Archivio per ottobre 2007

Altre due buste gialle

[leggi il capitolo precedente: LA CHIAVE]



In banca non ci sono particolari difficoltà, sono  molto gentili.

C’è solo un’ombra di curiosità nello sguardo del funzionario, come se cercasse di intuire il rapporto che in passato poteva aver legato il professor Donati con la sconosciuta che si materializza all’improvviso per frugare nella sua cassetta di sicurezza.

Mi parla di Enrico ( “gran signore, persona squisita, comunicatore impareggiabile!”) con l’evidente proposito di sollecitare una mia reazione che gli consenta di intuire il mio ruolo nella vita del suo cliente.

Mi limito a condividere il suo entusiasmo per Enrico, con cenni del capo e  monosillabi.

Frustrato nella sua curiosità, passa ad offrirmi i suoi servigi come consulente finanziario. Sa benissimo che sono l’erede di Enrico e la sua fin troppo evidente preoccupazione è che io possa smobilitare il suo pingue conto corrente.

Quando gli dico che la banca in cui sono solita depositare i miei modesti averi coincide con quella  scelta da Enrico (non è un caso, avevo aperto il conto quando stavo con lui e avevo scelto quell’istituto su suo consiglio) si rilassa e finalmente accetta di lasciarmi a tu per tu con la cassetta di sicurezza.

Dentro la quale trovo la grande busta gialla, che adesso si trova qui, sopra lo scrittoio di Enrico.

Non ho ancora trovato il coraggio di aprirla.

Sto ancora pensando alla telefonata di stamattina con Maurizio.

L’ho sentito un po’ dubbioso sulla questione dell’eredità. E’ stato un errore raccontargli la storia della vecchia zia, adesso non so bene come uscirne.

Lui giustamente chiede particolari.

Lo farei anch’io al suo posto.

Non è un uomo avido o interessato, ma il caso vuole che, prima di fare il bancario, abbia fatto, per un paio d’anni, l’agente immobiliare. Quando gli ho detto che l’eredità della “vecchia zia” era un appartamento a due passi da Campo dei Fiori e che per risolvere alcune delle faccende legate all’eredità avevo una mezza idea di stabilirmi lì per un paio di giorni, gli si sono rizzate le antenne.

‘Campo dei Fiori?’  ha detto sorpreso ‘Ma varrà una fortuna! Quanto è grande?’

Per un attimo ho pensato di minimizzare. Le parole ‘ Niente, è un buchetto’ già mi affioravano alla bocca, ma per fortuna mi sono fermata in tempo. Prima o poi dovrò dirgli tutto e raccontargli anche chi è la “vecchia zia” che mi ha lasciato questo appartamento e, da quello che ho capito dal notaio, anche qualcosa come 7 o 8 milioni di euro tra contanti, azioni, buoni del tesoro.

La nostra vita ordinata e tranquilla non cambierà, ne sono certa, solo per il fatto che ho ereditato una piccola fortuna, anzi, anzi vorrei proprio che ne uscisse rafforzata. ( mi viene in mente quella vecchia battuta:  i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria!).

Insomma, prima o poi, questa cosa che mi è capitata tra capo e collo dovrà entrare anche nella vita di Maurizio, è una cosa troppo grossa per potergliela nascondere, meglio cominciare a dissipare un po’ di nebbia.

Così, dopo essermi schiarita un paio di volte la voce, ho bofonchiato confusamente: ‘Sai che non ne ho idea? Forse 160, 170 metri quadri…’ ( è una bugia lo so, l’appartamento ne ha almeno 250, ma quando Maurizio lo vedrà potrò sempre dirgli: mica ho l’occhio clinico come il tuo, ho valutato ad occhio!).

‘ Cosa?’ ha ululato di rimando ‘170 metri quadri in Campo dei Fiori? Ma allora sei diventata ricca!’

A quel punto ha cominciato a farmi tutta una serie di domande: quante camere da letto ci sono, quanti bagni, c’è il terrazzo, quanto è grande, come sono gli arredi, ci sono quadri di valore  e via interrogando. Ho cercato di rispondere continuando, ahimè senza troppa convinzione, a minimizzare. Tecnicamente, nessuna delle cose che ho detto è una bugia. Com’è la cucina? Abitabile, ho risposto, tralasciando il fatto che potrebbe abitarci una famiglia. Quanti sono i bagni? Tre, gli ho detto, ma che in uno ci sia una sauna e adiacente all’altro una piccola palestra lo scoprirà solo il giorno che verrà qui.

Giorno non molto distante perché alla fine, forse un po’insospettito dalla mia mancanza d’entusiasmo, sicuramente incuriosito ( e non solo per i suoi trascorsi  professionali), ha detto: ‘Sai che c’è? Venerdì sera vengo, così vedo la casa e passiamo il week end a Roma’.

‘ Bellissima idea’ gli ho risposto cercando di dare il massimo calore alla mia voce.

Tommasina è andata via. Aveva apparecchiato la tavola nella sala da pranzo. Che assurdità, ho pensato subito, con la cucina che è una piazza d’armi, che bisogno c’era ? Avrei preferito mangiare in cucina anche perché così ne avrei approfittato per farle qualche domanda. Non so neanch’io quali, escludo che Enrico le confidasse qualcosa. Sicuramente avrei provato ad investigare sullo stato di salute del Professore , mi piacerebbe, ad esempio, capire se le risulta che avesse problemi di cuore.(‘E’morto per cause naturali’ ha detto ieri il notaio Franchini.‘Cioè?’‘Non so, infarto, immagino, come hanno scritto anche i giornali’).

Dovrò rimandare a domani l’interrogatorio. Avevo appena finito il caffè, quando Tommasina si è materializzata sulla porta della sala. ‘Se non ha ancora bisogno di me, signora, me ne andrei’.

‘Va bene, ci vediamo domattina’ ho risposto quasi meccanicamente.

Tommasina a quel punto si è data una manata sulla fronte . ‘ Che stupida che sono! Quasi dimenticavo di dirglielo. Mentre lei era fuori ha telefonato una’.

‘Una chi?’ rispondo cercando di non far trasparire l’impazienza.

‘ Ho scritto il nome lì, vicino al telefono’ risponde spostandosi velocemente verso l’apparecchio che sta in ingresso ‘ Ecco qua: Silvia Davanzo’.

‘Cercava me?’

‘ No, veramente, se ne è uscita con tutta una storia di carte che ha lasciato qui…’

‘Carte lasciate qui? Che vuol dire?’ sbotto un po’ agitata.

‘ Ma sì, diceva che faceva la tesi col professore e che ha dimenticato qui degli appunti, che adesso le servono’

‘ E lei cosa le ha risposto?’

‘ Che mo’ la padrona è lei e che richiamasse..ho fatto bene?’

‘ Certo, Tommasina, ha fatto bene. A domani’

‘ A domani, signo’, mi stia bene’

 

E adesso sono qui a tu per tu con quella tremenda busta gialla.

La apro e ne tiro fuori alcuni fogli in formato A4 scritti con il computer uniti tra loro da una graffetta.

Si tratta di lettere. Tre per l’esattezza.

Non c’è data, ma è chiaro l’ordine di invio. Ognuna di esse è sormontata da una scritta in grassetto di enorme formato : Primo Avvertimento, Secondo Avvertimento, Ultimo Avvertimento.

Le prime due iniziano con un formale “Caro Professore

Leggo la prima .

“Caro Professore

                           quando si arriva alla sua età bisognerebbe sapersi accontentare dei piaceri dello spirito.

Un amico.

La seconda è un po’ più lunga:

Caro Professore,

                          forse non mi sono spiegato bene.

Lei è un uomo di mondo, arrivato ad un’età in cui dovrebbe essere impossibile farsi delle illusioni.

Non basta andare in palestra per conservare un fisico giovanile o andare dal chirurgo plastico per farsi stirare le rughe per cancellare il fatto che ormai sono più vicini i settanta che i sessanta.

Lei è un uomo di cultura, è famoso e ammirato per le sue opere, è normale che eserciti un ascendente intellettuale  .

Ma, per l’amor del cielo, come può pensare che ci sia ancora una donna giovane  e bella disposta ad innamorarsi di lei?

Le consiglio di comportarsi da gentiluomo. Non mi costringa a scriverle ancora, comincio a diventare nervoso.

Un amico.

L’ultima lettera mi dà i brividi. L’anonimo tralascia il “professore” e passa al tu.

Lurido maiale,  ti avevo avvertito.

Un ex amico.

E adesso che faccio di queste lettere? Vado alla polizia? Sarebbe la cosa giusta da fare, lo so.

Ma a quel punto non finirei nel tritacarne anch’io? In questo momento pochissimi sanno di me e della mia relazione con Enrico. Figurati se non si avventano su questa storia i rotocalchi, una volta che vengono fuori i sospetti di Enrico e le lettere che ho trovato nel caveau!

A quel punto immagino già le didascalie sulle foto: “Manuela, 40 anni, la vecchia amante del professor Donati’ . Naturalmente poi ci sarà chi vorrà scavare a fondo nella faccenda, ci sarà chi cercherà di insinuare che se ho ricevuto una eredità così grossa, è perché ho continuato a vedermi con Enrico…

Insomma, più ci penso, più mi viene voglia di prendere queste tre lettere, ficcarle di nuovo nella maledetta busta gialla e bruciarle nel lavandino.

D’altronde che mi dici tu, Enrico? Che della giustizia non sai cosa fartene, nel posto in cui ti trovi, che l’unica cosa che ti dispiace è che resti in libertà un assassino. Beh, dispiace anche a me, e moltissimo.

Ma, primo, non è detto che, nonostante quello che mi hai lasciato scritto, tu non sia morto proprio di morte naturale. Secondo, ammesso e non concesso che ti abbiano ammazzato, non è detto  che  becchino l’assassino. Terzo,  è sicuro che se consegno queste lettere la mia vita sarà rivoltata da cima a fondo come un calzino. Quarto, se chi ti ha ucciso, caro Enrico, è un giovanotto geloso, come si potrebbe supporre dalle lettere, un po’ te la sei andata a cercare: sono i rischi che si corrono a fare il Ganimede.

Insomma più ragiono sulla cosa, più si rafforza la mia idea di escludere l’intervento della polizia.

Guardo fuori. La giornata è bellissima. Decido di scendere a godermi il sole.

Campo dei Fiori è il solito posto colorato e stupendo che ricordavo.

Amo i posti incontaminati.

Lo so che praticamente non ce ne sono più. Ma per fortuna esistono dei posti talmente belli che qualcuno pensa bene di vincolarli dal punto di vista urbanistico. Ed ecco il risultato: se vado a ripescare una foto dell’inizio del secolo scorso e la confronto con quella che potrei scattare io adesso, devo quasi aguzzare la vista per vedere le differenze.

Certo, sono cambiate le insegne dei negozi e le fogge dei vestiti che indossano i passanti, ma il resto, quasi per effetto di una magia, è rimasto immutato.

Mi piazzo in un caffè all’aperto nel centro della piazza e  per un’oretta e cerco di leggere i giornali che ho comprato al mattino.

Intorno è tutto un viavai di persone. Il mercato, che ha animato la piazza per tutta la mattina, sta per chiudere i battenti. I venditori si chiamano l’un l’altro, scambiandosi battute e ridendo, mentre ripongono la merce. Alcuni giovani dall’aspetto trasandato vanno su e giù con delle piadine in mano, mentre una ragazza dai capelli biondi li fotografa  con una piccola digitale. L’immancabile gruppo di turisti giapponesi staziona intorno alla statua di Giordano Bruno: ascoltano la guida composti, con le teste che oscillano all’unisono.  Ad un certo punto c’è anche un piccolo parapiglia: un giapponese tarchiato afferra per il polso una piccola zingara, sostenendo di esserne stato derubato. La piccola urla, alza la maglietta per far vedere che non ha il portafogli del giapponese da nessuna parte, i connazionali del derubato si animano all’improvviso, parlando tutti insieme, mentre una distinta signora di mezza età vestita di grigio impartisce con il dito alzato lezioni di educazione civica al giapponese tarchiato che continua ad artigliare il polso della ragazzina, ammonendolo sul fatto che non può farsi giustizia da sé.  Grazie al cielo,  arriva quasi subito una volante.

Poliziotti dall’aria annoiata raccolgono le concitate spiegazioni dei protagonisti della storia per qualche minuto, poi imbarcano nell’auto il giapponese e la ragazzina e ripartono.

Il tutto è durato  pochissimi minuti ( la volante doveva proprio essere dietro l’angolo!)

Inutile dire che non ho letto nulla. Ma non dipende solo dal fatto che la scena cui ho appena assistito mi ha distratta, anche prima che accadesse non facevo altro che leggere e rileggere la stessa riga come una stupida.

Sin da quando mi sono seduta al tavolo del caffè, mi si è affacciata in mente un’idea fissa. Quella di mettere a soqquadro l’appartamento per trovare le carte dimenticate lì da  quella Silvia Davanzo di cui mi ha parlato Tommasina.

Vuoi vedere che è lei l’ultima fiamma di Enrico? Che è lei quella che ha il fidanzato geloso che ha fatto fuori il povero Enrico? ( chissà come avrà fatto, penso tra me e me , visto che tutti pensano sia stato un infarto) .

Rientro in casa con la sensazione di fastidio di chi sa che deve trovare una cosa, ma sa anche che sarà come cercare un ago in un pagliaio.

La casa è tutta un enorme contenitore di carte. Prima di setacciarla a fondo, cosa che potrebbe costarmi giorni e giorni, cerco di riflettere su quello che ricordo delle abitudini di Enrico.

Può darsi che questa Silvia Davanzo abbia dimenticato lì veramente gli appunti della sua tesi, cioè delle carte assolutamente innocenti, che allora potrebbero trovarsi dappertutto, ma è possibile, invece, che sia ansiosa di mettere le mani su documenti che avevano molta importanza anche per Enrico. In questo caso non potrebbero essere nascosti nel doppio fondo segreto di quello scrittoio del settecento di cui Enrico era così fiero?

Ricordo ancora il giorno che lo comprammo. Enrico era piuttosto dubbioso, desiderava uno scrittoio, ma quello che aveva sotto gli occhi, quel giorno, nel mercatino all’aperto di quella bella piazza medioevale, non lo convinceva per niente. Il prezzo era veramente modesto, ma lo scrittoio appariva  malconcio, inevitabile portarlo da un restauratore, con una spesa aggiuntiva sicuramente molto più alta del prezzo d’acquisto.

Quando Enrico stava per andarsene, passando alla bancarella successiva, il venditore gli si era avvicinato, dicendo: ‘ Ho visto che le interessa lo scrittoio. C’è una cosa che voglio farle vedere’

Appoggiò quindi la punta dell’indice su un intarsio del mobile e la parete di fondo dello scrittoio, situata in perpendicolare rispetto al piano di scrittura, girò lentamente su se stessa rivelando un doppio fondo.

Fu sufficiente questo piccolo gioco di prestigio per convincere  Enrico all’acquisto.

Fece restaurare il mobile, lo portò nello studio e mi fece promettere solennemente che avrei tenuto per me il segreto del doppio fondo ( all’inizio credevo che scherzasse, ma alla fine insistette tanto che non ne fui più tanto sicura, era un uomo così bizzarro a volte!).

Punto dritta verso lo scrittoio, ci metto un buon quarto d’ora ad individuare l’intarsio che schiude la copertura del doppio fondo e quando sono sul punto di afferrare un tagliacarte per sfondar in malo modo la paretina di legno, questa si spalanca all’improvviso rivelando l’ennesima busta gialla ( ne doveva aver comprato una bella fornitura! non posso fare a meno di pensare). 

Dalla busta scivolano fuori una ventina di istantanee Polaroid.

Il soggetto è sempre lo stesso: una ragazza bionda sui venticinque anni. Bellissima. Nuda. Fotografata in tutte le pose e in tutti gli angolo della casa  Ce n’è pure una scattata in cucina ( nel regno di Tommasina!)  E’ l’unica foto in cui la ragazza non è nuda, indossa solo un piccolissimo grembiule blu. E’ in piedi accanto ai fornelli, vicino ad una grossa pentola fumante. Guarda in macchina ammiccando mentre assaggia il grado di cottura di uno spaghetto.

E bravo Enrico! Sulla breccia fino all’ultimo, penso tra me e me, senza riuscire a reprimere del tutto un sentimento di dispetto.

Insieme alle foto c’è anche un foglio, scritto a mano, con la calligrafia di Enrico:

Cara Silvia,

                     temo di essere diventato per te poco più che un fantasma del passato. Ciò non di meno ti scrivo, anzi, essendo un fantasma, inopinatamente , come tutti i fantasmi, mi materializzo.

Ho riflettuto a lungo, prima di farlo, combattuto come al solito tra mille scrupoli e incertezze.

Poi ho pensato ad un pomeriggio di sette mesi fa. Eravamo in quel baretto di Trastevere, dove andavamo di tanto in tanto. Doveva essere il mese di maggio.

Ero preso di te, allora, come forse non lo sono stato in nessun  altro momento della nostra storia.

Ti guardavo e mi sentivo un miracolato. Non sta capitando a me, non è possibile, pensavo, che una donna così si sia innamorata di me. Ricordo anche che te lo dissi.

Tutte uguali a se stesse le mie storie prima di te.

Prima di conoscerti, ero convinto che, almeno per me, tutto fosse destinato ad iniziare e a finire allo stesso modo, in amore: prima l’attrazione, le schermaglie e i batticuori, poi la scoperta dei corpi, i racconti del passato e il fare le cose insieme e infine , l’affermarsi inevitabile e penoso delle abitudini, l’insofferenza reciproca e la separazione. Sempre lo stesso copione : scene galanti nel primo atto, erotiche nel secondo, patetiche nel terzo.

Ricordi, Silvia, quello che ti dicevo all’inizio della nostra storia? Ti dicevo che tutti gli esseri umani sono irrimediabilmente noiosi e che la durata di una storia d’amore dipende anche dalla ricchezza del loro repertorio. Anche con te forse il mio repertorio si era ormai logorato , ma la voglia di stare insieme- mi sembra-  era rimasta intatta.

La somiglianza tra i nostri caratteri, gli interessi in comune, il fatto di divertirci e annoiarci per le stesse cose…..Non so quale di queste circostanze ha influito di più o se hanno contribuito un po’ tutte.

Il fatto certo è che la nostra storia si è conclusa, lo so con certezza, non per il logorarsi della nostra attrazione reciproca, ma  per il banale sopraggiungere di un fatto esterno.

Non è grottesco tutto questo?

Non c’è proprio rimedio?Pensaci.

Enrico.

Cosa devo pensare, Enrico? Cosa sarà stato quel “banale sopraggiungere di un fatto esterno” che ha interrotto la storia? Anche la nostra, in fondo, pensarci bene, è una storia che si è conclusa per un banale incidente.. Non sarà un vizio?

E quelle parole così sapienti! Sei sempre stato bravo con le parole, non c’è che dire.

Mi viene voglia di bruciare tutte e tre le buste gialle con il loro contenuto. Che senso ha continuare ad investigare?

Sento forse di doverlo fare per riconoscenza nei confronti di chi mi ha nominato sua erede universale?

Sarebbe giusto, forse, visto che non ho alcuna intenzione di raccogliere l’ultimo appello di Enrico, che io rinunciassi al suo imprevisto regalo?

Ma che senso avrebbe? Per la prima volta in tutta la mia vita la fortuna si “accanisce” contro di me ed io dovrei sputarle in faccia? Meglio cogliere le opportunità di questa storia e scansare le minacce.

In fondo che c’è di male?

Enrico appartiene ormai al mio passato, lasciamolo là, la mia vita è altro, adesso.

Mentre faccio queste riflessioni suona il campanello di casa.

Faccio un salto sulla sedia per la sorpresa, poi vado in ingresso, appoggio l’occhio allo spioncino e vedo, deformato dalla lente, ma perfettamente riconoscibile, il viso di Silvia.

Apro la porta. Toh, è vestita, non posso fare a meno di pensare, con malizia,  squadrandola da capo a piedi.

‘Sono Silvia Davanzo, posso entrare?’ mi dice con la voce carica di concitazione, come se fosse inseguita da qualcuno e avesse l’immediata necessità di trovare un sicuro ricovero.

‘Si accomodi’  replico, con una certa freddezza.

 



Scritto da: Filippo


leggi il capitolo successivo: SILVIA


Lascia un commento

Sotto la polvere

[leggi il capitolo precedente: Flash-back]


 

Erano trascorsi quattro anni dalla rottura di ogni contatto con Enrico. Era morto a cinquant’anni. Arresto cardiaco, narravano le cronache; troppo giovane e troppo strano per uno come lui, così attento alla salute. Qualcosa non quadrava e perché aveva lasciato la sua eredità proprio a me, soprattutto quella casa.

Decisi che non potevo lasciar perdere così, che non potevo non raccogliere il messaggio in bottiglia  che mi aveva lanciato Enrico; pensai che una spiegazione doveva pur esserci al fatto che, in qualche modo, quella porta che io avevo sbattuto con tanta veemenza lui l’aveva riaperta a distanza di anni, anche se era solo un minimo spiraglio io dovevo farmi piccola piccola e dovevo rientrarvi. Non era la ragione ad impormelo, era l’istinto, un richiamo ancestrale e misterioso che era stato il collante del nostro rapporto; così diversi eppure così uniti, finché era durata.

 

L’indomani mattina tornai al Vicolo della Moretta con la Mery, decisa a cercare i perché e a capire i come mai. Una linfa nuova mi infondeva coraggio che, in certi momenti, dubitavo fosse incoscienza, quella che mi incitava a conoscere Enrico da morto più di quanto non avessi tentato di farlo da vivo.

E mentre Mery già si prodigava nel rianimare quella casa moribonda eppure così vogliosa di non essere stritolata fra le braccia dell’oblio, io mi decisi a liquidare la pratica Tommasina. La chiamai e le diedi appuntamento per il pomeriggio stesso. Il nostro colloquio fu serrato e sbrigativo anche perché quando decidevo di fare la stronza mi veniva talmente bene che non avevo bisogno di imparare la parte a memoria.

Squillò il campanello alle 15.00 in punto, l’ora dell’appuntamento. Dopo i soliti convenevoli l’affrontai di getto.

“Tommasina mi ascolti, lei può essere anche la colf più brava del mondo ma io non so che farmene di lei…”

“Ma Signora io ho servito il professore per tanto tempo, so tutto delle sue cose, potrei tornarle utile…”

“Ecco è proprio questo che intuisco, sospetto che lei sia una ficcanaso e che abbia ben altri scopi per restare attaccata a questa casa, come una cozza allo scoglio…”

“Ma lei è offensiva Signora e così infanga il buon nome di Enrico…”

“Cos’è tutta questa confidenza? Continui a chiamarlo professore, come dovrebbe aver sempre fatto, spero…”

A queste parole Tommasina rigirò i tacchi e se ne andò mugugnando frasi incomprensibili non senza avermi prima mostrato una faccia terrea, piena di livore che, nella sua corporatura minuta, assumeva toni ancor più inquietanti.

Ecco la pratica Tommasina era liquidata! Pensai fra me e me anche se, lo ammetto, quella donna così torva, piccola di statura, con un’anacronistica crocchia in testa, tutta vestita di nero, un qualche brivido lungo la schiena me lo aveva procurato.

 

Non fu facile riprendersi, mi ci volle un cognacchino ed una sigaretta per smorzare l’ansia e riportare alla normalità le pulsazioni mentre vedevo sfrecciare la Mery da una stanza all’altra armata di tutto punto: scopa, spazzolone, sgrassatore, pezzetta, un vero incursore dell’igiene, beata lei!

Dopo che mi riebbi sentii forte l’impulso di perlustrare la casa badando a non provocare qualche frontale con la Mery che sembrava una tarantolata delle faccende domestiche.

Le stanze da letto, quella per gli ospiti, l’ingresso, l’ampio soggiorno, i due bagni, la cucina, il locale per la servitù, la terrazza naturalmente, il vero plus di quella casa, passai in rassegna ogni angolo ma fu in un luogo preciso che mi soffermai o meglio, che raggiunsi come in stato di trance, lo studio.

Quattro pareti foderate di libri con in mezzo un sontuoso scrittoio, erano circa seimila quando me ne andai, ora dovevano essere molti di più. Conoscevo bene l’idiosincrasia di Enrico per le diavolerie elettroniche di cui non ne voleva sapere, niente pc né stampanti né scanner che lui aborriva con compiaciuto snobismo. Ignorava quelle “trappole elettroniche” come le chiamava lui, come gli sms o le mail. O meglio, le conosceva ma le irrideva come piccoli, teneri ufetti sbarcati per sbaglio su questo pianeta. Soleva ripetere che l’unica @ che conosceva era la chiocciola, quel simpatico gasteropode terrestre che, se raccolto in quantità sufficiente, spurgato ed irrorato con una salsetta piccante, poteva fare felici anche i palati più raffinati. Poi quando attaccava i blog era uno spasso, altro che diari liberi, diceva, una volta che milioni di sonnambuli vi si sarebbero incollati sopra, come insetti alla carta moschicida, ci avrebbero pensato i pubblicitari a trasformarli in macchinette mangiasoldi.  Che mattacchione era il mio Enrico!

Ebbene, fu nello studio che mi sovvenne che, io ed Enrico, avevamo, nella grande biblioteca, un piccolo angolo ben nascosto, situato nella seconda colonna da destra all’altezza del quarto ripiano; lo scrigno lo chiamavamo. Là dentro depositavamo i pensieri non detti, i segreti inconfessabili, i desideri muti e l’uno all’insaputa dell’altro curiosavamo, di tanto in tanto, nello scrigno e così conoscevamo i nostri segreti più reconditi senza bisogno di rivestirli di parole stentate. Come quando gli chiesi di voler fare l’amore con lui in forme non convenzionali (arrossisco al solo pensiero!) o come quando lui mi annotò che gli era frullato per la testa il desiderio di suicidarsi. Perché non aver scritto un biglietto anche per la mia richiesta di maternità? Fu un errore, probabilmente.

 

Andai ad aprire affannosamente l’intercapedine dello scrigno, quasi la scardinai, raccolsi con cura quei foglietti tratti da un block notes tascabile, a quadretti, con  le righine rosse e le mezze lune dello strappo, ingialliti dal tempo, roba d’altri tempi, appunto!

Ne riconobbi alcuni, i suoi ed i miei, troppo vividi per essere dimenticati, ma ce ne era uno su carta extrastrong, ripiegato a dovere, a me sconosciuto. Lo aprii, lo lessi d’un fiato.

Cara Manuela, spero tanto che tu ti sia ricordata del nostro scrigno e se è così allora vuol dire che quella porta che mi hai sbattuto in faccia quattro anni fa e che non ha mai smesso di vibrare, tu hai avuto la forza e la volontà di riaprirla a dispetto del mio malanimo. Sì, ho infranto il tuo sogno di maternità non perché non volessi ma perché le circostanze mi ci hanno costretto. Una persona, a tua insaputa, ha stravolto la mia vita, ha fatto sì che entrassi in un meccanismo più grande di me ed ha alterato la mia personalità fino a far emergere il mio doppio di cui io stesso ho paura. Ora non ho tempo per spiegarti meglio, ti scriverò ancora, ma se ripercorri i miei passi ca…”

Il biglietto si interrompeva così, bruscamente, con quel “ca…” che, presumibilmente, doveva corrispondere ad un “capirai.”

Attonita, rimasi sospesa fra il quarto ed il quinto ripiano della libreria, come se stessi scalando una parete di terzo grado, indugiavo fra il vuoto e la vetta, mie proiezioni oniriche che avevano polverizzato la solida consistenza del pavimento e del soffitto.

Come cristallizzata ebbi modo di riflettere che, sotto quella polvere farinosa ed uniforme, come morbida neve, mi accingevo a scoprire un altro Enrico ed avrei voluto avere l’impeto e il soffio della rosa dei venti per spazzare via, in un frangente, il bianco mantello.

 

“Se ripercorri i miei passi ca…” “Capirai”, verosimilmente. Ripartii da lì, dopo aver riavviato, non senza fatica, quel fermo immagine così intenso. Pensai, senza ordine logico, alle persone e alle circostanze che più avevano segnato la vita di Enrico e di cui io avevo memoria.

Il notaio Franchini, prima di tutto, con quel suo fare affabulatorio, sembrava sapere di più di quanto non dicessero le carte, gli occhialetti calati da cui faceva partire sguardi come saette, un vero azzeccagarbugli.

L’ambiente universitario, di cui non sapevo molto. Chi erano i professori, gli assistenti che frequentava? E gli studenti? Aveva tesi in corso, e di che tipo?

Il centro estetico che frequentava con tanto orgoglio, sembrava avergli dato nuova linfa, era sempre radioso quando tornava dalle sedute serali ma non me ne parlava più di tanto anzi, ora che ci penso, sembrava scanzare l’argomento.

La gente del mondo della cultura e della politica che spesso incontrava, vecchie cariatidi, imbalsamate nei loro cliché, ma non prive di sorrisi da squalo e contornate da aure inquietanti, che il mistero promanasse da lì?

Le tappe quasi quotidiane al Ristorante “Il Bolognese” e l’accoglienza familiare del cameriere Fernando e la recente conoscenza fatta da me con l’altro cameriere Stefano di cui, però, non ricordo le gesta, per quanto mi fossi sforzata. Anche un ristorante è un crocicchio di incontri e un covo di chiacchiericci. E dunque…

Quell’umanità varia che brulica a Vicolo della Moretta, tra Campo dé Fiori e Via Giulia, e quella casa comprata da un militante comunista con l’aiutino di alcuni papaveri democristiani. E qui si potrebbero aprire scenari di fantapolitica allo stato puro. Dai Palazzinari a Tangentopoli. Boom, che botto!

Che segnale mi aveva voluto lasciare Enrico con quel suo bigliettino? E quale avvenimento aveva fatto sì che lo troncasse così fulmineamente? Da qualche parte il filo della matassa doveva pur annidarsi ed io dovevo trovarlo, a tutti i costi. Del resto avevo un mese e in un mese ne sarei venuta a capo, ne ero convinta, capirai, caparbia come sono!

Intanto Mery mi si ripresentò davanti tutta inzaccherata come un minatore alla fine del turno e sentenziò soddisfatta “Ecco, io ho finito!”

Le risposi, quasi d’istinto “Ecco, io ho appena cominciato!”

 

Da dove cominciare, ripetei. Convenni, fra me e me, che, intanto, una visitina al cimitero, al Verano, non mi avrebbe fatto male, in processione davanti a quel piccolo mausoleo che era la tomba di famiglia dei De Donato che, tante volte, Enrico mi aveva costretto ad ossequiare. Ne avevo di cose da dirgli, di belle e di brutte, gli sarebbero di certo fischiate le orecchie, pure sfarinate e pure disperse nell’aldilà.

Andai il giorno dopo al Verano, che tristezza! La metropoli delle anime defunte, c’è più traffico di trapassati qui che sul Raccordo Anulare nell’ora di punta, sospirai. E tutte quelle foto, e tutte che ti guardano, ti fissano, sei più osservato qui dentro che a Via del Corso nell’ora dello struscio, rimuginai sorridendo sommessamente.

Ma quest’aria lievemente allegra e svagata che mi aveva pervaso svanì istantaneamente allorquando arrivai nei pressi della tomba di famiglia dei De Donato e scorsi, ben riparata sotto un cipresso generoso di gazzozzole,  due sagome sostare nei pressi della tomba.

 

Erano due donne, vestite di nero. Una più alta e formosa, con un popo’ invidiabile, per quanto anche il mio non fosse da buttar via (come quelli che piacevano ad Enrico, ricordai) era raccolta nell’atto di pregare o forse stava leggendo qualcosa.

L’altra era più piccola e minuta, tutta intenta a rassettare, con una specie di cestino intrecciato sulla capoccia, ma sì, era Tommasina!

Che ci facevano lì quelle due cornacchie sulla preda, in un luogo che non gli competeva?

 

 

Scritto da: Uno dei ragazzi della IIIE


leggi il capitolo successivo: Il rintocco della campana


Lascia un commento

A tu per tu con i ricordi

[leggi il capitolo precedente: FOTO E FRAGOLE]


Decisi di non rispondere. Mia madre si sarebbe preoccupata, e inutilmente.

Ero brilla e da sola in quella casa grande e silenziosa. Troppo silenziosa.

Una delle tante cose che adoro di questa casa è la luce. Enrico diceva che l’arancione dava un tocco di calore in più e aveva ragione, come sempre.

Continuo a frugare nello scatolone senza badar troppo a quella poesia; l’alcool è in pieno circolo nel mio corpo perciò la voglia di pormi altre domande svanisce. La giornata è stata fin troppo pesante e voglio godermi un attimo per me. Voglio stendermi in quel letto dove Enrico ed io facevamo l’amore, voglio poter immaginare che dal bagno in camera arriverà lui col suo asciugamano blu legato intorno al bacino e con un sorriso malizioso stampato in faccia quasi a volermi chiedere: “Lo rifacciamo?”. Vorrei tanto che lui arrivasse e mi baciasse.

Amavo i suoi baci, le sue mani addosso e il suo profumo sul mio corpo.

Sono passati sei anni e solamente adesso mi accorgo che il desiderio di lui non mi ha mai abbandonato.

Senza pensare ulteriormente e, soprattutto, senza disfare il letto mi metto a dormire su quella che era la mia parte di letto aspettando con ansia che quel giorno finisse e che un altro, possibilmente migliore, iniziasse.

Ore 11: 00. Il mio corpo ha deciso che adesso ci si può svegliare.

Guardo il telefonino: quattro chiamate perse. Mia madre sarà preoccupatissima così dopo averla sentita e rassicurata, chiamo Tommasina:

          “Salve signora, sono Manuela…”

          “Salve! Mi scusi per il ritardo ma mia figlia mi ha lasciato la bambina e non è ancora arrivata… beh, sa, il traffico…!”

          “No signora, non l’ho chiamata per questo. L’ho chiamata per dirle che oggi preferirei che lei non venisse…”

          “…Come desidera… Ma… tutto bene?”

Mi fece piacere che Tommasina si preoccupò di chiedermi se stavo bene…

     – “Si, grazie. Ho solamente bisogno di uscire, tutto qui. Salvo improvvisi

          cambiamenti la aspetto domani per le 10:30?”

