L’eredità

E pertanto, nel pieno delle mie facoltà mentali, lascio i suddetti beni  a  Manuela  Danzuso che ne entrerà in possesso appena espletate le formalità di rito.”

Il notaio alza gli occhi sbiaditi  da sopra le lenti e me li punta in faccia come due raggi laser. Sono sufficienti per mandarmi in fiamme e farmi vergognare della fulminea e inimmaginabile rivelazione contenuta nel testamento. Senza merito alcuno, ho eredito il frutto dell’ingegno di Enrico: lo scrittore tradotto in decine di lingue, il critico letterario più severo e tagliente del suo tempo, il cattedratico che centellinava le lezioni all’università per non inflazionarsi (così diceva).

 “Non ho ancora finito” riprende con voce inespressiva il notaio “c’è un post scriptum che la riguarda. E’ una clausola”. E abbassa nuovamente lo sguardo verso i fogli che tiene ancora in mano, dritti e ben tesi come  fossero spartiti musicali e lui il direttore d’orchestra.

“ E’ mio desiderio che la signora Manuela Danzuso si stabilisca nella casa di vicolo della Moretta e vi abiti fino alla fine dei suoi giorni. In caso contrario delego il qui presente notaio dott. Aurelio Franchini ad avviare le pratiche per l’atto di donazione al Comune di Roma, vedi documenti allegati.

Letto, approvato e sottoscritto: Enrico De Donato.”  E, alzando nuovamente gli occhi, sempre più sbiaditi, dice “E questo signora è tutto.”

Posa finalmente i fogli sulla massiccia scrivania di noce, si toglie gli occhiali da lettura e dai documenti allegati, sfila una grande busta gialla,  sigillata su due angoli e al centro da tre cerchietti di ceralacca.

“Qua dentro ci sono le chiavi di casa.” mi dice porgendomela “ Ci vada, apra tutto e le faccia prendere aria. Ha un mese di tempo per decidere  se vorrà abitarla, diversamente mi restituirà le chiavi e avvierò le procedure per la donazione secondo i desideri del mio cliente.  Per sua tranquillità le comunico che, sempre per volere del Professore,  riguardo alle tasse di successione e alle varie spese, esiste un altro fondo al quale  attingerò senza intaccare il patrimonio che  le ha lasciato.”

 

Esco traballante dallo studio del notaio, malgrado le solide Paciotti ai piedi e il consistente peso delle chiavi in borsa che non riescono ad assicurare  stabilità ai miei passi.

Inutile negarlo: mi tremano le gambe. E chi poteva supporre che Enrico fosse così ricco, che avesse accumulato tanto denaro, che l’avesse investito così oculatamente, che avesse tutte quelle proprietà. Ma soprattutto chi poteva supporre che  sarei stata io l’erede unica di tutto questo tesoro. Io che non ho mai vinto nulla in vita mia. Nemmeno il bambinello di ceramica della pesca parrocchiale natalizia, portato via trionfalmente da quella smorfiosa di Margherita, manco fosse stato d’oro. Mai una tombola, che ogni Natale e per tutta la fanciullezza,  ha generato in me  abbondanti sensi di frustrazione allorché aspettavo con ansia un numero per completare la cartella e me la soffiava chi aveva  il numero successivo o un numero vicino. Mai una riffa  cui partecipavo più per compiacere chi me la proponeva che per la speranza di aggiudicarmi il mega uovo di cioccolata fondente. Per questo  ho sviluppato negli anni seguenti una profonda avversione per  tutti i giochi a premi, le lotterie, il totocalcio, l’enalotto, il superenalotto e similari. Prendendo le distanze dalla speranza di piegare la fortuna in mio favore mi sono comportata come la volpe che denigra l’uva solo perché non riesce a spiccare il  salto per raggiungerla.

Oggi mi sono piovute addosso tutte le pesche di beneficenza e tutte le tombole che non ho vinto, tutte le schedine che non ho giocato e tutte le lotterie che ho ignorato, moltiplicati da interessi usurai.

Da Largo Argentina arrivo a Piazza Venezia e imbocco Via del Corso come in trance. Ogni tanto mi fermo davanti a una vetrina  ma non riesco a guardare cosa vi è esposto; la mia faccia riflessa  in questo momento è l’unico oggetto della mia attenzione. Come se aspettassi da un momento all’altro di perdere la mia identità e di ritrovarmi con una faccia diversa: una faccia da ricca.

In Sicilia c’è un detto popolare: biddizza e dinari nun si ponnu ammucciari (la bellezza e la ricchezza non si possono nascondere) e ora, mentre mi specchio e mi osservo,  vado ripetendo nella mente queste  parole che nella logica semplicità popolare sono associate  a un concetto di privilegio assoluto, tutto umano, inoccultabile. No, il mio viso è sempre lo stesso; non è spuntato un terzo occhio, non mi si sono arricciati i capelli né la bocca ha perso l’espressione amara che quelle due piccole pieghe agli angoli della bocca le conferiscono. Anche il mio dignitoso tailleur pantalone blu, indossato per la lettura del testamento, non si è di colpo trasformato in un capo griffato perché queste cose succedono solo nelle fiabe e  io non sono Cenerentola.

Però l’eredità è vera come è vera la morte di Enrico e a pensare a lui che non c’è più mi viene il magone e mi verrebbe pure da piangere se non fosse che sono per strada da sola e provo vergogna a farmi vedere con le lacrime agli occhi. Stento a convincermi che la morte sia riuscita ad essere più forte di lui perché Enrico era un cavaliere astuto e invincibile, un semidio. Andava fiero della sua inossidabilità, frutto di scrupolose attenzioni  quotidiane per le funzioni vitali, l’alimentazione e la pulizia maniacale del proprio corpo. Ogni piccolo malessere era accuratamente controllato con esami di sangue e urine e, se queste si dimostravano insoddisfacenti, era sempre pronto a sottoporsi a indagini più sofisticate. Una volta si assoggettò a un’umiliante colonscopia, malgrado il parere contrario del medico curante, solo perché per tre giorni di seguito non era riuscito ad andare di corpo. Non si può dire che fosse ipocondriaco, no; semplicemente aveva un accentuato terrore delle malattie e sperava di prevenirle attenzionando disciplinatamente il suo stato di salute. “Guarda che non si muore solo di malattia”, gli dissi un giorno esasperata perché da mezz’ora si osservava la lingua davanti allo specchio, “ma anche di vecchiaia.” Mi guardò come se gli avessi fatto una rivelazione apocalittica, una divinazione di sciagure, e fece subito scivolare la mano destra verso il basso ventre. Però da quel giorno prese a frequentare un centro estetico per soli uomini  e non ho mai saputo, ma posso bene immaginare, quali diavolerie gli combinassero per mantenere la pelle liscia e soda.

Malgrado tutto, è andato lo stesso perchè la morte è l’unica certezza della vita ed è pure beffarda e se la ride della miserevole velleità di onnipotenza umana. 

Enrico è morto solo, nella sua casa. Ho appreso dai giornali che è stato trovato nudo nella stanza da bagno dopo aver fatto la doccia. Un malore improvviso e repentino, arresto cardiaco, di quelli che non perdonano. Hanno scritto che a trovarlo disteso lungo lungo per terra è stata la sua colf, che al funerale c’erano solo conoscenti e gente del mondo della cultura e della politica ma nessun familiare perché Enrico non aveva parenti e, aggiungo io, nemmeno amici. Solamente il giornalista di un settimanale, si è chiesto, alla fine di un lungo articolo, che fine avrebbe fatto il cospicuo patrimonio di Enrico De Donato. Neppure lontanamente immagina che ha nominato erede universale la sua ex segretaria in pubblico, amante in privato.

E intanto, camminando insieme ai miei pensieri, sono arrivata, senza rendermene conto, a Piazza del Popolo. E’ l’ora cruciale, quella sospesa tra la fine di una giornata lavorativa e l’inizio della vita notturna che da sempre e in ogni stagione a Roma è particolarmente vivace. Qualche negozio ha abbassato la grata a metà per scoraggiare l’ingresso al rompiballe dell’ultima ora che tanto fa perdere solo tempo alle commesse ma non compra; il traffico della gente si è diradato e la piazza sembra concedersi una pausa prima di affrontare il brulichio dei vitaioli che si danno appuntamento da Canova o da Rosati per decidere come passare la serata. Mi guardo intorno ricacciando i ricordi e tentando di recuperare il senso pratico che mi segnala piccoli crampi  provenienti dallo stomaco  chiuso da una settimana, da quando ho ricevuto la convocazione del notaio. Nei giorni successivi  mi sono nutrita di caffé e yogurt alla frutta, incapace di masticare qualsiasi tipo di cibo perché troppo occupata a rosicchiare pensieri e congetture. Ne avessi azzeccata una! Niente di ciò che la mia mente ha elucubrato in questi giorni ha trovato riscontro nella realtà di un imprevedibile testamento che ha il sapore di una storia di altri tempi.

Ma lo stomaco adesso reclama  a gran voce e ho fame. Una fame lussuriosa e pagana che mi spinge verso il  Bolognese, il ristorante a ridosso di Rosati che frequentavo un tempo con Enrico.

Mi fa uno strano effetto entrarvi da sola e scruto il maitre che mi viene incontro sorridendo come se mi conoscesse e invece  garbatamente mi chiede se ho prenotato il tavolo. Capisce al volo, dalla mia espressione imbarazzata, che sono un’estemporanea e non una cliente abituale. Vorrei dirgli che quando venivo con Enrico non avevamo bisogno di prenotare perché il nostro tavolo era sempre riservato ma soprassiedo dal momento che costui non è il buon Fernando che mi faceva servire una doppia razione di ipercaloriche lasagne al ragù e tuttavia vedo che continua a sorridermi. “Ma lei… è la segretaria del Professor De Donato!” Non tento di frenare lo stupore. “ Venivate spesso… certo non si ricorderà di me. Ero il cameriere più giovane…e anche il più magro, tanto che mi chiamavano spaghetto ma il mio nome è Stefano. Ricordo che il professore era l’unico, fra tutti i clienti, a chiamarmi col nome di battesimo. Che persona distinta…Era proprio un gran signore!” Si schiarisce la voce e dal tono nostalgico passa subito a quello professional-galante.   “Lei comunque è rimasta sempre uguale, anche se da lontano non l’avevo riconosciuta. Ma venga che l’accompagno al tavolo.” E senza darmi tempo di rispondere si avvia. Lo seguo ma vorrei andarmene perché a sentirgli nominare Enrico lo stomaco si è richiuso e ora come ora, al massimo dello sforzo, potrei ordinare solamente uno yogurt al ragù. 

Di questo Stefano però non ho memoria alcuna. Le guance  paffute tendono la pelle che è liscia e compatta e sotto le lenti da miope guizzano occhi di carbone furbi e mobili da acuto osservatore,  ma il doppio mento, i capelli grigio- metallizzati e il fisico tracagnotto fasciato da un doppiopetto nero, gli conferiscono l’aspetto di un distinto signore di mezza età. Decisamente mi costa fatica smagrirlo con la fantasia per tentare di ricordarmi di lui. A differenza di Fernando, esuberante e un po’ invadente, caciarone nella sua cadenza romanesca, Stefano è impeccabilmente calato nel  ruolo di maitre dai modi molto british e quindi non sciorina ulteriori ricordi in memoria di Enrico, ma si limita  a segnare sul taccuino l’ordinazione dei tortellini in brodo che mi evitano la seccante incombenza di masticare controvoglia.

“E come secondo cosa le faccio portare?” Ha l’espressione di chi  vorrebbe consigliarmi di assaggiare la specialità della casa. Lo scoraggio immediatamente. “Passo al dessert.”Gli dico sorridendo. “Fate sempre quel buonissimo dolce al mascarpone con la cioccolata calda e gli amaretti?” Una scorpacciata di zuccheri e grassi è ciò di cui ho bisogno in questo momento.

“Come no, è il nostro pezzo forte! Comunque dopo le farò portare il carrello dei dolci e vedrà che avrà solo l’imbarazzo della scelta.”

Per fortuna se ne va a ricevere altri clienti e a prendere altre ordinazioni.

 

 

Vicolo della Moretta si trova a Campo de’ Fiori, tra via Giulia e Via dei Banchi Vecchi. Non è una strada di negozi e botteghe artigiane come le altre vicine; la gente vi transita frettolosamente e la usa come scorciatoia per raggiungere dal Lungotevere Dei Tebaldi il luogo di lavoro. I palazzi che vi si affacciano sono austeri e in gran parte adattati a uffici governativi. Abitare in questa zona è un privilegio riservato a pochi eletti ed Enrico era uno di questi. Aveva comprato l’attico, nel palazzo che fa angolo con Via Giulia, negli anni settanta per una manciata di pasta, grazie a buone conoscenze politiche di area centrista. Pur essendo un militante comunista,  implacabile oppositore del “regime democristiano” – come soleva chiamarlo – non disdegnò in quella occasione l’aiuto proprio dei parlamentari democristiani che tanto criticava. Nulla di illecito per carità, solo una piccola effrazione ideologica. Era sua ferma convinzione che un uomo di prestigio come lui, non potesse non abitare in una casa di prestigio. E dal momento che tutta la zona di Campo de’ Fiori, oltre a essere prestigiosa era anche notoriamente “rossa”, abitarvi gli spettava per diritto culturale e politico. Un modo come un altro per tacitare la sua coscienza proletaria a difesa della quale soleva dire che aveva rifiutato di acquistare un appartamento ai Parioli per non correre il rischio di ritrovarsi in un condomino di nostalgici  fascisti.

Quando lo conobbi aveva finito da poco di arredarlo, dopo una laboriosa ristrutturazione durata quasi due anni  per via dei litigi continui con l’architetto e con i funzionari della Soprintendenza che avevano posto il veto sull’abbattimento di alcune pareti e sulla chiusura di una parte del terrazzo. Alla fine arrivarono a un compromesso: fu abbattuta una sola parete per creare, fin dall’ingresso,  un ampio e luminoso living dal quale, attraverso una porta-finestra, si potesse accedere al terrazzo che fu chiuso –  in minima parte rispetto alle pretese di Enrico –  ai lati e sopra da una leggera struttura in legno. Si può dire che fui la prima donna, colf a parte, a mettervi piede. Ma non l’unica.

 

L’appartamento ha conservato l’odore polveroso della carta. Lo si avverte già sul pianerottolo, appena fuori dall’ascensore, e mi pizzica la gola. Diventa più intenso e soffocante appena entro dopo aver disattivato due sistemi di allarmi  e  sbloccato le tre fermature della porta blindata. Mi avvio subito verso la porta finestra, superblindata anch’essa; disattivo l’allarme, la faccio scorrere per tutta la sua lunghezza ed esco sul terrazzo. Aria, aria di Roma che incamero nei polmoni con intensa voluttà. La vista da quassù è da incanto: in basso i tetti e subito al di là, il lento fluire del Tevere. Guardo questa cartolina tridimensionale con stupore perché ogni palazzo, chiesa, monumento è al posto di sempre malgrado sia mancata per molti anni, come se i miei occhi avessero il potere di cristallizzare il mondo. Le tracce della mia assenza sono altrove: in questo terrazzo diventato il cesso di tutti i colombi e gli uccelli di passaggio, nelle piante scolorite e flosce che non hanno la forza – e forse neanche la voglia – di fiorire. Persino i tenaci gerani non hanno resistito al disamore di chi li ha distrattamente annaffiati, spargendo tutt’intorno piccoli petali rossi come lacrime di sangue. In questa desolazione mi aggiro togliendo foglie secche, staccando fiori appassiti e imprecando contro gli uccelli. Indugio, questa è la verità, perché non ho il coraggio di entrare in casa. Impiego qualche minuto a rendermi conto che il telefono squilla; ho un sobbalzo e sono tentata di non rispondere. Potrebbe essere qualcuno che non sa della morte di Enrico. Ma no, ne hanno parlato tutti i giornali e persino i tg della Rai e delle altre televisioni. O forse è qualcuno che era all’estero e non ha saputo la notizia. No, anche i giornali stranieri ne hanno parlato. Mentre mi avvio per rispondere, torna il silenzio e tiro un sospiro di sollievo. Cosa avrei dovuto dire allo scocciatore telefonico? Il professore è morto, io sono la sua ex segretaria e la nuova proprietaria di questa casa. E quando mai una segretaria, per di più ex, eredita dal capo il suo appartamento! Ma il telefono ricomincia, insiste; mi sembra pure che abbia un suono più perentorio e stavolta mi avvio davvero a rispondere così me lo levo dalle scatole chiunque esso sia.

Non faccio neanche in tempo a poggiare la cornetta all’orecchio e dire pronto che la voce alterata del notaio mi perfora il timpano.

“ Finalmente, è mezz’ora che suono!” Questa poi… non sapevo che fosse pure musicista!

“Ero sul terrazzo… non ricordavo più dove fosse il telefono.” Balbetto.

“La chiamo per dirle che la colf del professore è a spasso. Mi ha telefonato stamattina pregandomi di riferirle che sarebbe felice di lavorare per lei.”

“Ma se non mi conosce!”

“Si ha ragione, allora mi spiego meglio.” Abbassa la voce per darle un tono più colloquiale. “Deve sapere che la Tommasina era affezionata al professore e anche alla casa. Poi abita in zona, capisce? Le viene anche comodo… però ha bisogno di lavorare e così prima di impegnarsi altrove, vorrebbe sapere se lei è disposta a tenersela.” Mentre Franchini parla, mi guardo intorno. Non mi ero accorta entrando di essere circondata da una moltitudine di immobili fantasmi.

“Signora mi sente?”  Come no, dovrei essere proprio sorda!

“Certo che la sento. Stavo notando che Tommasina ha coperto tutti i mobili con le lenzuola.”

“Visto? Gliel’ho detto che curava la casa come se fosse stata sua. Poverina, piangeva quando mi ha consegnato le chiavi e lei farebbe bene a non lasciarsela scappare. E’ una fortuna trovare una donna di servizio come Tommasina. Sa fare tutto e cucina pure da dio. Sapesse mia moglie come si dispera con la nostra che rompe sempre tutto e non sa fare nemmeno due uova alla coque!”

“Ma… vorrei prima conoscerla… parlarle. Non so manco che faccia ha!”

“Ascolti, si segni il numero del telefono di casa e anche del cellulare così la chiama e vi date un appuntamento. Ma non ci pensi troppo altrimenti quella si impegna  e buona notte al secchio. 



Scritto da: Marilù


leggi il capitolo successivo:                Il cappellaio matto


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