Marina Grande

IL COMMISSARIO PANE

Il commissario Pane , a 42 anni, aveva conservato un fisico giovanile e scattante.

Entrando nel cinema, quel pomeriggio, sorrise alla cassiera che gli porgeva il biglietto, una prosperosa bionda sui trent’anni, consapevole di piacerle.

Quasi tutte le donne che incontrava erano attratte da lui.

Andatura dinoccolata, modi gentili, nascondeva benissimo dietro un sorriso timido e disarmante, una sensualità prepotente.

Al commissario Pane non piaceva una donna in particolare.

Gli piacevano quasi tutte le donne.

La madre che rimproverava dolcemente il bambino ai giardini pubblici lo riempiva di tenerezza.

Si immaginava di rientrare a casa dopo una giornata di lavoro e di trovarla sorridente e disponibile accanto ad una tavola splendidamente apparecchiata.

La ragazza che rispondeva piccata e sgarbata alla madre che la rimproverava dal balcone lo induceva a fantasticare una vita completamente diversa, piena di incomprensioni e di litigi, seguiti da riconciliazioni .

Ma attirava la sua attenzione anche la prosperosa  cassiera cinquantenne che ogni mattina, al bar, fingeva di scandalizzarsi delle sguaiatezze degli avventori, riservando al commissario un sorriso famelico .

Per ognuna delle donne che lo attraevano il commissario coltivava una fantasia sessuale, a volte coerente con il personaggio, ma molto più spesso  in totale contrasto con l’idea che se ne era fatto dall’esterno.

Il sesso con la famelica cassiera diventava allora, nell’immaginazione del commissario, una cosa dolce, carezzevole e romantica, mentre la giovane madre di famiglia abbandonava accollate camicette e sobrie gonne di lana per presentarsi a lui vestita di inverosimili guepiere borchiate.

La vita del commissario non era stata particolarmente ricca di relazioni femminili.

Un po’ pigrizia, un po’ in ragione del decoro che attribuiva alla sua professione, il commissario non faceva mai delle avances alle donne che nascostamente ammirava. Mai un invito a cena, un sorriso fuori posto, un’allusione.

Ma, come accade agli uomini riservati e di bell’aspetto, le avances le riceveva e le accettava con grazia, anche se con grande apprensione perché,  come tutti gli uomini dotati di molta immaginazione, il Commissario temeva il confronto tra le proprie fantasticherie e la realtà.

Che infatti si rivelava, puntualmente inferiore alle  attese.

Qualche mese prima si era chiusa una storia che il commissario aveva inizialmente vissuto con molta intensità, ma che poi aveva finito per afflosciarsi e vuotarsi di ogni significato.

Come in altre occasioni, la rottura era stata determinata dalla sua riluttanza a parlare di matrimonio.

Abituato ormai da quasi vent’anni a vivere da solo, il Commissario riteneva impensabile abbandonare le proprie abitudini per mediarle con quelle di qualcun altro.

Gli piaceva mangiare alle ore più impensate, stare a casa tutto il giorno a leggersi un libro se ne aveva voglia, uscire prestissimo la mattina per godersi il risveglio della città, e sapeva che tutte questi piccoli piaceri sarebbero stati causa di discussione e di attrito.

Per pochi mesi, quando il Commissario aveva da poco superato la trentina, aveva vissuto nella casa di  una donna che amava  alla follia e pensava potesse essere la donna della sua vita.

Ma già pochi giorni dopo si era reso conto di aver fatto uno sbaglio. Era libero dal servizio e si era  alzato presto , come d’abitudine  per andare a gustarsi caffè e giornali nel bar sottocasa, quando lei l’aveva fermato sulla porta, chiedendogli : “Dove vai? Te lo preparo io il caffè, adesso fammi compagnia, il giornale lo vai a comprare dopo….” Tutte espressioni che lo avevano profondamnte urtato, anche se aveva cercato di nasconderlo.

Per fortuna non aveva disdetto l’appartamento nel quale abitava prima della convivenza con la sua amica e così dopo qualche mese aveva ripreso il volo.

Sprofondato nella comoda poltrona del cinema, il commissario Pane assaporava la delizia di quel momento. La sala era praticamente deserta, il film non era ancora cominciato e stavano proiettando alcune diapositive pubblicitarie. Poche file dietro di lui due signore molto anziane dall’aria distinta parlavano dei loro nipotini, mentre, un paio di file davanti a lui,  due innamorati si abbracciavano con trasporto.

Cinque persone in tutto, come piaceva a lui. Quasi una proiezione privata.

Le luci si erano abbassate  e i titoli di testa scorrevano lenti, quando il cellulare del commissario emise una prepotente vibrazione.

Fu tentato di non rispondere. In fondo era il suo giorno libero e aveva tutto il diritto di essere irrangiugibile. Poi, come sempre gli accadeva in questi casi, più per curiosità che per senso del dovere, rispose.

– Commissario, sono Bertato, la disturbo?

Certo che mi disturbi, imbecille, pensò il commissario, che sillabando sotto voce aggiunse:

– Dimmi, Bertato, che succede?

– E’ un brutto momento, commissario?

– Parla, dimmi che succede- sibilò furioso il commissario.

– Mi scusi, ma sento che parla sottovoce…

– Sto in un posto in cui non posso alzare la voce. Ma sta tranquillo, adesso esco.

Addio cinema, addio tranquillo pomeriggio di beata solitudine, pensò il commissario, scostando con la mano destra il pesante tendone di velluto in fondo alla sala, mentre con la sinistra recuperava al cellulare il brigadiere lasciato momentaneamente in attesa e gli chiedeva, questa volta con voce quasi alterata e ruggente:

– Insomma mi vuoi dire che è capitato?

– Commissario, so che è il suo giorno libero, ma non è che uccidono una persona tutti i giorni, qui a Marina Grande


Scritto da Filcusum


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