Una stagione di sorprese

[leggi il capitolo precedente: Tommasina]


 

 

“Erasmus lascia in pace il signore! Eras…”

Avevo sollevato il viso per scusarmi dell’ invadenza di Erasmus , le parole mi si erano spezzate in gola, il cuore aveva perso un battito, ero come risucchiata in un vortice. Stavo perdendo il controllo.

Nebbia.

“Signorina, hey signorina.”

Una voce stava tentando  di attraversare la nube che mi impediva di vedere o di sentire alcunché.

“Certo che negli anni ho provocato diverse reazioni da parte delle donne. Qualcuna avrebbe voluto strozzarmi con piacere, altre cancellarmi dalla faccia della terra, molte volte ho suscitato passione, ultimamente fastidio, ma nessuna mi era ancora svenuta tra le braccia.”

Ecco ora riuscivo a vederlo. Quell’ uomo stava accarezzando i miei capelli con una dolcezza infinita e il sorriso sulle labbra. Come poteva essere?

“Enrico”- riuscii a pronunciare.

“Enrico…”- il sorriso era sparito dal suo volto lasciando il posto ad una piega amara,  sprezzante.

“Mi spiace deluderla signorina ma non sono Enrico e certo non potrei esserlo. Suppongo lei si riferisca ad Enrico De Donato giusto?”

 “Ma allora ?”- chiesi stupita.

“ Enrico era…mio fratello.”

Come era possibile?  Enrico mai aveva accennato ad un fratello e mai avrei immaginato ne avesse uno.

Quante cose ancora dovevo scoprire? Più ci pensavo e più mi rendevo conto quanto poco sapevo in realtà del mio ex . Cosa si nascondeva dietro quello sguardo gelido che  tanto somigliava a quello di Enrico. E pure, quanto era sembrato dolce e delicato mentre cercava di farmi rinvenire dallo choc. Un sorriso aperto. Pulito come mai  era stato il sorriso di Enrico.

Uno straccione.

Non era possibile  che due fratelli avessero due vite tanto diverse.

Un’ infinità di interrogativi si affacciavano alla mente. Perché Enrico non  aveva mai parlato di suo fratello? E perché mai un uomo dall’ aspetto giovane e sano si nascondeva dietro la folta barba e il fare trasandato, e soprattutto perché quell’uomo viveva come uno straccione?

“Ti sta uscendo il fumo dalle orecchie sai?”    con un dito mi sollevò il mento e disse ancora – “Posso immaginare il tuo turbamento. La strada è un ottima maestra in questi casi,  aiuta a crescere, a vedere ad occhi chiusi, a  capire di chi ti puoi fidare, a leggere nella mente altrui, anche se nel tuo caso non ci vuole poi molto ad intuire ciò che ti stai chiedendo. Praticamente è quello che si chiedono tutti. Come sono finito straccione?”

“Sicuramente una domanda banale lo so, forse differentemente dalle altre persone non riesco proprio a trovare  una risposta in quanto so bene che come fratello di Enrico non puoi essere nato sulla strada ma ci devi essere arrivato per scelta.”

“Ragazza, non so come, ma hai un ascendente positivo che porta a fidarsi. Forse è davvero giunto il momento che io liberi la mente dai fantasmi del passato e chissà?

 Mi farà bene chiacchierarmela un po’ con te”.

Si guardò intorno come per cercare una scappatoia, per tentare una scusa e tornare sui suoi passi, lo vidi concentrarsi poi su Erasmus, iniziò ad accarezzare dolcemente il cane che a sua volta scodinzolava felice. Poi dischiuse le labbra ed incominciò.

“ Erasmus,. Era un cucciolino quando lo regalai a Tanja.  Allora non aveva ancora un nome, indecisa Tanja  temporeggiava e quindi lo chiamavamo semplicemente <cucciolino>, certo è che non poteva essere un nome definitivo vista la razza.

Ero direttore del  giornale in cui avevo lavorato per un paio d’ anni. La mia scalata al successo era avvenuta  velocemente, giovane e piuttosto scaltro, le idee non mi mancavano e ben presto divenni bravo a tal punto che mi diedero carta bianca in ogni eventuale decisione o cambiamento innovativo e non.

Ho vaghi ricordi del giorno in cui  dovetti procedere ai colloqui per individuare una nuova segretaria fino al momento in cui la porta si aprì ed entrò Tanja.

Ricordo esattamente il momento in cui sentii la sua voce sussurrare < Buongiorno> .

Le donne non erano mai state un problema per me anzi, al contrario il problema era doverle “scaricare” quando si avvicinavano troppo al punto x, ovvero quando iniziavano a parlare casualmente e troppo spesso di bambini o matrimonio.

Ad ogni modo non appena Tanja varcò quella soglia fui letteralmente soggiogato dal suo fascino. Indossava un paio di jeans montecarlo neri che lasciavano intravedere la caviglia sottile, le scarpe chanel con tacco medio la facevano arrivare quasi alla mia altezza ed infine una maglietta nera a maniche corte con alcuni strass a formare un piccolo cuore.

I capelli color miele erano lisci e lucidi la lunga frangia precipitava su due magnifici occhi  verde chiaro, schizzati da pagliuzze dorate. Era bella e consapevole di esserlo .

Forse avrei dovuto liquidarla subito ed invece per assurdo mi trovai a fantasticare: “Vorrei vederla madre dei miei figli” era tutto quello che il mio cervello riuscì ad elaborare in quel  momento.

“Un pazzo” pensai un secondo dopo averla assunta, ma ormai nulla avrebbe  potuto distogliermi da quella follia.

Così incominciò un periodo di intenso lavoro ma anche di tattiche seduttive. Le avevo detto che in ufficio ci davamo tutti del Tu e se voleva poteva farlo anche lei, in realtà volevo solo accorciare le distanze.

Quando la sera finivamo tardi la invitavo a cena in posticini apparentemente innocui, dove non potesse pensare che avessi mire diverse se non nutrirla. Poi la accompagnavo a casa e le posavo un bacio leggero sulla fronte.

Dio com’ero stupido!

Tanja sicuramente aveva capito da un pezzo le mie intenzioni e fingeva di stare al gioco.

Una sera mentre la  riaccompagnavo a casa a piedi mi prese la mano e la strinse forte, mi fermai di colpo, la guardai negli occhi   “Tanja”  riuscii a sussurrare prima di stringerla in un bacio appassionato.  Il suo corpo era incollato al mio e dovetti fare forza su me stesso quando sentii le sue unghie indagare la mia schiena.

Non volevo rovinare tutto, la abbracciai e mi liberai della stretta. Senza parole terminammo il percorso fino a casa.

L’indomani ero un’ altro uomo.  Tanja era visibilmente felice sembrava una gattina arruffata, chissà magari aveva fantasticato tutta la notte sul nostro rapporto.

Le avevo lasciato una scatolina sulla scrivania, un paio di orecchini in oro bianco con due piccoli pendenti e un brillantino sui lobi.

Le dissi che erano di bigiotteria. Alta bigiotteria comunque.

Ogni giorno le facevo un regalo. Che fosse un profumo, un braccialetto, un semplice swatch, insomma ogni piccola diavoleria che potesse piacere alle donne, l’ importante che tutto ciò che indossava gliel’avessi regalato io.

Stavo diventando possessivo e non volevo se ne rendesse conto. Sapevo che Tanja era una donna difficile, forse temevo che un giorno potesse stancarsi e quindi cercavo ogni escamotage per legarla sempre  più a me.

Una mattina le dissi che dovevamo andare a fare un sopralluogo in una palazzina poco distante.

In ascensore già la stavo baciando e quando arrivammo all’ ultimo piano estrassi un mazzo di chiavi dalla tasca aprii la porta e le chiusi gli occhi con le mani.

Quando li riaprì eravamo in un salone immenso. Un bellissimo camino troneggiava al centro della parete più lunga, davanti una vecchia poltrona lasciata lì per caso, alle spalle una  vetrata che si affacciava sul più bello spettacolo che Roma potesse offrire.

Le porsi il mazzo di chiavi e  sussurrai: “divertiti a ridisegnare la nostra casa”.

Lei mi strinse forte e nascose il viso sul mio petto.

Tutto precipitò in un istante. I miei buoni propositi si sciolsero come neve al sole quando lei mi porse le labbra ed io non capii più nulla.

Mi sentivo al settimo cielo, Tanja era tra le mie braccia nella casa che avrebbe raccontato il nostro amore e mentre la passione era in simbiosi con i nostri corpi aprii  gli occhi per condividere quel momento incredibile. Anche Tanja aveva gli occhi socchiusi ma non vedevo il suo sguardo, non riuscivo a raggiungerla, un brivido mi scosse un istante e  poi richiusi gli occhi ricacciando infastidito quel pensiero.

L’indomani andai in un negozio di animali e le comperai  un cucciolo.

Sì questo bellissimo esemplare di doberman che stiamo accarezzando.

Tanja quando lo vide saltellò tutta felice, non aveva mai avuto un esserino da accudire, tutto per se.

Tra un po’ ci avrai entrambi Tanja e tutto sarà perfetto. E poi visto che devi stare tutta sola in quella casa  fino a che non sarà pronta mi sento più tranquillo  saperti in compagnia!

 La amavo troppo ecco il problema.  La amavo a tal punto che ero convinto che il mio amore potesse bastare per entrambi.

Ma cosa andavo a pensare poi? Tanja era mia, eravamo insieme, stava ristrutturando la nostra casa e presto avremmo condiviso ogni cosa.

Con quei buoni propositi entrai in gioielleria e feci il grande passo, un anello di fidanzamento in piena regola, in oro bianco incastonato di brillanti. Perché non ci avevo pensato prima poi?!

Stava arrivando Novembre e faceva freddo, avevo già ordinato molta legna , per Natale avremmo addobbato  il camino e tutto il resto poteva aspettare!

Decisi di farle una sorpresa e durante il pranzo le dissi che avevo un impegno e ci saremmo visti  per cena al Bolognese.

Invece la raggiunsi all’ appartamento.

Pareva che l’ ascensore non arrivasse mai, mi sentivo come un ragazzino al primo appuntamento e non appena si fermò al piano scesi di corsa, appoggiai la mano sulla maniglia, la porta era aperta. Entrai a passi leggeri e raggiunsi il salone.

Vedevo Cucciolino attraverso la vetrata che giocava tranquillo in terrazzo  con una pallina.

Il fuoco acceso nel camino  e…poco più in là,  avvinghiati sul tappeto, mio fratello Enrico e Tanja in una scatenata  danza di passione, quella passione che inutilmente avevo cercato nei suoi occhi. 

Vidi il fuoco del camino riflesso negli occhi di Tanja un attimo prima che lasciassero posto allo  stupore.

Feci appena in tempo a vedere anche l’ espressione di Enrico prima di girare su me stesso e scappare via.

Non ritornai mai più in quella casa, così come non rientrai più al giornale ne tornai nella mia vecchia casa, lanciai il cellulare nel lungotevere e mi rinchiusi in una pensione senza uscire per giorni e giorni.

Alla fine quando  incominciai a non sopportare più la notte in quella topaia  divenni uno dei tanti della gente nella notte, dei barboni sulle panchine, dei disgraziati di questa città che sopravvivono nonostante tutto. Un disperato.

A poco a poco mi sentii adottato da questa gente, non dovevo loro spiegazioni e nessuno mi chiedeva nulla, la strada era la mia dimora e gli straccioni la mia famiglia.

Ogni tanto mi rinchiudevo ancora in quella  pensione, bevevo fino a sfinirmi e dopo essermi ripulito un momentino tornavo sulla strada.

Non riuscivo a rimuovere quel ricordo dalla mente, non immagini quanto sia pazzesco assistere ad un tradimento piuttosto che intuirlo o che sia riferito da altri.. Quando mi venivano quelle crisi neppure gli amici della strada potevano nulla.

Inizio a capire quelle persone che in un momento del genere possano fare un atto di pazzia,  li avrei ammazzati con le mie stesse mani…

Rabbrividii…e lui tornò al presente.

“ Ti ho sfinita vero? Sono un fenomeno io!” – potevo intuire la sottigliezza e l’ironia dell’allusione ma finsi di non accorgermene.

Si costrinse a sorridere per sciogliere la tensione che si era creata ma sentivo chiaramente che era stravolto, quindi buttai lì la prima frase che mi venne in mente:

“ Caspita… – sospirai –  sarebbe anche ora che ci presentassimo. Io mi chiamo Manuela Danzuso”.

“Io Diego. Punto Fine”.

Ancora una volta mi lesse nella mente e io  nella sua…

 

 

 



Scritto da: Martina


leggi il capitolo successivo: Parole come pietre


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