Il lusso degli stracci

SIETE SICURI DI VOLERMI CONOSCERE? 

Sì sono un barbone. Ho le croste sui piedi e le ali nella mente. Vago per la città senza meta. La gente mi lancia occhiate furtive, subito ritraendosi nel suo guscio. Faccio paura e la paura mi circonda. Se mi presento così non è per mettere le mani avanti, ma soltanto per avvertirvi in che razza di gioco state per cacciarvi. Dipenderà da voi. Quanto vi attrae o quanto vi repelle il fetido? Quanto vi affascina o quanto ve ne importa del sublime?

Vi faccio ribrezzo? Ma non crediate che io ne faccia a voi più di quanto voi non ne facciate a me! E’ una questione di prospettive; sono più sordide due dita di unto o il cuoio di quelle valigette che portate a zonzo per la città? Le scie di profumo che lasciate hanno maggiore cittadinanza del tanfo delle mie ascelle? Raccapricciano di più i miei capelli bisunti o il vostro crine gelatinoso?

Voi neanche immaginate che creatura, sensibile, dolce e appassionata possa essere io sotto questa scorza, domandatelo alla Parrucchiera di Piazza Diaz che mi lascia dormire sopra lo sfiatatoio del suo negozio o al Vigile dell’incrocio alle Vasche Navali che blocca il traffico al mio passaggio o ancora alla Fioraia che non mi scaccia come un cane quando mi avvicino alla fontanella.

Ho tutto quello che mi serve: abbigliamento a cipolla, dalla maglietta al cappotto, un grappolo di buste rigonfie di cianfrusaglie, ma ho soprattutto il mio portatile wifi. Sì, sono un barbone di lusso, lercio e tecnologico, trasandato e interconnesso.

La notte mi aggiro per quei luoghi chiamati isole wifi, parchi pubblici e stazioni, aeroporti e centri commerciali, conosco anche qualche abitazione dove vado a rubare la linea. Mi apposto, mi collego e mi lascio trasportare dalle onde radio, esse non hanno steccati, debordano sempre, democraticamente, di qualche metro, dalle mura domestiche. E poi c’è l’accrocco elettrico che ho messo su al giardinetto dove dormo. Lì c’è una centralina ed io mi prendo la mia quota di elettricità per ricaricare le batterie del portatile senza che nessuno se ne abbia a male.

Perché mi sono ridotto così? E chi l’ha detto che la mia è una condizione disperata? Anche qui, è una questione di prospettive. La mia, per strano che possa apparire, è una evoluzione. Sordido quanto basta per essere intrinsecamente accattivante, repellente nell’aspetto quanto attraente nel vissuto. L’alea che mi porto appresso sparge mistero, mi muovo come dentro una campana di vetro; per cinque metri intorno a me si fa il vuoto pneumatico, nessuno si azzarda ad entrarvi, anche le formiche si affrettano a rispettare la distanza di sicurezza; io non conosco luoghi affollati, prendete la metropolitana, per esempio, quando ci salgo i miei cinque metri di raggio di spazio vitale sono garantiti, anche alle 8.00 di mattina le persone si fanno ancora più sardine di quello che sono ma non oltrepassano il cerchio magico, da cinque si può restringere a quattro, a tre metri, quando la calca è drammatica, ma oltre non si va ed è tutto uno sbracciarsi ad aprir finestrini. E poi non sono proprio un ammasso di lerciume. Due parti del mio corpo spiccano su tutto. Gli occhi, due lapislazzuli capaci di bucare l’indifferenza dei viandanti e le mani, pulite, curate e ben levigate, due perle su uno stronzo, con rispetto parlando. Domandatelo a tutte quelle donne, e ce ne sono, che mi calamitano con lo sguardo o a quegl’uomini, e non mancano, che vorrebbero calarsi nei miei stracci. Donne e uomini, stanchi, offesi, disillusi, sono il loro inconfessabile idolo!

Al giardinetto, dove ho eletto domicilio nella mia lussuosa suite a cielo aperto, è lì che incontro una donna che mi sconquassa, mi turba. La Donna del doberman, ogni mattina un tacito appuntamento  ci unisce. I battiti delle ciglia, come un alfabeto morse, dicono più di tante parole. Per la Donna del doberman mi raserei, mi doccerei, mi impomaterei, ecco sì, solo per lei potrei regredire allo stato di persona normale. Lei vorrebbe dirmi qualcosa, io vorrei parlarle, ma rimaniamo come sospesi, in attesa di una scintilla, un evento che ci accenda. Intanto è solo il cane che si fa avanti; viene, mi scruta, con la linguetta penzoloni, sembra voglia dirmi qualcosa, la testa leggermente reclinata, forse anche a lui faccio schifo, e menomale che non alza la zampetta. Prima o poi, penso, deciderà di portarsi via un souvenir di me e, chissà, forse allora, io e la Donna del doberman ci parleremo, magari mi accompagnerà anche al pronto soccorso.

