E’ tempo di scegliere



leggi il capitolo precedente: PENSIERI E PAROLE




Diego si posizionò davanti al commissario, in piedi, appoggiato alla libreria, le gambe incrociate, le braccia conserte, lo sguardo fisso, quasi fosse lui, ora, a condurre l’interrogatorio.
“Senta commissario” attaccò la sua arringa “lei è venuto qui con le idee ben precise, non certo per fare una chiacchierata, io le rispondo, ne ho titolo, sono il fratello, ma penso che questa non sia una novità per voi, secondo me sapete tutto di tutti, ma ci avete onorato della vostra presenza per vedere che aria tira. Con la filippica sull’aspirina ed i suoi effetti collaterali volete percepire le reazioni, non scoprire il colpevole. Chi sapeva che Enrico prendeva l’aspirina? Diamine! Tutti. Lo sapeva Manuela, Maurizio il fidanzato, Tommasina, la portiera, il farmacista, lo sapevo io e persino Erasmus! E dunque ci avviamo alla conclusione del caso, basta infilare la mano nel bussolotto ed estrarre il nominativo vincente e il gioco è fatto. Arresto. Televisioni. Conferenza Stampa, un po’ di clamore poi tutto passerà nel dimenticatoio. Un altro caso risolto, bravi!”.
Temevo per lui, se prima non ne ero certa, ora sono convinta al cento per cento: Diego è pazzo! Come può esibirsi davanti al commissario in questa veste sarcastica (in questo mi ricordava Enrico) o ha deciso di suicidarsi, di immolarsi per la causa o ha in testa qualcosa, segue un disegno. Di certo la cosa che mi aveva colpito di più non era stata la foga declamatoria di Diego, bensì la passività e il silenzio del Commissario Catalani. Se ne era stato lì ammutolito ad ascoltarlo senza proferire parola se non un generico: “Prendo atto delle sue dichiarazioni, ora non è il tempo né il luogo per approfondire ma ci rivedremo” e con queste poche parole guadagnò l’uscita e se ne andò con la faccia perplessa.

“Diego ma ti ha dato di volta il cervello? Quello era un funzionario di polizia mica la portinaia o il giardiniere” lo rimbrottai visibilmente preoccupata.
“Non ti preoccupare, so quel che faccio e quel che dico, ma ora ho bisogno di aria, usciamo che ti spiego tutto” sentenziò senza tradire il minimo imbarazzo.

Uscimmo. L’aria era tersa, il sole non lesinava un tepore primaverile nonostante il novembre inoltrato.
Attraversammo Piazza della Moretta, io lo seguivo con passo leggero e non avevo dubbi che mi avrebbe sorpreso ancora una volta con un’altra delle sue teorie, difficili da decodificare, in bilico tra il frutto della sua fantasia e il parto della sua mente arguta.
“In questi paraggi ho vissuto per due anni” attaccò “li conosco come le mie tasche, questo è Vicolo del Malpasso dove andavo, al Gran Caffè, a piatire un obolo e a rubare qualche bustina di zucchero, alla fine del vicolo, come vedi, c’è questo grande e antico palazzo, la Carceri Nuove, fatte costruire da Papa Innocenzo X Pamphili nel 1655, tante notti ho trascorso qui, riparato dai cartoni e dalle buste; non ci crederai ma più volte ho sentito le urla dei carcerati, lo sferragliare delle catene, il ghigno dei secondini, che uscivano dalle feritoie, rumori antichi e laceranti che il carcere ha conservato per secoli; ora ci sono gli uffici del Ministero di Giustizia e il Museo Criminologico, gli anni sono passati ma l’orrore è rimasto. Da questo speciale punto di osservazione ho visto più volte, negli ultimi mesi, il Commissario Catalani ed i suoi degni scagnozzi scomparire dentro il portone di casa di Enrico. Ora, non ci vuole Einstein per capire che il tutto era legato a quella lectio magistralis che Enrico avrebbe dovuto tenere all’Accademia dei Lincei. I Servizi si erano messi in moto, Enrico doveva essere eliminato e, complice Tommasina, hanno architettato la storia dell’aspirina per poi far ricadere la colpa su qualcuno di noi, non sarebbe la prima volta che i Servizi manipolano la realtà. Negli anni ’70 ci sono state le stragi e gli omicidi dettati dall’Ideologia, oggi ci sono quelli ispirati dal Marketing! Persino Erasmus mi ha dato una mano a capire: hai visto come ha abbaiato quando ha visto il commissario? Ebbene lo ha sempre fatto solo con estranei che si sono introdotti in casa, assente Enrico, segno evidente che il Commissario Catalani e Tommasina si sono incontrati di nascosto!”
Un intrigo internazionale? Tommasina un agente segreto? Erasmus un testimone oculare? Come al solito Diego mi apriva scenari inimmaginabili non privi di fascino e dotati, però, di una logica ferrea. Ormai non dubitavo più di lui, non era un millantatore e non voleva farsi beffe di me, almeno così speravo; stargli vicino mi faceva sentire bene, rassicurata e così rasato, docciato e impomatato, con i segni della strada ancora presenti sulla sua pelle, mi dava la sensazione di passeggiare con Enrico, un Enrico mondato da tutti i suoi vizi e le sue meschinerie attraverso le sofferenze del fratello.
Tirai il fiato e gli dissi: “Diego, da quando ti ho visto al giardinetto e non sapevo chi eri, mi hai dato un senso di repulsione e mi hai affascinato, dopo che un po’ ti ho conosciuto, ti ho considerato un genio e un beota, oggi che il tuo modo di essere è entrato a far parte della mia vita, ti amo e ti odio, ma, ti prego, non aggiungere dolore al dolore, sii sincero con me e rispetta il buon nome di tuo fratello.”
Terminare quel discorsetto ed abbracciarci fu un tutt’uno. Senza parole e senza titubanze ci scambiammo affetto ed anche il tepore mattutino fece la sua parte.

