Altre due buste gialle

[leggi il capitolo precedente: LA CHIAVE]



In banca non ci sono particolari difficoltà, sono  molto gentili.

C’è solo un’ombra di curiosità nello sguardo del funzionario, come se cercasse di intuire il rapporto che in passato poteva aver legato il professor Donati con la sconosciuta che si materializza all’improvviso per frugare nella sua cassetta di sicurezza.

Mi parla di Enrico ( “gran signore, persona squisita, comunicatore impareggiabile!”) con l’evidente proposito di sollecitare una mia reazione che gli consenta di intuire il mio ruolo nella vita del suo cliente.

Mi limito a condividere il suo entusiasmo per Enrico, con cenni del capo e  monosillabi.

Frustrato nella sua curiosità, passa ad offrirmi i suoi servigi come consulente finanziario. Sa benissimo che sono l’erede di Enrico e la sua fin troppo evidente preoccupazione è che io possa smobilitare il suo pingue conto corrente.

Quando gli dico che la banca in cui sono solita depositare i miei modesti averi coincide con quella  scelta da Enrico (non è un caso, avevo aperto il conto quando stavo con lui e avevo scelto quell’istituto su suo consiglio) si rilassa e finalmente accetta di lasciarmi a tu per tu con la cassetta di sicurezza.

Dentro la quale trovo la grande busta gialla, che adesso si trova qui, sopra lo scrittoio di Enrico.

Non ho ancora trovato il coraggio di aprirla.

Sto ancora pensando alla telefonata di stamattina con Maurizio.

L’ho sentito un po’ dubbioso sulla questione dell’eredità. E’ stato un errore raccontargli la storia della vecchia zia, adesso non so bene come uscirne.

Lui giustamente chiede particolari.

Lo farei anch’io al suo posto.

Non è un uomo avido o interessato, ma il caso vuole che, prima di fare il bancario, abbia fatto, per un paio d’anni, l’agente immobiliare. Quando gli ho detto che l’eredità della “vecchia zia” era un appartamento a due passi da Campo dei Fiori e che per risolvere alcune delle faccende legate all’eredità avevo una mezza idea di stabilirmi lì per un paio di giorni, gli si sono rizzate le antenne.

‘Campo dei Fiori?’  ha detto sorpreso ‘Ma varrà una fortuna! Quanto è grande?’

Per un attimo ho pensato di minimizzare. Le parole ‘ Niente, è un buchetto’ già mi affioravano alla bocca, ma per fortuna mi sono fermata in tempo. Prima o poi dovrò dirgli tutto e raccontargli anche chi è la “vecchia zia” che mi ha lasciato questo appartamento e, da quello che ho capito dal notaio, anche qualcosa come 7 o 8 milioni di euro tra contanti, azioni, buoni del tesoro.

La nostra vita ordinata e tranquilla non cambierà, ne sono certa, solo per il fatto che ho ereditato una piccola fortuna, anzi, anzi vorrei proprio che ne uscisse rafforzata. ( mi viene in mente quella vecchia battuta:  i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria!).

Insomma, prima o poi, questa cosa che mi è capitata tra capo e collo dovrà entrare anche nella vita di Maurizio, è una cosa troppo grossa per potergliela nascondere, meglio cominciare a dissipare un po’ di nebbia.

Così, dopo essermi schiarita un paio di volte la voce, ho bofonchiato confusamente: ‘Sai che non ne ho idea? Forse 160, 170 metri quadri…’ ( è una bugia lo so, l’appartamento ne ha almeno 250, ma quando Maurizio lo vedrà potrò sempre dirgli: mica ho l’occhio clinico come il tuo, ho valutato ad occhio!).

‘ Cosa?’ ha ululato di rimando ‘170 metri quadri in Campo dei Fiori? Ma allora sei diventata ricca!’

A quel punto ha cominciato a farmi tutta una serie di domande: quante camere da letto ci sono, quanti bagni, c’è il terrazzo, quanto è grande, come sono gli arredi, ci sono quadri di valore  e via interrogando. Ho cercato di rispondere continuando, ahimè senza troppa convinzione, a minimizzare. Tecnicamente, nessuna delle cose che ho detto è una bugia. Com’è la cucina? Abitabile, ho risposto, tralasciando il fatto che potrebbe abitarci una famiglia. Quanti sono i bagni? Tre, gli ho detto, ma che in uno ci sia una sauna e adiacente all’altro una piccola palestra lo scoprirà solo il giorno che verrà qui.

Giorno non molto distante perché alla fine, forse un po’insospettito dalla mia mancanza d’entusiasmo, sicuramente incuriosito ( e non solo per i suoi trascorsi  professionali), ha detto: ‘Sai che c’è? Venerdì sera vengo, così vedo la casa e passiamo il week end a Roma’.

‘ Bellissima idea’ gli ho risposto cercando di dare il massimo calore alla mia voce.

Tommasina è andata via. Aveva apparecchiato la tavola nella sala da pranzo. Che assurdità, ho pensato subito, con la cucina che è una piazza d’armi, che bisogno c’era ? Avrei preferito mangiare in cucina anche perché così ne avrei approfittato per farle qualche domanda. Non so neanch’io quali, escludo che Enrico le confidasse qualcosa. Sicuramente avrei provato ad investigare sullo stato di salute del Professore , mi piacerebbe, ad esempio, capire se le risulta che avesse problemi di cuore.(‘E’morto per cause naturali’ ha detto ieri il notaio Franchini.‘Cioè?’‘Non so, infarto, immagino, come hanno scritto anche i giornali’).

Dovrò rimandare a domani l’interrogatorio. Avevo appena finito il caffè, quando Tommasina si è materializzata sulla porta della sala. ‘Se non ha ancora bisogno di me, signora, me ne andrei’.

‘Va bene, ci vediamo domattina’ ho risposto quasi meccanicamente.

Tommasina a quel punto si è data una manata sulla fronte . ‘ Che stupida che sono! Quasi dimenticavo di dirglielo. Mentre lei era fuori ha telefonato una’.

‘Una chi?’ rispondo cercando di non far trasparire l’impazienza.

‘ Ho scritto il nome lì, vicino al telefono’ risponde spostandosi velocemente verso l’apparecchio che sta in ingresso ‘ Ecco qua: Silvia Davanzo’.

‘Cercava me?’

‘ No, veramente, se ne è uscita con tutta una storia di carte che ha lasciato qui…’

‘Carte lasciate qui? Che vuol dire?’ sbotto un po’ agitata.

‘ Ma sì, diceva che faceva la tesi col professore e che ha dimenticato qui degli appunti, che adesso le servono’

‘ E lei cosa le ha risposto?’

‘ Che mo’ la padrona è lei e che richiamasse..ho fatto bene?’

‘ Certo, Tommasina, ha fatto bene. A domani’

‘ A domani, signo’, mi stia bene’

 

E adesso sono qui a tu per tu con quella tremenda busta gialla.

La apro e ne tiro fuori alcuni fogli in formato A4 scritti con il computer uniti tra loro da una graffetta.

Si tratta di lettere. Tre per l’esattezza.

Non c’è data, ma è chiaro l’ordine di invio. Ognuna di esse è sormontata da una scritta in grassetto di enorme formato : Primo Avvertimento, Secondo Avvertimento, Ultimo Avvertimento.

Le prime due iniziano con un formale “Caro Professore

Leggo la prima .

“Caro Professore

                           quando si arriva alla sua età bisognerebbe sapersi accontentare dei piaceri dello spirito.

Un amico.

La seconda è un po’ più lunga:

Caro Professore,

                          forse non mi sono spiegato bene.

Lei è un uomo di mondo, arrivato ad un’età in cui dovrebbe essere impossibile farsi delle illusioni.

Non basta andare in palestra per conservare un fisico giovanile o andare dal chirurgo plastico per farsi stirare le rughe per cancellare il fatto che ormai sono più vicini i settanta che i sessanta.

Lei è un uomo di cultura, è famoso e ammirato per le sue opere, è normale che eserciti un ascendente intellettuale  .

Ma, per l’amor del cielo, come può pensare che ci sia ancora una donna giovane  e bella disposta ad innamorarsi di lei?

Le consiglio di comportarsi da gentiluomo. Non mi costringa a scriverle ancora, comincio a diventare nervoso.

Un amico.

L’ultima lettera mi dà i brividi. L’anonimo tralascia il “professore” e passa al tu.

Lurido maiale,  ti avevo avvertito.

Un ex amico.

E adesso che faccio di queste lettere? Vado alla polizia? Sarebbe la cosa giusta da fare, lo so.

Ma a quel punto non finirei nel tritacarne anch’io? In questo momento pochissimi sanno di me e della mia relazione con Enrico. Figurati se non si avventano su questa storia i rotocalchi, una volta che vengono fuori i sospetti di Enrico e le lettere che ho trovato nel caveau!

A quel punto immagino già le didascalie sulle foto: “Manuela, 40 anni, la vecchia amante del professor Donati’ . Naturalmente poi ci sarà chi vorrà scavare a fondo nella faccenda, ci sarà chi cercherà di insinuare che se ho ricevuto una eredità così grossa, è perché ho continuato a vedermi con Enrico…

Insomma, più ci penso, più mi viene voglia di prendere queste tre lettere, ficcarle di nuovo nella maledetta busta gialla e bruciarle nel lavandino.

D’altronde che mi dici tu, Enrico? Che della giustizia non sai cosa fartene, nel posto in cui ti trovi, che l’unica cosa che ti dispiace è che resti in libertà un assassino. Beh, dispiace anche a me, e moltissimo.

Ma, primo, non è detto che, nonostante quello che mi hai lasciato scritto, tu non sia morto proprio di morte naturale. Secondo, ammesso e non concesso che ti abbiano ammazzato, non è detto  che  becchino l’assassino. Terzo,  è sicuro che se consegno queste lettere la mia vita sarà rivoltata da cima a fondo come un calzino. Quarto, se chi ti ha ucciso, caro Enrico, è un giovanotto geloso, come si potrebbe supporre dalle lettere, un po’ te la sei andata a cercare: sono i rischi che si corrono a fare il Ganimede.

Insomma più ragiono sulla cosa, più si rafforza la mia idea di escludere l’intervento della polizia.

Guardo fuori. La giornata è bellissima. Decido di scendere a godermi il sole.

Campo dei Fiori è il solito posto colorato e stupendo che ricordavo.

Amo i posti incontaminati.

Lo so che praticamente non ce ne sono più. Ma per fortuna esistono dei posti talmente belli che qualcuno pensa bene di vincolarli dal punto di vista urbanistico. Ed ecco il risultato: se vado a ripescare una foto dell’inizio del secolo scorso e la confronto con quella che potrei scattare io adesso, devo quasi aguzzare la vista per vedere le differenze.

Certo, sono cambiate le insegne dei negozi e le fogge dei vestiti che indossano i passanti, ma il resto, quasi per effetto di una magia, è rimasto immutato.

Mi piazzo in un caffè all’aperto nel centro della piazza e  per un’oretta e cerco di leggere i giornali che ho comprato al mattino.

Intorno è tutto un viavai di persone. Il mercato, che ha animato la piazza per tutta la mattina, sta per chiudere i battenti. I venditori si chiamano l’un l’altro, scambiandosi battute e ridendo, mentre ripongono la merce. Alcuni giovani dall’aspetto trasandato vanno su e giù con delle piadine in mano, mentre una ragazza dai capelli biondi li fotografa  con una piccola digitale. L’immancabile gruppo di turisti giapponesi staziona intorno alla statua di Giordano Bruno: ascoltano la guida composti, con le teste che oscillano all’unisono.  Ad un certo punto c’è anche un piccolo parapiglia: un giapponese tarchiato afferra per il polso una piccola zingara, sostenendo di esserne stato derubato. La piccola urla, alza la maglietta per far vedere che non ha il portafogli del giapponese da nessuna parte, i connazionali del derubato si animano all’improvviso, parlando tutti insieme, mentre una distinta signora di mezza età vestita di grigio impartisce con il dito alzato lezioni di educazione civica al giapponese tarchiato che continua ad artigliare il polso della ragazzina, ammonendolo sul fatto che non può farsi giustizia da sé.  Grazie al cielo,  arriva quasi subito una volante.

Poliziotti dall’aria annoiata raccolgono le concitate spiegazioni dei protagonisti della storia per qualche minuto, poi imbarcano nell’auto il giapponese e la ragazzina e ripartono.

Il tutto è durato  pochissimi minuti ( la volante doveva proprio essere dietro l’angolo!)

Inutile dire che non ho letto nulla. Ma non dipende solo dal fatto che la scena cui ho appena assistito mi ha distratta, anche prima che accadesse non facevo altro che leggere e rileggere la stessa riga come una stupida.

Sin da quando mi sono seduta al tavolo del caffè, mi si è affacciata in mente un’idea fissa. Quella di mettere a soqquadro l’appartamento per trovare le carte dimenticate lì da  quella Silvia Davanzo di cui mi ha parlato Tommasina.

Vuoi vedere che è lei l’ultima fiamma di Enrico? Che è lei quella che ha il fidanzato geloso che ha fatto fuori il povero Enrico? ( chissà come avrà fatto, penso tra me e me , visto che tutti pensano sia stato un infarto) .

Rientro in casa con la sensazione di fastidio di chi sa che deve trovare una cosa, ma sa anche che sarà come cercare un ago in un pagliaio.

La casa è tutta un enorme contenitore di carte. Prima di setacciarla a fondo, cosa che potrebbe costarmi giorni e giorni, cerco di riflettere su quello che ricordo delle abitudini di Enrico.

Può darsi che questa Silvia Davanzo abbia dimenticato lì veramente gli appunti della sua tesi, cioè delle carte assolutamente innocenti, che allora potrebbero trovarsi dappertutto, ma è possibile, invece, che sia ansiosa di mettere le mani su documenti che avevano molta importanza anche per Enrico. In questo caso non potrebbero essere nascosti nel doppio fondo segreto di quello scrittoio del settecento di cui Enrico era così fiero?

Ricordo ancora il giorno che lo comprammo. Enrico era piuttosto dubbioso, desiderava uno scrittoio, ma quello che aveva sotto gli occhi, quel giorno, nel mercatino all’aperto di quella bella piazza medioevale, non lo convinceva per niente. Il prezzo era veramente modesto, ma lo scrittoio appariva  malconcio, inevitabile portarlo da un restauratore, con una spesa aggiuntiva sicuramente molto più alta del prezzo d’acquisto.

Quando Enrico stava per andarsene, passando alla bancarella successiva, il venditore gli si era avvicinato, dicendo: ‘ Ho visto che le interessa lo scrittoio. C’è una cosa che voglio farle vedere’

Appoggiò quindi la punta dell’indice su un intarsio del mobile e la parete di fondo dello scrittoio, situata in perpendicolare rispetto al piano di scrittura, girò lentamente su se stessa rivelando un doppio fondo.

Fu sufficiente questo piccolo gioco di prestigio per convincere  Enrico all’acquisto.

Fece restaurare il mobile, lo portò nello studio e mi fece promettere solennemente che avrei tenuto per me il segreto del doppio fondo ( all’inizio credevo che scherzasse, ma alla fine insistette tanto che non ne fui più tanto sicura, era un uomo così bizzarro a volte!).

Punto dritta verso lo scrittoio, ci metto un buon quarto d’ora ad individuare l’intarsio che schiude la copertura del doppio fondo e quando sono sul punto di afferrare un tagliacarte per sfondar in malo modo la paretina di legno, questa si spalanca all’improvviso rivelando l’ennesima busta gialla ( ne doveva aver comprato una bella fornitura! non posso fare a meno di pensare). 

Dalla busta scivolano fuori una ventina di istantanee Polaroid.

Il soggetto è sempre lo stesso: una ragazza bionda sui venticinque anni. Bellissima. Nuda. Fotografata in tutte le pose e in tutti gli angolo della casa  Ce n’è pure una scattata in cucina ( nel regno di Tommasina!)  E’ l’unica foto in cui la ragazza non è nuda, indossa solo un piccolissimo grembiule blu. E’ in piedi accanto ai fornelli, vicino ad una grossa pentola fumante. Guarda in macchina ammiccando mentre assaggia il grado di cottura di uno spaghetto.

E bravo Enrico! Sulla breccia fino all’ultimo, penso tra me e me, senza riuscire a reprimere del tutto un sentimento di dispetto.

Insieme alle foto c’è anche un foglio, scritto a mano, con la calligrafia di Enrico:

Cara Silvia,

                     temo di essere diventato per te poco più che un fantasma del passato. Ciò non di meno ti scrivo, anzi, essendo un fantasma, inopinatamente , come tutti i fantasmi, mi materializzo.

Ho riflettuto a lungo, prima di farlo, combattuto come al solito tra mille scrupoli e incertezze.

Poi ho pensato ad un pomeriggio di sette mesi fa. Eravamo in quel baretto di Trastevere, dove andavamo di tanto in tanto. Doveva essere il mese di maggio.

Ero preso di te, allora, come forse non lo sono stato in nessun  altro momento della nostra storia.

Ti guardavo e mi sentivo un miracolato. Non sta capitando a me, non è possibile, pensavo, che una donna così si sia innamorata di me. Ricordo anche che te lo dissi.

Tutte uguali a se stesse le mie storie prima di te.

Prima di conoscerti, ero convinto che, almeno per me, tutto fosse destinato ad iniziare e a finire allo stesso modo, in amore: prima l’attrazione, le schermaglie e i batticuori, poi la scoperta dei corpi, i racconti del passato e il fare le cose insieme e infine , l’affermarsi inevitabile e penoso delle abitudini, l’insofferenza reciproca e la separazione. Sempre lo stesso copione : scene galanti nel primo atto, erotiche nel secondo, patetiche nel terzo.

Ricordi, Silvia, quello che ti dicevo all’inizio della nostra storia? Ti dicevo che tutti gli esseri umani sono irrimediabilmente noiosi e che la durata di una storia d’amore dipende anche dalla ricchezza del loro repertorio. Anche con te forse il mio repertorio si era ormai logorato , ma la voglia di stare insieme- mi sembra-  era rimasta intatta.

La somiglianza tra i nostri caratteri, gli interessi in comune, il fatto di divertirci e annoiarci per le stesse cose…..Non so quale di queste circostanze ha influito di più o se hanno contribuito un po’ tutte.

Il fatto certo è che la nostra storia si è conclusa, lo so con certezza, non per il logorarsi della nostra attrazione reciproca, ma  per il banale sopraggiungere di un fatto esterno.

Non è grottesco tutto questo?

Non c’è proprio rimedio?Pensaci.

Enrico.

Cosa devo pensare, Enrico? Cosa sarà stato quel “banale sopraggiungere di un fatto esterno” che ha interrotto la storia? Anche la nostra, in fondo, pensarci bene, è una storia che si è conclusa per un banale incidente.. Non sarà un vizio?

E quelle parole così sapienti! Sei sempre stato bravo con le parole, non c’è che dire.

Mi viene voglia di bruciare tutte e tre le buste gialle con il loro contenuto. Che senso ha continuare ad investigare?

Sento forse di doverlo fare per riconoscenza nei confronti di chi mi ha nominato sua erede universale?

Sarebbe giusto, forse, visto che non ho alcuna intenzione di raccogliere l’ultimo appello di Enrico, che io rinunciassi al suo imprevisto regalo?

Ma che senso avrebbe? Per la prima volta in tutta la mia vita la fortuna si “accanisce” contro di me ed io dovrei sputarle in faccia? Meglio cogliere le opportunità di questa storia e scansare le minacce.

In fondo che c’è di male?

Enrico appartiene ormai al mio passato, lasciamolo là, la mia vita è altro, adesso.

Mentre faccio queste riflessioni suona il campanello di casa.

Faccio un salto sulla sedia per la sorpresa, poi vado in ingresso, appoggio l’occhio allo spioncino e vedo, deformato dalla lente, ma perfettamente riconoscibile, il viso di Silvia.

Apro la porta. Toh, è vestita, non posso fare a meno di pensare, con malizia,  squadrandola da capo a piedi.

‘Sono Silvia Davanzo, posso entrare?’ mi dice con la voce carica di concitazione, come se fosse inseguita da qualcuno e avesse l’immediata necessità di trovare un sicuro ricovero.

‘Si accomodi’  replico, con una certa freddezza.

 



Scritto da: Filippo


leggi il capitolo successivo: SILVIA


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