Chi sono? E’ un dettaglio irrilevante. Un raider fallito? Un agente sotto copertura? Un assassino in fuga? Il protagonista di un reality? Un padre e un marito reietto? Probabile, non certo. Non rovistate nel mio passato, aggrappatevi al mio presente e scandagliate il mio futuro, è lì la chiave. Potreste anche andare su un motore di ricerca e inserire: “+Angelo+Malefico”, forse mi potreste trovare, ma non so se vi conviene, ve ne potreste pentire, comunque fate voi.

Come mi chiamo? indovinate: stracciarolo, rifiuto della società, zingaro, emarginato, mi va tutto bene, il mio nome non me lo ricordo più, insieme al mio indirizzo, al mio codice fiscale, al mio conto corrente. Però la userid e la password per aprirmi al mondo, quelle ce le ho ben stampate in testa. Di giorno trascino i piedi scalzi, di notte volo. Di giorno mendico agli angoli delle strade, frugo nei cassonetti, irrompo nei negozi, di notte sono Aquila Azzurra a Porto Rico, Romantico Blu a Marsiglia, Fuoco Fatuo a Tangeri. Jasmine, Isabelle e Khaled sono i miei amici con cui mi metto in contatto, dolci, intelligenti e intriganti, ma altri ancora ne potrei citare. Con loro ho intrecciato discorsi e ragionamenti che voi neanche immaginate. Potremmo inscenare amori impossibili oppure architettare rivoluzioni striscianti o ancora organizzare azioni spettacolari e chissà che altro. Del resto è la mia specialità, riparato nella mia corazza di stracci, inviso ai più, mi sono ritagliato il miglior terreno e il più fertile per allevare parole e pascolare pensieri in completa solitudine, fedele a un pensiero di Montaigne che porto sempre con me: “Ritiratevi in voi, ma prima preparatevi a ricevervi. Sarebbe una pazzia affidarvi a voi stessi se non vi sapete governare. C’è modo di fallire nella solitudine come nella compagnia.”

 Insomma, di giorno vivo nella foresta pietrificata delle Belle Statuine, di notte mi perdo nel bosco incantato degli Avatar. Una vita appassionata la mia che non scambierei, per nulla al mondo, con una sola delle vostre!

Vi do un altro indizio, la mia filosofia, la filosofia del tappeto, sì, avete capito bene, del Tappeto. Di che si tratta? La vita è come un tappeto, ogni giorno stiamo lì a srotolarlo. Alle prime sembra uguale per tutti, ma non è così, cambia la consistenza, il colore, le dimensioni, gli indizi che ci sono stampati sopra. Ognuno ha il suo rotolo sotto braccio (e non fate facili accostamenti con la carta igienica! Per favore!), ai più sfugge la percezione dell’ingombro, qualcuno ne avverte la presenza. Quanto è grande e quanto pesa il rotolo? Chi può dirlo…

C’è chi cerca di sfilartelo, chi ti vuole convincere a tutti i costi che è leggero o è pesante, chi ti spiega una specie di legge della fisica dell’anima per cui: tanto più giovane sei quanto più ingombrante è il tappeto arrotolato, ma anche questo chi può dirlo?

Siamo instancabili nello srotolare, giorno e notte, eh sì, anche di notte, il tappeto prende la stessa consistenza delle nuvole e lascia la sua scia.

Si procede paralleli, ci si incrocia, ci si scontra e qualche volta le trame si uniscono in un unico ordito fino a realizzare un solo tappeto. La realtà intorno a noi, a ben vedere, ne è cosparsa.

Ma si può fare di più, si può anche tornare indietro seguendo le proprie orme, e allora si rincontrano gli stessi luoghi e le stesse persone ma con una prospettiva diversa, quante cose si capiscono in questo percorso a ritroso.

Eccola qui, centrifugata a dovere, la filosofia del tappeto, ma adesso scusatemi, ho giust’appunto qualche problema col mio.

Ora, credo proprio che un brivido dovrebbe corrervi lungo la spina dorsale, dovreste cominciare a muovervi scompostamente e non è escluso che qualche smorfia prenda il volo inavvertitamente dalla vostra faccia. Ormai, se siete arrivati fino a qui, c’è il rischio concreto che continuiate, ma ancora una ciambella di salvataggio è a portata di mano; invece che in mare aperto, potreste rientrare in un porto sicuro, e non mi dite che cominciate a percepire anche voi la presenza del tappeto (del vostro Tappeto)?

Ebbene, qualcosa di me ora sapete, una pagina in un libro, la prima pagina, il resto è ombra, il resto è segreto.

Siete sicuri di volermi conoscere?


Scritto da Uno dei ragazzi della IIIE


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  1. #1 di Martina il 8 febbraio 2008 - 16:52

    sìììììììììì
    ti voglio conoscere Diego!
    ma tu nn me ne dai modo!!
    e non fai nulla per convincere Bruno a richiedere le autorizzazioni e a farmi leggere sto cavolo di Romanzo!
    e pensare ke non ho scritto la Effe solo per leggere il tuo punto di vista!
    ufffffffff

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