IL FATTORE “CA…”

leggi il capitolo precedente: Sotto la polvere




Rimasi  immobile, mentre per la seconda volta, un brivido di paura mi serpeggiava giù per la schiena. Se Tommasina non aveva restituito le chiavi della cappella, aveva sicuramente conservato anche quelle di casa, e poteva quindi andare e venire a suo piacere, almeno durante il periodo di attesa. L’idea mi faceva rabbrividire: impensabile cambiare la serratura, prima di avere la certezza di andare ad abitarci, e poi, anche se lo avessi fatto, durante la mia assenza non ci avrebbe messo molto, la cornacchia, a fare uno stampo e duplicare.

Il buonsenso mi diceva di andarmene, l’istinto di piombare sulle due ed afferrare quel nido d’uccelli sulla testa di Tommasina e strapparlo facendola urlare…

Mi parve di sentire la voce ironica di Enrico…”Manù, non è il luogo adatto!”

Spiritoso, il ragazzo! Nel frattempo le due, avevano chiuso la cappella, e se ne stavano andando, ma l’idea di recarmi dove erano state loro, di calpestare lo stesso suolo, non mi piaceva affatto.

“Paura di prendere la scossa?” – ancora l’ironia di Enrico!

Mi avviai velocemente all’uscita, quel posto cominciava a darmi sui nervi, e sentire la voce di Enrico a pochi metri di distanza dalla sua tomba non era il massimo segno di sanità mentale.

Dopo aver bevuto un caffè nel bar vicino decisi di iniziare a cercare, anche se non sapevo esattamente cosa.

Mi diressi allo studio del notaio Franchini; poteva essere il primo della lista a nascondere qualcosa e vedendo l’espressione allarmata e seccata, quando mi presentai davanti, ne ebbi la certezza.

“Ma signora, – si difese quando gli espressi il mio dubbio, – come può pensare ad una cosa simile? E d’altro canto, anche se avesse ragione, come posso sapere, IO,  se la signora ha consegnato tutto? Sono solo un notaio, io, non un paragnosta!”

E calcò con una tale espressione di disgusto sulla parola paragnosta, da confermare la mia impressione che anche lui avesse qualche parte in quella storia.

“Del resto, – soggiunse – per me la pratica è chiusa, quindi tutto è già passato all’archivio.”

In parole povere, mi stava dicendo di non rompergli più le scatole, che lui non poteva permettersi di perdere tempo.

Chiusa un bel niente… mica avevo ancora accettato, e se non lo avessi fatto c’era ancora molto da fare!

Arrossì, quando gli replicai, girandomi verso l’uscita: “ Non mi pare che abbia archiviato un bel niente, , non le ho ancora data una risposta!” E mi tirai dietro la porta con più rumore del necessario, ignorando i suoi… Senta, si fermi!

Mentre tornavo a casa, continuavo a pensare come comportarmi per venire a capo di quella matassa aggrovigliata. Dopo l’inutile visita al notaio, reputavo che non avrei cavato un ragno dal buco, vista la mia scarsa abilità negli interrogatori, la poca pazienza e i miei nervi facili allo scatto.  Dovevo trovare altrove quello che poteva far scattare la molla,  e la soluzione migliore era setacciare la cronaca, così cambiando direzione, mi fiondai in una biblioteca dove chiesi di visionare i giornali locali degli ultimi cinque anni.

Mi portarono un quantitativo enorme di materiale e iniziai pazientemente a sfogliare, per trovare … quello che neppure io sapevo.

Passarono le ore, cominciavo ad avvertire  un certo languorino, e ad essere delusa: niente di nuovo, le solite notizie, anche se molte erano per me delle  novità, notizie che mi erano sfuggite, ma del resto non è che io avessi vissuto quegli ultimi anni attaccata al gossip per sapere di lui.

Ero molto più impegnata a leccarmi le ferite.

Riportai il materiale, ripromettendomi di tornare l’indomani per controllare gli ultimi due anni che ancora non avevo visto, ed uscii.

