Anna



leggi il capitolo precedente: Il Distacco



                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

Il distacco da Giulia è la prima dolorosa conseguenza di questa eredità.


Giulia era importante per me, il suo candore mi faceva sentire adulta, il suo affetto era l’unico solido ancoraggio della mia vita, la sua compagnia l’unica fonte di calore.


Mi vedo sola dentro la nuova grande casa, in mezzo agli oggetti e ai libri che mi ricordano Enrico, con l’unica compagnia di un diario.


Lo apro quasi con circospezione, come se mi sentissi osservata da chi lo ha scritto.


Enrico se ne è andato all’improvviso: forse, se ne avesse avuto il tempo e il modo, lo avrebbe distrutto.


Ance se a me piace pensare che, lasciandomi questa casa, intendesse farmi arrivare anche quest’agenda.

Ripenso a quei primi giorni del nostro rapporto,  nell’Aprile dell’80.
Qualche giorno dopo il nostro primo incontro, avevo preso servizio come segretaria presso di lui.
Sembrava dominato esclusivamente dalla fretta di concludere la dettatura del testo di un romanzo di cui aveva appena completato la prima stesura.
Aveva di fronte a se un brogliaccio scritto a mano carico di cancellature e correzioni.
“ Mi piacerebbe essere uno di quegli scrittori che hanno ben chiaro in testa quello che vogliono scrivere, già ben organizzato in frasi rotonde e ben leggibili.”
In realtà non gli sarebbe piaciuto affatto.
Niente gli dava più sicurezza che procedere nel modo in cui di fatto procedeva.
Dal caos quasi indistinto della prima stesura passava a quello ancor più denso della seconda : alle cancellature  e alle correzioni aggiungeva anche  una marea di frecce ( ad indicare lo spostamento di un periodo da una parte all’altra del testo),  di annotazioni marginali, di correzioni vere e proprie ( aggettivi o verbi che ne sostituivano altri) di avverbi cancellati (non amava gli avverbi, dalla prima stesura all’ultima ne eliminava una grandissima quantità).
A quel punto, sempre che non ci fosse una terza o, a volte perfino una quarta  “passata” sullo stesso brogliaccio, passava alla dettatura.
“ Ogni vero lavoro creativo ha queste caratteristiche- diceva- All’inizio è un’esplosione di idee, alcune anche in conflitto tra loro, che si accavallano e cercano di uscire il più fretta possibile. Non ti puoi fermare a ragionare troppo in quel momento, devi lasciarle uscire tutte. Poi il foglio va messo nel cassetto, a riposare. E anche tu devi riposare, cioè staccarti dal foglio e riflettere. Poi, magari mentre ti prepari un caffè, o guidi l’automobile, o ti scegli una cravatta,  ti viene in mente la sequenza giusta da dare a quelle idee.  Metti a confronto quelle che appaiono in conflitto tra di loro e trovi il modo per giustificarne la coesistenza, oppure, più semplicemente, ne salvi una e sacrifichi l’altra.. A volte mi sento come uno scultore: so che dentro il blocco di pietra informe c’è la statua e che basta lavorare sodo e con pazienza per tirarla fuori”
Arrivavo a casa di Enrico verso le otto.
Stava lavorando, allora, al suo terzo romanzo, quello che alla fine dell’anno sarebbe poi  uscito con il titolo “ Guadagnare l’uscita” ( grande successo di pubblico, molte riserve da parte dei critici) .
Non appena arrivavo, andavamo in cucina. Lui preparava un caffè per entrambi e dava una velocissima scorsa ai titoli dei quotidiani che, su suo incarico, acquistavo ogni mattina nell’edicola a due passi da casa sua.
Faceva qualche commento sugli avvenimenti del giorno, sempre in modo arguto ed insolito: gli piacevano i paradossi, ma ancora di più le battute fulminanti.
Una volta nel leggere di un premio dato ad un attore che ammiravo per la sua virilità e bellezza, aveva commentato:  “ Poveretto, la fortuna si è accanita contro di lui”
Di una scrittrice arrivata al successo grazie ad un libro in cui rievocava la figura della madre aveva detto, colpito dalla qualità scadente della sua prosa, : “ L’ha uccisa una seconda volta.” Di un uomo politico noto per il suo cinismo diceva: “Un cervello vuoto, ma perfettamente finalizzato ad alcuni ignobili scopi: buono a nulla, ma capace di tutto”.
Preso il caffè, passavamo nel suo studio, dove mi dettava quello che aveva scritto.
Procedeva  velocemente, come quando si sentiva ormai  abbastanza vicino alla stesura finale.
Quando mi dettava un romanzo, come in quelle prime settimane di lavoro comune, affiorava in lui una sorta di pudore, di cui invece non c’era traccia quando mi dettava una recensione o i brani di un saggio.
“Raccontare qualcosa- mi diceva – vuol dire assumere uno o più punti di vista, incarnarsi in qualcun altro. La credibilità è tutto: non puoi raccontare un contadino dandogli i pensieri di un avvocato o di un intellettuale”
Quest’aspetto della credibilità lo assillava in continuazione.
Ricordo che, proprio in quei primi giorni, mi faceva continuamente domande del tipo : “ Lei cosa direbbe per respingere un suo ammiratore?” oppure" Quale complimento la lusinga di più?” .
Non ho mai capito se dietro queste domande ci fosse veramente la volontà di trovare la frase giusta da attribuire ad un personaggio del romanzo che aveva più o meno la mia età e la mia estrazione sociale oppure se quello fosse il pretesto per stimolarmi a parlare di me stessa.
Non si accontentava mai di una semplice risposta – farei così, direi questo – voleva approfondire, conoscere i perché.
Ero lusingata dall’attenzione che un uomo del suo livello rivolgeva ad una ragazzina di borgata. Cercavo di essere intelligente e spiritosa, di tenergli testa se criticava scherzosamente alcune delle mie risposte, di nascondere le mie fragilità e di apparire il più possibile disincantata e matura.
Una volta mi disse “ Questa è una risposta da donna matura, a me serve rappresentare il punto di vista di una ragazzina..E’ proprio sicura di avere solo 19 anni?”.
Inutile descrivere la felicità che mi procurò questa frase, camminai ad un metro da terra per tutta la giornata e la sera la riferii con orgoglio a mia madre per farle capire che non le stavo facendo fare brutta figura con il professore.
Con la stenografia me la cavavo piuttosto bene, riuscivo a seguirlo senza difficoltà, rallegrandomi ogni volta dei suoi complimenti per la mia destrezza, dalla quale rimaneva puntualmente stupito.
Dopo la dettatura, passavo in una stanzetta adiacente nella quale troneggiava una vecchia gigantesca macchina da scrivere e lì battevo a macchina il testo stenografato, mentre lui faceva altre cose.
Ormai è un pezzo di antiquariato quella macchina da scrivere. Eccola lì infatti, in bella mostra dietro una vetrina. Già nell’84 era stata sostituita da una macchina da  scrivere elettrica. Di quest’ultima invece non c’è traccia.

Leggo nell’agenda:
18 aprile 1980. Mi è capitato di nuovo di  imbattermi in quella foto.
Cercavo il contratto di una vecchia polizza assicurativa che pago scaramanticamente da anni, una di quelle polizze che poi alla fine non servono mai perchè coprono un arco di eventualità troppo vago e indeterminato.
Una mia vicina ha subito un danno. A seguito di un grosso temporale, la terrazza del mio attico si è completamente allagata per via di un tombino di scarico rimasto intasato dal fogliame, provocando delle infiltrazioni all’appartamento che sta sotto il mio.
La vicina, una rubizza signora di settant’anni, vedova di un generale dell’aereonautica, insignito della medaglia d’argento al valor militare, tempo fa  mi aveva abbordato sulle scale e aveva preteso con gentilezza, ma anche con spaventosa determinazione, di mostrarmi subito il danno provocato dall’infiltrazione.

In queste situazioni la voglia di reagire in maniera scortese che si agita dentro di me  è enorme, ma poi alla fine riesco sempre a controllarmi, soprattutto se ho davanti una persona anziana e ancora di più se si tratta di una donna.
Così avevo finito per prometterle di interessarmi alla riparazione del danno.
Promessa avventata, visto il poco tempo a mia disposizione e la poca voglia di impiegarlo nella bisogna.
Oggi, rientrando dall’edicola sotto casa, incontro di nuovo la vicina.
Ho quasi la certezza che mi faccia la posta, non è possibile che io la incontri così spesso sulle scale senza che lei non ci metta un po’ del suo.
Insomma mi imbatto nella signora, ne subisco i banali convenevoli (“cosa ci dicono di interessante oggi i giornali?” è una delle sue frasi più originali) e le pesanti allusioni alle mie inadempienze ( “ per quel danno della terrazza” poi che mi dice?) e rientro in casa con la giornata completamente rovinata.
So già che oggi non mi riuscirà di scrivere nulla. Avevo tre o quattro idee confuse di quelle che quando ti metti a riflettere magari prendono forma e diventano qualcosa di potabile, ma la signora ha definitivamente ucciso quanto meno per oggi ogni mio estro creativo.
A questo punto decido di impiegare un po’ di tempo a cercare quella vecchia polizza per controllarne le clausole ( “ Hai visto mai che pago ‘sta polizza da vent’anni e proprio adesso che è successo qualcosa non ne posso usufruire perchè non so nemmeno dove l’ho messa”).
Così mi sono messo a scartabellare ed è venuta fuori la foto.
Ancora adesso, a distanza di tanto tempo dall’ultima volta che ci siamo visti, ogni volta che sento pronunciare il suo nome sento come una piccola stilettata di infelicità.
Stranissimi i percorsi della vita.
Passi anni e anni a cercare di cauterizzare una ferita, metti in campo tutti i mezzi possibili ed immaginabili nel tentativo di  esorcizzare l’unico momento di nera infelicità della tua vita, ma questa piccola macchia rimane lì, impermeabile a qualsiasi trattamento, assolutamente indelebile.
Quante donne sono state con me perché sono Enrico DeDonato?
Mi piacerebbe nascondere alle donne che incontro il mestiere che faccio.
Ma il mio nome è così noto, soprattutto da quando da uno dei miei libri hanno ricavato un film di successo,  che la cosa è di fatto impossibile.
A parte il fatto che, non essendo un adone, non riuscirei, anche incontrando una donna del tutto ignara della mia piccola fama letteraria, a resistere dal rivelargliela prima o poi io stesso.
Ognuna gioca con le armi di cui dispone.
Ma divago, come sempre.
Dicevo che dalla vita ho avuto molte delle cose che desideravo: fama, successo, soldi, amore.
Non sono diventato Proust, d’accordo, ma, a parte questo, non dovrei avere motivi validi per sentirmi turbato ogni volta che per un motivo qualsiasi il mio pensiero torna ad Anna.
Chissà che ne è di lei, come sarebbe rincontrarla.
Prima ipotesi: Anna è diventata una donna di mezza età, sfiancata dalla routine e sfiorita dalle gravidanze, ci incontriamo per qualche breve istante, io me la tolgo finalmente dalla testa, accorgendomi di aver mitizzato una persona che non esiste più, uscendone al tempo stesso gratificato dall’aver intravisto in lei, finalmente, qualche traccia di tardiva resipiscenza.
Seconda ipotesi: Anna è una donna ancora bella e affascinante e si rivela dura e impenetrabile come allora, quando di punto in bianco decise che non ero più niente per lei, lasciandomi accartocciato su me stesso per anni. Chissà se avrei scritto “Momenti magici” senza quella perdita, forse adesso starei con lei e farei uno di quei mestieri noiosi che tutti desideravano che io facessi.
Terza ipotesi ( quella nella quale credo meno di tutte, anzi quella che è così in cima ai miei desideri che non oso sperarla): Anna è ancora bella e affascinante e per tutti questi anni ha pensato alla meravigliosa intesa sessuale che avevamo, non incontrando nessuno in grado di soddisfarla con la stessa dedizione e perizia che io ci mettevo e coglie l’occasione per lanciarmi dei messaggi di riconciliazione che io sono ben lieto di raccogliere, dopo di che viviamo insieme  felici e contenti.
Bene, se in tutti questi anni non ho mai avuto il coraggio di chiamarla, è perché continuo a pensare a lei come a quella che allora e per sempre mi rifiuta e mi allontana.
Non mi sento preparato a rinnovare quel trauma.
Ripenso al nostro rapporto. Un rapporto squilibrato, come in tutte le altre storie della mia vita. Ma soprattutto in questa. I gesti di affetto e le premure che all’inizio della storia lei mi rivolgeva in continuazione e che io accettavo con la degnazione di chi ritiene che tutto gli sia dovuto, più tardi divennero rari e distratti, con mia grande disperazione. Non so se esistono rapporti veramente equilibrati nei quali ognuno riceve in rapporto a quello che dà con lo stesso tipo di appagamento sia nel dare che nel ricevere da parti di entrambi i partner. Per quanto mi riguarda posso dire che è soltanto un’utopia.”

Chiudo l’agenda, sbalordita. Mai Enrico mi aveva parlato di questo amore giovanile così importante, mai avrei supposto una fragilità come questa in una persona come lui.

Riapro il diario. L’annotazione successiva riguarda la data del 26 aprile. Lavoravo da lui da una settimana scarsa .

26 aprile Perché non ho incontrato prima questa donna dolcissima e intrigante? Come è evidente e al tempo stesso innocente e sobrio il suo desiderio di sedurmi!
Ho cercato per tutta la vita di tenermi alla larga dalle persone noiose e sgradevoli e ringrazio il mio modestissimo talento di avermi messo nelle condizioni, grazie alle disponibilità economiche che ha creato,  di riuscirci quasi sempre.
Me ne sto spesso rintanato in casa con i miei libri, la mia musica, e non mi annoio mai, anzi mi sembra che il tempo sia sempre insufficiente rispetto alle cose gradevoli che vorrei fare.
Tutte cose che faccio da solo, leggere, scrivere, ascoltare la musica, guardare un buon film, senza dividerle con altri.
La noia comincia quando sei costretto ad entrare in rapporto con gli altri, ad accettare i loro tempi, a subire le loro domande, a rispondere alle loro richieste di assistenza o di amicizia o di comprensione.
Ma lavorare al mio libro con questa donna mi sembra un piacere raro, di quelli che vorresti centellinare poco alla volta, come il passo di un libro che ti colpisce, che devi tornare indietro a leggere e rileggere più volte per assaporarlo bene ed assimilarlo per quanto è possibile, per quanto è scritto bene e denso di immagini o concetti.
Sono incantato dalla sua grazia, dalla sua leggerezza, dalla sua ironia, dalla sua freschezza.

 

 


Scritto da: Filippo



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