          “Si, va bene! Buona giornata Signorina!”

          “Grazie, anche a lei”.

Il mio primo pensiero fu quello di metter su un po’ di musica. Il silenzio e l’enormità di quella casa mi mettevano addosso una cupa malinconia. Avevo bisogno di note dolci e violente allo stesso tempo. Avevo bisogno di Beethoven così cercai il disco della “Nona sinfonia” tra la collezione di musica classica che Enrico custodiva gelosamente. Mi sentivo in torto a prendere un suo disco senza aver addosso quegli occhi che mi guardano in attesa di sbagliar a sfiorare la sua collezione per rimproverarmi con arte e maestria.

Lui era così: era geloso, possessivo e arrogante. Talvolta mi sentivo completamente umiliata dalla sua possente ed elegante presenza. Io sono una segretaria, un’umile persona che andava a letto con il capo. Sono una sciocca che ha ereditato una fortuna da un uomo da cui per mesi ha sperato di sentirsi dire “ti amo”, o che almeno dicesse “anch’io…” nel momento in cui io glielo dissi quella volta che su un aeroplano mi portò in spiaggia in Croazia. Ma quella non fu l’unica volta in cui ammisi a me stessa quelli che erano i miei sentimenti per lui. Nella mia mente continuavo a ripeterlo, ogni giorno.

Ogni volta in cui facevamo in silenzio l’amore. I nostri desideri si univano alla voglia di possederci, di assaporarci, di provar sensazioni che ci avrebbero sfinito e colmato.

Ho aspettato con infinita pazienza quelle due parole da lui, parole che non ho mai sentito udire. Chissà, forse avermi lasciato l’appartamento è un modo per dirmi che mi ha amata. Di certo adesso non ho nessuno a cui chiederlo.

Girovago in casa e infiniti ricordi riaffiorano in me.

Sei anni fa, prima di andar via da lui, da quella casa e da Roma gli scrissi una lettera e la misi tra due libri nell’infinita libreria di casa sua. O mia.

Scelsi i sui due libri preferiti sapendo che prima o poi li avrebbe riletti e che avrebbe notato quella bianca busta contenente quelle che erano le ultime cose che avevo da dirgli prima di andar via come una ladra perché io, io lo temevo. Temevo quale sarebbe stata la sua reazione nel sapere che il figlio che portavo in grembo non c’era più. Temevo quella che sarebbe stata la sua reazione nel sapere che gli avevo tenuto nascosto suo figlio ancora troppo piccolo per ribellarsi di non esser buttato via.

Non volevamo un figlio adesso, volevamo goderci la libertà di viaggiare, di far l’amore in giro per casa o a terra senza il rischio di esser visti da occhi troppo ingenui ma sapere della sua esistenza provocò in me qualcosa.

Io, Enrico e nostro figlio. Io e la mia famiglia. Volevo quel bambino, volevo crescerlo con amore e severità. Volevo crescerlo con Enrico.

Enrico non voleva figli adesso, me lo disse quando una sera parlammo di nomi.

“Scordati che io chiamo mio figlio Marco –gli dissi- è troppo banale! Ormai tutti si chiamano Marco! Mi dispiace per tuo padre, ma proprio non ci penso!”.

La sua risposta fu: “Scordati che io e te avremmo un figlio. Non adesso almeno.”

E mi abbracciò, mi baciò e andammo in camera da letto a far sesso. Si trattava di sesso quel giorno.

Quel giorno io non l’amavo. Non amavo quell’uomo che non ha notato che stavo piangendo, mentre lui stava provando piacere.

“Ascoltami, sono incinta -volevo urlargli-. Ascoltami” e invece non dissi nulla, lasciai che lui finisse e che andasse a far la doccia prima di guardarmi allo specchio e  provar vergogna di me.

Tornò dicendomi che era stato bellissimo e chiedendomi se stavo bene; gli dissi di si. Mi guardò, sorrise e uscì da casa. Subito dopo presi il telefono per chiamare la mia amica ginecologa. Non potevo aver quel figlio. Enrico mi avrebbe lasciata e io senza lui non ero nulla.

Presi appuntamento con Giorgia che stava cercando di consolarmi e mi diceva che non

dovevo abortire se non volevo e che era giusto che Enrico sapesse ma non avevo la forza di dirglielo, non ne avevo il coraggio così andammo in ambulatorio e, dopo aver dato il mio consenso per iscritto, Giorgia eliminò ogni traccia di quello che adesso non doveva esserci.

Tornai a casa, un po’ dolorante. Non riuscivo a capire se faceva più male la “rimozione” in sé o l’idea di aver “rimosso” parte di me. E di lui.

Mi accorsi che non riuscivo più a guardare in faccia quell’uomo che tanto ho amato e

per il quale ho preso una decisione troppo grande per me, notai che non riuscivo più a baciarlo, a toccarlo, a preparargli da mangiare e a portargli un bicchier d’acqua senza provar disprezzo per lui così, una mattina, aspettai che lui andasse via per prendere carta e penna e scrivere quello che era accaduto e che avevo fatto.

Messa la busta tra i libri raccolsi le mie cose in un’unica valigia e andai via voltandomi indietro prima di chiudere quella porta.

Quella mattina non andai a lavorare e neanche tutte le altre mattine successive.

Di Enrico non seppi più nulla fino al giorno del testamento.

La lettera non era più tra i libri. L’aveva letta. Vorrei poter sapere quale fu la sua reazione anche se non mi servirebbe a nulla saperlo adesso.

Enrico non c’era più e con lui non c’era più neanche suo figlio.

…D’un tratto mi sentii fuori posto. Tornare in quella casa non aveva fatto altro che riaprire cassettini della mia memoria che avevo preferito sigillare per difendermi dal dolore e dai rimorsi. Tornare in quella casa era stato uno sbaglio.

Velocemente, come se qualcuno mi stesse imponendo di andar via in fretta, presi la mia valigia e iniziai a metter dentro le cose che avevo utilizzato il giorno precedente e quello che avevo già riposto nell’armadio.

Volevo andar via.

Mi sentivo stretta ed incastrata in quella casa, mi sentivo sporca e in torto. Mi sentivo umiliata. Volevo scappare, per la seconda volta.

Andai con passo lesto verso la porta, misi la mano sulla maniglia per aprirla e, nello stesso momento, il vento fece sbattere una finestra.

Ebbi paura. Ero nervosa e agitata. Scoppiai a piangere.

Piangevo perché mi sentivo abbandonata. Piangevo perché non avevo nulla. Non avevo Enrico e nemmeno il figlio che volevo e che adesso avrebbe avuto sei anni.

Seduta, con le spalle appoggiate alla porta stavo piangendo. Disperata.

Mi sentivo una stupida, un adolescente che viene lasciata dopo una settimana, una bambina a cui cade il gelato al luna-park.

Restai a terra fin quando non mi sentii pronta ad alzarmi per prendere il telefono e chiamare Lorenzo.

Sentire la sua voce era quello di cui adesso avevo bisogno.

Lorenzo è l’uomo più dolce del mondo e forse non merito tanto, soprattutto adesso che sento che avrei avuto ancora tanto da dire e dare ad Enrico. Mi chiedo come sarebbe

andata se quella mattina non fossi scappata. Mi chiedo se Enrico avrebbe sorriso nel

sapere che presto avrebbe avuto un figlio. Mi chiedo se la mia vita sarebbe stata diversa se solo fossi stata coraggiosa.

Con Lorenzo non ho bisogno di mentire, lui sa di Enrico, sa dell’amore che provavo per quell’ uomo e della mia sofferenza nello stare senza di lui i primi anni dopo quella che effettivamente può essere considerata una fuga da questo posto.

Solamente una cosa Lorenzo non sa di me: dell’aborto. Tranne Giorgia ed Enrico nessuno lo sa, nemmeno mia madre con la quale ho un rapporto fantastico e che mi è stata sempre vicina nei miei momenti di crisi e di nostalgia dovuti alla lontananza da Enrico.

Provo vergogna per quello che ho fatto. Lorenzo non deve saperlo, non dopo tre anni.

Chiamo.

Dopo avermi sentita un po’ giù, Lorenzo, si è proposto di raggiungermi per farmi compagnia, abbracciarmi e magari porgermi un fazzoletto! Accettai.

Riposi nell’armadio la roba che avevo messo senza criterio nella valigia, guardai la foto in camera, chiusi la finestra e una volta prese le chiavi di casa uscii: direzione stazione. Lorenzo tra quaranta minuti sarebbe arrivato qua. Per me.

 

 

 

 



Scritto da: Elida



Lascia un commento

Giulia

[leggi il capitolo precedente: Il Cappellaio Matto]


 

 

Mi riprendo da questi pensieri realizzando che non sono sola in casa, ho appena fatto entrare Tommasina, e intuisco che vorrebbe fossi io a parlare per prima. Ma non riesco a farlo, provo una sorta di imbarazzo; sento l’impulso di voler essere corretta con lei, ma non mi va certo di esordire con “salve, mi trovo in questa casa e improvvisamente ricca perché ero l’ex amante del professore”. Così assumo un atteggiamento un po’ distaccato:

     Spero non essere stata troppo precipitosa nel chiamarla, ma avevo bisogno subito di una mano di aiuto. –

     No, non si preoccupi, non mi ha creato nessun disturbo, anzi!-

(non avevo dubbi sulla sua disponibilità  …).

     A dire la verità, non so ancora se mi fermerò qui definitivamente,  ma vorrei ugualmente che la casa prendesse un po’ d’aria e che fosse pulita e in ordine. –

     Non si preoccupi, farò del mio meglio. Ehmm, signora?-

     Si? –

     La vedo un po’ pallida, è molto stanca, vero?-

Con quelle parole, la mia maschera di durezza e inossidabilità comincia a cedere, come una lastra di ghiaccio che si scioglie. Si, sono stanca, eccome se lo sono. Annuisco, quasi impotente di fare qualsiasi altra azione e di profferire qualsiasi sillaba.

     Aspetti signora, che le faccio un buon caffè. Ha fretta? Spero di no? –

            Veramente…. –

            Coraggio, il caffè sarà pronto fra pochi minuti. –

Si dirige sicura verso la cucina e io la seguo. Adesso è assodato che non sono una donna dalla forte personalità. Alla faccia dell’atteggiamento distaccato. Va bè, ormai che sono in ballo, balliamo.

Mi lascio coccolare dall’aroma del caffè e mentre aspettiamo il bollore della caffettiera, vengo incantata dagli occhi malinconici e sinceri della donna.

Qualche minuto dopo, sorseggiando la bevanda, davvero buona devo sottolineare, vengo a sapere che è stato terribile per lei trovare Enrico riverso a terra, seminudo e freddo, morto.

Ha iniziato a lavorare in quella casa circa tre anni fa. Io ed Enrico non stavamo più insieme.

     Sa signora, ultimamente il professore non stava tanto bene. Faceva parecchie visite, terapie, farmaci. La sera prima di un avvenimento importante si imbottiva di pillole, per risultare radioso e impeccabile come sempre. –

     Che vuol dire di preciso che non stava tanto bene?-

     Che aveva problemi di respirazione, e il cuore. La pressione sempre troppo alta. E poi sparlava nel sonno. Lo ascoltavo quando venivo di pomeriggio e lui, sedato com’era, si addormentava sulla poltrona.-

Mi pare impossibile immaginare Enrico in queste condizioni.

Mi rannicchio sulla sedia e mi appresto ad ascoltare il resto. E’ evidente che Tommasina è ancora turbata da ciò che ha visto e ha vissuto e da qui traspare tutta la sua dedizione per questa casa e per l’uomo che è stato il vortice impetuoso della mia vita. E solo adesso mi rendo conto che nonostante la casa non fosse abitata, aveva lasciato la credenza piena di viveri.

     Il professore era molto solo; in tanti venivano a trovarlo, ma pochi si interessavano a lui veramente. Sono contenta, signora mia, che  ha lasciato a lei questa casa. Lei ha un viso buono e sono sicura che il professore ha fatto la scelta giusta. –

Sorrido inebetita e riconoscente. Guardo l’orologio e mi accorgo che è tardi, adesso. Concordo con Tommasina di vederci il giorno dopo e da domani sarà così almeno per una volta la settimana, per un mese.

Poi chissà.

 

     Allora, sei stata nella casa nuova?- mi accoglie Giulia appena apro la porta dell’appartamento  dove viviamo insieme.

            Signorina, mi sembri un po’ troppo curiosa – dico allusiva, ma la mia voce non può tradire un sorriso. Appendo il soprabito all’attaccapanni come se stessi seguendo un complicato rituale.

     Allora, hai conosciuto la domestica? Dai racconta! –

     No, non intendo farlo! Questa casa è un caos totale, cosa hai fatto tutta la mattina?-

     Ho studiato, ho un esame fra dieci giorni, vorrei ricordarti. E tu mi avevi promesso che mi avresti aiutata…-

     Potresti comunque fare da autodidatta. Come ho fatto io!-

     Anche tu avevi qualcuno che ti aiutava!. – sbotta, alludendo ad Enrico. Ed in parte è vero, visto che grazie a lui, anni prima, avevo preso le decisione di iscrivermi all’università, lettere moderne. Una cosa di cui mia madre, tacitamente, gli fu davvero grata..

     Allora sorellina, mi dici come è andata? –

 

Cedo.

Racconto a Giulia dell’incontro con Tommasina e di ciò che mi ha raccontato.

Mi sta ad ascoltare e ha la stessa espressione incuriosita di quando la conobbi, ancora bambina, anni fa, quando suo padre e mia madre decisero di andare a vivere insieme. Era stato un duro colpo per me, abituata ad assere la cocca di casa, ritrovarmi una ragazzotta pestifera che curiosava tra i miei trucchi e tra i miei vestiti. e nel mio diario. Stranamente però più crescevamo e più andavamo d’accordo, pur con le nostre divergenze caratteriali. Io taciturna, riflessiva e tanto complicata. Lei solare, caotica e allegra. Certe cose non accadono per caso e credo che l’arrivo di Giulia in quell’esatto momento della mia vita, alla fine sia stato una benedizione. La relazione con Enrico era  fin troppo tormentata e altalenante: una volta ero la sua piccolina, l’altra mi metteva in disparte perché “non era il momento”, il mio cuore e la mia mente avevano bisogno di un po’ di stabilità. E forse, col senno di poi, mi accorgo che avevo bisogno di un padre. Con Giulia a casa riuscivo a distrarmi da tutto quello che mi turbava.

Quanto a mia madre, era quasi un anno che era ritornata in Sicilia, con Michele, il padre di Giulia. Infatti il destino aveva fatto in modo non solo di farli incontrare entrambi vedovi, ma entrambi originari della stessa città del Sud. Dopo tanti anni trascorsi a Roma però io non mi sono sentita di seguirla e tanto meno Giulia, che aveva qui gli amici, il fidanzatino e aveva intenzione di frequentare la sua stessa facoltà. Insomma, dall’oggi al domani ci siamo ritrovate a vivere noi due da sole, e ad attraversare anche difficoltà economiche. Il mio stipendio da bibliotecaria è un po’ esiguo, ma cerco di farlo bastare, passandomi qualche lusso ogni tanto, (un paio di scarpe nuove, una cena con i colleghi) integrandolo alle scorte di qualsiasi tipo (coperte, lenzuola, cibo, medicine) che mia madre invia periodicamente, con la speranza di poter migliorare la mia posizione lavorativa grazie alla laurea. 

 

     Giulia, forse c’è qualcosa ancora che devo dirti. – dico quando finisco di raccontarle dell’incontro mattutino.  Il mio tono di voce assume una certa solennità. Lei continua a guardarmi, forse preoccupata.

     Ti ho detto che Enrico mi ha lasciato la casa, ma una cosa non te l’ho detta ancora. La casa sarà mia a patto che la abiti. Quindi, volevo chiederti, che ne pensi di trasferirci lì?-

 

 

 

 



Scritto da: ** Valentina **


leggi il capitolo successivo: Il diario di Enrico


Lascia un commento

Una stagione di sorprese

[leggi il capitolo precedente: Tommasina]


 

 

“Erasmus lascia in pace il signore! Eras…”

Avevo sollevato il viso per scusarmi dell’ invadenza di Erasmus , le parole mi si erano spezzate in gola, il cuore aveva perso un battito, ero come risucchiata in un vortice. Stavo perdendo il controllo.

Nebbia.

“Signorina, hey signorina.”

Una voce stava tentando  di attraversare la nube che mi impediva di vedere o di sentire alcunché.

“Certo che negli anni ho provocato diverse reazioni da parte delle donne. Qualcuna avrebbe voluto strozzarmi con piacere, altre cancellarmi dalla faccia della terra, molte volte ho suscitato passione, ultimamente fastidio, ma nessuna mi era ancora svenuta tra le braccia.”

Ecco ora riuscivo a vederlo. Quell’ uomo stava accarezzando i miei capelli con una dolcezza infinita e il sorriso sulle labbra. Come poteva essere?

“Enrico”- riuscii a pronunciare.

“Enrico…”- il sorriso era sparito dal suo volto lasciando il posto ad una piega amara,  sprezzante.

“Mi spiace deluderla signorina ma non sono Enrico e certo non potrei esserlo. Suppongo lei si riferisca ad Enrico De Donato giusto?”

 “Ma allora ?”- chiesi stupita.

“ Enrico era…mio fratello.”

Come era possibile?  Enrico mai aveva accennato ad un fratello e mai avrei immaginato ne avesse uno.

Quante cose ancora dovevo scoprire? Più ci pensavo e più mi rendevo conto quanto poco sapevo in realtà del mio ex . Cosa si nascondeva dietro quello sguardo gelido che  tanto somigliava a quello di Enrico. E pure, quanto era sembrato dolce e delicato mentre cercava di farmi rinvenire dallo choc. Un sorriso aperto. Pulito come mai  era stato il sorriso di Enrico.

Uno straccione.

Non era possibile  che due fratelli avessero due vite tanto diverse.

Un’ infinità di interrogativi si affacciavano alla mente. Perché Enrico non  aveva mai parlato di suo fratello? E perché mai un uomo dall’ aspetto giovane e sano si nascondeva dietro la folta barba e il fare trasandato, e soprattutto perché quell’uomo viveva come uno straccione?

“Ti sta uscendo il fumo dalle orecchie sai?”    con un dito mi sollevò il mento e disse ancora – “Posso immaginare il tuo turbamento. La strada è un ottima maestra in questi casi,  aiuta a crescere, a vedere ad occhi chiusi, a  capire di chi ti puoi fidare, a leggere nella mente altrui, anche se nel tuo caso non ci vuole poi molto ad intuire ciò che ti stai chiedendo. Praticamente è quello che si chiedono tutti. Come sono finito straccione?”

“Sicuramente una domanda banale lo so, forse differentemente dalle altre persone non riesco proprio a trovare  una risposta in quanto so bene che come fratello di Enrico non puoi essere nato sulla strada ma ci devi essere arrivato per scelta.”

“Ragazza, non so come, ma hai un ascendente positivo che porta a fidarsi. Forse è davvero giunto il momento che io liberi la mente dai fantasmi del passato e chissà?

 Mi farà bene chiacchierarmela un po’ con te”.

Si guardò intorno come per cercare una scappatoia, per tentare una scusa e tornare sui suoi passi, lo vidi concentrarsi poi su Erasmus, iniziò ad accarezzare dolcemente il cane che a sua volta scodinzolava felice. Poi dischiuse le labbra ed incominciò.

“ Erasmus,. Era un cucciolino quando lo regalai a Tanja.  Allora non aveva ancora un nome, indecisa Tanja  temporeggiava e quindi lo chiamavamo semplicemente <cucciolino>, certo è che non poteva essere un nome definitivo vista la razza.

Ero direttore del  giornale in cui avevo lavorato per un paio d’ anni. La mia scalata al successo era avvenuta  velocemente, giovane e piuttosto scaltro, le idee non mi mancavano e ben presto divenni bravo a tal punto che mi diedero carta bianca in ogni eventuale decisione o cambiamento innovativo e non.

Ho vaghi ricordi del giorno in cui  dovetti procedere ai colloqui per individuare una nuova segretaria fino al momento in cui la porta si aprì ed entrò Tanja.

Ricordo esattamente il momento in cui sentii la sua voce sussurrare < Buongiorno> .

Le donne non erano mai state un problema per me anzi, al contrario il problema era doverle “scaricare” quando si avvicinavano troppo al punto x, ovvero quando iniziavano a parlare casualmente e troppo spesso di bambini o matrimonio.

Ad ogni modo non appena Tanja varcò quella soglia fui letteralmente soggiogato dal suo fascino. Indossava un paio di jeans montecarlo neri che lasciavano intravedere la caviglia sottile, le scarpe chanel con tacco medio la facevano arrivare quasi alla mia altezza ed infine una maglietta nera a maniche corte con alcuni strass a formare un piccolo cuore.

I capelli color miele erano lisci e lucidi la lunga frangia precipitava su due magnifici occhi  verde chiaro, schizzati da pagliuzze dorate. Era bella e consapevole di esserlo .

Forse avrei dovuto liquidarla subito ed invece per assurdo mi trovai a fantasticare: “Vorrei vederla madre dei miei figli” era tutto quello che il mio cervello riuscì ad elaborare in quel  momento.

“Un pazzo” pensai un secondo dopo averla assunta, ma ormai nulla avrebbe  potuto distogliermi da quella follia.

Così incominciò un periodo di intenso lavoro ma anche di tattiche seduttive. Le avevo detto che in ufficio ci davamo tutti del Tu e se voleva poteva farlo anche lei, in realtà volevo solo accorciare le distanze.

Quando la sera finivamo tardi la invitavo a cena in posticini apparentemente innocui, dove non potesse pensare che avessi mire diverse se non nutrirla. Poi la accompagnavo a casa e le posavo un bacio leggero sulla fronte.

Dio com’ero stupido!

Tanja sicuramente aveva capito da un pezzo le mie intenzioni e fingeva di stare al gioco.

Una sera mentre la  riaccompagnavo a casa a piedi mi prese la mano e la strinse forte, mi fermai di colpo, la guardai negli occhi   “Tanja”  riuscii a sussurrare prima di stringerla in un bacio appassionato.  Il suo corpo era incollato al mio e dovetti fare forza su me stesso quando sentii le sue unghie indagare la mia schiena.

Non volevo rovinare tutto, la abbracciai e mi liberai della stretta. Senza parole terminammo il percorso fino a casa.

L’indomani ero un’ altro uomo.  Tanja era visibilmente felice sembrava una gattina arruffata, chissà magari aveva fantasticato tutta la notte sul nostro rapporto.

Le avevo lasciato una scatolina sulla scrivania, un paio di orecchini in oro bianco con due piccoli pendenti e un brillantino sui lobi.

Le dissi che erano di bigiotteria. Alta bigiotteria comunque.

