Il Distacco



leggi il capitolo precedente: Il diario di Enrico



 

Invece questo diario  mi brucia tra le mani come se contenesse l’anima palpitante di Enrico.E forse è così. Ci sono i suoi pensieri di uomo, di scrittore, di intellettuale: fitte pagine scritte con quella  grafia minuta e contorta che solo io sapevo decifrare. Apro pagine a casaccio, le scorro veloci e il mio nome ricorre continuamente. Manuela ha detto… Manuela ha fatto… Manuela… Manuela… sempre io, viva nei suoi pensieri come ora lo è questo diario.

Giulia mi sta seduta di fronte e aspetta in silenzio. Solo quando si alza per prendere dalla borsa le sigarette le faccio cenno di no con la testa.
“No cosa?” mi chiede tornando a sedere.
“Le sigarette” rispondo mentre poso il diario sul tavolo “In questa casa non si fuma. Enrico non l’ha mai tollerato e se proprio non puoi farne a meno vai in terrazza” e aggiungo “per favore”.
La reazione di Giulia è immediata. “Ma stai scherzando? Parli di lui come se fosse ancora vivo, come se dovesse entrare da quella porta da un momento all’altro. E’ assurdo, Enrico è morto e questa ora è casa tua!”
“Non occorre che mi fai il punto della situazione. So bene come stanno le cose ma desidero ugualmente che qui non si fumi”.
Dal mio tono risoluto Giulia capisce che non è il caso di discutere però è visibilmente contrariata. Difatti si alza di scatto e quasi con stizza prende le sigarette e si avvia verso la terrazza.
Ho esagerato, lo so, e Giulia ha ragione a criticare il mio divieto ma è stata una reazione incontrollata come se davvero inconsciamente mi aspettassi di vedere spuntare Enrico.
E’ quel diario che me lo ha reso reale, che me lo ha fatto sentire in piedi dietro di me mentre lo leggevo. Ho percepito la sua presenza anche se so bene che è solo la mia suggestione a creare una sorta di fantasma che non esiste. In ogni caso, Enrico o non Enrico, qui dentro non si è mai fumato e mai si fumerà.
Mi sveglio nel cuore della notte con il cuore in tumulto. I numeri rossi della sveglia digitale sul comodino indicano le quattro e dieci. Giulia è acciambellata sotto il piumone e dorme profondamente.
Cos’è quest’ansia che mi fa battere così tanto il cuore da svegliarmi? E’ questo lettone che dividevo con Enrico o è perché non sono più abituata a dormire con qualcuno?
Domani dovrò provvedere a creare una stanza tutta per Giulia. Ci sarebbe quella della domestica che è spaziosa e ha la finestra sui tetti di Roma, tanto Tommasina l’ha usata solo come stireria.
E poi ci sarebbe da sistemare la stanza degli armadi e regalare tutto il guardaroba di Enrico.
E poi ci sarebbero da riordinare le sue carte e buttare il superfluo.
E poi devo leggere il diario.
E poi… sfido che non dormo se penso a tutte le cose che bisogna fare nei prossimi giorni.
Quando Giulia si sveglia sono già al secondo caffè e sono anche scesa al bar da Gigetto per comprare i cornetti caldi alla marmellata che le piacciono tanto. Voglio farmi perdonare di essere stata dura per la storia del fumo, ma dovrà farsene una ragione: non intendo recedere dai miei propositi.
La faccia assonnata di Giulia mi fa sorridere: è sempre stata dormigliona e le ci vuole almeno un’ora la mattina per acquistare la piena lucidità. Ma oggi è più lenta del solito, rigira lo zucchero nel caffè svogliatamente e non ha degnato di uno sguardo i cornetti.
