Giulia

[leggi il capitolo precedente: Il Cappellaio Matto]


 

 

Mi riprendo da questi pensieri realizzando che non sono sola in casa, ho appena fatto entrare Tommasina, e intuisco che vorrebbe fossi io a parlare per prima. Ma non riesco a farlo, provo una sorta di imbarazzo; sento l’impulso di voler essere corretta con lei, ma non mi va certo di esordire con “salve, mi trovo in questa casa e improvvisamente ricca perché ero l’ex amante del professore”. Così assumo un atteggiamento un po’ distaccato:

     Spero non essere stata troppo precipitosa nel chiamarla, ma avevo bisogno subito di una mano di aiuto. –

     No, non si preoccupi, non mi ha creato nessun disturbo, anzi!-

(non avevo dubbi sulla sua disponibilità  …).

     A dire la verità, non so ancora se mi fermerò qui definitivamente,  ma vorrei ugualmente che la casa prendesse un po’ d’aria e che fosse pulita e in ordine. –

     Non si preoccupi, farò del mio meglio. Ehmm, signora?-

     Si? –

     La vedo un po’ pallida, è molto stanca, vero?-

Con quelle parole, la mia maschera di durezza e inossidabilità comincia a cedere, come una lastra di ghiaccio che si scioglie. Si, sono stanca, eccome se lo sono. Annuisco, quasi impotente di fare qualsiasi altra azione e di profferire qualsiasi sillaba.

     Aspetti signora, che le faccio un buon caffè. Ha fretta? Spero di no? –

            Veramente…. –

            Coraggio, il caffè sarà pronto fra pochi minuti. –

Si dirige sicura verso la cucina e io la seguo. Adesso è assodato che non sono una donna dalla forte personalità. Alla faccia dell’atteggiamento distaccato. Va bè, ormai che sono in ballo, balliamo.

Mi lascio coccolare dall’aroma del caffè e mentre aspettiamo il bollore della caffettiera, vengo incantata dagli occhi malinconici e sinceri della donna.

Qualche minuto dopo, sorseggiando la bevanda, davvero buona devo sottolineare, vengo a sapere che è stato terribile per lei trovare Enrico riverso a terra, seminudo e freddo, morto.

Ha iniziato a lavorare in quella casa circa tre anni fa. Io ed Enrico non stavamo più insieme.

     Sa signora, ultimamente il professore non stava tanto bene. Faceva parecchie visite, terapie, farmaci. La sera prima di un avvenimento importante si imbottiva di pillole, per risultare radioso e impeccabile come sempre. –

     Che vuol dire di preciso che non stava tanto bene?-

     Che aveva problemi di respirazione, e il cuore. La pressione sempre troppo alta. E poi sparlava nel sonno. Lo ascoltavo quando venivo di pomeriggio e lui, sedato com’era, si addormentava sulla poltrona.-

Mi pare impossibile immaginare Enrico in queste condizioni.

Mi rannicchio sulla sedia e mi appresto ad ascoltare il resto. E’ evidente che Tommasina è ancora turbata da ciò che ha visto e ha vissuto e da qui traspare tutta la sua dedizione per questa casa e per l’uomo che è stato il vortice impetuoso della mia vita. E solo adesso mi rendo conto che nonostante la casa non fosse abitata, aveva lasciato la credenza piena di viveri.

     Il professore era molto solo; in tanti venivano a trovarlo, ma pochi si interessavano a lui veramente. Sono contenta, signora mia, che  ha lasciato a lei questa casa. Lei ha un viso buono e sono sicura che il professore ha fatto la scelta giusta. –

Sorrido inebetita e riconoscente. Guardo l’orologio e mi accorgo che è tardi, adesso. Concordo con Tommasina di vederci il giorno dopo e da domani sarà così almeno per una volta la settimana, per un mese.

Poi chissà.

 

     Allora, sei stata nella casa nuova?- mi accoglie Giulia appena apro la porta dell’appartamento  dove viviamo insieme.

            Signorina, mi sembri un po’ troppo curiosa – dico allusiva, ma la mia voce non può tradire un sorriso. Appendo il soprabito all’attaccapanni come se stessi seguendo un complicato rituale.

     Allora, hai conosciuto la domestica? Dai racconta! –

     No, non intendo farlo! Questa casa è un caos totale, cosa hai fatto tutta la mattina?-

     Ho studiato, ho un esame fra dieci giorni, vorrei ricordarti. E tu mi avevi promesso che mi avresti aiutata…-

     Potresti comunque fare da autodidatta. Come ho fatto io!-

     Anche tu avevi qualcuno che ti aiutava!. – sbotta, alludendo ad Enrico. Ed in parte è vero, visto che grazie a lui, anni prima, avevo preso le decisione di iscrivermi all’università, lettere moderne. Una cosa di cui mia madre, tacitamente, gli fu davvero grata..

     Allora sorellina, mi dici come è andata? –

 

Cedo.

Racconto a Giulia dell’incontro con Tommasina e di ciò che mi ha raccontato.

Mi sta ad ascoltare e ha la stessa espressione incuriosita di quando la conobbi, ancora bambina, anni fa, quando suo padre e mia madre decisero di andare a vivere insieme. Era stato un duro colpo per me, abituata ad assere la cocca di casa, ritrovarmi una ragazzotta pestifera che curiosava tra i miei trucchi e tra i miei vestiti. e nel mio diario. Stranamente però più crescevamo e più andavamo d’accordo, pur con le nostre divergenze caratteriali. Io taciturna, riflessiva e tanto complicata. Lei solare, caotica e allegra. Certe cose non accadono per caso e credo che l’arrivo di Giulia in quell’esatto momento della mia vita, alla fine sia stato una benedizione. La relazione con Enrico era  fin troppo tormentata e altalenante: una volta ero la sua piccolina, l’altra mi metteva in disparte perché “non era il momento”, il mio cuore e la mia mente avevano bisogno di un po’ di stabilità. E forse, col senno di poi, mi accorgo che avevo bisogno di un padre. Con Giulia a casa riuscivo a distrarmi da tutto quello che mi turbava.

Quanto a mia madre, era quasi un anno che era ritornata in Sicilia, con Michele, il padre di Giulia. Infatti il destino aveva fatto in modo non solo di farli incontrare entrambi vedovi, ma entrambi originari della stessa città del Sud. Dopo tanti anni trascorsi a Roma però io non mi sono sentita di seguirla e tanto meno Giulia, che aveva qui gli amici, il fidanzatino e aveva intenzione di frequentare la sua stessa facoltà. Insomma, dall’oggi al domani ci siamo ritrovate a vivere noi due da sole, e ad attraversare anche difficoltà economiche. Il mio stipendio da bibliotecaria è un po’ esiguo, ma cerco di farlo bastare, passandomi qualche lusso ogni tanto, (un paio di scarpe nuove, una cena con i colleghi) integrandolo alle scorte di qualsiasi tipo (coperte, lenzuola, cibo, medicine) che mia madre invia periodicamente, con la speranza di poter migliorare la mia posizione lavorativa grazie alla laurea. 

 

     Giulia, forse c’è qualcosa ancora che devo dirti. – dico quando finisco di raccontarle dell’incontro mattutino.  Il mio tono di voce assume una certa solennità. Lei continua a guardarmi, forse preoccupata.

     Ti ho detto che Enrico mi ha lasciato la casa, ma una cosa non te l’ho detta ancora. La casa sarà mia a patto che la abiti. Quindi, volevo chiederti, che ne pensi di trasferirci lì?-

 

 

 

 



Scritto da: ** Valentina **


leggi il capitolo successivo: Il diario di Enrico


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