Archivio per febbraio 2008

L’EREDITÀ: Indice

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La bottiglia di profumo



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Scesi in strada col cuore in gola per la frettolosa discesa delle scale.  Dovevo riuscire a comunicare con Maria, anche a gesti, anche facendomi fare uno dei suoi disegni così esplicativi, ma  era sparita, dissolta nell’aria o inghiottita da qualche portone famelico. Girovagai fra le stradine scarmigliata e in preda all’ansia  finché mi resi conto di avere freddo e che la gente mi guardava  con un misto di meraviglia e ironia. Tornai indietro consapevole dell’inutilità di girare a vuoto ma ben decisa a rintracciare in qualche modo la bambina. Mi ricordai  di aver lasciato la porta di casa aperta  senza preoccuparmi di prendere le chiavi e rientrai per decidere con calma il da farsi.
Il telefono stava squillando e mi affrettai a rispondere.
“Si” dissi con voce affannata
“Signorina Danzuso sono il commissario Cutrona. Mi scusi se la disturbo ma vorrei che venisse in commissariato in merito al caso Di Donato.”
“Di che si tratta?” cercai di mantenere un tono calmo ma il sangue mi era affluito al cervello repentinamente.
“Lo saprà appena viene; l’aspetto nel mio ufficio fra un’ora”. Il tono perentorio non ammetteva repliche così pensai bene di non insistere. Avrei detto al commissario tutto quello che avevo scoperto, gli avrei portato la borsa di Tommasina e gli avrei mostrato i disegni di Maria. La morte di Enrico non sarebbe rimasta impunita. Ma quest’idea non mi dava nessuna gioia e nemmeno soddisfazione perché niente lo avrebbe riportato in vita. Lo avevo perduto ineluttabilmente. Per tutti quegli anni avevo vissuto nell’illusione di una sua telefonata o di una lettera e intanto seguivo la sua vita da lontano, attraverso i giornali, le recensioni dei suoi libri che correvo a comprare e divoravo anche se non sempre capivo le cose che scriveva. Perché il mio Enrico non scriveva romanzetti a lieto fine; era un letterato, uno storico della letteratura, un ricercatore invitato dalle più prestigiose università del mondo a tenere conferenze sui suoi studi. Con lui era morta anche la speranza, quella che mi aveva aiutata a sopportare il distacco mentre ora vivere nella casa di Enrico senza la sua presenza mi sembrava una beffa atroce per me e anche per lui.
Ricacciai le lacrime che sentii montare fino agli occhi. Non ora, mi dissi, verrà il momento in cui potrò acciambellarmi sul divano a leccarmi le ferite.
Feci una rapida doccia e indossai jeans, t-shirt bianca e blazer blu. Attorcigliai i capelli in un austero chignon  e spolverai il viso con un po’ di fard per mascherare il pallore.
Per fortuna il Commissariato era in zona e in dieci minuti ero già  arrivata. Il dottor Cutrona mi ricevette subito sebbene nella sala d’aspetto ci fossero altre persone che attendevano di parlare con lui.
“Si accomodi signorina Danzuso” e poi rivolto al questurino che mi aveva fatta entrare “Lo Cascio non ci sono per nessuno, non passarmi telefonate tranne se chiama il Questore, intesi?”
Il questurino Lo Cascio abbassò la testa in cenno d’intesa e silenziosamente uscì chiudendosi la porta alle spalle.
Il Commissario aprì una cartellina blu che teneva sulla scrivania e ne tirò fuori una foto che mi porse: “Conosce quest’uomo?” disse fissandomi negli occhi “Ok, lo conosce” e si affrettò a riporre la foto.
“Ha fatto tutto lei, io non ho ancora parlato”
“La sua bocca no, ma la sua faccia si. Sbaglio o l’ho colta di sorpresa?”  e  proseguì “Allora mi conferma che lo conosce?”
“Dire che lo conosco mi sembra eccessivo”
“Non sottilizziamo signorina” e poi grattandosi la testa “Va bene cambio domanda: ha mai visto quest’uomo?”
“Si l’ho visto” risposi decisa e aggiunsi “Ma è una foto segnaletica, questo tizio è un pregiudicato?”
“Per la verità qui sono io che faccio le domande però la voglio accontentare” e così dicendo appoggiò le spalle alla poltrona “Diciamo che è una nostra vecchia conoscenza. Allora vediamo: due condanne per minacce ed estorsione, sfruttamento della prostituzione, gioco d’azzardo, appropriazione indebita, reati contro il patrimonio e reati minori come millantato credito, circonvenzione d’incapace eccetera eccetera. E ora, forse, anche duplice omicidio della sua complice in affari tale Tommasina Bellavia e del suo datore di lavoro Enrico De Donato. Come vede signorina lo conosciamo bene. Un bel soggetto vero? E ora che ho soddisfatto la sua curiosità sono sicuro che non ci negherà la sua collaborazione”.

 

Quando uscii dal Commissariato mi sentivo più leggera,  sgravata da un macigno che mi aveva pressata per molti giorni. Gli avevo raccontato tutto quello che sapevo e gli avevo  parlato di Maria, la bambina misteriosa della terrazza di fronte che aveva inchiodato con i suoi disegni l’assassino e  il Dottore Cutrona si era fatto carico di rintracciarla. Ora potevo pensare a me, a Enrico e a quello che avrei voluto fare della casa e dell’eredità. Per la prima volta presi coscienza di essere diventata ricca grazie a lui. Mi aveva negato la gioia di un figlio e ora mi riempiva di soldi per farsi perdonare. E a proposito di soldi, ricordai che dovevo andare nella Banca di Enrico. Il notaio aveva avviato tutte le procedure per intestare i suoi beni  a mio nome ma dovevo firmare dei documenti per diventarne materialmente la legittima intestataria. Ripensando alle cifre apprese dalla lettura del testamento, mi stupii dell’indifferenza con la quale accettavo la nuova condizione di ricca. E dire che da qualche anno riuscivo a stento ad arrivare alla fine del mese e mi privavo di tutto. Il guardaroba era ancora quello che avevo comprato quando stavo con Enrico; erano tutti capi firmati e ancora in ottimo stato ma  decisamente datati. Voleva che scegliessi il meglio senza badare a spese perchè anche se ufficialmente ero per tutti la sua segretaria, ufficiosamente tutti sapevano qual era la vera natura del nostro rapporto e non potevo farlo sfigurare indossando abitucci dozzinali. Del resto l’ambiente che frequentavamo, la vita rutilante fitta di impegni, viaggi, conferenze, premi letterari, cene di gala, mi imponevano un guardaroba fornito e di prim’ordine.
“La mia segretaria, Manuela” mi tornano alla mente le sue parole quando mi presentava a qualcuno e l’espressione di trionfale soddisfazione che gli si stampava sul viso nel farlo. Mi esibiva e io mi lasciavo esibire appagata del suo compiacimento. Enrico godeva nel suscitare l’invidia dei suoi colleghi cattedratici “babbioni”, così li chiamava, intristiti sui libri e ammuffiti nelle biblioteche di mezza Europa. Non sarò mai come loro, mi diceva, amo quello faccio ma voglio anche godermi la vita, possibilmente accanto a te, e mi lanciava un’occhiata complice per cercare il mio assenso. Parlava di possibilità ma in realtà dava per scontato che gli sarei rimasta sempre a fianco e l’idea di perdermi non faceva parte dei suoi dubbi.

 

Accompagnata da questi pensieri arrivai a casa e quasi mi aspettavo di trovarlo nello studio immerso in qualcuna delle sue ricerche. Un profumo leggero, appena percettibile, aleggiava nell’aria e un brivido mi serpeggiò lungo la schiena: era Tactis di Shiseido, il profumo di Enrico.
Col cuore che batteva come un tamburo andai dritta nel bagno a cercare la bottiglia del suo profumo che non avevo notato in quei giorni caotici, ma non ebbi bisogno di faticare per trovarla. Era in bella vista sul ripiano del lavandino dove abitualmente la metteva Enrico.
Non c’era, non c’era prima che uscissi, ne ero sicura. Non c’era nulla  accanto al lavandino dove mi ero truccata prima di uscire. Allungai le mani che tremavano verso la bottiglia e mi accorsi che il tappo non era avvitato bene. Il solito vizio di Enrico che non chiudeva mai del tutto qualunque tipo di bottiglia. Com’era possibile? Non avevo mai prestato fede alle storie incredibili e non avevo alcuna voglia di  credere nei fantasmi che tornano dall’aldilà o da dove cavolo si trovano per manifestare ai vivi la loro presenza. Però quella bottiglia non aveva le gambe e non poteva essere andata da sola sul ripiano; una spiegazione doveva pur esserci anche se non riuscivo a focalizzare nulla di razionalmente accettabile. L’unico dato di fatto erano i brividi di freddo e il tremore che avevo in tutto il corpo, ma non mi arresi e cominciai a ispezionare la casa da cima a fondo per cercare qualche traccia di reale presenza umana. Tutto era in ordine come quando ero uscita, a parte quell’odore pungente che si avvertiva più forte nello studio di Enrico. Spalancai la porta finestra che dava sul terrazzo e tutte le finestre delle altre stanze per fare volatilizzare il profumo quindi mi versai una dose abbondante di whisky e mi abbattei sul divano per sgombrare la mente dalla confusione che si era creata nei miei pensieri.  
Mi svegliai al suono del cellulare e impiegai qualche minuto per captarne la provenienza. Quando mi resi conto che stava ancora dentro la borsa  si ammutolì. Avevo dormito pesantemente e l’effetto del whisky si faceva sentire con una morsa che mi stringeva con forza la testa.
Il profumo… annusai l’aria come un cane da tartufo ma non lo sentivo più, svaporato. O forse la svaporata ero solo io che cominciavo ad avere anche le allucinazioni olfattive oltre a quelle visive. Mi alzai ancora imbambolata e mi avviai scalza verso il bagno. La bottiglia di profumo era dispettosamente ancora sul ripiano; l’afferrai con rabbia e la chiusi dentro l’armadietto degli asciugamani. Avevo bisogno di aria e uscii sul terrazzo. Il sole stava tramontando dietro i palazzi che si affacciano sul Lungotevere tingendo  il cielo  di un rosso fuoco mentre sopra la mia testa sfumava fino al rosa. E ancora le lacrime salirono agli occhi ma questa volta non feci nulla per trattenerle. Ne avevo bisogno per allentare la tensione, per sfogare il dolore e la rabbia accumulati in quei giorni.
Il cellulare riprese a squillare. Mary voleva sapere se doveva venire l’indomani per le pulizie, poi con apprensione mi chiese: “Manuela ti senti bene?  Hai la voce strana”
Inutile fingere con lei “Non sto affatto bene e non ho mangiato nulla da ieri sera. Senti, ti andrebbe di venire a stare con me per qualche giorno? Ho bisogno di averti tra i piedi a rompermi le palle”.
Non si fece pregare e un’ora dopo arrivò carica di pacchi della spesa che portò subito in cucina senza degnarmi di uno sguardo. Questi modi spicci e rudi mi sconcertavano sempre pur sapendo che si sarebbe presa cura di me come nemmeno una madre avrebbe fatto. Le corsi dietro e cominciai a farle un resoconto dettagliato delle ultime vicende mentre lei armeggiava con la roba che aveva comprato per preparare la cena. Era talmente indaffarata che sembrava non ascoltarmi e non si scompose neppure quando le dissi del profumo di Enrico e della bottiglia rinvenuta nel bagno. Aveva cominciato a soffriggere un intruglio di cipolla, carote e sedano e si apprestava a tagliuzzare un pezzo di pancetta affumicata quando si fermò  col coltello a mezz’aria “Fra un po’ mi dirai che profumo senti per la casa, altro che Tatto…Tatti o come cazzo si chiama” e riprese ad abbassare la lama sulla pancetta come una ghigliottina.

 

Chiusi la valigia e tirai un profondo sospiro di sollievo: era tutto pronto per la partenza. Mi ero voluta concedere una crociera sul Nilo che era stata da sempre il mio sogno mai realizzato. Con Enrico l’avevamo programmata molte volte ma avevamo sempre dovuto rinunciare per i suoi impegni di lavoro; dopo Enrico le mie esigue finanze me lo avevano sempre impedito.
“Si conceda una bella vacanza signorina, ne ha proprio bisogno” mi aveva detto il commissario Cutrona l’ultima volta che ci eravamo visti. Mi aveva telefonato un pomeriggio dicendomi che aveva due belle notizie per me “Sono distrutto dalla stanchezza e non ho pranzato, non è che mi farebbe compagnia per due bucatini all’amatriciana? Mia moglie è andata a trovare sua madre in Calabria e mangiare da solo mi deprime. La passo a prendere appena finisco e così le dico tutto. Le va?”
“La mia tata fa una amatriciana strepitosa” gli risposi “Venga da me così potremo parlare in santa pace”.
Si buttò sui bucatini, incurante del mio sguardo divertito, come se avesse digiunato da settimane e solo dopo che gli riempii per la seconda volta il piatto sembrò rilassarsi. Mandò giù una lunga sorsata di vino e finalmente si rese conto che morivo dall’impazienza di ascoltare le due belle notizie. “Mi scusi per la foga ma io a stomaco vuoto non connetto e sono poco loquace”.
Avevano catturato l’investigatore mentre usciva all’alba da casa sua con una valigia in mano. In tasca gli avevano trovato un biglietto aereo per il Brasile. All’inizio aveva tentato di negare ogni addebito sugli omicidi tirando fuori improbabili alibi, ma alla fine si era arreso all’evidenza di fronte ai disegni della bambina e alla mia dichiarazione firmata e depositata in commissariato, così  aveva confessato tutto. Con Tommasina avevano avvelenato Enrico con un farmaco che provocava un infarto mortale. Li aveva scoperti e aveva minacciato di denunciarli alla polizia perché volevano costringerlo a firmare un testamento a loro favore. Poi  aveva dovuto  uccidere anche  Tommasina che, impaurita dalla piega che avevano preso gli avvenimenti, voleva denunciarlo e scaricare tutte le colpe su di lui.
“Domani leggerà i dettagli sui giornali. Ora il bell’imbusto è in stato di fermo da noi ma appena il giudice firmerà il provvedimento degli arresti cautelari, lo spediremo dritto dritto a Rebibbia”. Ora aveva l’aria rilassata e soddisfatta anche se intuivo che doveva avere avuto una giornataccia.
“E la seconda bella notizia?” gli chiesi timidamente.
La seconda bella notizia riguardava Maria: l’aveva rintracciata. Mi porse un bigliettino su cui erano scritte le generalità della bambina, dei genitori e la via dove abitavano. La madre di Maria faceva le pulizie nell’appartamento di fronte e si portava dietro la bambina dal momento che non aveva a chi affidarla. Il marito lavorava ai mercati generali e stava tutto il giorno fuori casa. Mi raccontò che Maria aveva una malformazione congenita che le aveva ostruito il condotto uditivo  e il fatto che non parlasse era solo una conseguenza della sordità. Pare che in America avrebbero potuto operarla con successo ma l’intervento era molto costoso per le possibilità economiche dei genitori così si erano rassegnati a tenerla sordo-muta.
Cutrona  parlava e la mia mente macinava pensieri “Per ricambiare la cena che le ho offerto mi deve un favore” gli dissi e senza aspettare la sua risposta continuai “Domenica lei mi accompagna da Maria, mi presenta ai genitori e io metto loro a disposizione tutta la somma che occorre per fare operare la bambina. Pensa che si possa fare?”
L’espressione della faccia del commissario passò repentinamente dallo stupore alla gioia “E questa è la terza buona notizia che non mi aspettavo di sentire. Affare fatto signorina, domenica alle nove sarò qua sotto e non mi faccia aspettare perché non sopporto i ritardatari”.
Il notaio aveva mugugnato quando gli avevo espresso le mie intenzioni “Questa è una pazzia, se si mette a fare beneficenza a questo e a quello fra un mese si ritroverà sul lastrico”.
“Le ricordo che lei non è il mio tutore ma solo l’esecutore testamentario. Se vuole seguirmi nelle mie pazzie, come le chiama lei, sarà pagato per il disturbo e continuerò a essere sua cliente, diversamente affido tutto a un altro notaio o a qualche avvocato amico mio” Potenza del denaro non replicò e anzi  mise subito in moto la macchina organizzativa per assicurare tutta l’assistenza economica di cui Maria aveva bisogno.
Al ritorno a casa di nuovo quel profumo nell’aria e sul ripiano del lavandino la bottiglia malamente avvitata. La tata era andata da due giorni ad assistere la sorella ammalata e quindi non c’era possibilità alcuna che fosse stata lei a spostarla.
Dovevo arrendermi all’evidenza? Credere che fosse opera di Enrico?
Questa volta però non ebbi paura, avvitai bene la bottiglia e la rimisi dentro l’armadietto.

___________________________

 

Ho deciso di rimanere in questa casa dove sono stata felice con Enrico e dove la sua presenza si manifesta quando approva le mie azioni. E’ come se ci fossimo riappacificati oltre la vita, oltre la morte, perdonandoci delle reciproche colpe.
Non chiedetemi, per favore, di ragionare su una bottiglia di profumo che cammina da sola, potrei impazzire.

 

 

FINE

 

Scritto da: Marilù



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Nella mia fine…



leggi il capitolo precedente: Fotogrammi


 

  

Una macchia rossa e nera mi danza davanti agl’occhi mentre  il pugno sgualcisce l’ultimo   disegno. te lo mostrero ’Maria e forse mi capirai.devi riuscirci.dove vai ? cammini saltellando nell’orgia di sole che esplode all’improvviso in fondo al vicolo.
Mulinelli di briciole colorate accarezzano le mie scarpe mentre le risate dei bambini mi scuotono, e’carnevale!comunque e’arrivato. Ti sto spiando.viene meno il coraggio di fermarti.perche’sei sola?
Raccogli una stella filante soffiata al vento dall’allegria .vedo il tuo sguardo opaco e scuro.l’attorcigli attorno al dito e ti guardi intorno.un adulto in miniatura.una maschera
Di arlecchino ti affianca e  fa l’inchino.il tuo sorriso ti trasforma , inghiottito
Dalla veletta da damina  che ti porge. Nel toglierti il cappello ho visto i tuoi capelli
Da buffone. Paolo sei tu?la mia immaginazione galoppa all’impazzata.la prendi per mano
E vi allontanate verso il fondo della piazza.hai mentito,mi hai mentito. corro.
Voglio strapparti tutte le tue faccie false e bugiarde.scomparsi.”signora mi scusi ha visto
Una maschera d’ arlecchino con una bimba ?” mi sta guardando con curiosita’.avro’un aria spaventosa…mi vien da ridere!!”si’,sono entrati in quel palazzo all’angolo” mi sorride con pena malcelata e se ne va’.i portici si stanno animando.la normale vita del
Mercato si mescola con la novita’dei travestimenti piu’stravaganti.un fantasmino mi stordisce con la trombetta mentre mi copre di coriandoli.
Un pantalone con gli occhiali entra nell’androne.l’istinto mi mette in allerta.sale lentamente le rampe di scale .aspetto e lo seguo.ad ogni piano mi fermo ad ascoltare,non so neanch’io cosa fare,cosa aspettarmi.forse dovrei telefonare al commissario ,dirgli tutto.
Vado avanti.mi devo nascondere ,voci maschili salgono dietro di me.mi infilo nell’ascensore e mi abbasso.ho lasciato la scia come pollicino.speriamo.vanno oltre .
Sono arrivata alla terrazza sul tetto.la porta e’spalancata.mi giungono le voci.
Non capisco cosa stanno dicendo ma i toni sono alti.Maria!dove sei ?
Sono ammutoliti.il sole mi acceca per un attimo.ora posso guardarti in viso piccola sirena.Pantalone ti stringe a se vicino al bordo del terrazzo mentre un Paolo senza maschera e cappello mi guarda stupito.un suono inarticolato esce dalle tue labbra
Mentre mi guardi impaurita.mi slancio verso di te ma una voce mi blocca.
“andate via ,altrimenti la uccido.”un pugnale e’uscito dalla cintura di pantalone
Quella voce,quello sguardo attraverso le lenti,la mano piena di macchie..
“fermati !”Paolo mi tiene per un braccio.”e’impazzito ,tu non sai..”
“cosa?”lo guardo e mi scrollo di dosso la sua mano”che sei d’accordo con il
Notaio Franchini??”

 

 

 

Il commissario Cutrona fuma la pipa.si sente l’odore di trinciato dolce nel suo studio.
Maria e’raggomitolata in braccio a Paolo che le accarezza i capelli come se avesse paura di romperla.io mi stringo una coperta addosso mentre un zelante sergente mi porge una tazza di te’.che mi fa schifissimo.nella mia fine e’il mio principio.il titolo del giallo della Christie mi ritorna in mente di continuo.come una maledizione.come l’unico commento
A questa assurda e buia vicenda.
“negl’ultimi anni alcune persone facoltose e molto note in questa citta’sono morte
In circostanze non troppo chiare”il capo sorride e allunga un barattolo di caramelle
Datate a Maria.”unico elemento in comune lo studio notarile di riferimento”
Lo guardo.”abbiamo cominciato a pedinarla da quando ha preso possesso della sua eredita’””Manuela non volevo mentirti ma..””il detective lavorava in accordo con noi”
Un pigro sorriso”e’un tipo particolare ed i suoi mezzi…non son sempre consueti..ma efficaci!””avete rischiato la vita di Maria!!”sono furibonda.
Cutrona distoglie lo sguardo “Franchini doveva eliminare un testimone scomodo…
anche se tale non gli e’ sembrato fino a quando la governante non ha cercato di ricattarlo con i disegni”Maria mi sta guardando.le sorrido mentre le sfioro l’orlo del vestito.
E’successo tutto come in un incubo.il materializzarsi della polizia,la fuga di Maria
La perdita di equilibrio di Pantalone,il rumore sordo di vetri infranti.
Nella fine e’il mio principio.”chi e’questa bambina?e cosa sara’di lei?”
“L’orfana ospite di una casa famiglia.avvertiremo l’assistente sociale “
Paolo la stringe ancor piu’forte mentre lei gli tocca il trucco che ancora gli sporca il viso.
“Purtroppo devo dirle che della sua eredita’resta ben poco””il notaio aveva l’abitudine di impossessarsi degli averi dei suoi clienti gia’in vita,conti e societa’fantasma ingoiavano
Tutto il possibile.stiamo ancora indagando ma non sono ottimista”mi guarda con simpatia
Strano, non mi importa un granche’.”la casa?”chiedo subito.”quella e’sua”.e’l’unica cosa
A cui tengo.me l’hai lasciata tu Enrico.insieme a Maria.
“vi terro’informati.”siamo congedati.”possiamo accompagnarla noi ?”
“certo!sarebbe meglio per la bambina”il commissario ci guarda tutti e tre mentre usciamo
Sfiorandoci.

 


FINE

 

Scritto da: Ariel



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AMORE E DENARO



leggi il capitolo precedente: IL PERCHE’ DELLE COSE


 



“Commissario Catalani? Manuela Danzuso. Ho bisogno di vederla, qui a casa del  Prof. De Donato. Sì, è urgente. Forse abbiamo trovato delle prove dell’omicidio di Enrico”.
Sentìi un click quasi immediato e 15 minuti dopo lo scampanellio del videocitofono annunciò il suo arrivo.
“Allora cosa avete trovato?”
“Veramente, è stato Erasmus..”
“chi?!?!”
“il cane… e non mi chieda come ha fatto. Era il cane del prof. De Donato. “
Diego mi guardò, come volesse intervenire, ma poi ritenne che era meglio non confondere ulteriormente le idee al povero commissario.
“venga le faccio strada” e uscimmo in terrazza. “eravamo in salone quando Erasmus è entrato di corsa e aveva in bocca questo” e mostrai il blister al commissario, avendo avuto cura di raccoglierlo con i guanti da cucina ed averlo messo in un sacchetto da freezer. Catalani sgranò gli occhi e poi riconobbe il medicinale.
“abbiamo seguito Erasmus per capire dove lo avesse preso e il cane, precipitatosi in terrazza ha scavato nei vasi. Ecco. Non abbiamo toccato nulla”. Il commissario si avvicino e riconobbe altri 3 blister e 4 scatole in cartone. “Sono Catalani. Sono a casa De Donato. Mandatemi Gianetti e i ragazzi della scientifica. Devono repertare delle prove.”
Rientrammo in casa. Il vento sulla terrazza era gelido, nonostante la giornata fosse leggermente soleggiata. O forse ero io che improvvisamente, mi stavo rendendo conto che Enrico era stato veramente ucciso ed avevo i brividi. Fino a quel momento, nonostante le parole di Diego e i sospetti che Catalani mi aveva comunicato, credevo ancora che fossero solo supposizioni. Ora c’erano le prove. Ma chi avrebbe avuto interesse a liberarsi di Enrico? Chi poteva sapere dell’allergia all’aspirina? Io ne ero totalmente all’oscuro, nonostante gli anni passati con lui… Chi poteva avergliela  somministrata senza essere sospettato di nulla? La risposta era ovvia, persino troppo semplice: la Tommasina. Ma perché seppellire le confezioni ed i blister? Quasi indovinando i miei pensieri, Diego mi prese la mano e sentendo che tremavo andò in camera a prendermi  una  giacca.  Quando vidi  Diego che mi porgeva il cardigan bordeaux di Enrico scoppiai a piangere e corsi in bagno a nascondermi.

Dopo essermi sfogata e sciacquata il viso, tornai nel salone. Diego e Catalani alzarono lo sguardo su di me, simultaneamente. ‘Va meglio ora Manu? Il commissario stava esponendo le sue perplessità sul perché queste prove fossero sepolte nei vasi.’ ‘Già, perché? Perché lasciare queste prove alla luce del sole?’ ‘E’ semplice Manu’ riprese Diego ‘evidentemente chi ha lentamente somministrato l’aspirina ad Enrico sapeva che io dormivo nel giardinetto e deve anche aver visto che frugavo tra la spazzatura. Aveva paura che io dicessi qualcosa ad Enrico.’
Sì, tutto filava. Forse l’assassino sperava di restare nella casa e recuperare le prove con calma, portandole via indisturbata in un secondo tempo. Ma la fretta del Notaio Franchini e la mia di rivedere la casa e viverci non erano state previste. Il Commissario ad un certo punto chiese a Diego ‘e lei dott. De Donato cosa pensa di tutta questa storia?’. Dal tono e dal titolo era evidente che Catalani aveva preso informazioni su di lui.
“ecco io.. “ Diego era titubante, non se la sentiva forse di esporre al commissario la sua teoria per paura di essere preso per visionario, ma sentivo che c’era dell’altro, forse si vergognava di descrivere come e dove aveva vissuto per tutti quei mesi.  Lo guardai e con gli occhi gli feci cenno di parlare, era l’unica soluzione. Solo la polizia poteva svolgere le indagini ed arrivare a scoprire chi aveva ucciso suo fratello.
Diego, preso coraggio, raccontò a Catalani quello che aveva letto nei documenti trovati nella spazzatura, poi si alzo di scatto e corse a prendere il computer  che era avvolto nella giacca logora.

Se non si stesse parlando di omicidio e complotti, sarei scoppiata a ridere solo per  l’espressione che fece Catalani nel vedere il ‘barbone’ armeggiare con l’ultra tecnologico notebook e sorrisi al pensiero che invece Enrico non sarebbe nemmeno stato in grado di accenderlo…
Dopo aver esposto le sue teorie, Diego rimase in silenzio ed entrambi osservammo Catalani.
‘dunque voi mi state dicendo che Enrico De Donato sia stato ucciso da una non meglio precisata organizzazione perché non pronunciasse il suo discorso all’Accademia contro la tecnologia? Ma vi rendete conto che questa storia non sta né in cielo né in terra?’

