Il commissario Catalani fischietta



leggi il capitolo precedente: PENSIERI E PAROLE




Ecco, davvero tempestivo…
Quella frase fu come un fulmine a ciel sereno.
Il solido commissario Catalani, che finora si era rivolto a me, volse di scatto gli occhi verso Diego, fissandolo con uno sguardo indagatore.
E poi tornò a guardare me.
“Soltanto un amico, mi aveva detto” disse, con tono di rimprovero. E poi, rivolgendosi a Diego: “Perché ha fatto questa affermazione? Significherebbe che lei è tra quelle poche persone che ha menzionato… ammesso che quanto sta dicendo corrisponda alla realtà.”
Diego sospirò… “Già!”
E tacque per un momento, pensieroso.
Per il commissario Catalani fu troppo.
“Insomma, chi è lei, e cosa sta facendo qui?” sbottò, seccato.
Diego sospirò di nuovo, e poi cominciò a parlare: “In realtà avevo deciso che non avrei più avuto a che fare con Enrico, ma… di fronte alla morte ogni cosa cambia di prospettiva…”
Si interruppe un momento, come oppresso da pensieri dolorosi.
Però io sapevo che almeno in parte mentiva… tutte le informazioni di cui era a conoscenza non potevano certo essere state trovate nei cassonetti dopo la morte di Enrico.
In realtà Diego doveva aver sempre seguito da lontano la vita di suo fratello, chissà per quale scopo.
O per quale strana mania.
E chissà se le cose che aveva raccontato a me erano vere, allora…
“Il suo nome, prego…” chiese immediatamente il commissario, mentre tre le mani gli comparivano come per magia un block notes e una penna.
“Diego De Donato” rispose.
“Dunque?” lo sollecitò il commissario Catalani, gli occhi da segugio fissi su di lui.
“Dunque… io sono al corrente della sua allergia all’aspirina, perché sono suo fratello. Quando gli fu riscontrata vivevamo ancora insieme, e mi mostrò i risultati degli esami. Ma poche persone ne erano al corrente… non ne parlava mai.”
Il commissario non era del tutto convinto: “E lei come lo sa? Da quello che dice pare che non abbiate rapporti da parecchio tempo…”
“…non lo frequentavo da anni, è vero. Ma so che, sebbene fosse ipocondriaco… non raccontava mai in giro i suoi veri problemi di salute… i pochi che aveva.”
“E quali erano, questi problemi di salute?” lo incalzò il commissario.
“Oh, poca cosa, a quei tempi… una lieve scoliosi dovuta ad una cattiva postura che aveva assunto dai tempi della scuola… una fastidiosa stitichezza di cui non parlava mai… ma i lassativi che ho intravisto ogni tanto quando ancora vivevamo in famiglia hanno parlato da soli!”
“Non ne dubito” commentò, gelido il commissario Catalani, che non aveva voglia di sentire battute di spirito. “E come mai allora le ha raccontato della sua allergia all’aspirina?”
“Ha fatto un’eccezione… doveva essere talmente preoccupato per la sua salute, in quel momento, che…”
“Che?”
“Che quando ha avuto i risultati degli esami non gli è parso vero di essersela cavata con così poco, ed ha parlato d’impulso, spinto dal sollievo. L’avrebbe detto a chiunque fosse stato lì in quel momento. E c’ero io.”
Il commissario si passò le mani tra i capelli, con fare pensoso. E poi si guardò intorno, come cercando qualcosa.
Tommasina, che non se n’era affatto andata, si materializzò come per magia nel vano della porta, come le onnipresenti governanti delle antiche dimore patrizie.
Probabilmente aveva ascoltato tutta la conversazione stando nel corridoio.
“Gradireste qualcosa da bere?” chiese.
Aveva del tutto ignorato il fatto che avessi espresso l’opinione di non assumerla.
Anzi, aveva indossato un grembiule bianco da cucina, ed il commissario non dovette spremersi troppo le meningi per capire quale fosse il suo ruolo.
“Sebbene la casa sia rimasta chiusa per il periodo necessario al lutto…” disse con aria efficiente “…in dispensa è rimasta dell’acqua minerale, ed anche del vino.”
Catalani conosceva il suo mestiere, e la prima cosa che disse fu: “Dunque lei era a servizio del defunto Enrico De Donati?”
“Certo” rispose Tommasina.
“Da quanti anni lavorava per lui?” chiese il commissario.
“Da più di dieci anni. È sempre stato soddisfatto di me, il dottore…”
“Non ne dubito… ma ora si presenti anche lei, per favore ” le disse, laconico.
“Tommasina Esposito, commissario” rispose lei.
“Ebbene, non si allontani da questa abitazione senza prima avermi dato la sue generalità. Sono sempre più convinto che avremo bisogno di tutto l’aiuto che potrà darci.”
E poi, con un imprevisto sorriso, si rivolse a lei: “Ma un bicchier d’acqua lo gradirei, davvero.”
Il commissario parve rilassarsi, e l’atmosfera si distese.
“E voi due, da quanto vi conoscete?” chiese all’improvviso.
Io esitai per un momento di troppo.
Mi ero rilassata, convinta che ormai il peggio fosse passato, e invece a quanto pareva sarei stata chiamata in causa eccome, e non solo per via dell’eredità.
In realtà non avevo nulla da temere, ma la domanda mi aveva colto alla sprovvista, mentre mi chiedevo soprappensiero che cosa sapevo in fondo io, di Diego…
Forse Tommasina era più informata di me, visto che prima aveva espresso la sua disapprovazione.
Ricomparve in quel momento, Tommasina, con tre bicchieri d’acqua su un vassoio, che posò sul tavolino della sala.
Rispose Diego per tutti e due: “ Da non più di due ore. Ci siamo presentati per strada, mentre passavo di qui…”
Il commissario lo interruppe.
Sospirò, e vuotò il bicchiere tutto d’un fiato.
Non era affatto contento della piega che aveva preso la situazione.
“Può bastare, per oggi” concluse. “È chiaro che da quanto è emerso dovrò chiedere con urgenza l’esumazione della salma. Se ciò che lei mi ha detto risulterà vero, dovrò aprire le indagini su un caso di omicidio, e voi capirete che dovrò sentire tutti voi in via ufficiale. Avrò bisogno di tutte le informazioni che potrete darmi.”
Annotò le generalità di Tommasina, chiese a me se avevo intenzione di stabilirmi lì come mi aveva esposto il notaio (dunque era già stato allo studio del dottor Melzi!), annotò anche la mia residenza, e infine chiese a Diego i documenti.
“È scaduta da tre anni” osservò, alzando gli occhi dalla carta d’identità di Diego. “Non ha un documento valido?”
“Solo questa, mi spiace. E l’indirizzo è cambiato… sono senza fissa dimora” spiegò Diego.
“E come farò a reperirla, se non ho nemmeno potuto identificarla?” si arrabbiò Catalani. “Stiamo parlando di un’indagine per omicidio, si rende conto?”
Diego disse solo: “Eh, sì, ci sarebbero parecchie cose da dire…”
“Mi dovrà seguire in caserma, in modo che io possa identificarla. A meno che qualcuno qui voglia garantire per lei…”
Mi dispiaceva per Diego, sì, ma non fino a quel punto.
Non potevo identificarlo sulla base della semplice somiglianza con Enrico, e scossi la testa.
Catalani si volse allora verso Tommasina, con fare interrogativo: “E lei?” le chiese.
“Oh, forse l’avrò intravisto un paio di volte… ma è meglio che provveda lei. Forse non sarei affidabile” rispose acida.
Il commissario fece un sorrisetto a denti stretti, e concluse: “Secondo me lo sarebbe, eccome… ed avrebbe anche molte cose da dirci. Ma, come ho detto, non sono questi né il luogo né il momento. Restate a disposizione, perché sarete convocate al più presto.”
Volse lo sguardo intorno… cercava forse bicchieri con tracce d’aspirina?
In tal caso si rese conto che stava perdendo il suo tempo.
Se era quella la scena del delitto, si era già parecchio raffreddata, senz’altro ripulita e rigovernata con cura da Tommasina, che aveva reso l’ultimo dei suoi impeccabili servizi al suo defunto datore di lavoro.
“Lei, invece, dovrà venire con me” disse rivolto a Diego.
Chiamò una volante, al telefono.
L’agente che gli rispose però aveva probabilmente informazioni riservate da esporgli, perché Catalani appoggiò la mano sul ricevitore e aggiunse: “La aspetterò qui fuori. Si prepari”
Uscì, chiuse la porta dietro di sé, si sentirono i suoi passi scendere le scale e la sua voce allontanarsi mentre le sue parole diventavano inintelligibili.
“Suvvia…” disse Diego, ad esclusivo mio beneficio “Come ho detto non abbiamo nulla da temere, anzi, sarà meglio dirgli tutto ciò che sappiamo.”
Si avviò a prendere la giacca logora, e la indossò.
La voce del commissario non si sentiva più, ed io andai ad aprire la porta senza respondergli.
Non avevo parole, e lo precedetti, imbarazzata.
La porta era solo accostata, e non fece alcun rumore.
Fu così che solo io sentii il commissario Catalani fischiettare, dai piani inferiori.
“Ma guarda quello” pensai, mentre Diego usciva. “Agli omicidi ci si abitua, non c’è che dire…”
Lì per lì non riconobbi la melodia che fischiettava, anche perché, appena sentì i passi di Diego sulle scale, Catalani si interruppe.
Congedai Tommasina, dicendole rassegnata che avrebbe potuto restare come governante.
Non me la sentivo di licenziarla ora, avrei già dovuto rispondere a fin troppe domande.
Fu quando restai sola che mi tornarono in mente alcune parole della canzone che Catalani fischiettava.
Era di De Andrè.
“Il testamento”.