Ogni giorno le facevo un regalo. Che fosse un profumo, un braccialetto, un semplice swatch, insomma ogni piccola diavoleria che potesse piacere alle donne, l’ importante che tutto ciò che indossava gliel’avessi regalato io.

Stavo diventando possessivo e non volevo se ne rendesse conto. Sapevo che Tanja era una donna difficile, forse temevo che un giorno potesse stancarsi e quindi cercavo ogni escamotage per legarla sempre  più a me.

Una mattina le dissi che dovevamo andare a fare un sopralluogo in una palazzina poco distante.

In ascensore già la stavo baciando e quando arrivammo all’ ultimo piano estrassi un mazzo di chiavi dalla tasca aprii la porta e le chiusi gli occhi con le mani.

Quando li riaprì eravamo in un salone immenso. Un bellissimo camino troneggiava al centro della parete più lunga, davanti una vecchia poltrona lasciata lì per caso, alle spalle una  vetrata che si affacciava sul più bello spettacolo che Roma potesse offrire.

Le porsi il mazzo di chiavi e  sussurrai: “divertiti a ridisegnare la nostra casa”.

Lei mi strinse forte e nascose il viso sul mio petto.

Tutto precipitò in un istante. I miei buoni propositi si sciolsero come neve al sole quando lei mi porse le labbra ed io non capii più nulla.

Mi sentivo al settimo cielo, Tanja era tra le mie braccia nella casa che avrebbe raccontato il nostro amore e mentre la passione era in simbiosi con i nostri corpi aprii  gli occhi per condividere quel momento incredibile. Anche Tanja aveva gli occhi socchiusi ma non vedevo il suo sguardo, non riuscivo a raggiungerla, un brivido mi scosse un istante e  poi richiusi gli occhi ricacciando infastidito quel pensiero.

L’indomani andai in un negozio di animali e le comperai  un cucciolo.

Sì questo bellissimo esemplare di doberman che stiamo accarezzando.

Tanja quando lo vide saltellò tutta felice, non aveva mai avuto un esserino da accudire, tutto per se.

Tra un po’ ci avrai entrambi Tanja e tutto sarà perfetto. E poi visto che devi stare tutta sola in quella casa  fino a che non sarà pronta mi sento più tranquillo  saperti in compagnia!

 La amavo troppo ecco il problema.  La amavo a tal punto che ero convinto che il mio amore potesse bastare per entrambi.

Ma cosa andavo a pensare poi? Tanja era mia, eravamo insieme, stava ristrutturando la nostra casa e presto avremmo condiviso ogni cosa.

Con quei buoni propositi entrai in gioielleria e feci il grande passo, un anello di fidanzamento in piena regola, in oro bianco incastonato di brillanti. Perché non ci avevo pensato prima poi?!

Stava arrivando Novembre e faceva freddo, avevo già ordinato molta legna , per Natale avremmo addobbato  il camino e tutto il resto poteva aspettare!

Decisi di farle una sorpresa e durante il pranzo le dissi che avevo un impegno e ci saremmo visti  per cena al Bolognese.

Invece la raggiunsi all’ appartamento.

Pareva che l’ ascensore non arrivasse mai, mi sentivo come un ragazzino al primo appuntamento e non appena si fermò al piano scesi di corsa, appoggiai la mano sulla maniglia, la porta era aperta. Entrai a passi leggeri e raggiunsi il salone.

Vedevo Cucciolino attraverso la vetrata che giocava tranquillo in terrazzo  con una pallina.

Il fuoco acceso nel camino  e…poco più in là,  avvinghiati sul tappeto, mio fratello Enrico e Tanja in una scatenata  danza di passione, quella passione che inutilmente avevo cercato nei suoi occhi. 

Vidi il fuoco del camino riflesso negli occhi di Tanja un attimo prima che lasciassero posto allo  stupore.

Feci appena in tempo a vedere anche l’ espressione di Enrico prima di girare su me stesso e scappare via.

Non ritornai mai più in quella casa, così come non rientrai più al giornale ne tornai nella mia vecchia casa, lanciai il cellulare nel lungotevere e mi rinchiusi in una pensione senza uscire per giorni e giorni.

Alla fine quando  incominciai a non sopportare più la notte in quella topaia  divenni uno dei tanti della gente nella notte, dei barboni sulle panchine, dei disgraziati di questa città che sopravvivono nonostante tutto. Un disperato.

A poco a poco mi sentii adottato da questa gente, non dovevo loro spiegazioni e nessuno mi chiedeva nulla, la strada era la mia dimora e gli straccioni la mia famiglia.

Ogni tanto mi rinchiudevo ancora in quella  pensione, bevevo fino a sfinirmi e dopo essermi ripulito un momentino tornavo sulla strada.

Non riuscivo a rimuovere quel ricordo dalla mente, non immagini quanto sia pazzesco assistere ad un tradimento piuttosto che intuirlo o che sia riferito da altri.. Quando mi venivano quelle crisi neppure gli amici della strada potevano nulla.

Inizio a capire quelle persone che in un momento del genere possano fare un atto di pazzia,  li avrei ammazzati con le mie stesse mani…

Rabbrividii…e lui tornò al presente.

“ Ti ho sfinita vero? Sono un fenomeno io!” – potevo intuire la sottigliezza e l’ironia dell’allusione ma finsi di non accorgermene.

Si costrinse a sorridere per sciogliere la tensione che si era creata ma sentivo chiaramente che era stravolto, quindi buttai lì la prima frase che mi venne in mente:

“ Caspita… – sospirai –  sarebbe anche ora che ci presentassimo. Io mi chiamo Manuela Danzuso”.

“Io Diego. Punto Fine”.

Ancora una volta mi lesse nella mente e io  nella sua…

 

 

 



Scritto da: Martina


leggi il capitolo successivo: Parole come pietre


Lascia un commento

Chi sei

[leggi il capitolo precedente: Tommasina]




Mentre mi avvicinavo sentii una cappa gelida stringermi il cuore , guardai e riguardai quelle mani bianche,come gesso. Non poteva essere lui. Non doveva. Il cane gli leccava il volto invaso dalla barba e le grinze festose degl’occhi. Dopotutto ero riuscita a dimenticarli.

Mi fermai ad un passo,“ciao Luca,vedo che sei rimasto il solito straccione” gli sussurrai

Per non esser sentita dalla governante.”ciao Ela …e tu la solita puttana?”mi disse con una dolcezza familiare. Il cane volto’una testa nera da vitello e drizzo’ le orecchie.”buono Erasmus,e’una vecchia amica”Avvertii solo allora la presenza di Tommasina premere alle mie spalle insieme alla sua perplessita’,percepiva qualcosa che non comprendeva.

“per favore,puo’andare a fare un po’di spesa?devo fare una telefonata”

Stavo scappando.Dovevo sapere perche’era li’.Cosa voleva.Non avevo mai creduto

Alle coincidenze.Spalancai la porta dell’appartamento e cercai il numero del notaio .

Mi tremavano le mani,con orrore lasciai cadere l’agendina e mi sedetti sul pavimento.

“Perche’dobbiamo ospitarlo?? Spiegamelo!””ti ha sempre dato solo fastidi e problemi ed ora piomba qui ,come vomitato dall’inferno!”Enrico la guardava con un sorriso

Da gioconda triste.Le aveva preso la mano ed erano andati sul terrazzo a guardare l’arrivo della notte.”Lui non ha radici,amici,sogni o progetti,solo se stesso me e la sua arte” Mentre parlava il suo viso era stato inghiottito dal buio ed io sentivo che per la prima volta qualcuno o qualcosa minacciava il nostro piccolo nido felice.

Era arrivato con un’alba fredda , scarpe di stracci, occhi di cielo e uno zaino di arcobaleni trattenuti. Diverso da Enrico.Due opposti.Dentro e fuori.l’aveva guardata con quel suo sguardo calmo e sfrontato e poi si era accampato in terrazzo .Lei ne era stata sollevata. si detestava per quella debolezza. Era come camminare su un tappeto di vetri rotti

.Enrico tu lo sapevi che sarebbe successo.

L’hai capito quando mi sono inginocchiata per sfiorare il volto della Madonna che

Stretta al Bambino si spandeva sul terrazzo in un trionfo di colori .Molto prima di me.

Perche’mi hai lasciato smarrire nel labirinto della mia giovinezza,perche’non lo hai lasciato andare quando altre piazze,altre citta’ lo chiamavano,perche’?

“Notaio buonasera,si’l’ho conosciuta pero’ non e’per questo che l’ho chiamata.

Voglio sapere cosa ci fa il fratello di Enrico in questa casa.Luca .No!Lei lo sapeva che era qui.Non mi prenda in giro.”la cornetta mi cadde di mano con un tonfo sordo.

La Tommasina mi stava fissando come ipnotizzata attorniata dai sacchi della spesa.

“metta tutto in cucina e la prego mi lasci sola”dovevo riprendere il controllo.

La sua mano sporca di gesso si materializzò sulla cornetta .riappese. Lo sentii come in lontananza gridare verso la cucina”vada pure signora,a lei ci penso io”.

Il cane si sdraio’davanti alla porta. Mi assali’ il panico. Ero prigioniera. Dei ricordi .

Di quell’uomo.Di me stessa L’acqua scorreva ,il suo viso pulito si confondeva con quello di Enrico.Quelle mani ora mi toccavano piano.

“ Ela,non aver paura ,non voglio farti del male”disse il ragno alla mosca ,entra nel mio salotto,questo pensavo e ridevo sempre piu’forte.E poi le lacrime e finalmente il dolore che usciva,fiume in piena spazzava via ogni cosa.

“Perche’mi fai questo? Gli chiesi quando riusci’a sciogliermi dal suo abbraccio e a

Recuperar parola.”Me lo ha chiesto Enrico” rispose e mi bacio’.



Scritto da: Ariel



Lascia un commento

Tommasina

[leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’]


Era meglio togliersi subito quest’incombenza. Che voleva la colf? Cos’era questa ansia di non staccarsi dal luogo di lavoro? Così, a sensazione, non mi piaceva la cosa, ma tant’è, mi decisi a comporre il numero sul cellulare per parlare con Tommasina.
“Pronto? Sono Manuela Danzuso, la segretaria del povero dottore. Parlo con Tommasina? La domestica?”. Per qualche secondo si sentì all’altro capo un silenzio cupo, poi una vocina flebile irruppe “sì sì, sono io Tommasina, grazie per aver chiamato, non ci speravo, ero così attaccata al dottore che vorrei ancora servirlo in qualche modo, a lei farebbe comodo una colf? Sa io conosco tutto della casa, i vicini, i negozianti, le scadenze delle bollette…”. Era decisa Tommasina, la sua sembrava una domanda chiusa a cui non si poteva rispondere che con una risposta chiusa “sì.”
Ebbene sì lo feci, dissi di sì, non so neanche io perché, quella vocina mi stregò da subito, sembrava serbare dei segreti a cui non mi potevo sottrarre. Era anche tanta la curiosità di conoscerla perché io sapevo della sua esistenza ma non l’avevo mai incontrata in quanto Enrico, dopo l’iniziale aiuto che gli diedi per ristrutturare la casa, preferì cercare altri luoghi per i nostri incontri privati, per riservatezza, diceva lui.
Ci demmo appuntamento all’indomani, a Piazza del Popolo, davanti alla Chiesa di Santa Maria dei Miracoli, proprio accanto al Ristorante il Bolognese, luogo assai familiare a me ed Enrico, anzi fu Tommasina a proporlo. Chissà perché lì, che qualche miracolo avesse l’urgenza di materializzarsi?
Mi sistemai davanti al sagrato, fra le due colonne, osservavo una vecchina che cantilenava le sue litanie. “Un soldino per mangiare…”.
All’improvviso un alito di vento trasportò un sentore di parole alle mie orecchie. “Scusi, signora Manuela, è lei Manuela Danzuso?”. “Sì” risposi, nell’atto di girarmi. Quasi non vidi nessuno, per un secondo o due, eppure una specie di ectoplasma mi si era parato dinnanzi. Una figura eterea, dall’età indecifrabile, debole nella voce, quanto forte nell’aspetto e tagliente nello sguardo. Tommasina era lì davanti a me, tutto sembrava meno che una colf ma, pensai banalmente, le apparenze ingannano. E già le apparenze ingannano!
“Ecco vede” attaccò subito Tommasina “in questa chiesa era solito venire a raccogliersi il dottore, quasi tutti i giorni sa, era un rito per lui, qualche centesimo a Flautilla, la vecchina che chiede l’elemosina, e poi il lumino da accendere davanti al quadro di Novella Parigini, il Cristo in Croce, perché, diceva sempre il dottore: anch’io sono un povero cristo in croce!”
Con quel suo parlare flautato già mi aveva sopito l’attenzione, ma Tommasina era una governante o una sirena? Fatto sta che dissi ancora di sì, che avevo bisogno di una colf, che era fantastico che fosse praticamente di casa, che era disponibile da subito ed altre amenità, recitavo come davanti a un copione mandato a memoria. L’affare era fatto, se così si poteva chiamare, ci demmo appuntamento per l’indomani a casa.
“Un soldino per mangiare…” Flautilla proseguiva la sua nenia come un disco rotto.
Tornando a casa rimuginai qualche pensiero. Perché Enrico si definiva un povero cristo? A me non risultava, mai saputo che fosse così religioso, perché Tommasina non c’era quando Enrico morì in casa, una coincidenza? La vita è fatta di coincidenze, ma anche di fatti che sembrano coincidenze. A forza di aggrovigliarmi il cervello con congetture e fantasie arrivai sotto casa (un momento? Sotto casa di Enrico, in vicolo della Moretta) senza quasi accorgermene, aprii l’uscio e quella vocina flebile ma scolpita nella roccia sembrava quasi seguirmi.
La mattina era assolata, avevo dormito con le persiane spalancate e la luce aveva piano piano riempito ogni angolo, sembrava di ondeggiare fra le nuvole con quei mobili coperti da lenzuola bianche appena infarinate da un fine pulviscolo. All’improvviso il campanello suonò, e fu come rompere un incantesimo, tornai alla realtà e mi precipitai ad aprire.
“Eccomi qua signora” esordì Tommasina, senza dimenticarsi di elargire un largo sorriso, e fece subito per entrare quasi travolgendomi, ma non con la massa corporea, direi con l’energia che promanava da sé medesima. “Vede come ho sistemato tutto, ogni cosa al suo posto, tutto ben protetto, i mobili coperti, stia serena signora che con me lei non avrà di che preoccuparsi.”
Sembrava aver raggiunto lo scopo, il suo scopo. Più sicura che mai, con quel parlare tagliente capace di infilarsi sin dentro i pori della pelle, Tommasina sembrava lei la padrona ed io, per un attimo, mi sentii la serva.
“Tommasina, apprezzo il tuo ardore, ma è successo tutto così all’improvviso che io ancora non mi ci raccapezzo, ho già una governante quando non so ancora se resterò in questa casa, ho un mese per pensarci”, e a queste parole Tommasina perse qualche volt di luminosità. “Devo capire ancora tante cose” proseguii con ritrovato impeto “ad esempio come è morto Enrico, a proposito tu dov’eri?” A questa domanda Tommasina, oltre la luce connaturata al suo essere perse anche qualche altro watt della sua vocina che, a questo punto, sembrava provenisse dall’oltretomba. “Ma signora, erano le 17.30 di giovedì, io ero fuori per il riposo infrasettimanale.”
Sembravo tornata in me, avevo menato qualche fendente e ciò non poteva che far bene al nostro rapporto se mai uno ce ne dovesse essere. Forse avevo preso le misure a Tommasina perché avevo capito che, se le davo spago, sarei stata sopraffatta.
Ma le sorprese non erano finite. Tommasina, forse per cambiar discorso, mi disse che vi era anche un altro componente della famiglia. A questo punto sbiancai e le domandai chi fosse. Tutto si stemperò quando mi disse che si trattava del cane che la portiera stava tenendo temporaneamente.
Ci voleva un po’ d’aria. Dissi a Tommasina che andavo a fare conoscenza col cane mentre lei già stava sfaccendando. Discesi le scale a piedi, mi presentai alla portiera, presi il cane senza tanti convenevoli ed uscii.
Davanti al portone c’era un giardinetto, proprio quello che ci voleva, ci dirigemmo là, io ed Erasmus, sì il cane si chiamava così per via delle docenze del professore agli studenti, me lo aveva appena detto la portiera, strambo non poco!
Erasmus scodinzolava felice nel giardinetto, era un bel cane, un doberman, ma mansueto, sembrava.
Subito si diresse verso un barbone che se ne stava accovacciato accanto ad una centralina elettrica; sarebbe stato un comune straccione se non avessi notato il blu intenso e magnetico dei suoi occhi e l’eccentricità delle sue mani, pulite e ben curate, rispetto al resto della persona.
Un po’ per paura che Erasmus ne facesse polpette un po’ per curiosità, mi incamminai verso quell’uomo e, fra me e me, pensai: l’eredità, la casa, Tommasina, Erasmus e financo questo eccentrico straccione, certo che per me si è aperta una stagione di sorprese!

Scritto da Uno dei ragazzi della IIIE


[leggi il capitolo successivo: Una stagione di sorprese
Chi sei]

Lascia un commento

La casa

[leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’]


Sono sprofondata nella poltrona preferita di Enrico,nuvole di polvere e fodera compresa

Da qui si vede la terrazza ed ora mi concedo finalmente di piangere i nostri ricordi .

Con ironia penso che la Tommasina appartiene a questo microcosmo incartato piu’di me.

Non ho mai voluto lasciare neanche lo spazzolino nell’armadietto del bagno anche se il mio status di ,possiamo dire amante ufficiale?me lo avrebbe permesso.

Enrico era stato un uomo spietato ma sincero,mai aveva negato il suo amore per il corteggiamento o la distrazione occasionale, ad un congresso o tra le bancarelle di un mercato.

Vorrei alzarmi ed andare nello studio ad accarezzare i dorsi scabri dei libri ,la sua invidiata collezione d’antiquariato,ma continuo a fissare le immagini del passato scorrere sui vetri opachi…Loro erano stati occasione d’incontro, mi era sembrato naturale

Correre in aiuto di quel signore distinto e dal sorriso perfetto mentre il pesante volume

Del 1929 sul processo al Marchese de Sade gli piombava con voluta malignita’

Sul piede.

L’imbarazzo di Enrico poi !! Che non aveva perso spunto per guardarle

Apertamente i seni pesanti. Lei timida commessa neoassunta aveva rassegnato le dimissioni la mattina dopo per diventare la sua segretaria particolare. Tu non appartieni

A questo mondo. Lo so ,neppure adesso. Come si dice?era stata all’altezza della situazione,comunque.

Tutto questo senza cambiare colore dei capelli modo di vestire o abitudini. Quando

l’aveva portata a Parigi la sorpresa era stato l’atelier di Chanel “ti regalo un abito da sera, scegli quello che vuoi “ era scoppiata a ridergli in faccia ,non voleva niente solo lui.

Tu non sei mai stato mio Enrico.

Eri di tutte e di nessuno. Prestato al mondo dell’arte, dell’editoria appartenevi solo a te stesso.I bagliori del tramonto mi scuotono .La sete mi ricorda che forse farei meglio

Ad occuparmi di aspetti piu’concreti. Lascio il resto alla notte che avanza veloce.

Spalanco le finestre della camera ,ho bisogno d’aria,il letto e’fresco d’ammorbidente,mando una benedizione alla sconosciuta Tommasina.

Non voglio andare nel suo studio ,domani, mi manca il coraggio d’affrontare altri fantasmi.

E’come essere avvolti dalla neve di una boccia di cristallo, oggetti affascinanti dicevi

L’infanzia che non hai avuto. Devo aspettare che i fiocchi si posino. Piego il completo

Sulla sedia dalla sua parte ed in sottoveste vado dritta in cucina.

Ci sono delle scatolette e del latte a lunga conservazione,ma questa colf e’un tesoro!

Il dolce al mascarpone mi gira ancora sullo stomaco.”come fai a bere quella bevanda dolciastra??” Enrico rideva immerso nel suo caffè amaro e bollente. Ne bevo un bicchiere seduta sul tavolo e penso che l’ultima volta l’ho visto qui.

“Vieni a vivere qui,con me”. Giravo il sugo con il cucchiaio di legno. Feci una pozza di sangue.”Adesso e’troppo tardi” gli dissi senza guardarlo. Non ne parlammo mai piu’.

Basta lacrime di coccodrillo! E’ora di andare a dormire. Sono troppo stanca anche solo per pensare di lavarmi. Mi infilo nel letto con un altro bicchiere di latte.

“Pronto signor Notaio? Sono la Tommasina! No!La chiamo per questo. Sono due

Giorni che aspetto una telefonata della signora! Si’..son passata sotto la casa, ho suonato

Ma niente!! Ho anche chiesto alla vicina del piano sotto, sa quella che stava sempre a spiare le visite del Professore? dall’altro ieri non sente un passo,un rumore! Da mangiare? Ma c’era niente! Qualcosa comprato ancora da Lui. Va bene aspetto!”

La trovarono addormentata dalla parte di Enrico.

Il bicchiere vuoto sul comodino.

Questa volta, non avrebbe lasciato la Sua casa. Mai piu’.

 

FINE.

Scritto da ariel isolabella


Lascia un commento

FOTO E FRAGOLE

[leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’]


 

Passo l’ultima notte in quella che forse non sarà più la mia casa. Notte in bianco, s’intende. Sono tante le riflessioni elaborate durante i deliri che mi hanno separata dal mattino. Trasferirmi nella grande casa di Enrico solo per il mese di prova e poi addio. Fare la prova per un paio di giorni, e idem come sopra. La terza ipotesi mi fa un po’ rabbrividire, ma non saprei dire se di piacere o di terrore. Trasferirmi e rimanere lì per sempre. Tra quelle pareti che tante volte hanno fatto da scenario e da supporto ai nostri incontri, alle serate di lavoro, alle nostre litigate. Comunque vada, l’unico modo per saperlo è vivere lì, subito.

Solo poco prima dell’alba riesco a prendere sonno, ma il risveglio, direi abbastanza brusco a causa di una maledetta sveglia che devo decidermi a buttare, mi ha messo ancora più nel panico. A poco a poco riesco a fare mente locale razionalizzando: è come se mi fosse stato fatto un regalo, anche se inaspettato e pur sempre come conseguenza di un qualcosa di tragico come può essere la morte di un… conoscente? Parente? Amico? Amante…? Ommioddio, che confusione. Ho l’impressione che nel tempo Enrico e il marasma di emozioni, sentimenti e ricordi ad esso legati, abbiano perso la loro corretta posizione nella mia testa, riducendo tutto ad una grossa nuvoletta azzurra.

Nebbia.

Chiamo Marta per avvertirla di non aspettarmi al lavoro e rimando a dopo, molto dopo, un’altra telefonata; a mia madre chiamerò più tardi, dico tra me, scrollando le spalle e cominciando a riempire un borsone e una valigia con tutto il necessario per stare fuori un mesetto.  Dimentico qualcosa, di proposito,  per pigrizia o, più onestamente,  per non recidere completamente il cordone ombelicale con la vecchia vita, nella vecchia casa.

Come se un trasferimento bastasse a modificare radicalmente la mia esistenza.

Idiozie.

Stamane riesco persino a godermela meglio. Forse merito del sole che fa splendere tutto l’ingresso. A dire la verità, mi pare di vedere per la prima volta questo posto così luminoso, neanche quando c’era lui con me. O forse ero talmente presa che non riuscivo a vedere nient’altro che Enrico.

Decido di prendere subito confidenza con gli ambienti. Una volta, che a me pare un secolo fa, sentivo queste stanze appartenermi, ma non tanto nel senso fisico del termine. Sentivo che ciò che accadeva tra queste quattro mura, assumeva un significato speciale, rassicurante, magico. Ma dopo sei anni, chissà se la casa sarà pronta ad accogliermi, nuovamente.

Alla fine ieri non ce l’ho fatta a perlustrarla tutta. La telefonata del notaio ha interrotto l’effluvio di coraggio che sembrava fare capolino. Sono andata via non appena posata la cornetta. Ma oggi devo per forza, dovrò pur appendere all’armadio i miei abiti, prima o poi! Con questo pensiero mi dirigo verso la camera da letto.

E lì la vedo.

La mia foto con Enrico, quel giorno che aveva ritirato quel premio. Aveva fatto una foto con tutte le personalità presenti, certi professoroni e critici che non facevano altro che adularlo, e alla fine di tutto mi prese con sé, di lato, e con una macchina fotografica ci immortalò insieme, con l’autoscatto. Non so ancora da dove potesse essere sbucato quell’oggetto, ma so che da allora venne utilizzato tante e tante volte nei nostri viaggetti e week-end.

La foto era proprio lì, appesa alla parete. Enrico doveva essere davvero solo nell’ultimo periodo della sua vita se aveva avuto il coraggio di esporla…. Quella foto: gli ripetevo sempre che era la mia preferita, avevamo qualcosa di luccicante negli occhi. E poi lui così bello ed io con quell’abito nero: “Sembriamo marito e moglie, non trovi?” gli dicevo, scherzando. E lui si rabbuiava. Non aveva tempo per il matrimonio.

Già.

E piango. Mi ritrovo con la foto in mano e piango. Il pianto che ho trattenuto per questi giorni sta sgorgando adesso come un fiume in piena. Ci sono tante cose che non ti ho detto Enrico mio, e adesso non potrò farlo più. – Avrei voluto confidarti tanti segreti, e ora che voglio non posso. – Mi abbandono a questi e a simili pensieri per un po’ di tempo, abbandonata ad un letto che tante volte ho diviso con lui. Sono una masochista, ma se proprio devo piangere meglio farlo adesso e tutto in una volta, così svuoterò prima i miei condotti lacrimali .

Non ricordo esattamente quanto sono stata così, in questa fase di malinconica disperazione, come dice Marta nei suoi periodi creativi; una volta che i singhiozzi si sono placati, decido che è meglio iniziare a mettere ordine. Già la parola “ordine” mi mette una certa calma, e per dimostrare il suo potere terapeutico inizio con il risistemare al muro la foto. Ecco, ordine.

E poi mi viene in mente una cosa, dove ho messo quel fogliettino?

Alle 14:30, puntuale, devo sottolineare, il campanello suona. Apro la porta e quella che immagino sia Tommasina, una donna un poco robusta, dai capelli ramati e gli occhi scuri, irrompe nell’ingresso in un tripudio di sorrisi.

– Buonasera! Che piacere conoscerla dal vivo! –

– Beh, il piacere è mio- dico un po’ imbarazzata. Ho come l’impressione di risultarle familiare. – Il notaio mi ha parlato molto bene di lei e quindi avevo pensato di chiamarla per darmi un aiuto, sicuramente conosce questa casa meglio di me. –

– Signora mia, non si preoccupi, a poco a poco imparerà a conoscerla bene anche lei. –

(mi chiedo a cosa potrebbe servirmi conoscerla bene, dal momento in cui potrei anche decidere di non abitarci, ma sorvolo su questo pensiero.)

– Allora, ha già deciso le modifiche da fare? Tende, pareti, mobili… sicuramente una donna giovane come lei vorrà rimodernare un po’ questo stile, diciamo, classico. Ah, il professore! Pace all’anima sua! Era così anticonvenzionale, ma così tradizionale in fatto di gusti! – e mi guarda.

Faccio fatica a starle dietro, questa donna è un vulcano che erutta parole. E forse è anche un tantino impertinente. O forse no, in fondo mi ha fatto un complimento, donna giovane. – Veramente, non so ancora se resterò qui. E’ una prova, che sto facendo. – balbetto.

– Capisco, capisco, signora. Allora, mi dica, che cosa vuole che faccia? Io sono pronta da subito. Voglio farla stare bene qui dentro, così le sarà più facile prendere una decisione!-

Non è una donna, né un vulcano, è semplicemente un ciclone.

– Bene, vorrei intanto che si mettesse un po’ di ordine.-

– Ordine?- mi risponde quasi stranita.

Mi guardo intorno, non c’è un quadro messo male o una sedia fuori posto.

– Cioè, volevo dire, vorrei che si desse una pulita generale alla casa. Spazzare, spolverare, e cose simili. –

– E cose simili. – ripete Tommasina, quasi divertita.

– Ottimo, signora. – continua – Allora, se non le dispiace, mi metto subito al lavoro. –

Mi sento leggermente pentita per aver chiamato la colf. Sarebbe stato meglio godermi la solitudine della casa ancora un po’, giusto per abituarmici. Ma è troppo tardi, Tommasina, la fatina del pulito, armeggia tra scope e straccetti, ed io dirigo il suo operato, aiutandola e cercando di stare al passo con la sua imponente manualità. Stremata, dopo qualche ora, fingo di dover fare qualcosa di urgente ed esco, sono sicura che da sola ce la farà benissimo. A dire la verità qualcosa da fare l’avrei sul serio: in frigo non c’è nulla, a pranzo ho mangiato fuori.

Lattuga, pomodori, mele, fragole, mi passano in rassegna al supermercato. Fragole? Ma questo non è il periodo delle fragole! Sembrano così succose, ne prendo una vaschetta, festeggerò in questo modo, per cena, l’ingresso ufficiale nella casa. E ancora, pane, biscotti, latte, yogurth. Va bene, credo che così possa andare. Ho comprato, tra tanti cibi sicuramente nutrienti e sani, alcuni dalle confezioni variopinte e luccicanti, quasi psichedeliche, metteranno vitalità al mio frigo.

Quando torno a casa Tommasina ha appena finito: mi dice che manca solo il terrazzo da sistemare e che potrà occuparsene domani. Prima di andare via, mi fa notare una pila di scatoloni. – Non so cosa contengono, ma visto che probabilmente sarà la futura abitante di questa casa, dovrebbe darci un’occhiata, e buttare le cose che ritiene inutili –

La congedo ringraziandola e mi accingo a preparare la cena. Tutte le stoviglie, le pentole, sono esattamente dove le avevo lasciate una volta. Accendo la tv, mi siedo a tavola e brindo. – Grazie Enrico, grazie, davvero.-

Malinconia.

Mi accorgo che ho quasi svuotato la bottiglia di Nero d’Avola, così decido di alzarmi e dedicarmi agli scatoloni, sul divano. Tre per l’esattezza e belli grandi.

La testa gira.

Apro il primo e trovo una marea di carte con appunti scritti fitti fitti e calcoli dalla sequenza incomprensibile. La mia attenzione è attirata da un portadocumenti di pelle, con degli inserti di coccodrillo. Ne estraggo un foglio.

SILENZIO CIELO

L’immenso sapore di cose passate

Lascia un solco di terra e di fuoco

Dolce mistero di fiati intrecciati

Dolce riposo di menti

Il cielo che sa e mi guarda spietato

Mi parla, mi tocca, sospira.

Tu, edera e gramigna insieme,

intrisa di acqua di mare,

racconti storie di fantasmi di neve;

tu bianca e sontuosa

entri nel mio stupore

e ne fai felicità.

Silenzio intorno,

le tue mani un inebriante calore.

Silenzio adesso

Silenzio cielo.

Non un’iniziale, né una firma. E non è la scrittura di Enrico, almeno non sembra. E non è neanche il suo stile. In quanto sua segretaria conoscevo tutte le sue opere o per lo meno riuscivo a riconoscerle. Conoscevo tutto ciò che scriveva, anche la lista della spesa.

Tin tin tin tin! Tin tin tin tin!,  fa il mio cellulare. Guardo il display.

Uffa.

Che faccio, rispondo?

 

Scritto da ** Valentina **


[leggi il capitolo successivo: A tu per tu con i ricordi]

Lascia un commento

La Governante

[leggi il capitolo precedente: L’EREDITA’]


 

Scrissi il numero telefonico che il notaio mi dettò senza dare troppo importanza alla sua informazione, non volevo trattenermi oltre al telefono, Mi sentivo molto stanca,le emozioni erano state troppe, così mi lasciai cadere sul comodo divano della grande bibblioteca, senza togliere il bianco lenzuolo, che lo ricopriva.

Reclinai indietro la testa, e lo sguardo cadde sul soffitto.

Meravigliose immagini bibbliche, lo affrescavano.I molti personaggi, dipinti con maestria, fluttuavano come fantasmi sulle pareti. I volti angelici, davano una sensazione di pace, ma il volto di una donna, mi colpì in particolare.Era una ragazza, che non aveva parte in quel contesto, sembrava una figura, dipinta nel nostro tempo. Chiusi gli occhi, e mi addormentai. Sognai Enrico, mi chiamava, era pallido, agitato, indicava con gli occhi spaventati,la donna del soffitto.Mi svegliai di soprassalto,agitata dal sogno, non avevo mai visto,nella realtà Enrico in quello stato e la cosa mi turbò. La pallida luce del sole, filtrava attraverso le persiane socchiuse, guardai l’ora e mi accorsi con stupore che erano le otto, avevo dormito vestita e dovevo essere proprio stanca. Mi lavai in quel bagno, dove Enrico, era morto, un brivido scivolò lungo la mia schiena:”No!” Non potevo stare sola in quella casa, non avrei potuto gestirla,avevo necessariamente bisogno di un aiuto. Come un lampo, mi tornarono alla mente le parole del notaio:”Non pensi troppo altrimenti si impegna”. Rivolte alla governante. Cercai il numero di telefonico e la chiamai:” Pronto? Parlo con la signora Tommasina ?”La voce della donna mi stupì:”Signorina prego! Sono io”.Avevo immaginato una voce dolce, servizievole ma, sentii dal tono delle parole, un voce dura, forte, quasi maschile:”Sono la signorina Manuela Danzuso, segretaria del defunto Enrico De Donato”. Dissi:”Il notaio mi ha informato sulla sua disponibilità a riprendere servizio, presso questa casa,che come lei sa,è entrata in mio possesso, se lei è ancora libera,potremmo incontrarci per conoscerci meglio nell’appartamento di Enrico dove ora risiedo.Le andrebbe bene per le dieci di questa mattina?”. Tommasina accettò senza fare domande e, dopo avermi salutato,chiuse il ricevitore.

Alle dieci in punto, il campanello della porta strillò, andai ad aprire, certa che fosse Tommasina, mi trovai davanti al volto della donna dipinta sul soffitto.

Scritto da Gabriella


Lascia un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: