La Palma notturna



leggi il capitolo precedente: Fatti il segno della croce



 

Il Centro Estetico La Palma si trovava al piano terra di un’anonima palazzina nella zona subito a ridosso del centro cittadino.
Strano posto per uno come Enrico, la sua presenza non doveva passare inosservata.
Un vicolo pieno di botteghe artigiane e di gente comune, di quella gente che se intravede un vip, lo dice la sera a cena e lo racconta come l’evento della giornata.
Mi avvicinai alla porta. Il Centro era chiuso, apriva solo nel pomeriggio. Ad ogni modo, dalla strada era impossibile vedere dentro: la porta era a specchi, ed in quel momento vedevo solo la mia immagine di curiosa riflessa davanti a me.
Nonostante le mani a coppa attorno al viso e la fronte ben schiacciata contro la porta, non riuscivo a vedere un accidente. Mi sembrava di percepire un movimento, ma nulla di preciso.
Sarei dovuta tornare di pomeriggio, entrare, ed in qualche modo vedere se riuscivo ad adocchiare quella strana “vedova” che avevo incontrato al cimitero. Stavo tentando di ricordarne i lineamenti quando d’improvviso, con un fragore di campanelli, la porta si aprì facendomi prendere un accidenti.
“Che vuole ? Non vede che siamo chiusi ?” abbaiò una donnetta, decisamente brutta, e con un cipiglio più da impresa funebre che da centro estetico.
“Eh ? Io…io…” balbettai colta di sorpresa.
“Cos’è una rappresentante ? Torni stasera”
“No…no… sono… una scrittrice!” ma che mi era saltato in testa ?
La donnetta mi guardò di traverso insospettita.
“Questo è un centro estetico, non una casa editrice. Arrivederci”.
Fece per sbattere la porta, ma la fermai con un braccio.
“No, aspetti… sto scrivendo la biografia di Enrico De Donato, sa, lo scrittore morto poco tempo fa. Mi hanno detto che veniva spesso qui… e così ho pensato di raccogliere alcune notizie”
Pausa. La donna mi guardò.
“Le hanno detto male. Mai sentito quel nome. Arrivederci”
La porta si chiuse sbattendo, e da fuori sentii distintamente due mandate decise.
“Mai sentito quel nome”
Mentiva, lo sapevo. Ed avrei giurato di aver visto un lampo negli occhi di quella donna quando le avevo pronunciato il nome di Enrico.
E poi, quanta foga !

All’interno, Govinda Artibagagli cominciò a tremare.
Cazzo, ci siamo! Sono già arrivati qui, hanno già capito tutto! Scrittrice un cazzo … quella lì sarà come minimo della polizia!
Stava spazzando il pavimento come tutte le mattine. E come tutte le mattine, da 49 anni, ce l’aveva col mondo intero. L’aveva col mondo da quando era nata.
L’aveva con i genitori che gli avevano affibbiato quel nome. Govinda !
Ma come cazzo si fa a scegliere un nome del genere per una figlia ???
Avevano preso quel nome dal libro Siddharta di Herman Hesse, e lei aveva sempre odiato quel pallosissimo libro.
E poi quel nome nel libro era di un uomo, capre !
E odiava anche i suoi avi che si erano portati dietro un cognome che sembrava il nome di un glob, un bolg, o come cavolo si diceva, insomma uno di quei cosi sul computer che avevano le quindicenni come sua nipote, che riempiva di immagini sdolcinate e tutte luccicanti.
Di arti non sapeva niente di niente, ma i bagagli li avrebbe fatti volentieri. Se ne sarebbe andata via da quella città, piena di gente schifosa. Lontano, all’estero. Ma le servivano un pacco di soldi.
Quel Centro era la sua opportunità.
Aveva insistito con lo zio, che oltre che esserne il proprietario era soprattutto un famoso professionista, per farsi assumere dieci anni prima. Teneva la contabilità, altro non avrebbe potuto fare. La sua faccia era un ossimoro vivente con l’espressione “Centro Estetico”.
Era brutta, più brutta del suo nome.
Ma coi soldi ci sapeva fare e dopo qualche anno di lavoro, le venne in mente un modo per guadagnare di più.
Da loro venivano i vip, e questi avevano sempre bisogno di qualcosa extra. Quelle odiose puttanelle delle estetiste sapevano fare bene tante cose, non solo maschere per il viso o massaggi. Solo che avendo il cervello di una gallina, nessuna di loro si sarebbe mai organizzata.
Far contenti i vipponi, che pensavano di poter comprare tutto, avrebbe fatto far soldi sia a quelle sceme in minigonna, che a lei.
L’idea era sua, ma le serviva una mano.
Conosceva lo zio: dietro una facciata da professionista per bene, stimato nell’alta società, si celava un torbido schifoso che non avrebbe certo detto di no all’idea.
E difatti lui l’aiutò. Le lasciò la “gestione” del tutto, mentre lui ci avrebbe messo il locale e preso un tanto per il silenzio e l’ “affitto”. Inoltre era in contatto con i pezzi grossi, e spesso questi diventavano “clienti” su sua segnalazione. Ed ogni tanto, godeva pure gratis di tanti bei “servizi”.
Che schifo. Ma a lei i soldi non facevano schifo.
Da qualche tempo però aveva paura, stavano tirando troppo la corda.
Il giro s’era allargato e tenevano chiuso la mattina, così che lei potesse rimettere ordine il locale (e chi se no ? quelle sceme delle estetiste ? o peggio: un’impresa di pulizie ficcanaso ?), e questo insospettiva tutti. Dopo cena era ufficialmente chiuso, ma i clienti li avevano eccome; venivano fatti entrare in una casa con la porta sulla strada parallela, il cui retro era comunicante con il retro del Centro Estetico. Anche quella casa era di proprietà dello zio, compiacente e complice in tutto.
Ma da tempo c’era troppo via vai.
Aveva fatto troppo bene il suo lavoro pensò, con un sorriso malizioso. Ancora la polizia non si era fatta viva, ma aveva paura. Temeva anche i giornalisti, sempre pronti a cavalcare ogni minimo sussurro di quartiere.
Soprattutto, le cose erano peggiorate da quando lo zio aveva deciso di entrare nel gioco più a fondo. Lei poteva tenere ed “amministrare” le “sue” estetiste, mentre lui provvedeva a portare altre ragazze. Non poteva dirgli di no. Ed ecco che nel locale aumentarono le ragazze, portate dallo zio, raccattate per lo più dalla strada. Ragazze extracomunitarie, straniere, che chiedevano meno.
Sfruttamento vero e proprio. Un magnaccio in piena regola. Che schifo.
Quelle povere ragazze erano più disposte delle “sue” a soddisfare le voglie sempre più bizzarre ed estreme dei clienti. Facevano giochi pericolosi che a lei non piacevano. E chiedevano ragazze sempre più giovani. Ne aveva viste di giovanissime, delle quali non aveva avuto il coraggio di chiedere l’età. La cosa non era più tollerabile. Se li avessero beccati, non rischiavano più solo l’imputazione di favoreggiamento della prostituzione ma addirittura quella di pedo…
Govinda scosse la testa, non voleva nemmeno nominare quella parola.
Ma doveva mettere un freno a tutto quello schifo.
Considerava la sua idea un normale “arrotondamento”, mentre quella di suo zio, era delinquenza, era uno schifo. Doveva parlargli.
E poi di recente era successa quella cosa, quella maledetta sera…
Se quella cretina avesse avuto un po’ di cervello. Ecco cosa capitava a voler risparmiare sulle ragazze.
Doveva sperare che nessuno venisse a sapere cos’era accaduto. Tenere duro, lavorare ancora 2-3 anni e poi sparire. Prendere i soldi e via. In Giamaica. Magari si sarebbe “comprata” anche un bel ragazzone e…
Ma ora era arrivata quella donna a curiosare.
De Donato ! Quanti casini aveva combinato quello ! Sempre con richieste strane. Quanta gente avevano dovuto tirare in mezzo, e quante volte avevano dovuto oliare la macchina per mettere tutto a tacere. Fino a quella maledetta sera.
Ora aveva paura. Doveva chiamare chi di dovere.

Restai per un po’ lì, a bocca aperta a fissare l’immagine del mio viso inebetito riflesso sulla porta a specchio. Ero spiazzata, ma sempre più convinta che là dentro ci fossero le risposte a tante domande. Sarei tornata di sicuro.
Passai tutta la mattina a pensare cosa dire una volta tornata al Centro.
Avevo ancora negli occhi i modi bruschi e sbrigativi di quella donna.
Troppo bruschi, troppo sbrigativi. In un certo senso pure pericolosi. Era vestita come una donna delle pulizie, e questo accentuava la stranezza del suo comportamento.
Che gliene fregava ad una donna delle pulizie, presumibilmente dipendente di una cooperativa esterna, di trattare in quel modo una semplice “curiosa” ?
Perché si era presa la briga di rispondere come se fosse la titolare del Centro Estetico ? Forse lo era davvero ? Questo poteva porre problemi. Se mi presentavo nel pomeriggio e mi fossi trovata ancora davanti quella donna ? Che gli avrei detto: “Mi scusi, ma sono una scrittrice insistente” ?
No, che stupidata.
Mi mandai mille accidenti per aver tirato fuori quella balla che ero una scrittrice !
“Ma chissenefrega Manu”
In fin dei conti, pensai, potevo anche essere una cliente qualsiasi…
Ma sì !!! Finalmente mi balenò l’idea.
Decisi che sarei andata al Centro a farmi fare un bel massaggio; in fin dei conti, ne avevo anche bisogno. E se serviva un appuntamento, sarei entrata per prenotare.
La donna delle pulizie, o la presunta tale, non avrebbe potuto obiettare niente.
Ed una volta dentro al locale, fra un massaggio ed un altro, avrei potuto fare delle domande. Con circospezione s’intende.
Ma soprattutto, occhi aperti.
La vedova misteriosa doveva essere per forza là dentro.
Per forza.


Scritto da: Michele



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