“Quando la morte mi chiamerà, forse qualcuno protesterà
dopo aver letto nel testamento quel che gli lascio in eredità
non maleditemi, non serve a niente… tanto all’inferno ci sarò già.
….
Sorella morte, lasciami il tempo di terminare il mio testamento
lasciami il tempo di salutare, di riverire, di ringraziare
tutti gli artefici del girotondo… intorno al letto di un moribondo.”

“Commissario Catalani” pensai “Sai essere davvero cinico. Oppure è intuito professionale?”
E, al pensiero delle persone che con motivazioni varie si raccolgono al capezzale di chi sta per morire, mi vennero in mente i romanzi gialli di Agata Christie, in cui le persone apparentemente care al defunto preferirebbero credere a moventi remoti messi in atto da maniaci, o da chicchessia, purché si tratti di persone lontane ed estranee.
Ma nei romanzi di Agata Christie, mentre la polizia cerca lontano e si perde lungo false piste, Hercule Poirot e Miss Marple trovano sempre il colpevole cercando vicino…
La polizia di oggi non è tanto impedita, pensai.
Lo sanno che si deve iniziare a cercare vicino.
Nella maggior parte è sufficiente.

Diego, altamente sospetto.
Tommasina, fonte di informazioni e potenziale somministratrice quotidiana di aspirina.
Io… ex amante e beneficiaria di un’eredità assai cospicua, di cui non sapevo nulla, certo, ma questo lo so solo io.
Il notaio Melzi, che invece ne era a conoscenza.
E Tanja, che fine aveva fatto? Ci avrebbe pensato Catalani a farla ricomparire, probabilmente.
Le poche persone a conoscenza dell’allergia di Enrico all’aspirina. Chi erano? Non io.

Mi era venuto un gran mal di testa, ed avevo voglia di tornare al mio caro, sobrio monolocale.
Non sarebbe servito ad essere lasciata in pace, però.
Ero troppo esausta anche per chiamare Maurizio.
Mi addormentai vestita sopra il letto, e probabilmente nei miei incubi comparve il cinico commissario Catalani, con qualcuno dei suoi rari (caldi?) sorrisi.
Mentre De Andrè concludeva appropriatamente:

“Questo ricordo non vi consoli… quando si muore si muore soli,
questo ricordo non vi consoli… quando si muore si muore soli”

 

Scritto da: Foxylady


leggi il capitolo successivo: IL PERCHE’ DELLE COSE

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  1. #1 di Martina il 8 febbraio 2008 - 17:34

    sei stata bravissima qua…
    pensa ke questo romanzo è un po il figlio mio o di Uno dei ragazzi…
    eppure  questa volta lui non è riuscito ad entrare nella mente di Diego e Manu nel proseguire..
    certo nella mente di come la vedevo io…
    grazie a te è andata come volevo!!
    smak

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