LA CHIAVE

leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’


 

Metto giù il telefono un po’ indispettita dall’insistenza del notaio. Non so ancora se resterò in questa casa: è come se qualcuno voglia spingermi a prendere una decisione affrettata. Cerco di scacciare questi pensieri e osservo il salone. Non so nemmeno io cosa cerchi il mio sguardo, forse le tracce del passaggio delle numerose amanti di Enrico, forse avere la conferma che al contrario, nonostante i sette anni passati, tutto sia rimasto inalterato. Sette anni da quella sera di ottobre che ricordo ancora nei minimi particolari. Ero rientrata prima del previsto da Fondi, dove mia sorella Lea, aveva appena partorito Letizia. Pensavo di fermarmi un paio di settimane, per aiutarla con Andrea, il suo primogenito, poichè suo marito, sergente dell’Aereonautica, si trovava all’estero con una missione di peace-keeping e non sarebbe tornato a casa in licenza prima di un mese. Ma Lea stava benissimo e insistette per farmi tornare a Roma dopo pochi giorni, “tra suocera e cognate sono accudita benissimo. Tu torna al tuo lavoro ed ai tuoi impegni e stai tranquilla”. Lea non aveva mai voluto pesare su nessuno, anche da bambina, autosufficiente e orgogliosa all’eccesso. Non chiedeva mai e non era cambiata. Così quella sera presi l’ultimo regionale e rientrai a Roma, senza avvertire Enrico. Dopo aver richiuso la porta, mi tolsi immediatamente le scarpe vicino all’ingresso, come facevo sempre, perché adoro camminare a piedi scalzi. In quel momento sentìi delle voci provenire dalla camera degli ospiti, in fondo al corridoio, a sinistra dell’ingresso. Tesi l’orecchio e riconobbi la risata di una donna, poi la voce bassa di Enrico. Conoscevo quel tono, lo usava solo quando era nell’intimità. Il grande professor De Donato, dalla voce stentorea in aula magna, diventava un latin lover dalla voce roca solo in certi frangenti. Rimasi immobile, non sapevo cosa fare, se chiamare per avvertirlo che ero lì o sorprenderlo sul fatto come una vecchia moglie gelosa e tradita. Il caso mi venne in aiuto. Urtai con la borsa il porta-ombrelli futuribile che Enrico aveva acquistato ad un’asta in Via Veneto, un oggetto orribile, di plastica e ferro battuto, che faceva a pugni con l’arredamento Caccia alla volpe dell’attico (anche se Enrico sosteneva sempre che io di arte moderna non capivo nulla) e per di più aveva un equilibrio instabile. Il rumore dell’oggetto sul parquet fece immediatamente zittire le voci. Poi Enrico con indosso l’accappatoio comparve sulla porta della camera, mi guardò e mi disse ‘Che ci fai già qui? Comunque non è come credi’. Non dissi una parola. Andai in cucina e aperto il frigorifero sotto la penisola, mi versai un bicchiere di latte. Enrico mi aveva seguito e mi guardava, in silenzio. Ricambiai lo sguardo e l’unica cosa che riuscii a pronunciare fu ‘Stronzo!’. Tornata nell’ingresso, mi rimisi le scarpe, tolsi dalla borsa le chiavi di casa e le misi sulla mensola. Enrico mi guardava e non diceva una parola. Aprii quella porta e sparii dalla vita di Enrico De Donato per sempre. Ed erano passati sette anni.

La suoneria del cellulare mi riscuote da questo stato quasi di dormiveglia, stato in cui il solo fatto di ritrovarmi tra quelle mura mi ha fatto cadere. Dove cavolo ho messo la mia borsa? Ah sì, eccola lì, sulla poltrona Luigi XV che sta vicino allo scrittoio di Enrico. ‘Pronto!’ ‘Ciao tesoro, sono io.. allora tutto bene? Non ti sei fatta sentire da stamattina ed ero preoccupato. Che voleva allora quel notaio?’. Mi sono completamente dimenticata di Maurizio!!!. Ma come ho fatto? Maurizio è il mio compagno, da tre anni. A lui avevo raccontato a suo tempo di Enrico, senza però farne il nome altisonante e conosciuto perché non volevo che lui lo visualizzasse; in fondo era stata la mia prima grande storia d’amore e ci avevo sofferto. Ed ora ero senza parole. ‘Nulla di importante tesoro, è per l’eredità di una vecchia zia che non vedevo da 20 anni. Anzi, ci sono anche delle cugine che si stanno azzannando per le proprietà e mi toccherà fermarmi a Roma per qualche giorno’ ‘Qualche giorno?? Ma quanti? E poi come fai? Dove ti fermi, in albergo? Hai portato solo una 24 ore… Perché non rientri a Firenze e poi torniamo giù insieme?’ Già… Maurizio, logico e decisionale, un addetto alla logistica nato… e forse proprio per questo ha scelto una professione quadrata: il bancario. ‘No, guarda non ti preoccupare, una delle mie cugine ha un appartamentino in centro in zona Piazza del Popolo e mi fermo da lei. Ti chiamo io domani. Mi manchi. Un bacio’. Meglio chiudere prima che gli vengano in mente altre domande. Prima devo decidere cosa fare e poi lo metterò al corrente. Non posso dirgli per telefono ‘sai tesoro, l’uomo di cui ti ho parlato, sì Enrico, era ricchissimo e mi ha lasciato un patrimonio ed un attico nel centro di Roma. E ho pensato di fermarmi qui per un po’. Oddio, sto farneticando. Come posso fermarmi qui, in questa casa? Perché lo hai fatto Enrico? E’ la tua vendetta per quella sera? Per non averti dato modo di fare la tua oratoria? Io ho osato lasciarti e questa è la tua punizione?

Calmati Manu. Bocce ferme ora. Devi pensare con lucidità. No, non sono in condizione di farlo, non qui, in mezzo a questi ricordi, ai libri polverosi ed ai divani trasformati in fantasmi del passato. Tommasina!!! Sarà meglio che la chiami e mi metta d’accordo per ridare aria a questo posto, e che lo faccia prima di perdere il suo numero. ‘Pronto? La Signora Tommasina? Sono Manuela Danzuso, ho avuto il suo numero dal Notaio Franchini. Sì, è per la casa del prof. De Donato. Sì, pensavo che potremmo incontrarci qui domani mattina alle 9 cosi parliamo di come organizzarci. Ok, perfetto, la ringrazio signora e a domattina’. Inizia a rinfrescare, meglio chiudere la vetrata della terrazza dalla quale filtra la luce rossastra del tramonto: ma è più forte di me uscire a godermi lo spettacolo dei tetti della capitale. E’ inutile negarlo, sin da quando arrivai a Roma, ormai 15 anni fa, ne ho sempre subito il fascino. La mia terra d’origine, ha grandi spazi, il profumo dei mandorli e delle zagare e un mare blu cobalto, ma la amo e la odio allo stesso tempo. Roma è il luogo di arrivo di quel percorso che intrapresi il giorno in cui dissi a mio padre che essere la figlia di un agricoltore, seppur facoltoso non faceva per me. E gli dissi anche che la Sicilia ti prende l’anima ma te la prosciuga. E io non volevo che si prendesse anche la mia. Così decisi di lasciarla per trovare la mia strada. Strada che mi portò qui. A Roma.

Un’improvvisa stanchezza mi fa rabbrividire: d’altra parte sono partita stamattina da Firenze con l’Eurostar delle 6 e a dire il vero è da quando ho ricevuto la raccomandata con la convocazione del Notaio che non dormo una notte intera e tranquilla. Una doccia ed una buona dormita e domani si vedrà.