‘Commissario… mio fratello non aveva nemici’ e alzò lo sguardo a fissarmi ‘chi poteva aver interesse ad ucciderlo allora?’ ma le parole gli rimasero in gola. ‘eh no.. commissario non starà pensando a me vero? Io ho trovato la mia serenità nella vita sulla strada. Non saprei proprio che farmene di questa casa e del suo denaro. Non più ormai. E non pensi neppure a lei. Manu era fuori dalla sua vita da molto tempo.’

Catalani si mise a riflettere sulle sue parole. Ad un tratto suono il citofono:  era la scientifica.
‘commissario, io le ho detto tutto quello che so. Se ci sono impronte sulle prove, riuscirete a trovare il bandolo della matassa!!!’

Mezz’ora dopo la polizia se ne andò e io e Diego rimanemmo seduti  sul divano, senza parlare e senza sfiorarci. Ad un certo punto lui ruppe quel silenzio ‘vuoi che vada via?’ ‘no, ma che dici, è solo che devo riflettere. Sono successe troppe cose e le devo metabolizzare’ ‘ ok, allora che ne dici se preparo qualcosa di caldo? Un caffè o un thè’ ‘sì, grazie. Un caffè’ e mentre Diego scompariva in cucina, cercai la mia borsa ed accesi una sigaretta.  La mia testa brulicava di pensieri.  Diego non avrebbe mai cambiato la sua vita. Lo aveva detto. Ed era sincero. Io, da parte mia, non capivo ancora cosa potessi provare per un uomo così. Ma avevo delle responsabilità: Cecilia e Maurizio. Ora aveva una vita ‘normale’, Maurizio per lei era come un padre. E anche a lui dovevo molto, prima di tutto la serenità che con il suo aiuto ero faticosamente riuscita a costruirmi, passo dopo passo,  dopo che lasciai Enrico. Ricordo la mia fuga, non lasciai solo Enrico, feci terra bruciata dietro di me:  lasciai Roma e il mio lavoro. Ed aspettavo un figlio, e ad Enrico non lo avevo detto.
Quando arrivai a Firenze, ero cosi disperata che penso sarebbe bastato poco per farmi diventare come Diego: un’ombra sulla strada, alla deriva. E invece incontrai Maurizio in un caffè e aveva il volto pulito e sincero. Dopo due ore gli avevo praticamente raccontato la mia vita. E due settimane dopo vivevamo insieme, apparentemente senza legami, ma con un affetto ed un rispetto reciproco che le persone regolarmente sposate da anni  raramente raggiungono.  C’era Maurizio in sala parto con me. C’era lui a tenermi la mano, ad alzarsi la notte quando Cecilia doveva mangiare.

No. La mia vita era quella. Diego è solo la ‘copia’ di Enrico, forse ciò che Enrico non sarebbe mai stato: umano.  E quello che è successo stamattina è stata solo la reazione di due naufraghi  di fronte al ricordo e alla morte di qualcuno che entrambi amavamo. Niente altro. E sarebbe finita lì.

Quando Diego entrò con il vassoio del caffè, avevo preso la mia decisione. ‘Ecco. Ora starai meglio.’ Gli sorrisi e lui mi guardò con fare interrogativo ‘Hai deciso vero? Torni da loro.’
Annuii con la testa. Senza parlare. ‘E’ giusto. E fai bene’. Silenziosamente lasciò la stanza. Poi aprendo  la porta di ingresso mi disse  ‘comunque se hai bisogno di me, sono di sotto.’
 Era tornato a casa. Quella strada che aveva scelto come casa.

 

Il suono del telefono mi riscosse dal dormiveglia. La testa mi scoppiava e ogni squillo era un ago che si piantava nel cervello.  Feci fatica a ricordare il perché fossi ancora vestita e sul divano. Guardai l’ora: le 8,45.  Raggiunsi barcollando lo scrittoio di Enrico e sollevai il ricevitore.
‘Signora Danzuso, Catalani. L’ho svegliata per caso?’ ‘no, commissario, non si preoccupi. Ha novità?’
‘Beh sì, diciamo buone e cattive. Le buone sono che sui reperti ci sono delle impronte chiarissime e sono state identificate. Le cattive è che appartengono alla governante, la quale sostiene di aver maneggiato le medicine sì, ma nel mobiletto del bagno. Comunque stiamo continuando ad interrogarla.’

Lo sapevo. Sapevo che quella donna aveva qualcosa di strano e di torvo. Da subito non mi era piaciuta. E ora chissà con chi era in combutta. Beh, almeno per ora non la dovrò incontrare.
Rincuorata dalle notizie e soprattutto dalla celerità del commissario nell’indagine e nel tenermi informata, entrai in cucina per farmi un caffè. Una doccia veloce e due passi mi faranno bene.
Dieci minuti dopo attraversando il giardino cercai con lo sguardo Diego, ma non lo vidi. Non mi preoccupai  più di tanto e uscii in strada. Quasi all’angolo con Piazza del Popolo entrai nel vecchio caffè e presi un cappuccino con il classico maritozzo. Roma si stava svegliando un po’ sorniona sotto un cielo azzurro intenso, trafitto dalla luce di un sole già caldo nonostante la stagione. Rimasi stupita del poco traffico ma poi ricordai che era domenica.  Avevo voglia di camminare, di stancarmi fisicamente e non pensare.  Risalìì via del Corso fino a piazza Colonna e da lì mi sorpresi a deviare verso i vicoli storici che portano a Sant’Ignazio e al Pantheon.  Davanti all’antica bottega di falegnameria, vidi il Pinocchio in vetrina che pedalava sulla sua biciclettina di legno lucido. D’istinto entrai e cercai qualcosa per Cecilia.

Felice con i miei pacchetti, mi confusi con i turisti a piazza Navona: questa era la Roma che ricordavo. Ma oggi non la sentivo mia. Mi sentivo anche io una ‘turista’. Istintivamente la mano andò alla tasca e presi il cellulare.
‘ciao Mau… come stai? Sì, sto bene. Ci sono delle complicazioni ma poi ti spiego tutto a voce.  Cecilia come sta? No, hai fatto benissimo. Mandarla con Luca e Giovanna  ed i cuginetti è stata un’ottima idea.  Penso di rientrare verso giovedì. Comunque ti chiamo stasera quando torna la bimba così la saluto. Un bacio’
Ora mi sentivo leggera. E più forte. Presi un taxi e diedi l’indirizzo del commissariato: volevo sentire gli sviluppi dalla viva voce di Catalani.
‘Signora al momento il commissario è impegnato. Gli ho detto che è qui e mi ha pregato di farla attendere.’
Mi sedetti paziente. Non so quanto tempo esattamente passò. Un’ora, forse due.  Senti il classico fischiettare e mi girai. Catalani mi accolse con un sorriso ‘è da sola? E il dott. De Donato?’ ‘Non so dove sia. Stamani quando sono scesa lui non c’era. ‘ ‘Ok. Ho bisogno di parlare anche con lui. Mando una volante a prenderlo’.

Perché voleva che anche Diego fosse presente? La mia curiosità stava rasentando l’ansia. Finalmente Diego con la sua giacca logora entro accompagnato da due poliziotti. ‘Ciao. Ti ho cercata stamani ma tu eri già uscita evidentemente. Stamattina presto sono andato al Verano a parlare con mio fratello, e quando sono tornato tu non c’eri. Volevo parlare con Enrico, dirgli che in fondo lo avevo perdonato. Portarmi via Tanja è forse stato un gesto per proteggermi. Lui aveva capito chi fosse quella donna. Lui poteva usarla. Io mi sarei fatto troppo male. E se me lo avesse detto, non gli avrei creduto. ‘  D’istinto gli accarezzai il volto segnato e rigato dalle lacrime. Lui non fermò la mia mano, la prese e la baciò dolcemente.

 

 

‘ah. E’ arrivato finalmente. Venite nel mio ufficio’.
‘dunque, innanzitutto è arrivato il referto del medico legale che conferma che suo fratello è morto per emorragie interne causate dall’abuso di acido acetilsalicilico. Comunque data la dose minima presente nel sangue e nei tessuti, il medico sostiene che l’assunzione durava da oltre 6 o addirittura 9 mesi.’
Diego mi guardò allarmato ‘ma non è possibile, mio fratello è stato invitato a tenere la lectio magistralis meno di 3 mesi fa!’
‘appunto’ intervenne Catalani ‘il che fa decadere la sua teoria del complotto delle aziende ITT!!! Smettiamola di leggere troppi libri gialli!’.
‘e allora?’ intervenni io ‘chi aveva interesse ad uccidere Enrico e perché?’
‘forse è meglio partire prima dal movente: amore e denaro. Puoi girare quanto vuoi, ma tutto gira sempre attorno a questi due moventi. E la signora Tommasina era innamorata del professore.’
‘la Tommasina??’ avevo alzato il tono della voce, quasi fossi una moglie gelosa.
‘Sì. Sostiene addirittura che fosse ricambiata. Ma la relazione durò poco.  De Donato aveva anche cercato di liberarsi di lei dietro la corresponsione di una cospicua somma in denaro, ma lei rifiutò e rimase al suo servizio come governante. Come se tra loro non fosse successo nulla.’
L’idea di Enrico con la Tommasina era proprio una cosa  fuori dal mio ordine di idee.
Forse la Tommasina aveva mentito, magari era la solita storia a senso unico..
‘Comunque una sera il professore arrivò a casa ed era di cattivo umore. Aveva portato degli esami appena ritirati. La  Tommasina aggiunse del sonnifero nella sua tisana e mentre lui dormiva lesse i referti. E lesse soprattutto un’etichetta sull’intestazione: soggetto allergico all’aspirina. Decise quindi di indebolirlo nel corpo con piccole dosi di aspirina giornaliere, nella speranza che lui avesse sempre più bisogno di lei. Ha anche ammesso di aver sepolto nei vasi i blister e le confezioni proprio per la sua presenza, Dott. De Donato,  nel giardino del palazzo. L’aveva sorpreso varie volte a frugare nella spazzatura e non voleva insospettirla. Alcune volte ha portato via la spazzatura mentre tornava a casa, ma era troppo rischioso perché saliva in autobus proprio di fronte al palazzo e non sarebbe stato ‘igienico’ viaggiare con l’immondizia. Ah, dimenticavo. A casa sua abbiamo anche trovato la bozza di un testamento che cercò inutilmente di far firmare al professore. Ma De Donato non ci cascò. Anzi minacciò di denunciarla. Tommasina, si vide quindi costretta ad accelerare i tempi, aumentando la dose. Finchè quella mattina di settembre arrivando a casa lo trovò morto in bagno. Tutto era sfumato. Avvisò il 118 e poi il resto lo conoscete. ‘

Io e Diego ci guardammo. Sì, avevamo proprio sbagliato nel giudicare la Tommasina come semplice esecutrice. Era anche la mente di questo piano criminoso.

Ci congedammo da Catalani e lo ringraziammo per la rapida soluzione del caso.
‘Vieni a casa con me? Potresti dormire nella camera degli ospiti. ‘
‘No Manu. La mia vita è la strada e tu devi pensare alla tua vita. Devi scegliere tra amore e denaro’.

Il sole al tramonto dava dei riflessi dorati ai suoi occhi. La barba un po’ ispida lo faceva assomigliare ad un attore…  Lo guardai e con voce ferma gli risposi…
‘sai già la mia risposta. E’ amore. Sempre e solo per amore.’

Ci separammo davanti al commissariato. Vagabondai per le strade senza una meta finchè non mi ritrovai alla Barcaccia. Uno sguardo a Trinità dei Monti, come a voler salutare quei posti che mi avevano vista felice tanto tempo fa. Una vita fa.
Presi il cellulare ‘ciao amore. E’ tutto a posto. Stasera preparo la valigia e domani, prima di mezzogiorno, sono a Firenze. Ho voglia di abbracciarti’ e quel suo  ‘anche io e non vedo l’ora’  mi fece salire le lacrime agli occhi.

Addio Roma. Addio Enrico. Ora la nostra storia è veramente finita.

 


FINE

 


 

Scritto da: Signora dei Sogni



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Tra sogno e realtà



leggi il capitolo precedente: Fotogrammi


 


Azzurro.
Continuavo a cercare, oltre l’ azzurro che avvolge ogni cosa. Tutto intorno, silenzio irreale. Chissà se era questo il tipo di accoglienza che  viene riservata nell’ ipotesi che si finisca in paradiso. Nuvolette come fiocchi di cotone apparivano e scomparivano come in uno screensaver  sul  monitor e io non riuscivo  a capire che stava succedendo.
Il sogno era stranissimo e come in un rewind continuavo a riavvolgere il nastro per riviverlo ancora una volta.

Eccomi dal notaio. Incredibile sono proprio io che ho appena appreso che Enrico ha lasciato proprio a me in eredità la sua bellissima casa in Vicolo della Moretta ed un cospicuo patrimonio. Ancora non mi sono ripresa dallo stupore e continuo a chiedermi “perché io?”

Santo cielo mi sentivo  tutta indolenzita,  come se un macigno fosse caduto su tutto il mio corpo. Non riuscivo quasi a sollevare le gambe e neppure ad aprire gli occhi. Mi sentivo tanto stanca e volevo continuare a dormire. Dormire e non sognare.

 “Bentornata tra noi signorina”. Una voce nell’azzurro.
Non credo di riconoscere il suono di questa voce,  ed ora che riesco a tenere un poco gli occhi aperti tanto meno riconosco quest’uomo. E poi, dove mi trovo? Certamente non  tra le rassicuranti pareti dell’ appartamento a me caro.

“Dove sono? Chi è lei?” Ascolto la mia voce stridula senza quasi riconoscerla.

“Lei, signorina si trova nella sala di rianimazione dell’Ospedale Policlinico Gemelli dove ha dormito per tre giorni ininterrotti e io sono il medico che l’ha seguita finora”. Il  suono è caldo e rassicurante. D’ istinto porto le mani al grembo e lui pronto mi tranquillizza:
“ E’ andato tutto bene. Lei ha partorito una bellissima bimba di tre chili e cento grammi che non aspetta altro che la sua mamma si svegli e si prenda cura di lei. Inoltre stiamo aspettando lei per assegnare il nome alla  bambina”.
“Stiamo?”.
“Sì. C’è una persona fuori che non vede l’ ora di sapere che lei si è risvegliata.  Volevo prima accertarmi che fosse in grado di affrontare le visite. Ha avuto una brutta emorragia ed ha perso conoscenza.
Dallo stato in cui si trova, devo dedurre che non si è voluta bene a sufficienza in  questi ultimi mesi, quindi ringraziamo il cielo che si è svegliata. Ad ogni modo non sono affari miei, solo, da adesso in poi dovrà riguardarsi perché la sua piccola ha bisogno di lei. 
Ora, se per lei va bene  farei entrare il suo fidanzato… sono tre giorni che aspetta” concluse.
“Come scusi? Io non… aspetto nessuno in visita.” il medico era uscito facendo cenno ad una figura che sembrava  impaziente di entrare.

“Enrico?” dissi in un soffio. Sentivo il cuore in fibrillazione non fosse stato per il pronto intervento del medico sarei svenuta di nuovo.
“Ciao principessa. Finalmente ti sei svegliata. Che spavento mi hai fatto prendere. Ora cerca di stare tranquilla e riposare. Ti chiedo solo di perdonarmi se puoi, per il resto avremo tempo di parlare. Devi  riprendere le forze e io  ti prometto che mi prenderò cura di te e della bambina. Sono stato uno stupido a non capire i tuoi segnali e a lasciarti andare via. Ci voleva questo brutto colpo per capire tante cose. Fortuna che tutto è andato per il meglio… non vedo l’ora di riabbracciarti e di portarti a casa insieme a me. Noi tre: io te e la  nostra meravigliosa creatura che hai dato alla luce”.

Ero stordita di tante parole e non riuscivo quasi ad afferrarne alcuna. Vedevo le sue labbra muoversi ma in realtà non capivo più nulla.  Com’era possibile? Enrico?
Concordarono con il medico che era meglio lasciarmi tranquilla per il momento quindi si accostò al letto per salutare.
“Arrivederci Manuela, …cerca di riguardarti….A presto.”
Enrico  era vivo e vegeto e impaziente di creare quella famiglia che tanto avevo sognato in quei mesi.
Incredibile. Avevo dormito tre lunghi giorni e nel frattempo la mia mente aveva elaborato un sogno pazzesco. Non riuscivo più a individuare la linea sottile tra sogno e realtà.

Alcuni ricordi iniziarono ad affacciarsi nella mente.

Il giorno in cui avevo scoperto di aspettare un figlio, avevo deciso che niente e nessuno mi avrebbe impedito di far nascere il mio bambino. qualsiasi ragione logica che mi avesse prospettato Enrico io non avrei cambiato idea.
Decisi di fare l’ ultimo tentativo cercando di convincerlo che nulla ci impediva di avere un figlio.

“Sono troppo vecchio per avere un figlio non me la sento…Ormai ci ho rinunciato da un pezzo”
“Tu ci hai rinunciato… ? E quando avevi intenzione di dirmelo? Ci sono uomini che diventano padri anche a sessant’anni e poi tu non sei vecchio! Ho  quasi quarant’ anni e non voglio rinunciare ad avere un figlio”
“Bene dovrai farlo…o perlomeno non lo avrai con me”

Non so come raggiunsi la porta. Il giorno dopo  in ufficio rassegnai le mie dimissioni  e respinsi ogni telefonata da parte di Enrico.
Trovai subito un lavoro all’ archivio di stato. Era forse più monotono ma per i mesi a venire sarebbe stato meglio non aggiungere altri stress al mio stato, inoltre mi  sentivo sull’ orlo di una crisi di nervi.

Sentii aprirsi la porta leggermente.
“E’ sveglia signorina?”, l’infermiera entrò e avvicinò una piccola culla al mio letto, sollevò il batuffolo e me lo porse.
Quando finalmente la presi in braccio sentii un nodo alla gola. Quanto era piccina. Gli occhi erano due piccole perline blu. I capelli sottili e chiari tutti per aria. Indossava una tutina morbida e sembrava un pulcino. Era bellissima. In quel momento mi venne istintivo pensare:
“ Ciao cucciolina. Tu sei la cosa più bella che mi sia capitata nella vita”.
L’infermiera intuì la mia emozione e con fare allegro si intromise:
“Allora che nome abbiamo scelto per questa bambolina?”
“Maria Lucia”…risposi d’ istinto.
“E’ un bellissimo nome …MA RIA  LU CIA! Ecco qui un bel pennarello rosa e finalmente la cullina è al completo!”
Potrà richiedere quando vuole la bimba però le consiglio di lasciarla alla nursery. Lei ha bisogno di riprendersi del tutto così  potrà  finalmente tornare a casa. Ora la lascio sola, per qualsiasi cosa prema pure il campanello.

 

Mi ritrovai di nuovo a pensare. Era stato tutto un sogno… In quei tragici momenti mentre stavo lottando per la vita, la mia mente aveva creato il sogno più verosimile che mi fosse mai capitato.
Una forza  incredibile  mi portava a pensare che non tutto fosse stato solo immaginazione. Forse la mia mente aveva recepito alcuni segnali che la razionalità aveva voluto evitare e forse si erano manifestati sottoforma di sogno.
Avevo sentito dire di persone che uscite da un coma avevano vissuto delle esperienze al limite dello straordinario e che in alcuni momenti avevano avuto la sensazione di vivere in una  altra dimensione..
Forse anche io ero stata in un mondo parallelo dove avevo avuto una prospettiva diversa della mia vita, del mio futuro…chissà.
Ancora una volta cercavo un motivo a quello che mi stava succedendo, fosse stato anche semplicemente un sogno.

Il pensiero della morte di Enrico mi aveva procurato sofferenza. Aveva dovuto ammettere a me stessa che provavo ancora un sentimento forte.
Tutti quegli intrighi. Quella donna sconosciuta morta dietro l’altare era forse un’ altra Manuela? Una Manuela che altre donne volevano metaforicamente annientare intuendo che Enrico stava per cedere e venire a cercarmi?
E forse l’ altare era un altro messaggio?
Gli anziani molto spesso, per rallegrarti dopo un brutto sogno, solevano dire che i sogni bisogna leggerli al contrario. Quindi se sogni una morte, allunghi la vita. Se trovi dei soldi li perdi. Forse perdendo l’ eredità ritrovavo l’ amore di Enrico?
La bambina sordomuta: Maria. Forse non era altro che la nostra bambina che ancora doveva nascere e non poteva dire la sua.
La chiave del mio sogno era tutta lì in quel fotogramma:

<Ecco l’evento che aveva sconvolto la vita ad Enrico, nulla di enigmatico, di passionale o di cialtronesco, nulla che avesse a che fare con i complotti, i raggiri finanziari o le frodi delle multinazionali, ma la scoperta improvvisa eppure così sublime dell’innocenza, della purezza, del candore. Qualcosa che lo aveva riportato agli albori, all’origine delle cose, qualcosa che gli aveva fatto capire quanto siamo stupidi, meschini, superficiali a questo mondo; non ce ne rendiamo conto eppure, lentamente ma inesorabilmente, ci trasformiamo da cerbiatto in iena, da sorgente in fogna, da persona in cliché.>

Le due donne nel sogno trascinavano Enrico nudo.
Forse lo stavano portando dinnanzi all’evidenza. Enrico nudo, praticamente vulnerabile di fronte ad un sentimento che non riusciva a controllare.
E  la bambina, Maria forse era la nostra bimba che tentava di riavvicinarci.
Mentre rotolavo giù per le scale come una palla impazzita per raggiungere Maria in realtà stavo tentando di aggrapparmi alla vita con tutte le mie forze.

Finalmente scivolai distesa sotto le coperte e sorrisi.
Maria Lucia dormiva nella piccola culla accanto a me e presto sarebbe arrivato un nuovo giorno e con lui Enrico.
Questa volta non avrei chiuso la porta. Avrei ascoltato quello che aveva da dirmi e poi il mio cuore avrebbe deciso.
Chiusi gli occhi. Le nuvolette bianche erano scomparse e al loro posto era tutto azzurro. Azzurro come gli occhi limpidi della nostra bambina. Azzurro come il cielo.
Infinito.

 


FINE

 

 

Come ogni romanzo che si rispetti anche questo  avrà un dedica:
Dedico questo capitolo, forse il meno bello in quanto scritto in un ora sotto tortura, a  tre persone in particolare.
Giulia che mi ha sempre riportato sul binario giusto quando perdevo la strada. Che ha più fiducia lei in me che io in meJ
Gianni che è stato razionale nelle critiche ma anche generoso nei complimenti. Colui che mi ha supportato e mi ha divertito con il fumetto “Enrico-Manuela-Diego” .
E infine, ultimo ma non l’ultimo, lo dedico a Bruno. L’eterno assente che con due parole e una faccina sa infonderti calore e fiducia.
Grazie per avermi fatto mettere in gioco.

 



Scritto da: Martina


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La vera eredità



leggi il capitolo precedente: Fotogrammi


 

         Raggiunsi, con il fiato in gola, l’uscita del portone e guardai dall’altro lato della strada, Maria era scomparsa. Attraversai la strada e guardai dietro l’angolo: nulla; Maria si era volatilizzata, non mi restava che tornare a casa e mentre con calma ripercorrevo la via, pensavo alla bambina che avrebbe potuto correre un grosso pericolo.Dovevo rientrare per raccogliere i disegni che avevo lasciato sul tavolo e chiamare immediatamente il commissario per metterlo al corrente. Allungai il passo e in un attimo mi trovai davanti al mio portone di casa, fu in quel preciso istante che la bambina comparve con accanto un uomo a me familiare.Istintivamente scivolai all’interno dell’atrio per non essere vista e seguii con lo sguardo, dove l’uomo e la bambina erano diretti.Maria non mi sembrava spaventata,ma l’uomo pareva avesse molta fretta.Entrarono nella casa da dove Maria era uscita e l’uomo richiuse il portone dopo essersi accertato che nessuno li seguisse.Per un attimo rimasi stordita e non riscii a pensare come muovermi poi, decisi di seguirli,entrai dal portone, dopo aver atteso per qualche istante. Una signora anziana rientrava con la borsa della spesa ed io molto gentilmente mi offriì di aiutarla a salire le scale 

                
                 "Ho lasciato le chiavi del portone in ufficio,e meno male che ho incontrato lei,poco fa è entrata una bambina con un signore ma pareva avessero molta fretta e mi hanno quasi chiuso il portone in faccia.Alla signora non pareva vero di parlare con qualcuno dei suoi coinquilini e sottovoce mi disse quello che volevo sapere.La bambina è sordomuta, una bella bambina così! che disgrazia! pensi…. vive con delle suore la madre è morta il padre un signore distinto la porta nel suo studio e poi la lascia sola, alla sera la riporta al suo collegio.

 

                   IO … mi faccio gli affari miei, ma quella bambina è così triste.Il padre se la porta nel suo studio ogni giorno.Lo studio è proprio sotto al mio appartamento. Mi dispiace farle portare le borse ..ma lei …non l’ho mai incontrata."" Esco alla mattina molto presto e rincaso molto tardi non sono sposata e dedico la mia vita al lavoro, per questo non ci siamo mai viste:"Eravamo fortunatamente arrivate al piano della signora e con una scusa mi congedai velocemente prima che la donna potesse farmi altre domande a cui non avrei potuto dare una risposta.Scesi al piano inferiore e cercai di leggere sulla targa della porta dell’appartamento Il nome di chi l’occupava,quando la porta si aprì e mi trovai di fronte il notaio.Mi irrigidìì e lo feci notare, ma, prima che potessi riprendermi il notaio mi trascinò all’interno.Mi sentii in trappola, nessuno sapeva dove mi trovavo La sua voce al telefono, quando mi chiamò per convincermi ad  assumere Tommasina mi tornò improvvisamente alla mente era una voce mielosa, falsa, ipocrita. Ora quella vera,era dura, forte, cattiva, capii che avevo a che fare con un pazzo, cercai di stare calma, anche se tremavo e cercai di assecondarlo.Chiesi subito della bambina ma lui incominciò a raccontarmi come per liberarsi da un peso che lo schiacciava, camminava avanti e indietro per quella stanza e quando si fermava mi guardava con gli occhi fuori dalle orbite, come se non mi vedesse, ma vedesse dentro a se stesso

                  .Enrico era mio amico, se mi avesse voluto bene, come io ne ho voluto a lui non saremmo a questo punto. Tommasina era mia sorella,sono stato io a convincerla insieme a quello stupido del mio compagno detectiv a uccidere il professore doveva apparire una disgrazia poi lei, per via della bambina, si era intenerita e iniziava a farsi degli scrupoli aveva deciso di spiferare tutto alla polizia quando avrebbe dovuto uccidere l’ultima persona che creava problemi Tu…. tu brutta puttana mi avevi portato via Enrico poi finalmente ci avevi liberato dalla tua presenza pensavo…. per sempre Ma poi Enrico innamorato ancora di te, aveva fatto il testamento….cercai di convincerlo gli sono stato accanto con mia sorella tutti questi anni e ho sopportato in silenzio senza mai fiatare a tutte le sue manie Ora dovevi morire e mia sorella voleva dirti tutto, ho dovuto ucciderla

 

…. Gridava, era fuori di se e mi si avvicinò, quando entrò nella stanza la bambina che gridò con tutto il fiato che aveva tunuto dentro per tanti anni
                  
                   NOoo papà lasciala e di corsa mi si buttò tra le braccia piangendo. L’uomo ebbe come una scossa e si precipitò fuori dall’appartamento .Cercai di calmare Maria quando sentimmo le sirene della polizia. Il commisario Cutrona ci venne incontro :"State bene?"si, risposi:" IL notaio è morto si è buttato dalla tromba delle scale, Venga signora, in commisariato dovrà firmare il verbale poi la lasceremo in pace è finita il detectiv a confessato. Uscii con la bambina e respirammo a pieni polmoni capii in quel momento che quella bambina era la mia vera eredità e sentìì la voce di Enrico che mi diceva:"Maria sarà la figlia che desideravi da me.
                 



FINE




Scritto da: Gabriella



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Piccoli dettagli



leggi il capitolo precedente: IL PERCHE’ DELLE COSE




Quelle riviste che si trovano dalle parrucchiere a volte dicono la verità, tra un consiglio improbabile e un pettegolezzo costruito qualche spunto di riflessione per guardare i fatti della vita lo si trova. Strano che mi venga in mente adesso, dopo una settimana, quando sono tutti in fila, rigidi, ben vestiti e con la testa a fare conti che non si incastrano con i miei. Sono tutti così seri e fintamente disinteressati che devo pensare a qualcosa per avere la stessa espressione. Anche se sull’argomento ho già pensato troppo.
Ho avuto una settimana per farlo. Una settimana dall’arrivo della busta di carta, lavorata per sembrare vecchia, chiusa con la cera. Una settimana per fare conti con i sentimenti di Enrico e applicarli alla sua mano quando ha diviso la torta. Una settimana per elaborare un sogno che rischiava di farmi perdere il contatto dalla realtà. In questo momento non ho i soldi per abbonarmi a Riza Psicosomatica tanto quanto per un consulto sulla mia psiche che superi la qualità delle riviste da parrucchiera.
Per fortuna sono dotata di un certo spirito di autocritica e l’amore per la lettura mi ha aiutato a focalizzare bene quello strano sogno senza il bisogno di un consiglio dall’ultima pagina di un giornaletto. O almeno a sbirciare cosa avevo messo dentro il libro della vita da sola.
Forse la cera usata per sigillare la busta di invito alla lettura del testamento, usando il simbolo dell’università per schiacciarla sul contenuto, ha estratto dalla testa quel poco di romanticismo che mi è rimasto perché ricorda le lettere che si mandavano all’epoca di “Elisa di Rivombrosa” (come direbbe mia madre). A pensarci bene usare il simbolo dell’università ha espresso l’Enrico che voleva appartenere ad una classe sociale superiore. Non avendo un suo stemma nobiliare ha usato il simbolo che nella vita gli ha dato più blasone. Tipico di lui. Attaccato agli stereotipi come era: macchina grossa, la segretaria amante, la casa in centro, due governanti e la polemica gratuita verso chi non capisce. Anche adesso che non c’è più mi ha complicato la vita. Come quando mi ha costretta a scegliere Cecilia in solitudine. Tutto sommato utile.
Un sogno così vero non l’avevo mai fatto. Un romanzo intero che mi ha lasciata addosso i vecchi dubbi di una volta. Il fardello di Enrico pensavo di essermelo scrollata di dosso da un bel pezzo, ed invece mi salta in spalla nei sogni. Lui insieme all’allegra compagnia da soap opera che si era costruito intorno: Diego, Tanja, Catalani e Tommasina.
L’altra sera mi ero svegliata sudata e seccata che la mia rivincita sulle carogne del periodo che Maurizio chiama “Età dell’Enrico” non avesse avuto fine. La piccola gridava perché Maurizio perde la pazienza troppo velocemente, poi si è scusato, ma intanto i vicini avevano capito chi le controllava i compiti, perché durante i miei turni alzo io la voce e nei suoi turni alza la voce Cecilia. Oltre, con la fantasia, i due non mi hanno lasciato andare e se tradire col pensiero è peccato è stato un bene. Talmente realistico e vero che il giorno dopo pensavo fosse un segno del mio malessere privato. Come direbbe l’ultima pagina di una rivista. Quindi un giudizio senza importanza perché nessuno arriva all’ultima pagina dalla parrucchiera.
E’ stato tirando fuori il libro dentro di me che ho realizzato come i piccoli particolari avevano importanza. L’impronta di chi era presente nel sogno senza mai farsi vedere. L’importanza di chi c’è quando apro gli occhi. L’importanza dell’ultima pagina di un bel libro. Le mani curate del barbone erano le mani di Maurizio, il cane era lo stesso che ha appeso per rendere il monolocale meno triste e la canzone di De Andrè, il pezzo che più gli piace, che faceva pensare tutte le teste vuote presenti. Si la canzone sulla morte poeta. Presente senza mai farsi vedere. Ma la cosa più tagliente era la voce del Diego nel sogno, uguale per tono ed espressioni al Maurizio della vita.
Che sogno! Diego povero e perdutamente innamorato di me, Tommasina silenziosa e lavoratrice, Tanja fuori dalle scatole e Catalani con un lavoro vero. Non riesco neanche a guardarli in faccia, se mi metto a ridere durante la lettura di un testamento… non ci voglio pensare. A quel sogno ho messo la parola fine.

 

 

FINE

 

Scritto da: Nicola



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Se ripercorri i miei passi… cadrai…



leggi il capitolo precedente: Fotogrammi





“Se ripercorri i miei passi ca…”
Finora non ho ripercorso molto.
È il momento di correre, per trovare la verità… ma quale???
Non lo so, corro.
Ripenso alle parole scritte da Enrico, e più penso, meno comprendo.
Ripercorriamoli, dunque, il tuoi passi, Enrico… sono ormai sulla strada.
Maria cammina, uscita da poco dal portone, mi volta le spalle… io rallento, per non spaventarla, la supero, ed infine mi fermo a guardarla.
I suoi occhi ignari incontrano i miei. Occhi innocenti e stupiti… troppo semplici… chi mi ricordano, quegli occhi? Cosa?
Ma cosa dovrei capire?
Cosa dovrei fare, ora?
Le sorrido, mi fermo davanti a lei, e so che dovrei comunicare, farle capire qualcosa, non so bene cosa…
Non mi viene lasciato il tempo di darmi una risposta.
Una donna esce correndo dal portone, mi vede con Maria, corre verso di noi, e comincia a urlare… mi grida di andarmene, afferra Maria per un braccio, per trascinarla via.
Maria non reagisce, si lascia trascinare, il suo sguardo non cambia… ma reagisco io, senza che la ragione abbia il tempo di farsi sentire.
“La lasci! Non la deve trattare in quel modo!” grido, rivolta alla donna. “Ha bisogno di…”
…di aiuto, vorrei dire. Perché da quanto ho ormai intuito, comprendo che la stanno nascondendo, che la tengono segregata in casa, sconosciuta ad ogni ufficio anagrafico, un fantasma…
La donna lascia Maria, mi si avvicina… d’impeto mi dà uno spintone che mi scaraventa a terra… ma qualcuno dall’ombra del portone è più freddo di lei.
Echeggia uno sparo, e Maria si accascia a terra. Altri due proiettili rimbalzano sul metallo del lampione contro cui sono caduta, e sento un dolore bruciante ad una spalla…
…scivolo completamente sul marciapiede.
Vedo la donna affrettarsi, vedo un uomo uscire dal portone… in breve salgono su un’auto, e si allontanano velocemente quanto lo permette il traffico di Roma.
La gente accorre.
“Avrei dovuto chiamare il commissario” penso. “Che pazza sono stata… ma cos’avrei potuto dirgli?”
Il dolore mi fa svenire.
Nell’incoscienza sento la voce di Enrico leggere le parole che mi aveva scritto…
…una persona ha stravolto la mia vita, mi ha fatto entrare in un meccanismo più grande di me, ha alterato la mia personalità… se ripercorri i miei passi CADRAI!!!
Vedo lo sguardo di Enrico.
Vedo lo sguardo di Maria.

Mi risveglio in un letto d’ospedale, con la spalla dolente e strettamente fasciata.
Vedo lo sguardo del commissario Cutrona.
“Maria?” chiedo.
“Chi è Maria?” mi domanda?
“La bambina… è morta?” chiedo, angosciata.
“La bambina si salverà…” mi risponde. “Ma lei sa chi è? La conosceva?”
“No…” rispondo. “L’ho vista oggi per la prima volta”
“E non ha potuto parlarle, perché non ne ha avuto il tempo… ma la sta chiamando Maria… ora vado” dice Cutrona, con un sospiro. “Ma tornerò, ad interrogarla in veste ufficiale”
Ed esce, chiudendosi la porta alle spalle.

Guardo Roma, città eterna, con il profilo dei suoi edifici che si staglia contro il giallo e il rosso del tramonto.
Sono ancora una volta sul terrazzo, e mi chiedo se posso ancora considerarlo un rifugio.
Enrico, perché?
Che cosa ti ha portato tanto lontano?
Perché hai compiuto proprio quei passi?
Infine sei caduto.
Qualcosa di strano si era davvero impossessato di te… un’ignota e inspiegabile parte di te si è manifestata in questi tuoi ultimi quattro anni assurdi…
Mery, in cucina, sta finendo di preparare la cena.
Ho bisogno di lei quasi a tempo pieno, per ora: la pallottola mi ha colpita all’articolazione della spalla destra, e nonostante sia passato del tempo, ancora non sono in grado di usare il braccio.

Ricordo quei giorni di indagini serrate.
Il commissario Cutrona vi si impegnò in prima persona, visto che un morto e due tentati omicidi non erano cosa da poco.
E ci vollero le risorse della Polizia per trovare infine la verità.
Da sola, anche se non avessero tentato di uccidermi, non ci sarei mai arrivata.

Enrico, undici anni prima, aveva avuto un’avventura con una ragazza, una certa Sabrina Spataro, mentre era a Napoli per un ciclo di lezioni universitarie.
La ragazza gli aveva forse dato una figlia, ma aveva tenuto segreto a tutti il nome del padre, e non aveva mai detto nulla ad Enrico.
Circa quattro anni prima, però, era morta dopo una lunga malattia, e prima di andarsene aveva rivelato ai soli parenti che aveva il nome di Enrico, affinché portassero da lui la bambina.
Non riteneva infatti i parenti idonei a crescerla.
E non sbagliava…

In quel giorno concitato la Polizia riuscì in breve tempo ad arrestare la donna e l’uomo che ci aveva sparato: Paolo, che era ancora nei dintorni, aveva visto Maria, poi aveva visto me che l’avvicinavo, e infine tutta la scena che era seguita.
Aveva preso il numero di targa dell’auto, e l’aveva subito comunicato alla Polizia, dato che aveva realizzato che l’indagine non era cosa che lui fosse in grado di gestire.
Fu comunque incriminato per aver intralciato il corso delle indagini, quando la Polizia rinvenne in casa la borsa di Tommasina, e mi chiese spiegazioni a riguardo.
Io non fui accusata dello stesso reato, solo perché riuscii a dimostrare di non aver avuto il tempo materiale di avvertire l’autorità… finsero di crederci, almeno.
Dopo tutto io ero una cittadina comune, non un detective professionista…

Grazie alla segnalazione di Paolo, in breve i due furono fermati, interrogati separatamente per sedici ore consecutive, finché non resero una fedele ricostruzione dei fatti ed una completa confessione.
Erano i parenti della ragazza che aveva avuto una relazione con Enrico.
I due, già pregiudicati, avevano deciso di sfruttare la cosa a loro vantaggio, e si erano trasferiti in quell’appartamento in via della Moretta.
Alle loro spalle, purtroppo, si nascondeva la criminalità organizzata.
A Enrico era stato a poco a poco rivelato che era il padre di Maria, e poi erano cominciate le richieste di denaro, ed i ricatti, e minacce di denuncia per aver sedotto una ragazza che in realtà non aveva ancora diciotto anni.
Lui non aveva lottato.
Mi aveva allontanata, per proteggermi.
Avevano minacciato di uccidermi per costringerlo a cedere.
Non poteva sopportare che minacciassero di uccidere anche un nostro ipotetico figlio.
Non se l’era sentita di sopportare lo scandalo di una denuncia… e così aveva pagato ingenti somme ai suoi ricattatori.
Ma Tommasina aveva visto le lettere anonime, ed altre cose sospette, ed era giunta a conoscenza di tutto.
Non mi ero sbagliata nel giudicarla una ficcanaso, ma la realtà era anche peggiore.
Si era accordata con i ricattatori, chiedendo loro la sua parte di denaro, nel caso fosse riuscita a far scrivere a Enrico un nuovo testamento in favore di Maria.

Enrico però si era lentamente logorato, in questa situazione.
Aveva visto Maria sulla sua terrazza, l’aveva guardata crescere, in quei quattro anni, come un fiore innocente in mezzo al letame…
Aveva tentato di vederla più da vicino…
I suoi parenti l’avevano segregata in casa, sconosciuta alle istituzioni scolastiche ed all’anagrafe romana, tra l’indifferenza un po’ stupita di vicini frettolosi, ed Enrico a quel punto aveva minacciato di denunciarli.
Erano cominciate allora le minacce di morte.

Immagino il tormento di Enrico in quella situazione.
Immagino le sue lacrime.
Ed immagino la sua angoscia.
In mezzo a tutto questo, la vista di Maria, il loro muto rapporto, doveva essere stato un soffio di cielo.
Nel suo modo semplice di bambina isolata dal mondo dei suoni, reclusa, troppo sola, ma sensibile ai sentimenti, Maria sapeva. Maria capiva.
Con il semplice linguaggio dei sordomuti che a sei anni lei già conosceva, e con i disegni, si erano comunicati messaggi e brevi pensieri…

Enrico, infine, si era rivolto a Paolo Losegugio perché indagasse e scoprisse qualcosa di più sul conto di Maria.
“Loro” se n’erano accorti.
Erano saliti in casa sua, Tommasina aveva aperto loro la porta, ed avevano tentato di obbligarlo a scrivere un testamento olografo in favore di Maria.
Enrico si era opposto con veemenza, era uscito gridando sul balcone, e poi aveva avuto un malore.
Logorato da anni di tensione, il suo cuore non aveva retto.
O forse l’avrebbe fatto, se fosse stato soccorso in tempo.
Per paura che parlasse, l’avevano lasciato morire, senza chiamare il medico.

Ma Tommasina non era soddisfatta… aveva fatto la sua parte, sebbene non fosse riuscita ad ottenere il testamento sperato, ed aveva reclamato per sé una parte del denaro pagato da Enrico ai suoi ricattatori.
Di fronte al loro rifiuto, aveva dato appuntamento a Paolo nel cimitero, per chiedergli se quei disegni potevano costituire un elemento significativo per avviare un’indagine della polizia.
Aveva probabilmente intenzione di provare a far pressione sui ricattatori…
Non si era resa conto del pericolo a cui si esponeva: immediatamente le sue intenzioni erano state comprese, era stata seguita ed infine uccisa perché non parlasse.
Paolo aveva raccolto la borsa, pensando fosse importante, prima che qualcun altro potesse vederlo. Poi era subito arrivata gente, e l’assassino si era dileguato.
Non aveva avuto intenzione di uccidere Paolo, o non ne aveva avuto il tempo.

I due malviventi, chiusi in casa, quel giorno stavano per contattare altre persone che dessero loro istruzioni sul da farsi, e nella confusione Maria era uscita di casa.
Quando i due se n’erano accorti, era tardi: la bambina era già per strada, con me accanto.
Avevano riconosciuto anche me, l’erede a cui Enrico aveva lasciato tutti i suoi averi… visto che tenevano d’occhio la casa da quando lui era morto, mentre tentavano di escogitare un piano alternativo.
La donna aveva tentato di riportarla in casa, ma la mia reazione aveva attirato l’attenzione dei passanti, e l’uomo, già sotto pressione, aveva pensato che ormai tutto fosse perduto, aveva perso la testa, e ci aveva sparato, pensando al momento di aver eliminato le ultime due persone che potessero raccontare la verità.
I due sono ora in carcere, insieme a una decina di complici, indagati per reati che vanno dall’omicidio all’estorsione, dal sequestro di persona al favoreggiamento… e non so quant’altro.

Enrico… quale assurdità ti ha portato a cadere in quel modo…
Il notaio Franchini ti aveva ben consigliato… ma tu non l’hai ascoltato.
Ti eri confidato con lui troppo tardi… ed allora avevi chiesto a Paolo di indagare su chi fosse realmente Maria.

Oh, Enrico… Maria non è tua figlia.
Sabrina Esposito frequentava anche un balordo, all’epoca… ed ha attribuito a te la paternità di sua figlia, pur non essendone certa.
Se i suoi parenti si fossero fatti avanti con Maria, indicandola come legittima erede in quanto unica figlia di Enrico (cosa che pensavano di fare), il test del DNA avrebbe riservato loro una sgradita sorpresa…
…il test è stato eseguito, nell’interesse della bambina, dietro indicazione dell’esecutore testamentario, notaio Franchini, ed è risultato senza ombra di dubbio che Maria non può essere tua figlia.

Oh, Enrico
…quanto mi hai amata, senza che io lo sapessi
…quanto desiderio avevi di un figlio
…quanto ti sei perduto negli occhi innocenti di Maria
…quanto l’hai amata!
Il tuo doppio, quello di cui mi scrivesti, è un Enrico sconosciuto, che davvero ha fatto passi irrazionali, e si è perduto.
Hai ragione, la tua personalità si era alterata al punto da far dubitare della tua lucidità mentale.
Se tu avessi dei parenti, invocherebbero forse l’incapacità di intendere e di volere, per fare invalidare il tuo testamento a mio favore.
Ma tu non hai parenti ancora in vita.

Hai soltanto me, la tua amata Manuela, che non finirà forse mai di porsi interrogativi sulle tue motivazioni, e su questa storia assurda.
Ma hai anche Maria.
Le sue condizioni non destano più preoccupazioni, sebbene quel giorno il proiettile si fosse fermato ad un centimetro dal cuore.. Sono andata più volte a farle visita in ospedale.
Le assistenti sociali si stanno prendendo finalmente cura di lei.
Una psicologa la sta seguendo, ed io le ho consegnato tutti i suoi disegni, nella speranza che il suo recupero emotivo sia più rapido. Ha vissuto quattro anni terribili.
Quando mi vede, sorride.
I suoi occhi non sono i tuoi occhi, ma in essi vedo qualcosa di te.
Forse è un riflesso della tua anima, che ha condiviso momenti sublimi con la sua.

Ho chiesto che mi venga affidata, quando sarà dimessa dall’ospedale.
Le mie condizione economiche sono estremamente buone, come ben saprai… nonostante le somme di denaro che ti hanno estorto.
Penso che la mia richiesta sarà accolta, nonostante io sia single.
Maria reagisce molto bene, alla mia presenza, infatti.
Forse non sarà una cosa definitiva, ma…
…se dal luogo in cui sei puoi guardare il tramonto romano, tra non molto ti potrà capitare di vedere gli ultimi due grandi amori della tua vita sedute l’una a fianco dell’altra, sulla terrazza di casa.

Ovunque tu sia, Enrico… sii finalmente in pace.
Per fortuna non ho ripercorso i tuoi passi, non al tuo stesso modo.
Lo sapevi, vero, che non sarebbe stato possibile…
Non sono caduta.
Ma non ho ancora del tutto capito.
Ma è poi così importante?

Il sole è tramontato, e nel cielo spuntano le stelle.

Ognuno sta solo nel cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

 

F I N E

 



Scritto da: Foxylady



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