è unico… e devo dire che anche io, come te, ho pensato ad un povero cristo che aveva più del tenente Colombo che nn dell\’arguzia di Camilleri!
    \’togliamoci dalla testa i complotti!\’ così dice Catalani no?… le cose a volte sono molto più semplici…
     
    certo che te, sta storia della bottiglia animata… venerdì me la spieghi ;-)))

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