Il diario di Enrico

leggi il capitolo precedente: Giulia




Ed eccoci qui in Vicolo della Moretta, io e Giulia.

E’ stato facile, in fondo, decidere di trasferirsi qui. Siamo rimaste a Roma , ma è come se ci fossimo trasferite su un altro pianeta.

Mi affaccio sul terrazzo e mi sembra, forse per la prima volta, di appartenere anch’io a questa città.

Roma è una metropoli che dal punto di vista umano tende sempre ad includere, ad accogliere, ma quanto è invece dura e ostile dal punto di vista architettonico per chi non abbia la fortuna di vivere nel centro storico! Come è difficile sentirsi parte di una delle città più belle del mondo se abiti nel caos sgangherato di un quartiere sciatto e asimmetrico come Primavalle!

Ho finito per provare affetto per quel piccolo appartamento in cui ho vissuto per i primi vent’anni della mia vita con mia madre e nel quale, dopo la parentesi della storia con Enrico, sono tornata a stare con Giulia.

Quelle quattro stanze, diventate nostre dopo anni di sacrifici, hanno visto tutti i momenti più importanti della mia vita e sono il mio rifugio da sempre.

Ma da sempre ho trovato brutto quel quartiere. Mai l’ho sentito parte di me.

Mentre adesso, affacciandomi a questo terrazzo nel cuore della vecchia Roma, pochi minuti dopo l’insediamento in vicolo della Moretta, già sento di appartenere a questo posto e lo sento a mia volta come parte di me.

Giulia è pazza di felicità. Abbiamo fissato la data del trasloco (niente di imponente, di fatto abbiamo portato qui giusto i nostri vestiti e qualche libro) tenendo conto dei suoi impegni universitari, così adesso, almeno per un po’, lei è libera.

Libera e felice. Va da una stanza all’altra dell’appartamento quasi volesse misurarne fino in fondo  vastità ed eleganza.

Si muove nel grande corridoio con quella sua andatura leggermente pencolante in avanti e tutta a scatti alla Groucho Marx e attrae la mia attenzione praticamente su ogni cosa : mobili, soprammobili, quadri, tendaggi.  Non c’è niente che non sia di suo gradimento e che non susciti in lei piccoli ululati di ammirazione.

Se non le volessi così bene, mi darebbe sui nervi.

Intendiamoci, anch’io mi sento elettrizzata  per questo dono inatteso di Enrico, ma ho già abitato in questa casa e ci sono stata felice con una persona che oggi non c’è più.

Ognuna delle cose che fanno sobbalzare di sorpresa e di felicità Giulia, per me è il ricordo di un momento passato insieme alla persona più importante della mia vita.

Per Giulia entrare in questa casa è come entrare in un mondo nuovo, fantastico e tutto da scoprire, per me è tornare dove sono stata felice, non avendo più al mio fianco la persona che mi ha reso tale per la prima e forse unica volta nella mia vita.

E’ difficile non solo descrivere, ma anche comprendere del tutto il disagio che provo nel riprendere contatto con questa casa.

Già da un pezzo l’aver rinunciato a quella felicità, all’improvviso ed in modo  davvero inatteso, aveva smesso di costituire per me un cruccio giornaliero.

Ma per quanto tempo, svegliandomi al mattino, il primo pensiero è stato per lui, quante volte mi è mancata la voglia di vivere al pensiero di poter essere stata sostituita!

Ci ho messo un bel po’ a venirne fuori, ma alla fine ce l’ho fatta. Quella parte di me che non riusciva a pensare di poter vivere senza Enrico, alla fine è stata sopraffatta e messa da parte.

Una volta Enrico mi aveva detto, commentando il passo di una lettera con la quale un famoso scrittore descriveva la perdita della persona amata,: “ Capisci quello che  vuol dire con questa frase? Vuol dire che perdendo la persona che amiamo, perdiamo inevitabilmente una parte di noi stessi. Il rimpianto di quella persona è anche il rimpianto di quella parte di noi che non c’è più e se è andata con lei”.

Ecco, io mi sentivo esattamente così, amputata di una parte di me stessa, ma ormai passata oltre, perfettamente memore dell’incidente, ma illesa, pronta ad una nuova vita.

Il regalo inatteso di questa casa riapre, in un modo che ancora non so né valutare né definire, quella ferita ormai netta e pulita.

Mi costringerà forse a prendere atto di uno sbaglio.

Se Enrico, a cinque anni di distanza dal nostro ultimo burrascoso incontro (era l’estate del  ‘90, ricordo la frenesia per i Mondiali di calcio come lo sfondo del mio dolore) ha sentito il bisogno di lasciarmi un segno così tangibile del suo amore, evidentemente non è vero quello che fino ad oggi ho sempre pensato.

Non è vero che per lui contavo poco o nulla.

La scelta di troncare il rapporto è stata mia.

Improvvisamente, quel giorno di cinque anni fa , nel lasciare, disperata e piangente, questa bellissima casa che oggi ritrovo mia, mi sono sentita piccola piccola di fronte al grand’uomo ed ho trovato intollerabile l’offesa che subivo.

Offensivi mi sembravano non solo i fatti che avevo scoperto e che, con un po’ di perspicacia in più o di ingenuità in meno, avrei forse potuto immaginare, quanto la freddezza ed il sarcasmo con i  quali Enrico quella sera accoglieva i miei rimproveri.

Evidenti segni di scarsa considerazione nei miei confronti.

Se solo avesse mostrato un minimo di  rammarico, se solo avesse mormorato una mezza parola di scusa, non me ne sarei andata.

Se solo fosse stato in grado, in quell’occasione, di recuperare una piccola parte della dolcezza con la quale mi aveva conquistato, avrei pensato: ha sbagliato, ma resto importante per lui, non vuole perdermi, sono una parte importante della sua vita.

Ma non c’era nulla che mi consentisse di supporre una cosa del genere nei suoi comportamenti di quella sera: stai al posto tuo, piccola, ricordati chi sono io e chi sei tu e renditi conto che non hai diritto di chiedermi spiegazioni, questo era il sottinteso che percepivo nella secchezza e nell’insofferenza delle sue risposte.

Il pensiero che mi suggerisce ora, imperiosamente, a cinque anni di distanza,  questo dono inatteso, è il pensiero di aver sbagliato tutto.  Sicuramente contavo per lui e questa eredità è stato il suo modo per farmelo capire, il suo ultimo dolce rimprovero. Oppure l’estremo tentativo di farmi le sue scuse.

Quelle scuse che ho atteso inutilmente quella sera e nei giorni e nelle settimane successive e che ero prontissima ad accogliere.

“Manuela , guarda cosa ho trovato!”

Giulia interrompe il filo dei miei pensieri. Entra nell’immensa cucina in cui sto preparandomi il secondo caffè del mattino, sventolando sotto i miei occhi un’agenda rilegata in pelle. Sulla copertina campeggia il logo della banca della quale si serviva Enrico.

La apro, immaginando di trovarmi davanti all’ ennesimo quaderno di appunti di cui sono pieni i cassetti dello studio .

Con sorpresa mi accorgo, invece, che si tratta di un diario. Torno al frontespizio dell’agenda e ci trovo la data  dell’anno in cui ho conosciuto Enrico.

Esattamente quindici anni fa: 1980.

Con il cuore che batte all’impazzata, Vado alla data del 17 di aprile, quella del nostro primo incontro nella sua vecchia casa di Monteverde e leggo;

“Strana la ragazza che ho conosciuto oggi. Ha una sua grazia morbida, si muove con leggerezza, come se danzasse. Non riesco a smettere di guardarle le mani, mentre detto. Mani grandi, dalle dita lunghe a asciutte, si muovono veloci sul blocnotes, graffiano la carta con forza e precisione, come se avesse in mano un bisturi. Non mi guarda mentre detto, nemmeno quando mi fermo per diversi secondi, in attesa di trovare la parola giusta per continuare. Vorrei che lo facesse, mi piacerebbe incontrare quei suoi occhi limpidi. Vorrei che mi sorridesse ancora una volta in quel modo  fresco e accattivante.  Smetto di dettare e le chiedo della sua vita. Risponde con semplicità, come se fossi un suo coetaneo. Tranquilla, spigliata, come se ci conoscessimo da sempre. Mi piacerebbe chiederle se ha un fidanzato, ma non oso farlo. Non so per quale motivo questa ragazza mi incuriosisce e mi attrae. Vorrei conquistarmi la sua complicità, essere subito il suo confidente, annullare in fretta la distanza che c’è tra noi. Sono impaziente di rivederla”.

Chiudo l’agenda, traumatizzata da quello che ho scoperto. Quel giorno, mentre io tenevo a bada la mia insicurezza ed il mio senso d’inferiorità di fronte ad un così cospicuo personaggio, nascondendo la mia trepidazione interiore dietro un maschera di indifferenza, Enrico era già preso in qualche modo di me, desiderava “annullare in fretta” le distanze.

Incredibile. Rivedo me stessa nel momento in cui uscivo da quel nostro primo incontro. Rivedo mia madre  che mi corre dietro, giustificandosi con la necessità di fare la spesa per il professore, in realtà ansiosa di conoscere l’esito del mio primo impatto con il nostro ormai comune datore di lavoro.

“Che impressione ti ha fatto?” mi sibila già nel pianerottolo, mentre io arrossisco all’idea che il Professore possa sentirci, anche se, a mia volta muoio dalla voglia di commentare l’accaduto.

“Un uomo gentilissimo” riesco a dire una volta dentro l’ascensore, un cigolante arnese in stile liberty, nel quale ci stipiamo subito dopo.

“Ma che vi siete detti?” incalza lei , che ha passato un bel po’ di tempo a passare lo straccio nel corridoio adiacente allo studio di Enrico con l’evidente intento di captare qualche brandello di conversazione.

“Ma, niente, mamma, le solite cose che si chiedono in questi casi.. Che scuole ho fatto, se ho lavorato, quanto sono veloce come dattilografa e stenografa”.

“E poi?” insiste.

“E poi, e poi, mamma sono stata lì un’oretta, mi ha dettato un pezzo che deve consegnare ad una rivista la prossima settimana, poi si è stufato, mi ha detto che riprendiamo domani e mi ha chiesto cosa mi piacerebbe fare nella vita”

“Pensa un po’, lui così riservato, così indifferente. Manco mi dà la lista della spesa, faccia lei signora, mi dice sempre. Si vede che hai fatto colpo.”

“ Cosa dici,, mamma? Stai scherzando.. erano discorsi così, tanto per rompere il ghiaccio..”

“ E tu che gli hai detto?”

“ Che mi piacerebbe un giorno o l’altro continuare gli studi”

“ Ma va? Manco a me l’hai detta ‘sta cosa..” risponde, quasi offesa.

“ Mamma, volevi che gli facessi credere che mi beo della mia ignoranza? Gliel’ho detto per far bella figura, non lo capisci?”

“ Ah sì?” replica tra il dubbioso e il rassicurato.

Ecco cosa ricordo io del 17 aprile 1980.

Com’e diversa la mia vita  e quella delle persone che mi stanno accanto a 15 anni di distanza .

Avevo 19 allora e mi affacciavo alla vita,  Enrico ne aveva 50 ed aveva già scritto le sue opere più acclamate, Giulia,  appena arrivata con suo padre a casa nostra, ne aveva 7 e giocava ancora con le bambole, la mattina in cui ero uscita di casa per andare a conoscere Enrico assisteva incuriosita alle discussioni tra me e mia madre sul vestito da mettere per l’occasione

Riprendo in mano l’agenda per leggere il seguito. Mi sembra di violare l’intimità di Enrico. Spesso i pensieri nascosti concepiti all’inizio della loro storia sono ricorrente argomento di discussione tra due innamorati. Infatti io, in più occasioni, avevo provato un grandissimo piacere nel raccontare ad Enrico quello che avevo provato quel giorno: la mia trepidazione, il mio sforzo per risultare tranquilla, il mio desiderio di esibire naturalezza nonostante l’emozione.

Enrico, invece si era limitato  a dirmi che il nostro primo incontro aveva creato in lui la curiosità di conoscermi meglio. Neanche una parola sul quel desiderio immediato di “annullare le distanze”, di “conquistare la mia complicità”.

Sono le parole di chi è stato vittima di un colpo di fulmine, non posso fare a meno di pensare. Niente di simile era accaduto a me, che ero rimasta sicuramente impressionata da Enrico, ma, forse anche per l’enorme differenza d’età , non coltivavo certo sogni romantici uscendo quel giorno  dalla sua casa.

Chissà quali altre sorprendenti novità mi riserva la lettura di questo diario.

E’ giusto che continui a leggerlo?

Probabilmente no .

Vorrei avere la forza di bruciarlo, ma sento già che non ce la farò.


 



Scritto da: Filippo



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