PENSIERI E PAROLE



leggi il capitolo precedente: Parole come pietre



L’ ascensore risaliva lentamente al tredicesimo piano.
Ancora una volta mi sentivo in sintonia con Diego. Ancora una volta potevo intuire il suo stato d’animo. Gli ultimi attimi del suo probo passato erano scivolati lungo una corsa in ascensore.
Sentivo la sua ansia, lo vedevo serrare i pugni, lo sguardo inquieto in un inutile tentativo di velare il dolore che riaffiorava, una ruga sottile gli alterava i lineamenti del viso tanto decisi e tanto belli.
Tanja ed Enrico erano lì, insinuati in tutto il suo essere, nell’ espressione di disgusto, nei capelli brizzolati precocemente, nella voce roca che con un sospiro di sollievo mi invitava finalmente ad uscire.

“Prego Madame”.
In qualche modo esorcizzava i pensieri in una mescolanza d’ ironia e sarcasmo.
Non pensai neppure ad aprire con le chiavi, ancora non mi rendevo conto della fortuna che in ogni caso rappresentava questa casa, ancora non sentivo scatenare in me l’ euforia per l’ eredità. Il notaio Franchini l’ aveva fatta facile, decidere entro un mese di venire a vivere in questa reggia poteva sembrare una fortuna. In realtà era una fortuna tuttavia per me c’era molto di più.
C’era un passato che chiedeva risposte.

“ Le cose che ti sono costate ti restano care, anche se sono finite ”.
Quante volte nella vita avevo attinto a queste parole in cerca di conforto, ripensando a ciò che non era stato, a ciò che avrebbe potuto essere. Ma poi “care” in che senso?
Care perché lasciano un sapore dolceamaro, come un patrimonio da conservare con cura o care perché metaforicamente costose? Care come un prezzo da pagare? Da tempo ormai avevo rinunciato a leggermi dentro, avevo rinunciato alle emozioni, insomma mi ero lasciata vivere.

Diego se ne era reso conto. Lo capivo dal modo in cui mi trattava: non riusciva ad essere completamente cinico, quasi mi compatisse. Non potevo biasimarlo tanto più approvarlo.
Diego. Diego e le sue congetture. Diego e i suoi appunti. Diego e suoi sospetti. Diego un poeta maledetto che entrava nella mia vita come un fulmine a ciel sereno, pronto a frantumare tutte le mie certezze.

Tommasina spalancò la porta ancora prima avessi suonato. Probabilmente l’ abitudine l’ aveva portata ad allungare l’ orecchio ed essendo all’ ultimo piano, sotto il vano ascensori, era facile seguire il ronzio del motore e calcolare la fermata al piano.
Stava per richiudere la porta in faccia a Diego, poi appena lo vide non riuscì a nascondere la sua contrarietà:
“Il professore non avrebbe approvato Signorina!”
“Il professore non c’è più Tommasina! La pregherei di non impicciarsi di cose che non la riguardano. Ad ogni modo mi spiace informarla che qualora decidessi di venire a stabilirmi in questo appartamento preferirei mantenere la mia governante nonché amica e che lavora per me da qualche anno.
“Come desidera signorina”. Rispose stizzita.

In realtà non mi spiaceva per nulla. Volevo molto bene a Santina e non mi sfiorava minimamente l’ idea di privarmi del suo aiuto per questa donna che non conoscevo e che non mi ispirava nessuna simpatia. “Santina di nome e di fatto” solevo burlarla con fare scanzonato quando rientravo in casa, lei mezza sorda non sentiva poi non appena alzava lo sguardo le dicevo: “ Ma non ce l hai una casa?”. Lei prontamente rispondeva “ No sto bene qui!” e se ne tornava a sbrigare le sue faccende.
Un piccolo giochetto tra noi che durava da anni e che ci divertiva sempre.

Tommasina non mi ispirava nulla di simile. Dal primo istante in cui l’ avevo incontrata mi aveva creato disagio e ora finalmente avevo preso la palla al balzo. E poi chissà quante ne sapeva di Enrico. Il pensiero che avesse conosciuto anche una sola delle sue amanti mi dava nausea. Sì avevo fatto bene a non indugiare più.

