FOTO E FRAGOLE

[leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’]


 

Passo l’ultima notte in quella che forse non sarà più la mia casa. Notte in bianco, s’intende. Sono tante le riflessioni elaborate durante i deliri che mi hanno separata dal mattino. Trasferirmi nella grande casa di Enrico solo per il mese di prova e poi addio. Fare la prova per un paio di giorni, e idem come sopra. La terza ipotesi mi fa un po’ rabbrividire, ma non saprei dire se di piacere o di terrore. Trasferirmi e rimanere lì per sempre. Tra quelle pareti che tante volte hanno fatto da scenario e da supporto ai nostri incontri, alle serate di lavoro, alle nostre litigate. Comunque vada, l’unico modo per saperlo è vivere lì, subito.

Solo poco prima dell’alba riesco a prendere sonno, ma il risveglio, direi abbastanza brusco a causa di una maledetta sveglia che devo decidermi a buttare, mi ha messo ancora più nel panico. A poco a poco riesco a fare mente locale razionalizzando: è come se mi fosse stato fatto un regalo, anche se inaspettato e pur sempre come conseguenza di un qualcosa di tragico come può essere la morte di un… conoscente? Parente? Amico? Amante…? Ommioddio, che confusione. Ho l’impressione che nel tempo Enrico e il marasma di emozioni, sentimenti e ricordi ad esso legati, abbiano perso la loro corretta posizione nella mia testa, riducendo tutto ad una grossa nuvoletta azzurra.

Nebbia.

Chiamo Marta per avvertirla di non aspettarmi al lavoro e rimando a dopo, molto dopo, un’altra telefonata; a mia madre chiamerò più tardi, dico tra me, scrollando le spalle e cominciando a riempire un borsone e una valigia con tutto il necessario per stare fuori un mesetto.  Dimentico qualcosa, di proposito,  per pigrizia o, più onestamente,  per non recidere completamente il cordone ombelicale con la vecchia vita, nella vecchia casa.

Come se un trasferimento bastasse a modificare radicalmente la mia esistenza.

Idiozie.

Stamane riesco persino a godermela meglio. Forse merito del sole che fa splendere tutto l’ingresso. A dire la verità, mi pare di vedere per la prima volta questo posto così luminoso, neanche quando c’era lui con me. O forse ero talmente presa che non riuscivo a vedere nient’altro che Enrico.

Decido di prendere subito confidenza con gli ambienti. Una volta, che a me pare un secolo fa, sentivo queste stanze appartenermi, ma non tanto nel senso fisico del termine. Sentivo che ciò che accadeva tra queste quattro mura, assumeva un significato speciale, rassicurante, magico. Ma dopo sei anni, chissà se la casa sarà pronta ad accogliermi, nuovamente.

Alla fine ieri non ce l’ho fatta a perlustrarla tutta. La telefonata del notaio ha interrotto l’effluvio di coraggio che sembrava fare capolino. Sono andata via non appena posata la cornetta. Ma oggi devo per forza, dovrò pur appendere all’armadio i miei abiti, prima o poi! Con questo pensiero mi dirigo verso la camera da letto.

E lì la vedo.

La mia foto con Enrico, quel giorno che aveva ritirato quel premio. Aveva fatto una foto con tutte le personalità presenti, certi professoroni e critici che non facevano altro che adularlo, e alla fine di tutto mi prese con sé, di lato, e con una macchina fotografica ci immortalò insieme, con l’autoscatto. Non so ancora da dove potesse essere sbucato quell’oggetto, ma so che da allora venne utilizzato tante e tante volte nei nostri viaggetti e week-end.

La foto era proprio lì, appesa alla parete. Enrico doveva essere davvero solo nell’ultimo periodo della sua vita se aveva avuto il coraggio di esporla…. Quella foto: gli ripetevo sempre che era la mia preferita, avevamo qualcosa di luccicante negli occhi. E poi lui così bello ed io con quell’abito nero: “Sembriamo marito e moglie, non trovi?” gli dicevo, scherzando. E lui si rabbuiava. Non aveva tempo per il matrimonio.

Già.

E piango. Mi ritrovo con la foto in mano e piango. Il pianto che ho trattenuto per questi giorni sta sgorgando adesso come un fiume in piena. Ci sono tante cose che non ti ho detto Enrico mio, e adesso non potrò farlo più. – Avrei voluto confidarti tanti segreti, e ora che voglio non posso. – Mi abbandono a questi e a simili pensieri per un po’ di tempo, abbandonata ad un letto che tante volte ho diviso con lui. Sono una masochista, ma se proprio devo piangere meglio farlo adesso e tutto in una volta, così svuoterò prima i miei condotti lacrimali .

Non ricordo esattamente quanto sono stata così, in questa fase di malinconica disperazione, come dice Marta nei suoi periodi creativi; una volta che i singhiozzi si sono placati, decido che è meglio iniziare a mettere ordine. Già la parola “ordine” mi mette una certa calma, e per dimostrare il suo potere terapeutico inizio con il risistemare al muro la foto. Ecco, ordine.

E poi mi viene in mente una cosa, dove ho messo quel fogliettino?

Alle 14:30, puntuale, devo sottolineare, il campanello suona. Apro la porta e quella che immagino sia Tommasina, una donna un poco robusta, dai capelli ramati e gli occhi scuri, irrompe nell’ingresso in un tripudio di sorrisi.

– Buonasera! Che piacere conoscerla dal vivo! –

– Beh, il piacere è mio- dico un po’ imbarazzata. Ho come l’impressione di risultarle familiare. – Il notaio mi ha parlato molto bene di lei e quindi avevo pensato di chiamarla per darmi un aiuto, sicuramente conosce questa casa meglio di me. –

– Signora mia, non si preoccupi, a poco a poco imparerà a conoscerla bene anche lei. –

(mi chiedo a cosa potrebbe servirmi conoscerla bene, dal momento in cui potrei anche decidere di non abitarci, ma sorvolo su questo pensiero.)

– Allora, ha già deciso le modifiche da fare? Tende, pareti, mobili… sicuramente una donna giovane come lei vorrà rimodernare un po’ questo stile, diciamo, classico. Ah, il professore! Pace all’anima sua! Era così anticonvenzionale, ma così tradizionale in fatto di gusti! – e mi guarda.

Faccio fatica a starle dietro, questa donna è un vulcano che erutta parole. E forse è anche un tantino impertinente. O forse no, in fondo mi ha fatto un complimento, donna giovane. – Veramente, non so ancora se resterò qui. E’ una prova, che sto facendo. – balbetto.

– Capisco, capisco, signora. Allora, mi dica, che cosa vuole che faccia? Io sono pronta da subito. Voglio farla stare bene qui dentro, così le sarà più facile prendere una decisione!-

Non è una donna, né un vulcano, è semplicemente un ciclone.

– Bene, vorrei intanto che si mettesse un po’ di ordine.-

– Ordine?- mi risponde quasi stranita.

Mi guardo intorno, non c’è un quadro messo male o una sedia fuori posto.

– Cioè, volevo dire, vorrei che si desse una pulita generale alla casa. Spazzare, spolverare, e cose simili. –

– E cose simili. – ripete Tommasina, quasi divertita.

– Ottimo, signora. – continua – Allora, se non le dispiace, mi metto subito al lavoro. –

Mi sento leggermente pentita per aver chiamato la colf. Sarebbe stato meglio godermi la solitudine della casa ancora un po’, giusto per abituarmici. Ma è troppo tardi, Tommasina, la fatina del pulito, armeggia tra scope e straccetti, ed io dirigo il suo operato, aiutandola e cercando di stare al passo con la sua imponente manualità. Stremata, dopo qualche ora, fingo di dover fare qualcosa di urgente ed esco, sono sicura che da sola ce la farà benissimo. A dire la verità qualcosa da fare l’avrei sul serio: in frigo non c’è nulla, a pranzo ho mangiato fuori.

Lattuga, pomodori, mele, fragole, mi passano in rassegna al supermercato. Fragole? Ma questo non è il periodo delle fragole! Sembrano così succose, ne prendo una vaschetta, festeggerò in questo modo, per cena, l’ingresso ufficiale nella casa. E ancora, pane, biscotti, latte, yogurth. Va bene, credo che così possa andare. Ho comprato, tra tanti cibi sicuramente nutrienti e sani, alcuni dalle confezioni variopinte e luccicanti, quasi psichedeliche, metteranno vitalità al mio frigo.

Quando torno a casa Tommasina ha appena finito: mi dice che manca solo il terrazzo da sistemare e che potrà occuparsene domani. Prima di andare via, mi fa notare una pila di scatoloni. – Non so cosa contengono, ma visto che probabilmente sarà la futura abitante di questa casa, dovrebbe darci un’occhiata, e buttare le cose che ritiene inutili –

La congedo ringraziandola e mi accingo a preparare la cena. Tutte le stoviglie, le pentole, sono esattamente dove le avevo lasciate una volta. Accendo la tv, mi siedo a tavola e brindo. – Grazie Enrico, grazie, davvero.-

Malinconia.

Mi accorgo che ho quasi svuotato la bottiglia di Nero d’Avola, così decido di alzarmi e dedicarmi agli scatoloni, sul divano. Tre per l’esattezza e belli grandi.

La testa gira.

Apro il primo e trovo una marea di carte con appunti scritti fitti fitti e calcoli dalla sequenza incomprensibile. La mia attenzione è attirata da un portadocumenti di pelle, con degli inserti di coccodrillo. Ne estraggo un foglio.

SILENZIO CIELO

L’immenso sapore di cose passate

Lascia un solco di terra e di fuoco

Dolce mistero di fiati intrecciati

Dolce riposo di menti

Il cielo che sa e mi guarda spietato

Mi parla, mi tocca, sospira.

Tu, edera e gramigna insieme,

intrisa di acqua di mare,

racconti storie di fantasmi di neve;

tu bianca e sontuosa

entri nel mio stupore

e ne fai felicità.

Silenzio intorno,

le tue mani un inebriante calore.

Silenzio adesso

Silenzio cielo.

Non un’iniziale, né una firma. E non è la scrittura di Enrico, almeno non sembra. E non è neanche il suo stile. In quanto sua segretaria conoscevo tutte le sue opere o per lo meno riuscivo a riconoscerle. Conoscevo tutto ciò che scriveva, anche la lista della spesa.

Tin tin tin tin! Tin tin tin tin!,  fa il mio cellulare. Guardo il display.

Uffa.

Che faccio, rispondo?

 

Scritto da ** Valentina **


[leggi il capitolo successivo: A tu per tu con i ricordi]

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