LUCA



leggi il capitolo precedente: Chi sei


Come un automa mi sorprendo a rispondere a quel bacio. Ha un sapore dimenticato, e nello stesso istante realizzo che tutto ciò che avevo cercato di cancellare dalla mia vita era ricomparso, come un presente già vissuto: la casa di Vico della Moretta, il terrazzo affacciato sui tetti e inondato dal sole del tramonto, quell’uomo accucciato con i suoi gessetti colorati, che con tratti sicuri faceva apparire dal nulla immagini di donne dal sorriso vivo.

Dopo la prima sfuriata con Enrico quando Luca si era presentato a casa sua per restare, avevo cercato di ridimensionare quella presenza, in un certo qual modo avevo cercato di scusarla. In fondo era suo fratello, e sembrava l’unica cosa che legasse ancora Enrico alla sua famiglia, anche se di loro non parlava mai. Sapevo a grandi linee che il padre di Enrico era stato un avvocato famoso in tutta Roma ed aveva sposato una bellissima donna dagli occhi blu, ultima discendente di una casata nobiliare e dalla loro unione erano nati tre figli: Giorgio, il maggiore, aveva seguito la carriera del padre, anche se con meno fortuna, ed aveva poi sposato una ricca americana, trasferendosi a New York. Enrico, eternamente in lotta col padre, si iscrisse a Filosofia e si ritrovò nel collettivo della Sapienza: di quel periodo Enrico parlava poco anche con me, forse perché troppo amareggiato dai risultati di quella ‘vittoria’ in cui tutti nel ’68 credevano e nauseato dal trasformismo dei suoi compagni di un tempo. Laureatosi col massimo dei voti, scese poi a compromesso col padre ed iniziò, grazie alle conoscenze di quest’ultimo, la sua carriera di giornalista, prima, e di critico d’arte poi. E infine Luca, il più giovane, lo scapestrato, il ‘madonnaro’, la classica pecora nera, di cui nessuno parlava mai. Soprattutto Enrico. Finchè quella sera Luca venne a casa sua e lui lo abbracciò in silenzio. Sembrava la scena del ritorno del figliol prodigo.

Tante volte avrei voluto chiedere ad Enrico del suo rapporto con Luca, ma il ricordo di quella frase che mi aveva detto, e soprattutto del tono con cui l’aveva pronunciata, mi aveva sempre bloccato. C’era qualcosa che Enrico non voleva dirmi, lo sentivo. Da parte sua, Luca sentiva la mia ostilità, ma si limitava a guardarmi con il suo sorriso scanzonato e allo stesso tempo imperscrutabile. Era una presenza ingombrante, anche se silenziosa e più passava il tempo, più mi sentivo a disagio. Finchè una mattina di marzo, Enrico era appena uscito e io decisi di fare un bagno rilassante. La vecchia governante quel giorno era di riposo. Avevo appena acceso gli incensi vicino alla jacuzzi e mi ero immersa nella vasca quando la porta della stanza da bagno si aprì e Luca entrò. Lo stupore mi bloccò e non feci nessun gesto pudico per coprirmi, né tanto meno dissi una parola. Lui era sulla porta, col suo solito sorriso e si stava spogliando. Si avvicinò, mi baciò, e si immerse nella vasca. Senza una parola. E facemmo l’amore. Poi entrammo in camera da letto e lo rifacemmo di nuovo. Due ore dopo mentre mi rivestivo, dal letto mi giunse la sua voce: ‘sei sprecata per Enrico… ma già, lui le puttane non ha mai saputo scegliersele…’

Quella frase fu uno schiaffo. La sera dissi ad Enrico che Luca doveva andarsene. O lui o io. Enrico mi guardò e mi disse ‘te ne stai innamorando vero?’ Non ebbi la forza di rispondergli. Come faceva a non capire? Ma capire cosa? Che forse aveva ragione? La mattina dopo feci le valigie, avendo cura di lasciare tutti i costosi regali che Enrico mi aveva fatto ed uscì dalla vita del Professor De Donato. Per sempre. O almeno, così credevo finchè questa eredità non è arrivata a ricordarmi il passato, a sconvolgere la vita inquadrata che ero riuscita a costruirmi in questi anni: un compagno che addirittura voleva sposarmi, un lavoro abbastanza gratificante e il progetto di un figlio. Sì, finalmente un figlio, quello che Enrico non aveva mai voluto avere e che ora aspetto: sono incinta di 3 mesi e sarà un maschio.

Non avevo più pensato a Luca in tutti questi anni. Quando avevo letto la notizia della morte di Enrico, in casa, da solo, avevo inconsciamente creduto che Luca fosse ripartito per il suo vagabondaggio per le strade d’Europa. E invece lui era qui.

‘Come sarebbe a dire che te lo ha chiesto Enrico?’

‘E’ tutto qui in questa lettera. Dopo che te ne sei andata, Enrico era veramente a terra. Sono rimasto stupito dal fatto che tu non gli abbia detto nulla. Avresti potuto raggiungere il tuo scopo. Io sarei andato via e tu potevi continuare a stare con lui ed avere tutto. Ho capito solo allora il mio errore. Avevo sbagliato a giudicarti. Chiamalo rimorso, non so, so solo che decisi di partire. Enrico mi fece però promettere di lasciargli un mio recapito, non voleva perdermi di nuovo. Così lo accontentai. Lo chiamai al mio arrivo a Parigi e gli diedi l’indirizzo della mia amica Chantal, dove ogni tanto mi recavo a soggiornare. In questo modo avrebbe sempre potuto farmi avere dei messaggi. E un anno fa ricevetti questa lettera’

Luca si fruga nella tasca del vecchio eskimo che gli ho sempre visto addosso, tasche piene di gessetti e stracci, e mi porge una busta un po’ macchiata di colore e stropicciata. La calligrafia sull’indirizzo è di Enrico.

‘L’ha mandata a me, ma in realtà è per te. Troverai le risposte che hai sempre cercato. Conoscerai il vero Enrico. Ora scendo in portineria. Se hai bisogno di me, sono giù’.

Il rumore della pesante porta che si chiude mi scuote dal torpore. La busta tra le mie mani è aperta. Vorrei leggerla tutto di un fiato ma ho paura. Cosa voleva dire Luca con quella frase ‘conoscerai il vero Enrico’? Le mani mi tremano e la mente è affollata da miriadi di pensieri. La voce di Tommasina mi prende alla sprovvista. Mi ero dimenticata di lei. ‘Signora… sta bene? È pallida. Venga a sedersi. Le preparo qualcosa di caldo? Un thè o un caffè?’ ‘sì, Tommasina… grazie, un caffè’.

Chi eri Enrico? Possibile che io non ti abbia mai conosciuto veramente? Chi ho amato alla follia, chi era l’uomo da cui volevo un figlio? Troppi interrogativi. Devo sapere. Mentre Tommasina posa sul tavolino del salotto il vassoio con il caffè, apro la lettera.

‘Fratello come stai? Sono le tre del mattino e sono due giorni che non riesco a dormire. Continuo a vedere il volto di Manuela e vorrei stringerla tra le braccia. Ieri sono stato dal medico e le notizie non sono buone. Non so quanto tempo mi rimane prima che il mio cuore ceda. Ma so cosa vorrei fare: rivedere Ela, dirle quanto l’ho amata ed essere finalmente sincero con lei.’

Le lacrime mi impediscono di continuare a leggere e una domanda mi sale alle labbra: perché Enrico? Perché non lo hai mai detto prima? Perché non mi hai fermata quel giorno? Lo squillo del telefono risuona come una sirena nella casa vuota.

‘Signora Danzuso? Sono il Notaio Franchini. Spero che lei ora sia più calma. Ho bisogno di vederla. Ci sono altri documenti da firmare e ho appena ricevuta una lettera del Prof. De Donato per lei.Può venire al mio studio domattina alle 10?’

Scritto da: Signora dei sogni


leggi il capitolo successivo: Il sospetto


Annunci
  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: