Pane & Pazienza

CAPITOLO 1 

Il commissario Pane era di buon umore quella mattina

Affacciandosi al balcone del suo piccolo appartamento delle Zattere si accorse che era una di quelle rare giornate radiose nelle quali è possibile, a centinaia di chilometri di distanza, scorgere distintamente il profilo delle montagne. Una di quelle giornate in cui Piazza S.Marco, affogata fra quelle cime, sembrerebbe, se non fosse cosi’ riconoscibile, una qualsiasi piazzetta del Cadore.

“Una giornata regalata” biascico’ a bassa voce tra se’ e se’ il commissario.

Era ormai la seconda settimana di ottobre, ma anche quel giorno il commissario avrebbe potuto indossare il vestito leggero acquistato ai saldi di inizio settembre. Un vestito che gli stava a pennello, valorizzando gli sforzi che il suo proprietario aveva fatto negli ultimi tempi per perdere alcuni chili di troppo.

Scese le scale trotterellando e si diresse verso il ponte dell’Accademia, che affronto’ con baldanza.

“Questo è uno dei tanti vantaggi dell’abitare in una città come questa- pensò- solo sei mesi fa mi avrebbe fatto venire il fiatone solo a guardarlo”.

Era stato a Venezia una volta sola, prima di esservi trasferito.

Era stato quando frequentava le superiori , in occasione di una gita scolastica.

Ma la città allora, pur avendolo affascinato, gli era rimasta impressa soprattutto per le scarpinate alle quali, trascinandoli da una chiesa ad un museo, li aveva costretti l’insegnante di storia dell’arte. La sua maggiore preoccupazione allora era stata quella di sganciarsi, tutte le volte che gli era stato possibile, dal gruppone dei suoi compagni di classe, con l’obiettivo di approfondire la conoscenza di una compagna di classe, alla quale aveva scoperto di piacere durante il viaggio in pullman. Conoscenza carnale, s’intende.

Allora gli erano piaciute soprattutto quelle piccole corti nascoste, nelle quali, deviando dalla strada maestra seguita dal gruppo, si infilava velocemente con Marta, baciandola con un trasporto, che nel resto della sua vita avrebbe poi stentato a ritrovare.

Poi, più niente.

Diverse volte la sua ex moglie gli aveva chiesto di portarla a Venezia ed un paio di volte erano anche stati  sul punto di partire, poi, sempre per il sopravvenire di improvvisi contrattempi che riguardavano il suo lavoro, erano stati costretti a rimandare.

All’inizio il trasferimento gli era sembrato quasi una sventura.

Nato in un piccolo paese della Sicilia, il commissario Pane aveva vissuto per tutta la vita nel Sud (la sua carriera si era svolta tra Palermo, Napoli e Catania) e si sentiva in tutto e per tutto uomo del Sud.

Venezia, pur con il suo fascino di città unica al mondo gli sembrava decisamente troppo distante dalle consuete rotte della sua vita.

Poi , a poco a poco, il commissario, che era sempre stato un viaggiatore distratto e superficiale, e che non aveva mai dato troppa importanza ai luoghi, sembrandogli importanti soltanto le persone che vi si possono incontrare, si era innamorato profondamente di quella città.

Ne amava soprattutto gli angoli nascosti, lontani dai flussi turistici. Ogni sera, da quando era iniziata la bella stagione, la esplorava con la frenesia di un bambino che ha appena scoperto un gioco nuovo ed entusiasmante.

Gli piaceva perdersi per le calli, affidandosi al suo senso di orientamento per riaffiorare ogni tanto nelle zone più conosciute.

“Vediamo un po’- diceva a se’ stesso- se continuo a camminare in questa direzione dovrei sbucare in Calle 22 Marzo”. Quando, poi, districandosi dal dedalo delle calli sconosciute, ritrovava la strada di casa, esultava come un esploratore che veda avvalorate le sue congetture sulla conformazione dell’emisfero.

Gli piaceva memorizzare i nomi delle calli e dei campielli e cercava continuamente le occasioni per sfoggiare  con amici e colleghi la sua crescente dimestichezza con la topografia cittadina.

Vedeva continuamente persone che incontravano altre persone e si fermavano a chiacchierare per strada e pensava: “Questa è una città internazionale e ci vengono ogni anno milioni di persone da tutto il mondo, ma quelli che ci abitano ogni volta che escono finiscono per incontrare almeno metà delle persone che conoscono. Un po’ come al paese mio, dove ci conoscevamo tutti”.

Anche se al paese suo, non mancava mai di commentare con le sue nuove conoscenze veneziane, non c’era questa mania di invitarsi continuamente a bere, invece tipica dei veneziani.

In ufficio, quella mattina l’atmosfera era tranquilla. Entrando nella sua stanza, tuttavia, il commissario fu quasi sul punto di perdere il suo buon umore.

Un voluminoso scartafaccio presidiava minaccioso la sua scrivania. Era l’insieme delle carte che erano state rinvenute nel cassetto segreto di un mobile nella piccola mansarda di Campo San Lio, che l’ingegner Pazienza usava per dedicarsi indisturbato alla pittura.

Era stato necessario forzare la serratura per entrare nell’appartamento. Nessuno dei familiari dell’ingegnere possedeva infatti una seconda chiave della mansarda.

L’agente Marino, una atletica ragazza di trent’anni che aveva partecipato al sopralluogo, gli aveva descritto l’atteggiamento della moglie e del figlio di Pazienza mentre stavano nel pianerottolo in attesa che il fabbro terminasse il suo lavoro:

“Innanzi tutto, dottore, non ho capito perché abbiano aspettato cosi’ tanto ad andare  in quell’appartamento. In fondo, prima ancora di lanciare qualsiasi allarme, quello era il primo posto nel quale a chiunque sarebbe venuto in mente di andare a cercare . Invece che fanno? Lo vedono partire la mattina di lunedì, sanno che rientra la sera, non lo vedono arrivare né la sera né la mattina dopo, aspettano tutto martedì sera, e solo alla volta di mercoledì , e in tarda serata per giunta, si fanno venire in testa di avvertirci. E in tutto questo tempo a nessuno di loro viene in mente di andare a S. Lio per vedere se per caso si trova lì. Poteva essere passato , magari per prendere un libro, un paio di occhiali, una tela che voleva portare ad incorniciare, una cosa qualsiasi insomma, ed essersi sentito male. Dopo di che, quando, più per routine che per altro, chiediamo se la famiglia dispone di altri immobili a Venezia, salta fuori ‘sta casa di S. Lio e ci precipitiamo là.”

“Ma mentre il fabbro forzava il portoncino loro che atteggiamento avevano?” aveva domandato il commissario.

“Lei pallida come un morto. Si torceva le mani e le portava al viso in continuazione. Il figlio cercava di tenerla su, di minimizzare, ma si vedeva che era tesissimo e preoccupato anche lui.”

“E quando siete entrati?”

“Quando il fabbro ha finito e si è fatto da parte, si sono lanciati dentro come schegge, sconvolti all’idea di scoprire il peggio. E quando, nella penombra, hanno visto qualcosa , lei stava per svenire . Ma era solo un vecchio tappeto che Pazienza aveva arrotolato in un angolo per evitare che si sporcasse . Quando hanno realizzato che era solo il tappeto, hanno tirato uno di quei sospiri!”.

“Ma nello studio c’era disordine?” aveva domandato il commissario.

“Non più di tanto. Le tele erano accatastate in maniera ordinata in un angolo della stanza ed il resto dell’appartamento era abbastanza in ordine anche se c’era un sottile strato di polvere un po’ dappertutto. Ho chiesto alla signora se per caso nell’appartamento di tanto in tanto andava qualcuno a fare le pulizie e lei mi ha risposto che il marito preferiva provvedere di persona”.

“E’ evidente che considerava quello studio come il suo regno e non voleva che chiunque altro, ci mettesse piede” aveva concluso il commissario.

Dal cassetto segreto del vecchio mobile erano saltati fuori diversi documenti. Ognuno di essi era la testimonianza di qualcosa che l’ingegner Pazienza aveva cercato accuratamente di nascondere alla famiglia.

In primo luogo c’era una imponente e ordinatissima documentazione bancaria. L’ingegnere, con grande sorpresa della famiglia, che era stata tenuta all’oscuro di tutto, da oltre dieci anni giocava in borsa con grandissima disinvoltura e spericolatezza. Dentro un voluminoso faldone  stavano raccolti numerosi fascicoli ognuno dei quali riportava le disposizioni di acquisto e di vendita relative ad ogni singolo titolo azionario. I risultati delle speculazioni di borsa dell’ingegner Pazienza erano stati notevolissimi. Era partito con un capitale iniziale di duecento milioni , piu’ o meno la somma che aveva ereditato in contanti alla morte di un vecchio zio, come era stato possibile ricostruire parlando con la moglie, e, nel giro di una decina d’anni, comprando e vendendo in continuazione, quel capitale si era moltiplicato per quasi  15 volte volte. Gli esperti che avevano esaminato il dossier dell’ingegnere erano rimasti a bocca aperta , incerti se attribuirgli doti di divinazione o sospettarlo di aver usufruito di informazioni privilegiate.

Pochi mesi prima della scomparsa, approfittando di una congiuntura di borsa estremamente favorevole, Pazienza aveva liquidato tutte le sue posizioni.

In banca l’operatore titoli che gestiva il suo portafogli azionario non si era inizialmente stupito. Già in altre occasioni, alla vigilia di prolungati periodi di forte ribasso, era capitato che l’ingegnere liquidasse tutte le sue posizioni per poi tornare ad acquistare in periodi di crisi. Era in questo modo, non fallendo mai un colpo, che era riuscito a moltiplicare il suo capitale.

Ma enorme era stato lo stupore dell’operatore di borsa, quando uno dei colleghi della cassa gli aveva riferito che Pazienza aveva chiuso il conto corrente prelevando in contanti più di un milione emezzo di euro.

Per quale motivo l’ingegnere aveva prelevato in contanti una somma così grossa?

Il commissario Pane era convinto che lo avesse fatto, correndo tra l’altro il grossissimo rischio di essere rapinato, per non lasciare nessuna traccia visibile della futura collocazione dei quattrini.

L’ingegnere andava spesso all’estero per motivi legati al suo lavoro e in una qualsiasi di quelle trasferte gli sarebbe stato possibile depositare la somma. A meno che non avesse deciso di rischiare ulteriormente e di tenersela in contanti.

Nessuna luce sulla vicenda sembrava in grado di fornire la sempre più allibita moglie dell’ingegnere, che ,giorno dopo giorno, scopriva di aver passato buona parte della sua vita accanto ad un uomo senza nemmeno iniziare a conoscerlo.

La povera donna non solo ignorava le incredibili performance speculative del proprio consorte –quando era saltata fuori la storia  era stata colta da un malore –ma evidentemente riponeva in lui anche la massima fiducia sul piano della fedeltà coniugale.

Fiducia mal riposta come dimostrava quello che il commissario chiamava il reperto numero 2: una ventina di grandi fogli a quadretti, interamente e fittamente ricoperti dalla minuta e perfettamente incomprensibile calligrafia dell’ingegnere. Un testo non solo difficile da decifrare- il commissario di primo acchito era stato solo in grado di capire che era una lettera d’amore- reso oltre tutto oscuro da una quantità indescrivibile di cancellature , freccette, numeri, rimandi.

L’ingegnere evidentemente aveva lavorato molto a lungo su quel testo, limandolo in continuazione, aggiungendo e togliendo aggettivi, sopprimendo interi periodi, spostandone alcuni da una parte all’altra.

Il diario, invece, pur contraddistinto dalla stessa calligrafia minuta e inintellegibile, era lindo e ordinato.

“Evidentemente questa lettera è lo strumento di una strategia- aveva ipotizzato il commissario parlando del caso con il brigadiere Nardone e l’agente Marino- chi la scrive vuol essere sicuro di convincere, di conquistare o riconquistare”.

Sedendosi alla scrivania , il commissario trovò quella mattina una copia dattiloscritta della lettera.

Era impaziente di verificare le sue congetture, ma non potè fare a meno, prima di avviare la lettura, di soffermarsi su di un piccolo appunto scritto a mano che accompagnava il dattiloscritto:

 

Egregio commissario,

                                    ho passato buona parte della notte cercare di decifrare la calligrafia di Pazienza. Sono lieta di informarla che i suoi geroglifici non hanno più segreti per me. Ho poi cercato di copiarla a macchina, dando ai vari brani la stessa sequenza che il Nostro aveva intenzione di dargli. Buona lettura.Agente Nadia Marino

 

P.S. Le interessa ascoltare in materia un parere femminile?

 

 

Il commissario sogghignò divertito.



Scritto da Filcusum


Annunci
  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: