Archivio per gennaio 2008

IL PERCHE’ DELLE COSE



leggi il capitolo precedente: Il commissario Catalani fischietta




Diego contro Diego

Cazzo… cazzo… cazzo!
Eccomi qui bello “lavato e stirato” nella sala d’attesa del commissariato di Polizia. Un bel salto di qualità  non c’è che dire: dal cielo aperto alla gattabuia!
Col cavolo una pura formalità!  Al commissario non parrà vero di aver trovato nella sua indagine un bel  pollo  come me da arrostire sulla graticola delle indagini. Detto fatto sarò l’esimio ex direttore del giornale, nonché fratello cornuto in cerca di vendetta e magari si  intorta la Manuela e si becca pure l’ eredità!

E bravo Diego dieci e lode.  Ancora una volta le gonnelle di una donna non ti hanno portato bene!
, dal momento in cui hai incrociato quegli occhioni da cerbiatta  non hai pensato altro che a loro e…a lei…ammettilo Diego.

 Ci mancava anche questa! Appena rientrato nel ‘ bel mondo ’   mi ritrovo impattato  in un caso di omicidio.

 E come  pensi di dissuadere il commissario dal sospettare di te e ad indagare davvero sulla morte di Enrico? Non gli parrà vero di ascoltare in giro le chiacchiere e sapere che hai sempre bazzicato il Vicolo della Moretta.  Già! Chissà poi perché?

Perché, perché… Il perché è presto detto. La mia solita gelosia assurda. Non potevo sopportare di sapere Tanja con Enrico e poi  non riuscivo a togliermela dal cervello, dovevo controllare, vedere e sapere tutto ciò che succedeva, ma soprattutto speravo in qualche segno di pentimento  che non c’è mai stato.

Invece hai scoperto la vera Tanja…perfida e calcolatrice fino alla nausea. Ogni suo gesto era calcolato  anche con te. Quando non sapeva cosa dirti  si chiudeva in un misterioso silenzio o in un’ abbraccio  che ti facevano impazzire dal desiderio.

Un vero allocco. Tutto era stato calcolato fin dal momento in cui si era presentata al colloquio in ufficio. Io ero semplicemente il passaggio insospettabile verso mio fratello. Ad Enrico poi non era parso  vero che una bellezza come Tanja potesse essere interessato ad un’ individuo  come  lui e il fatto che fosse la mia donna poco gli importava anzi, lo intrigava ancor di più.
Vedevo spesso Tanja confabulare sotto il portone con Tommasina, altre volte con soggetti strani, persone apparentemente perbene colloquiavano con Tanja, lei gesticolava ritirava un plico e infine rientrava nel portone.
 Avevo pensato fossero documenti per Enrico, che magari se ne stesse  impossessando in modo improprio, poi un giorno Tanja se n’ era  andata.  Non l’ avevo più vista. Poi… la morte di Enrico.
Oggi sono sempre più convinto che tutto si ricollega sempre alla lectio magistralis.
‘ L’Evoluzione del pensiero e la tecnologia’ era un tema che evidentemente non si doveva scrivere…

E chi pensi ti possa credere? Chi pensi che possa confermare queste tue teorie strambe? Magari la tua bella Manuela che non ha voluto nemmeno riconoscerti?

Sono sicuro che Manu era talmente sconvolta che non ci ha pensato, altrimenti l’ avrebbe fatto di sicuro..

Uau siamo già a Manu! A quando l’ anello? A voler essere perfidi si direbbe quasi uno scambio di favori tra fratelli.

 

Mi risvegliai di soprassalto.
Un silenzio irreale avvolgeva tutta la casa, il fastidioso fischiettio del commissario mi  era rimasto nelle orecchie , insopportabile come il ronzio di una zanzara.

“Quando la morte mi chiamerà, forse qualcuno protesterà
dopo aver letto nel testamento quel che gli lascio in eredità
non maleditemi, non serve a niente… tanto all’inferno ci sarò già.”