Intanto Diego con fare noncurante se ne stava in disparte e con la coda dell’ occhio studiava la casa. Appoggiò le poche cose che portava con se riconoscendo: “Sarebbe meglio che mi dia una rinfrescata se non ti spiace”.
“Certo che no, puoi attendere qualche istante per favore?”.
Non fece commenti e iniziò a girellare nel salone posando la sguardo qua e là. Il suo interesse venne subito catturato dal gran numero di CD posato con ordine vicino al lettore. Ne prese uno in particolare, fece scorrere lo sportellino in cristallo ed inserì il disco.
Alicia Keys – Falling. Un brivido mi percorse la schiena. Era uno dei pochi dischi che avevo riacquistato dopo averlo lasciato in questa casa. Quanta sensualità nelle note dolci e cadenti di quella canzone.
Una serie di combinazioni o un perfido gioco del destino?
Quante cose avevamo in comune oltre al fatto che Enrico avesse tradito entrambi?
In quel mentre lo vidi prendere un portaritratti in argento e fissare a lungo il volto di una bellissima ragazza dai capelli lunghi color miele. Un sorriso strano, come fosse lontano mille miglia da colui che invece la stava fissando intensamente.
Scaraventò il portaritratti sul divano e si diresse verso il bagno lasciando la porta aperta.

Congedai Tommasina e le dissi che l’ avrei richiamata in caso di bisogno.
Alla fine la mia spavalderia era aria fritta. Volevo evitare che Tommasina si facesse idee strane e mi rendevo conto di essere anche io vittima delle convenzioni e dei giudizi della gente.
Non appena la governante uscì, Diego si tolse alcuni indumenti rimanendo con i soli jeans.
Grazie al cielo non aveva intenzione di fare la doccia. Una situazione troppo intima per conoscerlo da poche ore. Ero rossa in viso. Dall’ imbarazzo? Non volevo neppure pensarci; da un momento all’ altro sarebbe squillato il telefono e volevo rimanere concentrata.

Cosa cavolo poteva volere questo Commissario Catalani?
Intanto le parole di Diego risuonavano nelle orecchie come campanelli:
“Enrico è stato accompagnato a morire, perché mica crederai alla favoletta dell’arresto cardiaco?”.
Possibile che si trattasse di questo?
Non sapevo cosa pensare. Erano anni che non incontravo Enrico e la notizia della sua morte mi aveva sconvolta a dir poco. Senza parlare poi dell’ eredità!
Oddio. Ecco il punto. L’ Eredità!

Lo squillo del citofono mi fece sobbalzare.
“Aspettavi qualcuno? Magari il tuo amato fidanzato vuole venire a controllare se la sua morosa si comporta bene in sua assenza”.
“Non siamo tutte come la tua Tanja mio caro” ribattei velocemente.
“Touchè Madame, intanto potresti rispondere al citofono e capire chi è!”

Uhm, la risposta troppo immediata come pure intima lo fece sorridere. Diego era troppo intrigante quando deponeva le armi da combattimento. Dovevo darmi una calmata e mantenere una certa distanza, se non volevo bruciarmi le alucce.
Il profumo del sapone al sandalo gli era rimasto attaccato come un francobollo e io non riuscivo a fare a meno di annusare l’ aria.
“E’ innanzitutto un fattore epidermico e olfattivo” ribadiva sempre Enrico. Santo cielo, a volte non riusciva ad separarsi dai panni del professore neppure nei momenti intimi.

“Chi è?” risposi meccanicamente al citofono.
“Sono il commissario Catalani. Se non la disturbo preferirei parlarle di persona invece che al telefono. Avrei alcune domande da porle”.
“ Va bene salga… al tredicesimo piano.”

Iniziai a tremare come una foglia. Diego aveva visto la sagoma del commissario nel videocitofono intuì la mia angoscia, mi prese per le spalle scuotendomi.
“Calma shhhh calma…sono qui. Andrà tutto bene. Non abbiamo nulla da nascondere. Non temere Manuela.”

Ancora una volta Diego era pronto a sostenermi.
Uno strano destino ci aveva legato indissolubilmente nel momento in cui l’ avevo incontrato.
“Nulla è mai per caso. C’è sempre un perché alle cose che ci succedono, anche se non sempre lo scopriamo”.
Chissà se un giorno avrei scoperto il mistero che avvolgeva il mio incontro con Diego.

Intanto Erasmus stanco di giocare solo in terrazzo con la sua pallina era rientrato e si era posizionato saldamente davanti alla porta in attesa dell’ inaspettato intruso.
Lo scatto dell’ ascensore ci avvertì che era arrivato e quindi aprii la porta ancor prima che suonasse il campanello.

“Buonasera Signorina Danzuso, mi scuso ancora per la visita inaspettata ma come le dicevo al citofono preferirei porle alcune domande se pur in modo informale, di persona piuttosto che al telefono” poi si voltò e alla vista di Diego si interruppe.
“Dica pure Commissario, la persona qui presente è un amico e non ho alcun problema a parlare in sua presenza”.

Il Commissario lo guardò con curiosità. In effetti Diego era un po’ strano in quell’ ambiente, come un oggetto “vintage” in un negozio di antiquariato, però chissà perché non mi sembrava il caso in quel momento di dire che era il fratello di Enrico.
“Bene verrò al dunque” e intanto si accomodò tranquillamente in salotto. “Che lei sapesse Signorina, il professor Di Donato aveva una qualche allergia all’ aspirina o simili?”.

Erasmus si mise improvvisamente ad abbaiare con foga. Dovetti minacciarlo di chiuderlo in terrazzo e cos’ì finalmente smise.

Annaspai nella mente offuscata, come in un labirinto, non approdai a nulla. Vuoto.
No, sicuramente se anche Enrico fosse stato allergico a qualche medicinale o altro io non ne ero mai stata messa a conoscenza e così gli risposi.

“Mi spiace molto Commissario ma non ricordo nulla in proposito a parte il fatto che Enrico fosse al limite dell’ ipocondria. So che ogni piccolo malessere era accuratamente controllato e che aveva un accentuato terrore per le malattie, ma non so di nessuna allergia e a parte un piccolo soffio al cuore non penso avesse altro”.
“ Lei non sa se per caso soffrisse di problemi allo stomaco o gastrointestinali?”
“Che io sappia no. Una volta ricordo che a causa di un piccolo problema intestinale si sottopose ad una colonscopia, un caso isolato di cui anche il suo medico era al corrente e comunque contrario ad altre indagini”.

A questo punto il Commissario espose alcune sue congetture.
“Supponiamo che il professor Di Donato abbia avuto negli ultimi tempi tendenza ad emorragie, problemi di stomaco o gastrointestinali.
Supponiamo anche che il cuore del professore avesse iniziato a fare qualche bizza, l’ assunzione di mezza compressa o una di aspirina renderebbe le piastrine del sangue meno appiccicose interferendo così con la formazione dei coaguli, evitando così l’otturazione di piccole arterie che portano il sangue al cuore e al cervello, prevenendo così danni a organi vitali.
A meno che il soggetto non sia allergico al farmaco.
I vantaggi dell’aspirina tamponata sono ancora controversi ad esempio potrebbero causare emorragie in alcuni individui specie se soggetti sensibili.
Quindi l’ aspirina e i farmaci simili comportano un rischio significativo di sanguinamento. E il sanguinamento può essere insidioso, non evidente e tale da produrre effetti che si accumulano lentamente nel tempo causando la morte per emoraggia interna. Il contenuto di tale medicinale passerebbe inosservato in caso di accertamenti basilari specie in un soggetto magari sofferente di cuore, non di certo però se si venisse a scoprire che il soggetto in questione soffriva di allergia al medicinale. Naturalmente non sono un luminare di questa scienza, solo che un amico della medicina legale mi ha fatto pervenire, diciamo in via confidenziale, alcune di queste teorie su cui meditare. E’ evidente che per poter riesumare la salma e ripetere l’ autopsia avrei bisogno di molti più elementi a disposizione e perciò ho preferito venire a parlarle di persona.”

Diego, che fino a quel momento non aveva proferito parola alcuna dischiuse le labbra, le inumidì e affermò:
“Sì Enrico era un soggetto allergico al medicinale e poche persone ne erano al corrente”.

Scritto da: Martina


leggi il capitolo successivo: Il commissario Catalani fischietta


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