Fatti il segno della croce



leggi il capitolo precedente: IL FATTORE “CA…”



“Tommasina Leccacorvi, nata a Bovalino (RC) – il 23/06/1946”. Che mi prendesse una paralisi.
Mai cognome fu più indicato. Una cornacchia di nome e di fatto. Si era fatta intestare in qualche modo la casa di Bracciano e ora puntava, dritta dritta, anche a quella di Vicolo della Moretta in combutta con la vedova scaltra e con la regia del notaio Franchini.
“Dove hai studiato da ispettore? Alle scuole serali? Troppe fiction Manu, troppe fiction…” mi sussurrò, sarcastica, l’anima burlona di Enrico.
Io invece, a dispetto delle ironie del mio amato odiato ectoplasma, mi sentivo di aver imboccato la strada giusta.
Tommasina l’avevo cacciata, liquidata, insignificante rispetto alla mia Mery, ma lei mi ronzava intorno, con quel suo inquietante nido di vespe attecchito sulla cocuzza.

Rimaneva da scoprire chi era la vedova scaltra.
Enrico me lo aveva scritto sul foglietto riposto nello scrigno: “Una persona, a tua insaputa, mi ha stravolto la vita…”. Non poteva essere che quella madonna, di nero vestita, che avevo sorpreso davanti alla tomba di Enrico in compagnia di Tommasina, la fattucchiera.
“Ma sei la reincarnazione di Agata Christie,…ahahah…” ironizzò, con una risata lugubre, il mio caro Professore che ormai albergava dentro di me e si prodigava in battute a suo piacimento.
“Ma insomma…rompi più da morto che da vivo…” risposi, come se fosse normale dialogare con i trapassati.
Dovevo mettermi alla ricerca di quella donna, l’avevo intravista di sfuggita al cimitero, ma l’avrei di sicuro riconosciuta se l’avessi incontrata, riflettei, mentre dal catasto stavo tornando a piedi al Vicolo della Moretta.

Rientrai in casa. Salutai la Mery intenta a preparare il pranzo e mi diressi subito nello studio.
Volevo capire cosa poteva essere accaduto allorché Enrico interruppe frettolosamente la scrittura di quel bigliettino indirizzato a me, se gli eventi avessero preso una brutta piega.
Cercai di immaginarmi la scena come in un film: Enrico arrampicato sulla scala, intento a scrivere il biglietto, Tommasina che rientra in casa dalla spesa,  Enrico che rimette tutto a posto il più velocemente possibile, Tommasina che si precipita nello studio, il Professore colto in uno stato di apprensione e di imbarazzo e poi, qualche tempo dopo, Enrico muore, d’infarto!
“Deciditi, o sei Agata Christie o sei Dario Argento…ma entrambi, per carità…” si divertiva, il mio fantasma, a stuzzicarmi, sempre più divertito.
“Fottiti!” lo zittii lapidaria.

Ero spossata. Mi concessi un bagno ristoratore. Ma non smisi di riflettere e continuai a pensare al motivo per cui Enrico mi aveva lasciato in eredità la casa di Vicolo della Moretta.
Con il volto imperlinato dalle goccioline di sudore, quasi che i pensieri evaporassero, ne trattenni uno, il più vivido e convincente.
Enrico mi aveva lasciato la casa per un debito di riconoscenza, perché mi aveva nascosto l’esistenza dell’altra casa di Bracciano, mi aveva tradito, mi aveva negato la maternità.
Enrico, in fondo, mi amava e avrebbe desiderato tanto, se qualcosa fosse andato storto, che io, consenziente, avessi vissuto il resto della mia vita in quello che doveva essere il nostro nido d’amore.
“Manu, ti prego…non fare Liala, che quasi piango…” così si materializzò nuovamente la vocina di Enrico, e il suo sarcasmo, ora, sembrava volgere verso la commozione.
“Sei un farabutto, un adorabile farabutto!” ribattei nel tumulto dei miei pensieri.

“Se ripercorri i miei passi ca…”. “Capirai” stava scrivendo Enrico, sicuramente. E io avevo capito, non tutto, ma quanto basta, avevo ripercorso i suoi passi.
L’Università. Gli studenti. La politica. Il Bolognese. Il notaio. Avevo percorso la via crucis, Enrico mi aveva preparato la strada, con il suo lascito ed il suo bigliettino, quasi una caccia al tesoro. Avevo imparato a conoscerlo meglio, nei suoi meriti e nelle sue debolezze, ed anche io mi ero capita di più.
Aver vestito i panni del detective dell’anima, in fondo, non mi era dispiaciuto.
“Oddio noooo…Freud no! Risparmiamelo…” rimbombò l’eco del mio Enrico.
Stavolta no, non gli risposi. Avevo più voglia di coccole che di battute e, seppur nella fantasia, sentii una mano sfiorarmi con infinita dolcezza.
Però ancora non era venuto il tempo del relax, dovevo ancora scovare la vedova scaltra, e un’illuminazione mi fulminò.
Il Centro Estetico! L’avevo quasi dimenticato; che la cornacchia sederona si annidasse lì?

Andai spedita nello studio, frugai compulsivamente nel cassetto dello scrittoio, dove c’erano i bigliettini.
Lo trovai: “Centro Estetico La Palma – Via De’ Banchi Vecchi, 32”.
Scesi. Prima di partire per la mia ultima missione mi concessi un espresso al Gran Caffè Dé Banchi Vecchi in Vicolo del Malpasso, che poi era davanti casa.
Toh! Anche la toponomastica mi lancia dei segnali, riflettei divertita.
Avevo seguito i passi di Enrico, e ora dovevo effettuare il malpasso.
Ero consapevole di non essere brava negli interrogatori ed in più avevo i nervi a fior di pelle, ma l’adrenalina era ai massimi e quindi ero sicura che avrei dato il meglio di me stessa, cioè, il meglio del peggio…
Mentre percorrevo i Banchi Vecchi mi caricavo, le persone che incontravo e gli artigiani che facevano capoccella dalle botteghe, sembrava che mi incitassero: “Dài Manu, cantagliele…”.
Ero pressoché certa che quella femmina sculettante, come una chiatta in balìa delle onde, scorta al cimitero, era la vedova scaltra, l’amante di Enrico che lo aveva subdolamente circuito, complice Tommasina.
Ero pronta ad affrontarla, la signora del centro estetico; “fatti il segno della croce…” l’avvertii idealmente, “ne avrai bisogno”.



Scritto da: Uno dei Ragazzi della III E


leggi il capitolo successivo: La Palma notturna


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