Sicuramente Enrico aveva voluto recuperare in estremis un posto in purgatorio. Aveva creato un bel pasticcio della sua vita e di sicuro anche la mia e quella di Diego ne avevano subito le conseguenze.

 Ripensai a Diego, mi mancava, era come se la sua presenza riempisse la casa e strano a dirsi, come   avesse fatto sempre parte della mia vita. Sentivo che anche la mia esistenza aveva iniziato ad avere un senso dal momento in cui l’ avevo incontrato.
Era come essere in vacanza ed avere la sensazione che la realtà fosse sempre stata quella e che non c’ era nessun posto dove tornare perché lì era “casa”.

Il senso di  colpa mi tormentava per come non ero stata in grado di sostenerlo. Avrei potuto inventare qualcosa. Invece nulla!  Purtroppo non ero mai stata brava a mentire e se lo avessi fatto avrei rischiato di peggiorare le cose.

Di nuovo un suono, forse non erano le mie orecchie…ma che ora era?
Mi avvicinai  piano alla porta.
“Manuela sono Diego. Spero di non averti spaventata”.
Aprii di scatto e mi gettai tra le sue braccia rincuorata.
“Diego! Perdonami io non …”
“Shhh  tranquilla, Manuela”. Le nostre labbra separate da un sottilissimo  filo, mi voltai di scatto e feci per scappare via. Le sue braccia mi circondarono la vita, sentivo il suo corpo premere, il respiro sul collo mentre sussurrava:
“Lo senti? Senti il mio cuore battere impazzito? Voltati Manuela, non avere paura di me.”

Lascia perdere Manuela! La tua vita è già abbastanza complicata. Sei una persona forte ciò nonostante  non reggeresti a lungo uno spirito libero come il suo…E non sei stata del tutto sincera con lui… Come pensi che la prenderà sapendo di Cecilia? Fuggirà ecco cosa farà! E chi raccoglierà i cocci? Il  solito accomodante Maurizio. Sei riuscita a rinunciare ad Enrico per amore di sua figlia ma come farai con Diego?  Ora hai raggiunto un equilibrio e poi? Non ricordi i tuoi buoni propositi? Il  “non buttarti mai per  un orgasmo cosmico”!?  Non voltarti Manuela. Se lo fai sei persa..

“Se mi giro sono persa…” dissi sottovoce.
“Io mi sono perso dal primo momento che ti ho incontrata Manuela…e forse ancora prima”.
Diego sollevò le nostre braccia  e come in un giro di valzer mi ritrovai a contraccambiare il suo abbraccio. Le sue labbra dure costringevano a fidarsi, mi abbandonai lasciando che il destino facesse finalmente il suo corso.

Ero sveglia o dormivo? Le onde di un mare azzurro intenso oscillavano leggere , e tra loro una piuma si lasciava trastullare senza meta. Poi, sempre lievemente la depositavano sulla battigia e lei si lasciava scaldare pigramente al  calore del sole.

Sollevai un sopracciglio. Il sogno era bellissimo e non volevo svegliarmi. Diego appollaiato come un guru in meditazione era lì con i suoi occhi azzurri che attendeva il mio risveglio come il principe azzurro.
“Allora dormigliona ti svegli o devo buttarti un secchio d’ acqua?” altro che principe, era un despota se pensava che solo dopo poche ore di sonno sarei stata capace di connettere così velocemente!
Sorridendo sorniona ammiccai maliziosa:
“Diego…quello che mi hai fatto poco fa è illegale in molti  paesi…” (citazione*)
“Già…ed è per questo che ho deciso di vivere in Europa… Bridget – rispose  pronto sorridendo, quindi aggiunse: – “…e se il destino mi vuole  in prigione voglio finirci con stile!” improvvisò  infine una fantomatica battaglia con i cuscini e felice afferrai a mia volta un cuscino e  soffocando per le  risa schiamazzai: “non mi arrenderò senza combattere!”

Ero serena, come da molto non succedeva, avrei voluto che il tempo si fermasse.
 Diego era una combinazione esplosiva per me, da una parte sconvolgeva tutti i miei sensi, dall’ altra mi portava a sognare un futuro diverso.
Come potevo pensare ad un futuro con un uomo senza fissa dimora? Un uomo che aveva fatto degli straccioni la sua famiglia? Come potevo illudermi che sarebbe stato disposto a rinunciare alla sua libertà per me? Per una donna che aveva appena conosciuto. Lui, che da tempo ormai non si fidava più delle donne.
 
In ogni caso il mio tempo stava per scadere. Non potevo certo  restare a lungo in quella situazione e lo sapevo bene. Il presente premeva e così le decisioni da prendere. Non sarebbe stato facile, tuttavia ora sentivo di essere pronta ad affrontarle.

“Diego. Noi dovremmo parlare.  Ho  omesso di dirti alcune cose importanti della mia vita, che riguardano anche Enrico, so che non è giusto visto che tu dal primo istante in cui ci siamo incontrati sei stato sincero con me”.
“Anche io non sono stato del tutto sincero Manuela. Conosco il tuo dolcissimo segreto; cioè.. ne sono al corrente soltanto perché ho letto alcuni stralci di una lettera strappata di Enrico. Sì sempre nel solito cassonetto dei rifiuti. Enrico sapeva di vostra figlia ma non è mai riuscito a chiederti perdono per non essere stato in grado di affrontare una paternità. Mi spiace Manuela. Forse con questa casa ha voluto farsi perdonare per gli errori commessi, o magari per lasciarla alla legittima erede, chissà….non fosse morto così precocemente magari avresti trovato le risposte che desideri” concluse accarezzandomi le guance.

Ad un tratto si irrigidì vedendo Erasmus ritto sul tappeto che ci fissava. Aveva un aspetto strano, come se  nel muso avesse un apparecchio per i denti.
Appena riuscì ad attirare la nostra attenzione depositò un oggetto per terra. Feci per sollevarlo ma Diego mi trattenne:
“Non toccarlo Manuela! – poi si rivolse al cane e proseguì – Erasmus dove l’ hai preso?”
Finalmente riuscivo a riconoscere l’ oggetto: era un blister tutto spiegazzato di una confezione di aspirina.  Diego infilò l’ accappatoio e seguì il cane che si dirigeva verso la terrazza.
Erasmus si mise a scavare velocemente e tra la terra, nei vasi,  comparvero altre confezioni accartocciate.

“Lo sapevo! L’avevo detto io che il quadrupede era l’ unico testimone in grado di portarci  all’ assassino! Donna di poca fede che non hai voluto credere ad uno straccione.
Telefona subito al commissario Catalani. E’ ora di fare il punto della situazione. Come ha potuto quell’ omuncolo pensare che potessi essere coinvolto nella morte di mio fratello? Se non l’ ho ucciso quel giorno in cui ero completamente fuori di me, non avrei potuto farlo mai più. Non si uccide per una donna… anche se la si ama tanto. Anzi: anche se la si amava tanto” concluse fissandomi intensamente.

Forse ora mettendo insieme tutti i tasselli di un fantomatico puzzle la verità sarebbe salita a galla.
Come un vortice i pensieri si accavallarono mettendo in circolo una giostra di flash-back e uno dopo l’ altro fecero capolino istanti apparentemente archiviati.

Perché Tommasina non c’era quando Enrico morì in casa? Lei che come un fantasma appariva in ogni angolo della casa? Una coincidenza? La vita è fatta di coincidenze, ma anche di fatti che sembrano coincidenze. Lei andava e veniva da questa cosa come fosse la padrona. Chi avrebbe fatto caso al numero delle volte o alla reale assenza?
Ricordo la sensazione sgradevole che avevo avuto incontrandola le prime volte: più sicura che mai, con quel parlare tagliente capace di infilarsi sin dentro i pori della pelle, Tommasina sembrava lei la padrona ed io, la serva.
Forse aveva ragione Diego quando diceva che questa casa custodiva carte, prove e indizi che avrebbero aiutato a venire a capo della verità in caso di disgrazia e che Enrico sentiva di avere piena fiducia in me.
Anche quando lo avevo preso per pazzo mentre ipotizzava su Erasmus:  “Sì, proprio il simpatico quadrupede, era in casa il giorno che è stato trovato morto Enrico e di sicuro ha visto.”
E poi Tommasina aveva disapprovato apertamente Diego, quindi lo aveva riconosciuto; invece al commissario aveva dichiarato che non sarebbe stata affidabile. Forse perché voleva infondere o deviare eventuali sospetti.

Enrico aveva preferito le emozioni forti agli affetti veri. Si era circondato di persone inaffidabili e ne era stato tradito. La sua fedele Tommasina per “quattro monete si era iscritta al concorso per la celebrità” e forse aveva addirittura pensato che rimasto solo, il Professore, avrebbe lasciato a lei l’ eredità.

Quante cose erano cambiate in pochi giorni.. Riuscivo stranamente a dare un senso anche alla morte di Enrico e ad alcuni “perché” delle cose che ci accadono.

Conoscere Diego era stato un segno del destino ormai  ne ero certa. Disillusi entrambi sulla vita e sull’ amore iniziavamo a mettere il naso fuori dal nostro guscio. Lui, uno straccione,  in poche ore aveva fatto crollare tutte le mie barriere. Non  avevo perso le mie certezze piuttosto ora mi sentivo sicura e forse anche per  Diego era  cambiato qualcosa, forse vedeva una via d’ uscita da quel tunnel in cui l’ avevano confinato Tanja ed Enrico con il loro tradimento.

La giustizia avrebbe fatto il suo corso e alla fine io e mia figlia ci  saremmo trasferite definitivamente in quella casa. Ora non avevo più dubbi, avrei accettato l’ inaspettata eredità e avrei cercato di rendere la  vita a Cecilia meno complicata di quella che stavamo vivendo…e poi chissà…

Finalmente ero serena. Cominciavo a vedere chiaro anche nei messaggi che i sogni mi mandavano.
Io ero quella piuma leggera che si lasciava trastullare al calore del sole e il cristallino azzurro del mare altro non erano che la sincerità negli occhi di Diego. La spiaggia tranquilla dove mi lasciavo cullare era la vita tutta di vivere, e questa volta l’ avrei vissuta pienamente, senza i fantasmi del passato, senza falsi pudori e con tutte le emozioni che sentivo nascere… Giorno per giorno.

 

 

Scritto da: Martina


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Fotogrammi



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Sul tavolo, sparpagliato, si riversa il contenuto della borsa di Tommasina.
“Paolo? Ti rinnovo la domanda: hai ucciso tu Tommasina?”
Paolo/Pamela, l’investigatore, il Fregoli del travestimento, uomo/donna che sia, non si scompone,
stravaccato sulla poltrona, il capo leggermente reclinato.
“No! Non sono stato io! E’ stata Pamela” sentenzia beffardo.
“Senti, ispettore Colombo dei miei stivali” lo incalzo con inusitata determinazione mista a fastidio”non fare giochetti con me che non ti conviene! Già odio per conto mio gli investigatori, gli ispettori, i detective, le spie, gli agenti, i commissari, insomma, tutti quelli che si fanno padellate di cazzi altrui in nome della sacra ricerca della verità, per cui, se sei stato tu, già dovresti essere andato a costituirti, se ancora non sei andato alla polizia vacci, ma a me non dire niente, se non sei stato tu…chissenefrega…non mi dire niente lo stesso…mi state urtando tutti sui nervi, tu e le tue pagliacciate, quella cornacchia della Tommasina, il commissario Cutrona e tutto il parentado…”
Ero sfasata, cominciavo ad averne abbastanza di questo intrigo, io volevo vivere o rivivere una storia d’amore, interrotta tanti anni fa  e ora riaffiorata, sull’onda dolce dei ricordi, non volevo cacciarmi in un noir né tantomeno immedesimarmi in un thriller.
Enrico era morto: pace. La casa me l’aveva lasciata: aripace. Volevo riprendermi la scena. Basta! Troppe comparse che mi ronzavano intorno…fuori dalle palle…
Accompagnai Paolo/Pamela alla porta con cortesia ma con risolutezza e mentre lui farfugliava ancora qualcosa, feci in modo che il suo naso assaggiasse la superficie fredda del portoncino, amen.

Ora c’ero solo io e quei disegni sparsi sul tavolo. C’era stato l’incontro fortuito di un signore di cinquant’anni, un cattedratico, un luminare con una ragazzina di dieci anni, un angelo senza connotati, orfana dei suoni e delle parole, una piccola sirena.

Ecco l’evento che aveva sconvolto la vita ad Enrico, nulla di enigmatico, di passionale o di cialtronesco, nulla che avesse a che fare con i complotti, i raggiri finanziari o le frodi delle multinazionali, ma la scoperta improvvisa eppure così sublime dell’innocenza, della purezza, del candore. Qualcosa che lo aveva riportato agli albori, all’origine delle cose, qualcosa che gli aveva fatto capire quanto siamo stupidi, meschini, superficiali a questo mondo; non ce ne rendiamo conto eppure, lentamente ma inesorabilmente, ci trasformiamo da cerbiatto in iena, da sorgente in fogna, da persona in cliché.

Era così? Non era così? Mi piaceva pensare che era così! E che Enrico, con le sue certezze e con le sue stranezze, con i suoi indizi e con i suoi enigmi, con la sua vita e con la sua morte, era proprio qui che mi voleva portare: di fronte a questo tavolo cosparso di disegni infantili.

Erano contrassegnati tutti da una data (aggiunta successivamente si direbbe, la calligrafia non era quella delle altre parti scritte) avevano un titolo ed erano fatti con disegni elementari (di una bambina di dieci anni) alcuni con la descrizione dei personaggi e con le nuvolette, sotto ad ogni foglio c’era un commento di Enrico, vergato di suo pugno. Immaginavo che erano quelli recuperati da lui quando Maria lanciava questi aeroplanini fatti di sogno e di poesia. Era la sua risposta creativa al traffico insulso di sms e di mail, di mms e di chat che lui tanto aborriva, era il suo originale e personalissimo de profundis per le tanto odiate trappole tecnologiche.

Ne presi qualcuno e lo scrutai attentamente.

 

20 maggio 2007.  Il  mio Profesore.
Il disegno rappresenta un terrazzo (presumo quello di Enrico, dirimpettaio della piccola Maria) con un uomo, appoggiato alla balaustra, che piange di lacrimoni grossi e tondi che vanno a formare una pozza sul marciapiede ancora più grossa e ancora più rotonda.
Nuvoletta: § CHI HA FATTO PIANGERE IL MIO POFESSORE? LA STREGA CATTIVA? §
Commento di Enrico: “Piccolo, tenero angelo, solo tu ti sei accorta, non parli ma vedi, vedi quello che gli altri neanche percepiscono; il mio amore mi ha lasciato, mi manca, sono stato ingrato con lei, voleva un tenero angelo anche lei e io gliel’ho negato, per questo devo soltanto morire; per favore, piccola stella, aiutami a ridiventare bambino e a riacciambellarmi nel ventre materno.”

4 agosto 2007. Il Professore dà una festa.
Nel disegno si vede, in primo piano, fuori la terrazza, Enrico che si sbraccia faccia al cielo, davanti a lui una vecchina, bassa e tonda, tutta vestita di nero, che tende verso il professore un foglio e una penna (ma è Tommasina!) e, sullo sfondo, davanti ai rettangoloni delle grandi portefinestre, tutte figurine che si agitano: giovani con le t-shirt, anziani con cravatte e cartelle, due camerieri dietro a un ricco buffet e un donnone grosso e tutto nero che fissa da lontano Enrico e Tommasina. Il disegno è completato da tutta una serie di bollicine (bollicione direi!) con disegnati dentro bacetti, sorrisi, occhiolini, manine.
Nuvoletta: § POFESSORE TI FANNO ARABIARE ANCHE OGGI §
Commento di Enrico: “Maria, hai visto anche tu! Proprio oggi che compio cinquant’anni la mia stupida governante e chi gli sta dietro mi vogliono far fare cose che io non voglio. Non voglio rifare un testamento, ne ho fatto uno di nascosto a favore della sempre mia adorata Manu e se le cose andranno come devono andare adesso la mia Manu sta leggendo queste parole. Grazie per le bollicine.”

3 settembre 2007. Il Pofessore e i libri.
In questo disegno c’è Enrico sul terrazzo con tante pile di libri intorno e lui è intento a strappare le pagine, il terrazzo ne è pieno come anche tutto il disegno, sembrano fiocchi di neve che cadono lievi.
Nuvoletta: § GRAZIE PROFESSORE CHE BELLO LA NEVE A SETTEMBE §
Commento di Enrico: “Cara Maria questa nevicata di letterine è tutta per te, da oggi non scriverò più, questo è il mio modo di salutare le abcdefghilmnopqrstuvz, di guardare il mondo con altri occhi: le A, M, N vette da scalare, le U, O, Q, C, D giacigli su cui cullarsi, le E, F, H, T scale da salire, le S, Z curve da affrontare. Dolce Maria hai ragione, occhi nuovi ci vogliono, solo tu me lo potevi far capire, piccolo angelo dalle orecchie di cartone e dalla lingua di cristallo.”   

29 settembre 2007. Il Professore sta male.
Questo disegno è molto scarno, c’è Enrico trascinato via, dal terrazzo in dentro verso il salone, è seminudo, ha solo le mutande, due sagome lo tirano per le braccia, una vecchina e un donnone (si direbbero Tommasina e Paolo/Pamela!).
Nuvoletta: § AIUTO AIUTO IL POFESSORE STA MALE §

Qui non c’è commento di Enrico! Diamine, ci credo! Ma è il giorno che è morto, o meglio, è il giorno che lo hanno ucciso!  Tutto come prevedeva! Maria avrà lanciato, come al solito, il suo aeroplanino fatato, e Tommasina, che ormai aveva capito, sarà andata a recuperarlo e poi si è dimenticata o non ha fatto in tempo a disfarsene ed eccolo qua, il fotogramma che inchioda gli assassini, a me questo basta!

Ormai mi era tutto chiaro ma, all’improvviso, una forza istintiva mi scaraventò fuori il terrazzo perché percepivo la presenza di Maria. Guardai il suo terrazzo, non c’era, anonimo come tanti. Stavo per ritirarmi quando, con la coda dell’occhio, scorsi al portone di fronte una bambina con il cappottino rosso e i lunghi capelli neri che le correvano lungo le spalle a cascata. Era Maria, ne ero certa. “Mariaaaa…Mariaaaa” gridai, ma la bambina s’incamminò lungo il marciapiede senza voltarsi. “Stupida Manu…” mi dissi, ma è sordomuta, non può sentirmi, allora corsi verso le scale, la dovevo assolutamente raggiungere, ci dovevo assolutamente parlare, “ma come?…” riflettei mentre mi rotolavo giù per le scale come una palla impazzita, il modo l’avrei trovato, non c’era dubbio, ora dovevo solo raggiungere la piccola Maria.

 

  

Scritto da: Uno dei Ragazzi della III E


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