Parole come pietre

leggi il capitolo precedente: Una stagione di sorprese




La tensione emotiva si era allentata. Riordinai le idee. Eravamo lì, io e Diego, il fratello di Enrico, non ci potevo credere, seduti sulla ghiaia al giardinetto, incerti del nostro stato, troppo svegli per vivere un sogno? Troppo ipnotizzati per nuotare nella realtà?

Intanto Erasmus disegnava ghirigori nel giardinetto col suo moto perpetuo e non pareva del tutto estraneo alla nostra conversazione.

Lassù, come sospeso fra le nuvole, il lascito di Enrico, l’attico, la casa che sembrava, da un momento all’altro, dover vomitare verità inconfessabili, ma intanto lasciava solo intravedere la sagoma di Tommasina intenta a fare giardinaggio.

Mi domandavo perché. Perché proprio io. Perché il destino si era scomodato proprio per me.

Io avevo un buon lavoro che avevo trovato dopo aver lasciato Enrico, ero entrata all’Archivio di Stato, come bibliotecaria, i miei quarantadue anni non me li dava nessuno, Maurizio, il mio attuale fidanzato, mi adorava; perché la mia tranquilla seppur banale vita doveva essere terremotata da un fantasma del passato (Enrico) che, per forza, voleva ricondurmi sulla ribalta.

Ma tant’è. Ormai, volente o nolente, avevo indossato i panni della speleologa/esploratrice e mi ero incamminata sin dentro il vulcano, con la lucetta della curiosità ben accesa.

Non potevo mollare, Enrico mi chiamava dalle viscere della terra, gridava il suo orrore per quella morte prematura, solo sei anni più anziano di me, e io dovevo andare, conscia dei trucchi, delle sorprese e delle scoperte amare.

Cos’era infatti se non una scoperta amara la notizia che Enrico aveva avuto una relazione con Tanja, la segretaria di suo fratello Diego, questo essere enigmatico che mi trovavo davanti, accovacciato, come un guru in meditazione.

“Enrico, Enrico, che banale che eri, sempre appresso alle gonnelle delle segretarie!” Non potei fare a meno di pensare.

Dopo quei ragionamenti e quelle congetture, ormai più decisa che mai, chiesi perentoria a Diego: “Ma tu cosa sai di Enrico?”

Diego, l’esimio direttore di giornale, scomparso in circostanze misteriose, ora qui davanti a me, immobile come una statua, lo sguardo fisso, attaccò quasi come un oracolo: “Enrico è morto il quindici settembre, o meglio è stato accompagnato a morire, perché mica crederai alla favoletta dell’arresto cardiaco. Il due ottobre doveva tenere una lectio magistralis presso l’Accademia dei Lincei sul tema  –L’Evoluzione del pensiero e la Tecnologia-, una roba grossa, doveva partecipare anche Umberto Eco e Bill Gates collegato in teleconferenza da Palo Alto. Ora, conosci bene l’avversità che ha sempre avuto, al contrario di me, Enrico per le trappole tecnologiche, come le chiamava lui.

Ebbene, il suo intervento sarebbe stato una bomba, aveva avuto la fortuna e l’onore di combinare le sue intuizioni critico-letterarie sul progressivo impoverimento della memoria e dell’intelletto per effetto della dominante società tecnologica, con le ricerche empiriche di biogenetica dello staff della Dottoressa Levi Montalcini che era giunto alle stesse conclusioni: La Tecnologia somministrata oltre certe dosi rischia di far regredire la specie umana!

Manuela, puoi ben immaginare le reazioni delle grandi case di telecomunicazioni a questa tesi che, già prima del simposio, incominciava a circolare, sarebbe stato un disastro per le multinazionali dell’Information Technology!”

“Scusa…ma tu come fai a sapere tutte queste cose…” chiesi con curiosità irrefrenabile, visto che, come clandestino del genere umano, non aveva più avuto contatti con nessuno della famiglia De Donato, tantomeno con Enrico.

“Ci sono più informazioni dentro un cassonetto della spazzatura che in un intero hard disk” sentenziò lapidario Diego col suo sorriso beffardo ed il suo sguardo liquido.

A questo punto tirò fuori da una delle sue buste, ricolme di paccottiglia, un notebook, credo un Acer Aspire, fu come veder uscire un coniglio dal cilindro, mi spiegò che con quello aveva trascritto tutto ciò che aveva trovato nel cassonetto sul simposio, appunti, date, bozze e da ciò aveva fatto le sue deduzioni logiche.

Ma Diego era andato oltre. Era quasi sicuro che il motivo per cui Enrico aveva lasciato l’eredità a me dipendeva dal fatto che non si sentiva sicuro e la casa, con ogni probabilità, custodiva carte, prove e indizi che avrebbero aiutato a venire a capo della verità in caso di disgrazia.

Certo il racconto di Diego non faceva una piega. Stava in piedi. “Ma come facciamo a saperne di più…” chiesi sicura di non ricevere risposta.

“In effetti un testimone oculare c’è…” sillabò Diego con la sua invidiabile sicurezza.

“E chi è…” mi affrettai a chiedere.

“Erasmus” mi rispose come se fosse la cosa più scontata del mondo.

“Erasmus?” ripetei strabuzzando gli occhi.

“Sì, proprio il simpatico quadrupede” proseguì “era in casa il giorno che è stato trovato morto Enrico e di sicuro ha visto. Ora, dato che non esiste ancora un Codice Canino a cui appellarci, dobbiamo solo fare affidamento sulla nostra intelligenza sul come estorcere ad Erasmus una confessione e farci dire chi è l’assassino!”

“Diego” attaccai “o tu sei matto, e questo mi sembra il tuo stato evidente, o non sapevi che cazzo fare oggi pomeriggio e così hai deciso di prendermi per il culo! Secondo me ti diverti ancora a sbeffeggiare Enrico dopo quello che ti ha fatto, ti ha trombato la morosa e tu sei ancora fuori di testa!”

“Mai stato così savio, guarda che con me non attacca, il giochetto di sgranare gli occhioni del cerbiatto e, un attimo dopo, digrignare i denti della iena non mi provoca alcun effetto, io sarò un barbone fuori, tu sei una stracciona dentro, la tua anima è una caverna vuota, la mia è una miniera luccicante ” ribatté con aria fieramente indignata.

Rimasi attonita, mi aveva scagliato contro parole come pietre ed il mio amor proprio ne era uscito tumefatto, anche l’afrore faceva la sua parte, in questo stato non capivo più se dovevo considerare Diego come un complice o, piuttosto, come un nemico, sicuramente ero attratta da lui.

Questo festival del non senso, era così che lo percepivo, fu interrotto dall’entrata improvvisa in scena di Tommasina che, tutta trafelata, mi informava di aver appena ricevuto una telefonata da un certo Commissario Catalani del V Distretto di Polizia del Rione Monti e che avrebbe richiamato fra venti minuti quindi dovevo risalire in casa.

A queste notizie non battei ciglio ma, prima di tornare in casa, quella casa che si stava via via trasformando in un’isola del tesoro, insistetti fortemente con Diego affinché salisse pure lui, dopo tanto tempo. Mi guardò, con quei laghi azzurri circondati da tutta la sporcizia del mondo e sillabò: “Ti ac-com-pa-gno.”

Ero sbalestrata, confusa, da una parte Enrico che non c’era più ma sembrava essere al centro dell’attenzione, più vivo che mai e, dall’altra Diego, carnalmente presente dentro il suo bozzolo appena scalfito dalla mia curiosità ma anagraficamente assente dal consorzio umano.

Intuii un intreccio indissolubile fra i due fratelli e capii che non potevo fare a meno di Diego, anche con le sue apparenti stramberie, soprattutto ora che l’Autorità Giudiziaria sembrava essersi svegliata.

 



Scritto da: Uno dei Ragazzi della III E


leggi il capitolo successivo: PENSIERI E PAROLE


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