“Senti Manuela” posa il cucchiaino e incrocia le braccia mentre mi guarda con aria contrita “io me ne torno a casa”
“Quale casa?” reagisco immediatamente alzando il tono della voce
“La nostra casa, quella dove siamo state fino a ieri” risponde pacata
“Tesoro, cerca di capire, qui dentro è pieno di tappeti, tendaggi, libri e carte. S’impregnerebbero di fumo e la casa puzzerebbe come la peggiore delle bettole. Non puoi fare un piccolo sacrificio? In fondo sarebbe un ottimo deterrente per fumare di meno e gioverebbe alla tua salute” le sorrido nella speranza che capisca che su questo argomento è inutile discutere.
“Il fumo non c’entra niente. E’ che… qui non mi sento a mio agio. Certo la casa è molto bella e dovrei essere felice di viverci, ma sono sicura che ci vivrei male”
“Male dici? Passare dalle stalle alle stelle è un male? Non ti capisco proprio”
“Non mi vuoi capire”
“Ma se fino a pochi giorni fa eri eccitata all’idea di venire ad abitare qui e  ieri mattina appena hai visto la casa eri così raggiante che mi sembravi Alice nel paese delle meraviglie. Oggi ti sei svegliata con la novità che non ci vuoi stare. Ma cristo santo, mi spieghi cos’è che non voglio capire?”
“Eppure non è difficile. Non capisci che questa è la casa di Enrico, che c’è lui in ogni angolo, in ogni buco, in cielo, in terra e in ogni luogo?”
“Mo’ ci manca solo che dici che Enrico è uno e trino e ti fai il segno della croce quando parli di lui. Ma fammi il piacere va’ e mangiati un cornetto che forse con lo stomaco pieno ragioni meglio”
“Hai sempre voglia di scherzare tu, ma io sono serissima e ti dico che ora raccolgo le quattro carabattole che ho portato e me ne torno da dove sono venuta”
“E mi lasci sola dopo tanti anni di convivenza?”
“Tranquilla non ti chiederò gli alimenti”.  Finalmente mi sorride e agguanta un cornetto con aria famelica. Faccio altrettanto e al primo morso la marmellata ancora tiepida mi schizza in faccia e mi cola tra le dita.
“Sei un disastro. Non imparerai mai a mangiare un cornetto ripieno” Giulia scuote la testa sconsolata mentre io mi lecco le dita impiastricciate.
Vorrei dirle di restare, di non lasciarmi proprio quando ho più bisogno della sua presenza, ma mi limito a guardarla nella speranza che cambi idea.
“Manu’ ascolta” dice in tono conciliante “ è vero che ieri mattina ero eccitata appena ho visto questa meraviglia di casa, però pian piano mi sono resa conto di essere fuori posto e ti assicuro che il fumo non c’entra una mazza col senso di disagio che ho avuto per tutto il giorno. Questa casa non diventerà mai la “mia casa”, mi mette troppa soggezione. Non camminerei per non calpestare i tappeti persiani, non andrei al cesso per non sporcarlo, non mi muoverei per paura di rompere qualcosa. Perché qui pure lo scopino del water vale una cifra”.
“E allora? Abbiamo arredato questa casa con cura scegliendo sempre il meglio perché Enrico, anche se  si professava comunista, amava vivere nel lusso. Non vedo come questo ti possa creare disagio. Ora la casa è mia e, tranne fumare, puoi fare quello che ti pare, anche rompere un vaso e sporcare i tappeti. A proposito, usciamo in terrazza. Oggi ho anch’io voglia di fumare una sigaretta” e aggiungo con aria maliziosa “Sempre che me la offri”.

“Garda Giulia” le dico mentre faccio scorrere la pesante portafinestra ed esco sulla terrazza “Questa è Roma, col Tevere che scorre ai suoi piedi, con i suoi palazzi  e i suoi tetti, con la sua lunghissima vita di puttana d’alto borgo. Qui trovi il senso della storia di questa città e te ne senti partecipe. Lo capisci? Qui sei anche tu nella storia di Roma, non come in periferia, tra gli anonimi palazzoni di cemento che puzzano di cavolo bollito e colonia dozzinale, dove sei sempre alle prese  con i vicini che urlano a tutte le ore, con la ragazza del piano di sopra che passeggia per casa con i tacchi a spillo…
“Maro’ come si diventata snob” mi interrompe di colpo e sbuffa il fumo dal naso come un toro infuriato “Io ci sono nata e cresciuta in periferia e non mi sento per questo meno romana di chi vive in centro. E poi non c’azzecca niente la storia, i palazzi , il Tevere e tutta ‘sta filosofia che hai tirato fuori. Io voglio continuare a vivere a casa mia, mia, miaaa… tra le mie povere cose comprate alla Standa che se si rompono non mi piglia una sincope. E poi Manù, abbiamo tanti ricordi lì, anni passati insieme a tribolare per i soldi che non bastavano mai e a ridere di tutte le scemenze che ci passavano per la testa. E se te la devo dire proprio tutta, questa non è nemmeno casa tua. Non basta esserne legalmente la proprietaria o averla arredata insieme a Enrico, o averci vissuto per molti anni. Non c’è la tua anima qua dentro ma solo la sua. E non scherzavo ieri  quando ti ho detto che sento la presenza di Enrico ovunque. Ecco, la sua anima è qua ma non la tua.”.
“Mi stai dicendo che dovrei venire via con te?” Giulia è sempre in po’ rozza quando esterna le sue opinioni ma ha l’abilità di puntare al cuore delle cose e fare centro.
“No Manu’, al contrario. Tu devi rimanere, sola, con Enrico, e con tutti i ricordi di lui che questa casa ti aiuterà a tirare fuori. E poi c’è il diario che sicuramente ti farà capire e chiarire, una buona volta per tutte, qual è stato il tuo ruolo nella vita di Enrico e a riconciliarti con lui per chiudere la vostra partita ancora aperta. Io sarei di troppo in questa operazione, un terzo incomodo quanto mai inopportuno.”
“Però la tua presenza potrebbe essermi di aiuto” le dico con un filo di voce.
Mi sorride dolcemente “Non posso… ti prego… e non voglio aiutarti.” le sue parole sono quasi una supplica “Devi fare tutto da sola: è una questione fra te e lui; io non c’entro nulla. Te l’ho già detto. E solo quando avrai trovato la risposta ai dubbi che ti hanno lacerata in tutti questi anni, troverai pace nel tuo cuore. Solo allora lo potrai lasciare andare e chiudere definitivamente la partita. A quel punto sarai in grado di scegliere se continuare a vivere qui o andartene, e… solo a quel punto questa casa sarà veramente tua. Non prima… non prima”.
Sono basita. Non mi aspettavo che dalla testolina di Giulia potesse venire fuori tanta maturità e saggezza. La guardo incapace di ribattere un solo punto della sua argomentazione, tuttavia sono consapevole che  separarmi da lei sarà uno strappo doloroso che non avevo previsto.
“Quando sarò diventata la vera padrona della casa, come dici tu, tornerai a vivere con me?” le chiedo quasi come a supplicare il  premio di consolazione.
“Non credo” risponde immediatamente e senza mezzi termini “Anche io dovrò trarre dei vantaggi dalla nostra separazione, non ti pare? Non sono più una ragazzina ed è arrivato il momento giusto per imparare a cavarmela da sola. Fino ad ora, da sorellina maggiore, mi hai anche fatto da mamma e te ne sono grata, ma tu non sei mia madre e io non sono tua figlia: torniamo ai nostri ruoli cara sorellina. E anche se non ho alcun cordone ombelicale da tagliare con te, è bene che le nostre vite non s’intralcino a vicenda e che ognuno di noi cammini con le proprie gambe.”

Così sono rimasta sola con Enrico, come voleva Giulia.
Enrico… Enrico… vorrei veramente che fosse con me. Invece è solo uno struggente pensiero carico di rimpianti e di dubbi.
Riprendo il diario e me lo stringo al petto. Resto così, nell’illusione vana di un abbraccio reale che non ci sarà mai più.
E finalmente, senza rendermene conto, piango. Lacrime calde e abbondanti scendono rapide sul viso e si arrestano sul diario e sulle mie mani che lo tengono stretto.
Sono lacrime antiche, accumulate fin dagli anni della mia storia con Enrico e sempre trattenute, arginate con forza e nascoste per vergogna.
Si sono liberate da me, da sole, come Giulia…


Scritto da: Marilù


leggi il capitolo successivo: Anna


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  1. #1 di carmela il 3 aprile 2008 - 19:33

    wow…………………..emozionante davvero!!

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