A tu per tu con i ricordi

[leggi il capitolo precedente: FOTO E FRAGOLE]


Decisi di non rispondere. Mia madre si sarebbe preoccupata, e inutilmente.

Ero brilla e da sola in quella casa grande e silenziosa. Troppo silenziosa.

Una delle tante cose che adoro di questa casa è la luce. Enrico diceva che l’arancione dava un tocco di calore in più e aveva ragione, come sempre.

Continuo a frugare nello scatolone senza badar troppo a quella poesia; l’alcool è in pieno circolo nel mio corpo perciò la voglia di pormi altre domande svanisce. La giornata è stata fin troppo pesante e voglio godermi un attimo per me. Voglio stendermi in quel letto dove Enrico ed io facevamo l’amore, voglio poter immaginare che dal bagno in camera arriverà lui col suo asciugamano blu legato intorno al bacino e con un sorriso malizioso stampato in faccia quasi a volermi chiedere: “Lo rifacciamo?”. Vorrei tanto che lui arrivasse e mi baciasse.

Amavo i suoi baci, le sue mani addosso e il suo profumo sul mio corpo.

Sono passati sei anni e solamente adesso mi accorgo che il desiderio di lui non mi ha mai abbandonato.

Senza pensare ulteriormente e, soprattutto, senza disfare il letto mi metto a dormire su quella che era la mia parte di letto aspettando con ansia che quel giorno finisse e che un altro, possibilmente migliore, iniziasse.

Ore 11: 00. Il mio corpo ha deciso che adesso ci si può svegliare.

Guardo il telefonino: quattro chiamate perse. Mia madre sarà preoccupatissima così dopo averla sentita e rassicurata, chiamo Tommasina:

          “Salve signora, sono Manuela…”

          “Salve! Mi scusi per il ritardo ma mia figlia mi ha lasciato la bambina e non è ancora arrivata… beh, sa, il traffico…!”

          “No signora, non l’ho chiamata per questo. L’ho chiamata per dirle che oggi preferirei che lei non venisse…”

          “…Come desidera… Ma… tutto bene?”

Mi fece piacere che Tommasina si preoccupò di chiedermi se stavo bene…

     – “Si, grazie. Ho solamente bisogno di uscire, tutto qui. Salvo improvvisi

          cambiamenti la aspetto domani per le 10:30?”

          “Si, va bene! Buona giornata Signorina!”

          “Grazie, anche a lei”.

Il mio primo pensiero fu quello di metter su un po’ di musica. Il silenzio e l’enormità di quella casa mi mettevano addosso una cupa malinconia. Avevo bisogno di note dolci e violente allo stesso tempo. Avevo bisogno di Beethoven così cercai il disco della “Nona sinfonia” tra la collezione di musica classica che Enrico custodiva gelosamente. Mi sentivo in torto a prendere un suo disco senza aver addosso quegli occhi che mi guardano in attesa di sbagliar a sfiorare la sua collezione per rimproverarmi con arte e maestria.

Lui era così: era geloso, possessivo e arrogante. Talvolta mi sentivo completamente umiliata dalla sua possente ed elegante presenza. Io sono una segretaria, un’umile persona che andava a letto con il capo. Sono una sciocca che ha ereditato una fortuna da un uomo da cui per mesi ha sperato di sentirsi dire “ti amo”, o che almeno dicesse “anch’io…” nel momento in cui io glielo dissi quella volta che su un aeroplano mi portò in spiaggia in Croazia. Ma quella non fu l’unica volta in cui ammisi a me stessa quelli che erano i miei sentimenti per lui. Nella mia mente continuavo a ripeterlo, ogni giorno.

Ogni volta in cui facevamo in silenzio l’amore. I nostri desideri si univano alla voglia di possederci, di assaporarci, di provar sensazioni che ci avrebbero sfinito e colmato.

Ho aspettato con infinita pazienza quelle due parole da lui, parole che non ho mai sentito udire. Chissà, forse avermi lasciato l’appartamento è un modo per dirmi che mi ha amata. Di certo adesso non ho nessuno a cui chiederlo.

Girovago in casa e infiniti ricordi riaffiorano in me.

Sei anni fa, prima di andar via da lui, da quella casa e da Roma gli scrissi una lettera e la misi tra due libri nell’infinita libreria di casa sua. O mia.

Scelsi i sui due libri preferiti sapendo che prima o poi li avrebbe riletti e che avrebbe notato quella bianca busta contenente quelle che erano le ultime cose che avevo da dirgli prima di andar via come una ladra perché io, io lo temevo. Temevo quale sarebbe stata la sua reazione nel sapere che il figlio che portavo in grembo non c’era più. Temevo quella che sarebbe stata la sua reazione nel sapere che gli avevo tenuto nascosto suo figlio ancora troppo piccolo per ribellarsi di non esser buttato via.

Non volevamo un figlio adesso, volevamo goderci la libertà di viaggiare, di far l’amore in giro per casa o a terra senza il rischio di esser visti da occhi troppo ingenui ma sapere della sua esistenza provocò in me qualcosa.

Io, Enrico e nostro figlio. Io e la mia famiglia. Volevo quel bambino, volevo crescerlo con amore e severità. Volevo crescerlo con Enrico.

Enrico non voleva figli adesso, me lo disse quando una sera parlammo di nomi.

“Scordati che io chiamo mio figlio Marco –gli dissi- è troppo banale! Ormai tutti si chiamano Marco! Mi dispiace per tuo padre, ma proprio non ci penso!”.

La sua risposta fu: “Scordati che io e te avremmo un figlio. Non adesso almeno.”

E mi abbracciò, mi baciò e andammo in camera da letto a far sesso. Si trattava di sesso quel giorno.

Quel giorno io non l’amavo. Non amavo quell’uomo che non ha notato che stavo piangendo, mentre lui stava provando piacere.

“Ascoltami, sono incinta -volevo urlargli-. Ascoltami” e invece non dissi nulla, lasciai che lui finisse e che andasse a far la doccia prima di guardarmi allo specchio e  provar vergogna di me.

Tornò dicendomi che era stato bellissimo e chiedendomi se stavo bene; gli dissi di si. Mi guardò, sorrise e uscì da casa. Subito dopo presi il telefono per chiamare la mia amica ginecologa. Non potevo aver quel figlio. Enrico mi avrebbe lasciata e io senza lui non ero nulla.

Presi appuntamento con Giorgia che stava cercando di consolarmi e mi diceva che non

dovevo abortire se non volevo e che era giusto che Enrico sapesse ma non avevo la forza di dirglielo, non ne avevo il coraggio così andammo in ambulatorio e, dopo aver dato il mio consenso per iscritto, Giorgia eliminò ogni traccia di quello che adesso non doveva esserci.

Tornai a casa, un po’ dolorante. Non riuscivo a capire se faceva più male la “rimozione” in sé o l’idea di aver “rimosso” parte di me. E di lui.

Mi accorsi che non riuscivo più a guardare in faccia quell’uomo che tanto ho amato e

per il quale ho preso una decisione troppo grande per me, notai che non riuscivo più a baciarlo, a toccarlo, a preparargli da mangiare e a portargli un bicchier d’acqua senza provar disprezzo per lui così, una mattina, aspettai che lui andasse via per prendere carta e penna e scrivere quello che era accaduto e che avevo fatto.

Messa la busta tra i libri raccolsi le mie cose in un’unica valigia e andai via voltandomi indietro prima di chiudere quella porta.

Quella mattina non andai a lavorare e neanche tutte le altre mattine successive.

Di Enrico non seppi più nulla fino al giorno del testamento.

La lettera non era più tra i libri. L’aveva letta. Vorrei poter sapere quale fu la sua reazione anche se non mi servirebbe a nulla saperlo adesso.

Enrico non c’era più e con lui non c’era più neanche suo figlio.

…D’un tratto mi sentii fuori posto. Tornare in quella casa non aveva fatto altro che riaprire cassettini della mia memoria che avevo preferito sigillare per difendermi dal dolore e dai rimorsi. Tornare in quella casa era stato uno sbaglio.

Velocemente, come se qualcuno mi stesse imponendo di andar via in fretta, presi la mia valigia e iniziai a metter dentro le cose che avevo utilizzato il giorno precedente e quello che avevo già riposto nell’armadio.

Volevo andar via.

Mi sentivo stretta ed incastrata in quella casa, mi sentivo sporca e in torto. Mi sentivo umiliata. Volevo scappare, per la seconda volta.

Andai con passo lesto verso la porta, misi la mano sulla maniglia per aprirla e, nello stesso momento, il vento fece sbattere una finestra.

Ebbi paura. Ero nervosa e agitata. Scoppiai a piangere.

Piangevo perché mi sentivo abbandonata. Piangevo perché non avevo nulla. Non avevo Enrico e nemmeno il figlio che volevo e che adesso avrebbe avuto sei anni.

Seduta, con le spalle appoggiate alla porta stavo piangendo. Disperata.

Mi sentivo una stupida, un adolescente che viene lasciata dopo una settimana, una bambina a cui cade il gelato al luna-park.

Restai a terra fin quando non mi sentii pronta ad alzarmi per prendere il telefono e chiamare Lorenzo.

Sentire la sua voce era quello di cui adesso avevo bisogno.

Lorenzo è l’uomo più dolce del mondo e forse non merito tanto, soprattutto adesso che sento che avrei avuto ancora tanto da dire e dare ad Enrico. Mi chiedo come sarebbe

andata se quella mattina non fossi scappata. Mi chiedo se Enrico avrebbe sorriso nel

sapere che presto avrebbe avuto un figlio. Mi chiedo se la mia vita sarebbe stata diversa se solo fossi stata coraggiosa.

Con Lorenzo non ho bisogno di mentire, lui sa di Enrico, sa dell’amore che provavo per quell’ uomo e della mia sofferenza nello stare senza di lui i primi anni dopo quella che effettivamente può essere considerata una fuga da questo posto.

Solamente una cosa Lorenzo non sa di me: dell’aborto. Tranne Giorgia ed Enrico nessuno lo sa, nemmeno mia madre con la quale ho un rapporto fantastico e che mi è stata sempre vicina nei miei momenti di crisi e di nostalgia dovuti alla lontananza da Enrico.

Provo vergogna per quello che ho fatto. Lorenzo non deve saperlo, non dopo tre anni.

Chiamo.

Dopo avermi sentita un po’ giù, Lorenzo, si è proposto di raggiungermi per farmi compagnia, abbracciarmi e magari porgermi un fazzoletto! Accettai.

Riposi nell’armadio la roba che avevo messo senza criterio nella valigia, guardai la foto in camera, chiusi la finestra e una volta prese le chiavi di casa uscii: direzione stazione. Lorenzo tra quaranta minuti sarebbe arrivato qua. Per me.

 

 

 

 



Scritto da: Elida



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