Senza nemmeno accorgerci tornammo davanti al portone di casa, Diego salì ed io mi recai alla Despair per un po’ di spesa.
Infilato il portone con le mie due buste mi fermò la portinaia che si lamentava per quelle di Diego (le buste) lasciate sotto l’antrone che davano cattivo odore e non erano certo un bello spettacolo. Convenni con lei che non potevano rimanere lì ed avrei provveduto io a farle sparire. A quel punto un moto di curiosità mi assalì, mi avvicinai a quell’ammasso di cianfrusaglie e cominciai a sbirciare. Ritagli di giornale, pezzi di stoffa, scatolette, bustine di zucchero, stracci informi, un cofanetto. “Strano! Un cofanetto?” Pensai. Non ce la feci a farmi gli affari miei, lo aprii. Due confezioni di aspirina! Di quelle che prendeva Enrico. Rimasi attonita, costernata, in un nanosecondo migliaia di pensieri mi trapassarono la mente, un singulto risalì dallo stomaco quasi dovessi vomitare rabbia e orrore. Poi mi calmai, mi dissi che non voleva dire niente e, come se nulla avessi visto, risalii in casa.

Avevamo pranzato, distesi, rilassati, come se nulla fosse accaduto quella mattina; ci ritrovammo seduti, una di fronte all’altro, sui grandi divani, ci accarezzavamo con lo sguardo, ci frugavamo, sin dentro le grinze, oltre i pori, per scoprire le verità recondite, i misteri inespressi.
Ero a un bivio. O assalirlo e sputargli addosso tutto il mio rancore per i dubbi che avevo dopo aver visto le aspirine nel suo cofanetto o gettargli le braccia al collo ed amarlo di un amore profondo che mi risarcisse di tutti i guai e le sofferenze che avevo sin qui subito.
Prendendo la prima strada avrei perso Diego, mi sarei rimpossessata  della casa ed avrei vissuto fino in fondo la mia vita con Maurizio, il mio fidanzato, ed il mio lavoro di bibliotecaria che avrei dovuto riprendere fra dieci giorni, alla scadenza dell’aspettativa che mi avevano concesso e del mese di tempo che mi aveva dato il notaio; imboccando la seconda avrei ritrovato Enrico, attraverso Diego,  dato un senso all’eredità come risarcimento e ripreso un cammino interrotto tanto tempo fa.
Che fare?





Scritto da: Uno dei Ragazzi della III E



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