Un suono lungo come di qualcuno che si attacchi al campanello. Oddio! Ma è il campanello!!! Sono le 9.15. Ma quanto ho dormito?? ‘Arrivo!!!’ ‘Mi scusi signora, ma aveva detto alle 9’ Tommasina ha l’aria contrita. E’ una donna piccola di statura, rotondetta, capelli grigi, ma con due occhi vispi e lo sguardo sorridente, ‘No, no, scusi lei, ho messo la sveglia col cellulare, ma mi sono addormentata, Venga si accomodi e se mi attende un attimo mi vesto’. Nella fretta di aprire la porta avevo indossato l’unica cosa a portata di mano, l’accappatoio di Enrico. E’stato un gesto spontaneo e solo ora mi rendo anche conto del motivo per cui Tommasina mi guardava in modo strano e divertito: sembravo un clown con un abito in cui stai due volte.

La voce di Tommasina mi raggiunge mentre sono in bagno ‘signò che ne dice, glielo preparo il caffè?’ ‘Sì, grazie lei è molto gentile e direi che ne ho proprio bisogno’.

Dieci minuti dopo siamo sedute in cucina. Tommasina inizia col raccontarmi i particolari di quando entrando quel martedì mattina si era accorta di qualcosa di strano: Enrico, sempre mattiniero, non era alla sua scrivania, e la portafinestra della terrazza aveva ancora le tende tirate.

Quando mezz’ora dopo si era recata in bagno per cambiare la biancheria la macabra scoperta. Ha gli occhi rossi e sta per piangere. ‘Basta, non ci pensi ora. Senta, non so se il notaio le ha accennato qualcosa, comunque non ho ancora deciso se mi fermerò qui, ma vorrei che almeno questa settimana mi desse una mano a sistemare la casa.’ Il viso di Tommasina si illumina nel sentire le mie parole. ‘Le va bene allora se vengo tutte le mattine? Magari le posso anche fare la spesa e preparare il pranzo se mi dice che preferisce’ Povera donna, deve proprio avere bisogno di lavorare e poi se è riuscita a resistere col caratteraccio di Enrico deve proprio essere una brava donna.

‘Sì, va bene, e nel frattempo io vedrò di prendere questa decisione. Sa ora io abito e lavoro a Firenze, agli Archivi di Stato, e non posso mollare tutto da un giorno all’altro anche se volessi. Comunque, se lei non ha altri impegni, vorrei che questa mattina levasse le coperture dei divani e desse una spolverata, mentre io sistemo le piante in terrazza’.

Ma prima di uscire in terrazza, la curiosità mi porta allo scrittoio di Enrico e al suo computer. So che teneva rigorosamente in ordine le cartelle con tutti i suoi lavori e avevo voglia all’improvviso di leggere le sue critiche, vedere di cosa si stava occupando. All’accensione il PC mi chiede la password. Chissà se Enrico l’ha cambiata? Proviamo ‘cenerentola’ e INVIO… No, ha lasciato ancora quella che mise il giorno in cui cambiò il sistema operativo su mia insistenza. Enrico di PC non capiva nulla e aveva ancora un vecchissimo Windows 98. Quando il tecnico che gli aveva fatto il passaggio dei dati ed riformattato l’hard disk gli chiese se voleva mettere una password mi aveva guardato con fare interrogativo ed io gli feci cenno di sì con la testa. Mi disse poi che aveva scelto Cenerentola in mio onore. Io ero Cenerentola e lui il principe azzurro. Mi appare il desktop pieno di cartelle. Come sempre. Apro la connessione Internet per scaricare la posta elettronica e vedo che la password non è memorizzata. So che in genere, vista la sua poca memoria per certe ‘inezie’ come le chiamava lui, teneva un post-it nel cassetto della scrivania. Ma il cassetto di destra del vecchio scrittoio è chiuso a chiave. Provo anche quello di sinistra. Niente, anche lui chiuso. Ed è stranissimo, Enrico a volte non chiudeva a chiave nemmeno la porta di casa.

‘Tommasina, sa per caso dove sono le chiavi dello scrittoio?’ ‘No signora, anzi, a dire il vero, ho visto il professore una mattina chiuderli e mettere la chiave insieme a quelle della porta d’ingresso.’

‘Ecco, signò, allora i divani sono a posto e ho anche pulito il bagno, ora scenderei a fare un po’ di spesa e dopo finisco di spolverare. Cosa le prendo per pranzo?’ ‘Come? Ah, sì, Tommasina, va bene. Prenda un paio di bistecche e dell’insalata e pomodori, e un po’ di frutta. Banane e mele. E anche un po’ di pane, integrale o di soia’.

Frugo nella borsa e controllo i due mazzi di chiavi che il notaio mi ha consegnato nella busta sigillata con la ceralacca: sono identici, chiave del portone, chiave del cancelletto dell’ascensore e le tre chiavi della porta blindata. Niente chiave dello scrittoio. Frugo tra gli oggetti sulla scrivania: nel portablocco in cuoio di Firenze, nel porta graffette e nel portapenne. Niente. Trovo il tagliacarte e provo ad aprire il cassetto. Niente da fare, riesco solo a scalfire il legno e rischio una stilettata sulla mano. Ma perché nei film funziona sempre?

‘Pronto? Sono Manuela Danzuso. Mi passa il notaio Franchini per cortesia’

‘Signora Danzuso, buongiorno. Come posso esserle utile? Ha sentito poi la Tommasina?’

‘Sì, certo ed è tutto a posto. La chiamavo per un altro motivo. Lo scrittoio del Prof. De Donato è chiuso a chiave. E le chiavi non sono tra quelle che lei mi ha consegnato ieri.’

‘Signora, io le ho consegnato una busta con le chiavi che mi sono state consegnate dalla Polizia e dalla signora Tommasina. La Polizia, avvisata dalla signora, ha sommariamente perquisito la casa e recuperato gli oggetti personali. Dopo di che, data la morte per cause naturali, sono state recapitate a me quale esecutore testamentario. Io ho provveduto a contattare la signora Tommasina per farmi consegnare l’ulteriore mazzo di chiavi in suo possesso. Non ho mai avuto altre chiavi.’

‘Va bene, allora provvederò a chiamare un fabbro per cambiare le serrature. La ringrazio e mi scusi se l’ho disturbata’.

‘Eccomi signora. Sono tornata. Le serve una mano in terrazza?’ ‘No, grazie’ ‘Allora finisco di spolverare la libreria del salone e poi le preparo il pranzo’

‘Mannaggia.. questo aggeggio che non so cosa sia lascia sempre una polvere nera. E in più riga il legno. Quante volte l’ho detto al professore. E lo aveva anche tolto da qui. E ora c’è tornato’

L’aggeggio misterioso altro non è che un posacenere in lava che avevo portato ad Enrico dopo una visita ai miei a Lentini. Mi aveva detto che avrebbe voluto sapere come fosse dentro la mia terra. Quando tornai, gli portai quest’oggetto e gli dissi: ‘vedi la mia terra è così… nera, porosa … e si riduce in polvere e ti sfugge tra le dita’.

Vederlo in mano a Tommasina e volerlo toccare dopo tutti questi anni è un tutt’uno. Un riflesso all’interno attira la mia attenzione: una chiave. La chiave dello scrittoio. La provo: nel cassetto di destra, come già sapevo, il post-it giallo con la password per la connessione. La digito e la linea ADSL si connette immediatamente.

Apro anche il cassetto di sinistra e sopra a tutte le fatture campeggia una busta gialla, di quelle imbottite. ‘A Manuela Danzuso’ seguito dal mio indirizzo di Firenze. All’interno un’altra chiave, sembra una di quelle di un armadietto, con una catenella col numero 0310 e c’è stampigliato RASBANK. La chiave di una cassetta di sicurezza. E una lettera.

‘Mia piccola Cenerentola,

se hai trovato questa busta, due sono i fatti incontrovertibili. Il primo, deprechevole, è che io sono morto. L’altro, è che tu hai accettato la mia eredità. Perdona se ho voluto divertirmi un po’, ma tu sai che ho sempre amato essere protagonista e che adoro i coup de téatre. Prima di proseguire però, voglio spiegarti cosa successe veramente quella sera di sette anni fa. Ero stato invitato ad un vernissage, e il proprietario della galleria voleva convincermi a fare una recensione per l’artista che esponeva, un suo protetto, cosa che rifiutai in quanto non era sufficientemente interessante per poterlo gratificare con una mia critica, anche se negativa. Tra gli invitati c’era Vanessa, una mia vecchia fiamma che viveva da anni a Parigi ed era venuta a Roma solo per sbrigare alcuni affari. Ho semplicemente bevuto qualche whisky di troppo perché mi annoiavo ed ho finito per sentirmi poco bene, e Vanessa si è offerta di accompagnarmi a casa. Arrivato qui mi sono precipitato in bagno e per riprendermi ho fatto una doccia. Quando sono uscito l’ho trovata nel mio letto. Le stavo spiegando che quella non era la sera adatta e che io avrei dormito sul divano. Poi sei arrivata tu. Il resto lo conosci. Perché non te l’ho detto quella sera? Non lo so. Forse perché ho visto i tuoi occhi pieni di rabbia. O forse perché all’improvviso ho capito che tu dovevi essere libera, libera di vivere la tua vita con un uomo della tua età. Venticinque anni di differenza tra di noi in quell’attimo mi sono sembrati un vuoto incolmabile. Ed io non ti meritavo. Non ti stupire se sulla busta c’è il tuo indirizzo attuale. Ho fatto delle ricerche, ho seguito di nascosto la tua vita e di te ho sempre saputo tutto: che avevi un lavoro ben remunerato, una buona posizione e un uomo che ti voleva bene. Ma se sei qui, credo che tu sia ancora legata a me. E ciò che ti lascio è una minima ricompensa per quello che tu mi hai regalato: quattro anni di gioventù.

Torniamo ad oggi. Innanzitutto non so come sono morto, ma se dicono per cause naturali non è vero: mi hanno ucciso. E questo non è una delle mie solite fissazioni. Sono stato minacciato e hanno tentato di investirmi con l’auto: la polizia ha incolpato il solito pirata della strada. Da un paio di mesi, sono costantemente seguito. Anche alla Sapienza, ho trovato una lettera minatoria sulla scrivania del mio studio al quarto piano. Troverai le lettere minatorie ed un diario con tutti i miei appunti nella cassetta di sicurezza della filiale RASBANK di Piazza Adriana. Il direttore ha già il tuo nominativo e i tuoi dati come cointestataria della cassetta. Chiedi del Dott. De Biagi. Dovrai solo firmare dei documenti e potrai poi accedere al caveau. Sono sicuro che tu non credi ad una parola di quanto ti sto rivelando. Non ti biasimo. Guarda il contenuto e poi decidi tu cosa fare. Vai alla Polizia o brucia tutto. Non cerco giustizia. Non so che farmene ora e qui. Vorrei solo che un assassino non sia libero per le strade.

Non sono mai stato capace di dirlo a nessuna donna e anche ora mi accorgo di essere in ritardo, ma vorrei che tu sapessi che ti ho amato veramente.

Tuo per sempre

Enrico”

Ho le mani che tremano. Non so cosa di più mi dia i brividi del contenuto della lettera. Se sapere che Enrico è stato ucciso oppure la verità su quello che io ho sempre definito il suo ‘tradimento’ o leggere parole di amore che non mi aveva mai detto.

Alzo lo sguardo al monitor e vedo il solito messaggio ‘YOU HAVE NEW MAIL’.

Apro la posta e l’ultimo messaggio ricevuto ha la data due settimane fa. Il mittente è wizard@yahoo.fr e il testo che mi appare in anteprima mi gela il sangue:

‘professore… ti avevamo avvertito… sei stato il primo di una lunga lista’

Scritto da Signora dei sogni


leggi il capitolo successivo: Altre due buste gialle
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