E perché non passare al “Il Bolognese”? Mal che andasse potevo sempre gustare una bella cenetta… e il languorino era diventato fame, fame alla conte Ugolino. Ma non era decisamente la mia giornata fortunata, non erano di servizio né Fernando, né Stefano. Scrutavo gli altri camerieri e mi chiedevo che faccia avrebbero fatto se si fossero sentiti chiedere : “Scusi, ha conosciuto il mio vecchio amante, il fu Enrico De Donato” ?

Ecco, mi era passata la fame, piluccavo, bevicchiavo e non vedevo l’ora di tornarmene a casa. Mi dava fastidio soprattutto lo sguardo del signore anziano, seduto  al tavolo di fronte, che scivolava dal mio viso al quadro appeso alla parete sopra la mia testa, ogni volta che io alzavo gli occhi per guardare dalla sua parte.  Fui lì lì parecchie volte per chiedergli se per caso avessi un ragno sul naso, ma mi rendevo conto che il mio veleno era totalmente ingiustificato… Onde evitare situazioni poco simpatiche, non terminai neppure il dessert, pagai il conto ed uscii…

Dormii male, molto male, rivedevo le due donne al cimitero, le foto di Enrico sui giornali, fra belle donne, nelle sale di conferenza, nei congressi, sui campi da golf.. (ma da quando aveva iniziato a giocare?), e ripetevo fra me la sua frase sibillina.. quel “ca…” mi faceva uscir pazza. Che voleva dire? Perché si era interrotto? Chi lo aveva disturbato? Per riporre il foglio nello scrigno doveva essere vispo ed arzillo.. Oppure qualcun altro conosceva il nascondiglio? Chi? E eventualmente costituiva un pericolo?

Se mi appisolavo, vedevo Tommasina scivolare furtiva nella casa con un pugnale in mano.. (esagerata, perché addirittura non con un bazooka!) e l’altra, la vedova scaltra, frugare fra i libri squarciandone le copertine …

“Potresti scrivere dei gialli, Manù” mi sussurrava all’ orecchio la voce di Enrico… “chi ti ha detto che è una vedova”?

Possibile che anche da defunto riuscisse a farmi sentire ridicola?

Finalmente fu giorno, e mi ributtai nella mischia…

E stavolta fui più fortunata…

Una rivista riportava a caratteri cubitali questo titolo: “IL MONDO SCIENTIFICO SALUTA LA RIVOLUZIONARIA SCOPERTA DEL PROFESSOR ENRICO DE DONATO CHE CAMBIERÀ LA FISICA !!!

L’articolo spiegava come il professore, sparito dalla scena mondana da quasi un anno, e rifugiatosi in quella sua piccola proprietà sul lago di Bracciano, avesse portato a termine la sua ricerca..

Non avevo mai sentito parlare di questa sua proprietà, eppure avrei dovuto venirne a conoscenza, anche in funzione del mio lavoro. E che fine aveva fatto? Perché non rientrava nella mia eredità? Vuoi vedere che questo era il fattore “CA…”  da cui partire?

Mi sembrava di essere salita su un razzo ultrasonico…avevo una fretta inconciliabile con l’attesa.

Riconsegnai al bibliotecario il malloppo, confermandogli che avevo trovato quanto cercavo e partii sempre sul razzo verso il catasto.

Se Enrico aveva venduto o regalato la sua proprietà, là doveva essere possibile sapere chi fosse il nuovo proprietario…

“Sempre che l’impiegato sia stato solerte nella registrazione” sussurrò ancora quel burlone di Enrico!

“Friggiti!” gli risposi idealmente. Ed entrai negli uffici del catasto, con un’ansia che mi stringeva la gola come una cravatta.

Mi fecero passare per varii uffici, ma finalmente trovai il “solerte impiegato” che mi mise al corrente degli ultimi sviluppi: il passaggio di proprietà era avvenuto due anni prima, e gentilmente, non prima di aver intascato una lauta mancia,  mi scrisse su un foglietto il nome del proprietario dell’immobile.

Quando lo lessi, poco mancò che mi venisse un colpo apoplettico….

 



Scritto da: Melysenda


leggi il capitolo successivo:  Fatti il segno della croce


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