Sotto la polvere

[leggi il capitolo precedente: Flash-back]


 

Erano trascorsi quattro anni dalla rottura di ogni contatto con Enrico. Era morto a cinquant’anni. Arresto cardiaco, narravano le cronache; troppo giovane e troppo strano per uno come lui, così attento alla salute. Qualcosa non quadrava e perché aveva lasciato la sua eredità proprio a me, soprattutto quella casa.

Decisi che non potevo lasciar perdere così, che non potevo non raccogliere il messaggio in bottiglia  che mi aveva lanciato Enrico; pensai che una spiegazione doveva pur esserci al fatto che, in qualche modo, quella porta che io avevo sbattuto con tanta veemenza lui l’aveva riaperta a distanza di anni, anche se era solo un minimo spiraglio io dovevo farmi piccola piccola e dovevo rientrarvi. Non era la ragione ad impormelo, era l’istinto, un richiamo ancestrale e misterioso che era stato il collante del nostro rapporto; così diversi eppure così uniti, finché era durata.

 

L’indomani mattina tornai al Vicolo della Moretta con la Mery, decisa a cercare i perché e a capire i come mai. Una linfa nuova mi infondeva coraggio che, in certi momenti, dubitavo fosse incoscienza, quella che mi incitava a conoscere Enrico da morto più di quanto non avessi tentato di farlo da vivo.

E mentre Mery già si prodigava nel rianimare quella casa moribonda eppure così vogliosa di non essere stritolata fra le braccia dell’oblio, io mi decisi a liquidare la pratica Tommasina. La chiamai e le diedi appuntamento per il pomeriggio stesso. Il nostro colloquio fu serrato e sbrigativo anche perché quando decidevo di fare la stronza mi veniva talmente bene che non avevo bisogno di imparare la parte a memoria.

Squillò il campanello alle 15.00 in punto, l’ora dell’appuntamento. Dopo i soliti convenevoli l’affrontai di getto.

“Tommasina mi ascolti, lei può essere anche la colf più brava del mondo ma io non so che farmene di lei…”

“Ma Signora io ho servito il professore per tanto tempo, so tutto delle sue cose, potrei tornarle utile…”

“Ecco è proprio questo che intuisco, sospetto che lei sia una ficcanaso e che abbia ben altri scopi per restare attaccata a questa casa, come una cozza allo scoglio…”

“Ma lei è offensiva Signora e così infanga il buon nome di Enrico…”

“Cos’è tutta questa confidenza? Continui a chiamarlo professore, come dovrebbe aver sempre fatto, spero…”

A queste parole Tommasina rigirò i tacchi e se ne andò mugugnando frasi incomprensibili non senza avermi prima mostrato una faccia terrea, piena di livore che, nella sua corporatura minuta, assumeva toni ancor più inquietanti.

Ecco la pratica Tommasina era liquidata! Pensai fra me e me anche se, lo ammetto, quella donna così torva, piccola di statura, con un’anacronistica crocchia in testa, tutta vestita di nero, un qualche brivido lungo la schiena me lo aveva procurato.

 

Non fu facile riprendersi, mi ci volle un cognacchino ed una sigaretta per smorzare l’ansia e riportare alla normalità le pulsazioni mentre vedevo sfrecciare la Mery da una stanza all’altra armata di tutto punto: scopa, spazzolone, sgrassatore, pezzetta, un vero incursore dell’igiene, beata lei!

Dopo che mi riebbi sentii forte l’impulso di perlustrare la casa badando a non provocare qualche frontale con la Mery che sembrava una tarantolata delle faccende domestiche.

Le stanze da letto, quella per gli ospiti, l’ingresso, l’ampio soggiorno, i due bagni, la cucina, il locale per la servitù, la terrazza naturalmente, il vero plus di quella casa, passai in rassegna ogni angolo ma fu in un luogo preciso che mi soffermai o meglio, che raggiunsi come in stato di trance, lo studio.

Quattro pareti foderate di libri con in mezzo un sontuoso scrittoio, erano circa seimila quando me ne andai, ora dovevano essere molti di più. Conoscevo bene l’idiosincrasia di Enrico per le diavolerie elettroniche di cui non ne voleva sapere, niente pc né stampanti né scanner che lui aborriva con compiaciuto snobismo. Ignorava quelle “trappole elettroniche” come le chiamava lui, come gli sms o le mail. O meglio, le conosceva ma le irrideva come piccoli, teneri ufetti sbarcati per sbaglio su questo pianeta. Soleva ripetere che l’unica @ che conosceva era la chiocciola, quel simpatico gasteropode terrestre che, se raccolto in quantità sufficiente, spurgato ed irrorato con una salsetta piccante, poteva fare felici anche i palati più raffinati. Poi quando attaccava i blog era uno spasso, altro che diari liberi, diceva, una volta che milioni di sonnambuli vi si sarebbero incollati sopra, come insetti alla carta moschicida, ci avrebbero pensato i pubblicitari a trasformarli in macchinette mangiasoldi.  Che mattacchione era il mio Enrico!

Ebbene, fu nello studio che mi sovvenne che, io ed Enrico, avevamo, nella grande biblioteca, un piccolo angolo ben nascosto, situato nella seconda colonna da destra all’altezza del quarto ripiano; lo scrigno lo chiamavamo. Là dentro depositavamo i pensieri non detti, i segreti inconfessabili, i desideri muti e l’uno all’insaputa dell’altro curiosavamo, di tanto in tanto, nello scrigno e così conoscevamo i nostri segreti più reconditi senza bisogno di rivestirli di parole stentate. Come quando gli chiesi di voler fare l’amore con lui in forme non convenzionali (arrossisco al solo pensiero!) o come quando lui mi annotò che gli era frullato per la testa il desiderio di suicidarsi. Perché non aver scritto un biglietto anche per la mia richiesta di maternità? Fu un errore, probabilmente.

 

Andai ad aprire affannosamente l’intercapedine dello scrigno, quasi la scardinai, raccolsi con cura quei foglietti tratti da un block notes tascabile, a quadretti, con  le righine rosse e le mezze lune dello strappo, ingialliti dal tempo, roba d’altri tempi, appunto!

Ne riconobbi alcuni, i suoi ed i miei, troppo vividi per essere dimenticati, ma ce ne era uno su carta extrastrong, ripiegato a dovere, a me sconosciuto. Lo aprii, lo lessi d’un fiato.

Cara Manuela, spero tanto che tu ti sia ricordata del nostro scrigno e se è così allora vuol dire che quella porta che mi hai sbattuto in faccia quattro anni fa e che non ha mai smesso di vibrare, tu hai avuto la forza e la volontà di riaprirla a dispetto del mio malanimo. Sì, ho infranto il tuo sogno di maternità non perché non volessi ma perché le circostanze mi ci hanno costretto. Una persona, a tua insaputa, ha stravolto la mia vita, ha fatto sì che entrassi in un meccanismo più grande di me ed ha alterato la mia personalità fino a far emergere il mio doppio di cui io stesso ho paura. Ora non ho tempo per spiegarti meglio, ti scriverò ancora, ma se ripercorri i miei passi ca…”

Il biglietto si interrompeva così, bruscamente, con quel “ca…” che, presumibilmente, doveva corrispondere ad un “capirai.”

Attonita, rimasi sospesa fra il quarto ed il quinto ripiano della libreria, come se stessi scalando una parete di terzo grado, indugiavo fra il vuoto e la vetta, mie proiezioni oniriche che avevano polverizzato la solida consistenza del pavimento e del soffitto.

Come cristallizzata ebbi modo di riflettere che, sotto quella polvere farinosa ed uniforme, come morbida neve, mi accingevo a scoprire un altro Enrico ed avrei voluto avere l’impeto e il soffio della rosa dei venti per spazzare via, in un frangente, il bianco mantello.

 

“Se ripercorri i miei passi ca…” “Capirai”, verosimilmente. Ripartii da lì, dopo aver riavviato, non senza fatica, quel fermo immagine così intenso. Pensai, senza ordine logico, alle persone e alle circostanze che più avevano segnato la vita di Enrico e di cui io avevo memoria.

Il notaio Franchini, prima di tutto, con quel suo fare affabulatorio, sembrava sapere di più di quanto non dicessero le carte, gli occhialetti calati da cui faceva partire sguardi come saette, un vero azzeccagarbugli.

L’ambiente universitario, di cui non sapevo molto. Chi erano i professori, gli assistenti che frequentava? E gli studenti? Aveva tesi in corso, e di che tipo?

Il centro estetico che frequentava con tanto orgoglio, sembrava avergli dato nuova linfa, era sempre radioso quando tornava dalle sedute serali ma non me ne parlava più di tanto anzi, ora che ci penso, sembrava scanzare l’argomento.

La gente del mondo della cultura e della politica che spesso incontrava, vecchie cariatidi, imbalsamate nei loro cliché, ma non prive di sorrisi da squalo e contornate da aure inquietanti, che il mistero promanasse da lì?

Le tappe quasi quotidiane al Ristorante “Il Bolognese” e l’accoglienza familiare del cameriere Fernando e la recente conoscenza fatta da me con l’altro cameriere Stefano di cui, però, non ricordo le gesta, per quanto mi fossi sforzata. Anche un ristorante è un crocicchio di incontri e un covo di chiacchiericci. E dunque…

Quell’umanità varia che brulica a Vicolo della Moretta, tra Campo dé Fiori e Via Giulia, e quella casa comprata da un militante comunista con l’aiutino di alcuni papaveri democristiani. E qui si potrebbero aprire scenari di fantapolitica allo stato puro. Dai Palazzinari a Tangentopoli. Boom, che botto!

Che segnale mi aveva voluto lasciare Enrico con quel suo bigliettino? E quale avvenimento aveva fatto sì che lo troncasse così fulmineamente? Da qualche parte il filo della matassa doveva pur annidarsi ed io dovevo trovarlo, a tutti i costi. Del resto avevo un mese e in un mese ne sarei venuta a capo, ne ero convinta, capirai, caparbia come sono!

Intanto Mery mi si ripresentò davanti tutta inzaccherata come un minatore alla fine del turno e sentenziò soddisfatta “Ecco, io ho finito!”

Le risposi, quasi d’istinto “Ecco, io ho appena cominciato!”

 

Da dove cominciare, ripetei. Convenni, fra me e me, che, intanto, una visitina al cimitero, al Verano, non mi avrebbe fatto male, in processione davanti a quel piccolo mausoleo che era la tomba di famiglia dei De Donato che, tante volte, Enrico mi aveva costretto ad ossequiare. Ne avevo di cose da dirgli, di belle e di brutte, gli sarebbero di certo fischiate le orecchie, pure sfarinate e pure disperse nell’aldilà.

Andai il giorno dopo al Verano, che tristezza! La metropoli delle anime defunte, c’è più traffico di trapassati qui che sul Raccordo Anulare nell’ora di punta, sospirai. E tutte quelle foto, e tutte che ti guardano, ti fissano, sei più osservato qui dentro che a Via del Corso nell’ora dello struscio, rimuginai sorridendo sommessamente.

Ma quest’aria lievemente allegra e svagata che mi aveva pervaso svanì istantaneamente allorquando arrivai nei pressi della tomba di famiglia dei De Donato e scorsi, ben riparata sotto un cipresso generoso di gazzozzole,  due sagome sostare nei pressi della tomba.

 

Erano due donne, vestite di nero. Una più alta e formosa, con un popo’ invidiabile, per quanto anche il mio non fosse da buttar via (come quelli che piacevano ad Enrico, ricordai) era raccolta nell’atto di pregare o forse stava leggendo qualcosa.

L’altra era più piccola e minuta, tutta intenta a rassettare, con una specie di cestino intrecciato sulla capoccia, ma sì, era Tommasina!

Che ci facevano lì quelle due cornacchie sulla preda, in un luogo che non gli competeva?

 

 

Scritto da: Uno dei ragazzi della IIIE


leggi il capitolo successivo: Il rintocco della campana


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