Flash-back

[leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’]


 

Rimasi con il ricevitore tra le mani.

Ci mancavano anche il notaio e la Tommasina.

Sinceramente non avevo nessuna intenzione di prendermi in carico la Tommasina, anche se era affezionata alla casa e al professore.

E poi chi lo diceva alla Mery? La Mery era invece la mia governante. Non potevo permettermi una governante fissa, ma la Mary veniva tre mattine la settimana da quando avevo deciso di smettere di fumare. Insomma mi ero tolta un lusso costoso e l’ avevo barattato con un’ altro, perlomeno non creava effetti collaterali alla mia salute, anche se a onor del vero un pochino di capelli me li ero strappati con la Mery.

Al solo ricordo di quando l’ avevo incontrata mi viene ancora da sorridere.

Non era una persona che parlava molto anche perché non ne era capace: parlava in un italiano stretto misto-calabrese che pur essendo io di origine Siciliana stentavo a capire ciò che diceva.

Mery non aveva la minima idea di come si riordinasse una casa.

Non capiva che i detersivi a base di limone non andavano d’accordo con il marmo, o che lo spray per il vetro ingrassava gli armadietti della cucina , però era armata di tanta volontà e una buona dose di pazienza nel sopportarmi.

In quel periodo non ero di certo quella che si definisce una persona “Brillante” né per allegria ne per carisma, comunque senza che ce ne rendessimo conto io e Mery “crescevamo” insieme, sembrava che in qualche modo la mia vita andasse in parallelo con la sua e capitava spesso che se a me girava bene anche per lei iniziava un periodo positivo e viceversa.

Il ricevitore emetteva un fastidioso tuuu e quindi lo riposi e me ne tornai in terrazzo.

Non mi sentivo ancora pronta a girare tra quei mobili, il vento faceva svolazzare le bianche lenzuola e tutte quelle sagome sembravano fantasmi pronti a rianimarsi.

Il terrazzo. Ancora una volta il mio rifugio preferito, uno splendido tramonto sta per concludere questo strano giorno, le luci accese catturano i miei occhi e i ricordi si affacciano prepotenti alla mente.

“ L’ architetto avrà fatto anche un bel lavoro ma ci sono molto cose insopportabili nella tua casa Enrico, non potrei mai viverci, sembra un mausoleo. Invece qui in terrazzo è tutta un’ altra cosa. Qui potrei rimanere per ore, ad incantarmi a questa vista come fosse sempre la prima volta. Insomma “ T’abbinchi gli uecchi”.( si riempiono gli occhi) “Eh sì Enrico hai fatto un affare, quarantanovemila lire di panorama e mille lire di casa”. Sorridevo e lui sapeva che in fondo era un complimento.

Ripensandoci ora, tutto era legato a quella casa.

Fu quel giorno in ufficio che Enrico dopo aver dettato alcune lettere mi aveva trattenuta per pormi una questione di carattere personale.

“Manuela, tu sai che ti stimo molto come persona e come segretaria, sei efficiente ma anche fantasiosa, ti osservo molto ultimamente e ho notato le piccole modifiche apportate a questo ufficio.

Insomma, si nota un tocco di efficienza e femminilità….”

“ E quindi? Dai Enrico taglia corto, arriva al dunque….”

“Manuela vorrei chiederti la cortesia di organizzare un party per inaugurare l’ attico. So che non sopporti questo genere di cosa però te lo chiedo perché sento che solo tu potresti farlo al meglio.”

Sapevo benissimo che la richiesta era una pura formalità. Come si poteva dire no al grande capo!?

Iniziò così un periodo strano. Enrico mi aveva lasciato carta bianca e questo un po’ mi spaventava. Insomma troppa responsabilità! E se qualcosa fosse andato storto? Non me l’ avrebbe mai perdonato.

Iniziai a contattare il miglior fiorista di Campo dei Fiori per gli addobbi, una agenzia di catering fuori Roma, oltre che averne sentito parlare benissimo mi era capitato di gustare in un paio di occasioni le loro portate. Eccellenti.

E poi arrivando da fuori potevo sperare in un pizzico di originalità in più rispetto ad altri.

Non restava che la musica. Sapevo che tra i vari ed inutili acquisti, c’era un pianoforte a coda. Quindi contattai un giovane artista molto conosciuto nei locali della Roma di notte e mi accertai che avesse un vasto repertorio preferibilmente da Michael Bublè a Frank Sinatra.

Al party fu invitata tutta la Roma che conta: per Enrico ovviamente.

Non ne potevo più, tutto andava a meraviglia e quindi perché non approfittare della confusione per dileguarsi velocemente?

Adoravo leggere e non vedevo l’ ora di tornarmene nel mio guscio per riprendere il discorso con un libro abbandonato da almeno un mese sopra il comodino.

Fu in quel momento, mentre stavo per mettere in atto il mio piano che Enrico si avvicinò per ringraziarmi.

“Manuela lo sapevo che non mi avresti deluso!” mi sorrise dandomi un buffetto sulla guancia.

Accidenti avrei pensato che stava per baciarmi. Pensai infastidita. E poi io uno come lui non lo bacerei mai!! E’ troppo vecchio per me.

In realtà Enrico aveva soltanto sei anni più di me. Il fatto è che in tutta la sua persona appariva “uomo”, i capelli già brizzolati, il naso aquilino e quegli occhi profondi gli conferivano un aspetto maturo, invece io avevo sempre preferito gli uomini dall’ aspetto dinoccolato, un po’ infantile, con il sorriso facile e tanta voglia di divertirsi alla grande. Insomma: tutto il contrario di Enrico!

Intanto il piano di fuga era fallito.

Erano quasi le tre di notte quando gli irriducibili del karaoke si decisero a congedarsi.

I miei piedi gridavano vendetta, anelavano il terreno fresco della sera, una passeggiata a piedi nudi nel parco magari, purchè se ne uscissero velocemente da quella tortura!

“ Arrivederci e grazie di tutto.” Continuavo a ripetere quella stupida frase con il sorriso sulle labbra.

Grazie di che poi? Io che centro?

Finalmente la porta si chiuse per l’ ultima volta.

Ora potevo raccogliere le mie cose, salutare il professore e scappare nella mia cuccia!

“Manuela vorrei brindare con te al successo di questa serata. Sei stata grande, in tutti i sensi, non avrei mai pensato che potessi essermi così indispensabile, così prepotentemente indispensabile….”

Mi stava baciando. Istupidita dal bacio inaspettato ricambiai senza slancio. Poi mentre ancora lo stavo baciando mi resi conto che mai avevo provato un’ emozione così forte durante un bacio.

Mi arrampicai sulle punte e gli circondai la nuca con le mani.

Non potevo crederci. Ero lì che lo stavo baciando e non mi irritava, anzi, ne provavo piacere, sentivo battere forte il cuore, ma io non credo al colpo di fulmine, tanto meno quello a scoppio ritardato, eppure sentivo i campanelli di allarme, ero già in allarme rosso.

E così da quella notte era iniziato il periodo più bello e tormentato della mia vita.

Il perché Enrico alla fine avesse deciso di lasciarmi l’ attico non lo sapevo e forse neppure lo volevo sapere.

Chissà poi perché, quando viene a mancare qualcuno, capita spesso come in un flash-back senza ordine, senza capo ne coda, di ricordare ogni singolo istante trascorso insieme. Anche quello più insignificante, anche il più drammatico….

“No…Manuela non se ne parla!!”

“Perché Enrico? Dimmi almeno perché! Una risposta sensata…”

“Sono troppo vecchio per avere un figlio non me la sento…Ormai ci ho rinunciato da un pezzo”

“Tu ci hai rinunciato……… ? E quando avevi intenzione di dirmelo? Ci sono uomini che diventano padri anche a sessant’anni e poi tu non sei vecchio! Io ho quasi quarant’anni e non voglio rinunciare ad avere un figlio”

“Bene dovrai farlo…o perlomeno non lo avrai con me”

Il suo volto era diventato impenetrabile, una statua di marmo. Molte volte avevo avuto a che fare con quella espressione e sapevo che a quel punto il discorso era chiuso.

“ Bene Enrico allora….Addio.”

Uscii da quella casa così come ero entrata…Tutto ciò che rimaneva lì non faceva più parte di me.

Il colpo alla porta mi fece sussultare.

Si stava alzando il vento e, a questa altezza si sente sibilare come nei film di Dario Argento.

Era ora di …… tornare a casa.

La mia casa.

Scritto da Martina


[leggi il capitolo successivo: Sotto la polvere]

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