Tommasina

[leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’]


Era meglio togliersi subito quest’incombenza. Che voleva la colf? Cos’era questa ansia di non staccarsi dal luogo di lavoro? Così, a sensazione, non mi piaceva la cosa, ma tant’è, mi decisi a comporre il numero sul cellulare per parlare con Tommasina.
“Pronto? Sono Manuela Danzuso, la segretaria del povero dottore. Parlo con Tommasina? La domestica?”. Per qualche secondo si sentì all’altro capo un silenzio cupo, poi una vocina flebile irruppe “sì sì, sono io Tommasina, grazie per aver chiamato, non ci speravo, ero così attaccata al dottore che vorrei ancora servirlo in qualche modo, a lei farebbe comodo una colf? Sa io conosco tutto della casa, i vicini, i negozianti, le scadenze delle bollette…”. Era decisa Tommasina, la sua sembrava una domanda chiusa a cui non si poteva rispondere che con una risposta chiusa “sì.”
Ebbene sì lo feci, dissi di sì, non so neanche io perché, quella vocina mi stregò da subito, sembrava serbare dei segreti a cui non mi potevo sottrarre. Era anche tanta la curiosità di conoscerla perché io sapevo della sua esistenza ma non l’avevo mai incontrata in quanto Enrico, dopo l’iniziale aiuto che gli diedi per ristrutturare la casa, preferì cercare altri luoghi per i nostri incontri privati, per riservatezza, diceva lui.
Ci demmo appuntamento all’indomani, a Piazza del Popolo, davanti alla Chiesa di Santa Maria dei Miracoli, proprio accanto al Ristorante il Bolognese, luogo assai familiare a me ed Enrico, anzi fu Tommasina a proporlo. Chissà perché lì, che qualche miracolo avesse l’urgenza di materializzarsi?
Mi sistemai davanti al sagrato, fra le due colonne, osservavo una vecchina che cantilenava le sue litanie. “Un soldino per mangiare…”.
All’improvviso un alito di vento trasportò un sentore di parole alle mie orecchie. “Scusi, signora Manuela, è lei Manuela Danzuso?”. “Sì” risposi, nell’atto di girarmi. Quasi non vidi nessuno, per un secondo o due, eppure una specie di ectoplasma mi si era parato dinnanzi. Una figura eterea, dall’età indecifrabile, debole nella voce, quanto forte nell’aspetto e tagliente nello sguardo. Tommasina era lì davanti a me, tutto sembrava meno che una colf ma, pensai banalmente, le apparenze ingannano. E già le apparenze ingannano!
“Ecco vede” attaccò subito Tommasina “in questa chiesa era solito venire a raccogliersi il dottore, quasi tutti i giorni sa, era un rito per lui, qualche centesimo a Flautilla, la vecchina che chiede l’elemosina, e poi il lumino da accendere davanti al quadro di Novella Parigini, il Cristo in Croce, perché, diceva sempre il dottore: anch’io sono un povero cristo in croce!”
Con quel suo parlare flautato già mi aveva sopito l’attenzione, ma Tommasina era una governante o una sirena? Fatto sta che dissi ancora di sì, che avevo bisogno di una colf, che era fantastico che fosse praticamente di casa, che era disponibile da subito ed altre amenità, recitavo come davanti a un copione mandato a memoria. L’affare era fatto, se così si poteva chiamare, ci demmo appuntamento per l’indomani a casa.
“Un soldino per mangiare…” Flautilla proseguiva la sua nenia come un disco rotto.
Tornando a casa rimuginai qualche pensiero. Perché Enrico si definiva un povero cristo? A me non risultava, mai saputo che fosse così religioso, perché Tommasina non c’era quando Enrico morì in casa, una coincidenza? La vita è fatta di coincidenze, ma anche di fatti che sembrano coincidenze. A forza di aggrovigliarmi il cervello con congetture e fantasie arrivai sotto casa (un momento? Sotto casa di Enrico, in vicolo della Moretta) senza quasi accorgermene, aprii l’uscio e quella vocina flebile ma scolpita nella roccia sembrava quasi seguirmi.
La mattina era assolata, avevo dormito con le persiane spalancate e la luce aveva piano piano riempito ogni angolo, sembrava di ondeggiare fra le nuvole con quei mobili coperti da lenzuola bianche appena infarinate da un fine pulviscolo. All’improvviso il campanello suonò, e fu come rompere un incantesimo, tornai alla realtà e mi precipitai ad aprire.
“Eccomi qua signora” esordì Tommasina, senza dimenticarsi di elargire un largo sorriso, e fece subito per entrare quasi travolgendomi, ma non con la massa corporea, direi con l’energia che promanava da sé medesima. “Vede come ho sistemato tutto, ogni cosa al suo posto, tutto ben protetto, i mobili coperti, stia serena signora che con me lei non avrà di che preoccuparsi.”
Sembrava aver raggiunto lo scopo, il suo scopo. Più sicura che mai, con quel parlare tagliente capace di infilarsi sin dentro i pori della pelle, Tommasina sembrava lei la padrona ed io, per un attimo, mi sentii la serva.
“Tommasina, apprezzo il tuo ardore, ma è successo tutto così all’improvviso che io ancora non mi ci raccapezzo, ho già una governante quando non so ancora se resterò in questa casa, ho un mese per pensarci”, e a queste parole Tommasina perse qualche volt di luminosità. “Devo capire ancora tante cose” proseguii con ritrovato impeto “ad esempio come è morto Enrico, a proposito tu dov’eri?” A questa domanda Tommasina, oltre la luce connaturata al suo essere perse anche qualche altro watt della sua vocina che, a questo punto, sembrava provenisse dall’oltretomba. “Ma signora, erano le 17.30 di giovedì, io ero fuori per il riposo infrasettimanale.”
Sembravo tornata in me, avevo menato qualche fendente e ciò non poteva che far bene al nostro rapporto se mai uno ce ne dovesse essere. Forse avevo preso le misure a Tommasina perché avevo capito che, se le davo spago, sarei stata sopraffatta.
Ma le sorprese non erano finite. Tommasina, forse per cambiar discorso, mi disse che vi era anche un altro componente della famiglia. A questo punto sbiancai e le domandai chi fosse. Tutto si stemperò quando mi disse che si trattava del cane che la portiera stava tenendo temporaneamente.
Ci voleva un po’ d’aria. Dissi a Tommasina che andavo a fare conoscenza col cane mentre lei già stava sfaccendando. Discesi le scale a piedi, mi presentai alla portiera, presi il cane senza tanti convenevoli ed uscii.
Davanti al portone c’era un giardinetto, proprio quello che ci voleva, ci dirigemmo là, io ed Erasmus, sì il cane si chiamava così per via delle docenze del professore agli studenti, me lo aveva appena detto la portiera, strambo non poco!
Erasmus scodinzolava felice nel giardinetto, era un bel cane, un doberman, ma mansueto, sembrava.
Subito si diresse verso un barbone che se ne stava accovacciato accanto ad una centralina elettrica; sarebbe stato un comune straccione se non avessi notato il blu intenso e magnetico dei suoi occhi e l’eccentricità delle sue mani, pulite e ben curate, rispetto al resto della persona.
Un po’ per paura che Erasmus ne facesse polpette un po’ per curiosità, mi incamminai verso quell’uomo e, fra me e me, pensai: l’eredità, la casa, Tommasina, Erasmus e financo questo eccentrico straccione, certo che per me si è aperta una stagione di sorprese!

Scritto da Uno dei ragazzi della IIIE


[leggi il capitolo successivo: Una stagione di sorprese
Chi sei]

Annunci
  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: