Archivio per settembre 2007

Argenti e ciclamini

IL FASCINO DELLA FABBRICHETTA 

Questa storia prende le mosse da una presunta amicizia femminile e si dipana nell’illusione e nella sofferenza di un grande amore, inquieto e tormentato, per un’altra donna: la vera protagonista di sette anni della mia esistenza.

Credo valga la pena di raccontarla perché si è rivelata istruttiva per me e lo sarà per quanti, fra gli uomini, nell’incontrare una persona interessante dell’altro sesso, ritornino all’infanzia. Ingenui, fragili, manipolabili, ingannabili e, quindi, destinati, da adulti, al disincanto e alla delusione, nel nome di emozioni e sentimenti contrastanti, inesplicabili istinti, passioni tempestose e distruttrici di ogni vocazione alla serenità. 

Confesso che non so ancora dove le mie parole mi porteranno. Seguo un’inclinazione e siccome ognuno di noi è inserito in un ordine più grande e perfetto, con meccanismi ineccepibili per assicurare l’ordine e la continuità della natura, spero di arrivare ad una rappresentazione compiuta della realtà dei fatti e del microcosmo di sensazioni che hanno dominato il mio animo in questo non breve arco di tempo.

Avverto peraltro il rischio di potermi interrompere, nel corso della narrazione, per mancanza d’ispirazione od un sussulto di pudore, benché notoriamente, nonostante la mia apparente discrezione, io sia considerato uno svergognato nel senso letterale del termine. E’ doveroso da parte mia fare quest’avvertenza per un minimo di fair-play nei confronti di qualche sconsiderato ed avventuroso lettore.

Andiamo con ordine, se così può dirsi. Cominciamo a caso da un punto fermo della mia mente definito: 

“IL FASCINO DELLA FABBRICHETTA

La vicenda non ha niente di strabiliante, ma è sintomatica dell’estrema variabilità dell’animo muliebre.
La mia interlocutrice si chiama Elisabetta e vive da tempo a Roma, ma le sue ascendenze sono calabresi.

Da anni, ormai, lavora in una società multinazionale, operante nel campo della comunicazione.

La sua conoscenza delle lingue è notevole e l’istruzione è buona, ha una garbata predisposizione per le relazioni sociali, ed un’educazione di stampo tradizionale (con qualche limite rimarchevole, come si vedrà).

L’intima sua natura è però legata alla terra e alla civiltà contadina e pastorale con propaggini inquietanti nelle aree saturnine della psiche.

Si definisce selvaggia ed afferma ripetutamente a che il suo destino è di tornare nella regione d’origine, di cui non riesce a dimenticare i profumi, i colori, le tradizioni e l’ottima fragrante cucina, cui attinge – nelle serate di solitudine – con corposi assaggi di salumi, formaggi, peperoncini, funghi e melanzane sottolio – come ebbe a confidarmi in un momento di distrazione in chat, dove la conobbi per la prima volta, rinviando la spiegazione della mia presenza là ad un’altra occasione.

Si tratta di un sito, in possesso di ogni garanzia per le ragazze di buona famiglia, in cerca di partner all’altezza delle proprie aspettative, reduci o no da choc anafilattici, per una separazione, un divorzio od altri traumi giovanili. Gli uomini possono accedervi solo previo pagamento ( e ciò non guasta).

Ella è divorziata (anzi, come mi disse, in un linguaggio un po’ stravagante e provocatorio, “si era divorziata”) da un marito noioso e più grande d’età di molti anni.

Single, quindi, da alcune stagioni, nonostante qualche esperienza sessuale dagli esiti non del tutto disprezzabili e prossima alla quarantina, predilige la vita indipendente.
Dopo l’iniziale approccio in internet, da cui non trassi alcuna particolare attrattiva ed il primo incontro reale, da cui ricavai invece l’impressione di una figura accattivante fisicamente, ma fondamentalmente frigida, mi acconciai a considerarla una possibile amica, con cui era gradevole conversare.

In effetti, con il cameratismo, andavamo affinando la conoscenza fino a raggiungere un certo affiatamento: ci sentivamo abbastanza spesso per telefono e ci raccontavamo le reciproche esperienze e qualche novità sentimentale.

Mentre ci scambiavamo serenamente i segreti dei buoni amici, convenivamo che alcuni flirt possono ravvivare l’esistenza nella attesa del coup de foudre o de theatre, senza escludere l’ipotesi che anche da una collaudata amicizia, a volte, l’araba fenice dell’amore possa nascere o rinascere.

Le avevo recentemente parlato di una certa Isa, una ragazza trentacinquenne conosciuta casualmente, la quale aveva suscitato qualche curiosità non epidermica da parte mia, pur essendo convinto, come lei, della necessità di valutare con molta cautela ogni nuova conoscenza, a causa delle scottature subite da precedenti delusioni del cuore.
Sul piano intellettuale, c’intendevamo bene, considerandoci al riparo da occasioni superficiali o estemporanee e da facili affidamenti nei confronti del prossimo.

Avevamo programmato, dopo le nostre proficue frequentazioni, una gita estiva per visitare insieme la sub regione del Pollino, al confine tra Lucania e Calabria, località che nessuno dei due conosceva molto bene.

Avremmo dovuto mettere a punto il programma del viaggio, facendo coincidere il disbrigo di alcune pratiche amministrative, per alcune sue questioni di famiglia, con un breve tour nella località prescelta, da cui non distava molto un piccolo residence di proprietà dei suoi genitori.
Anch’io avrei potuto incontrare, nella circostanza, qualcuno dei vecchi amici dei tempi dell’università, trovando facile ospitalità.
Voi sapete che l’amicizia tra un uomo e una donna è un semplice terno al lotto
 

Non si può mai dire, nonostante le apparenze, che cosa covi sotto la cenere dell’anima profonda di entrambi i sessi.
Le differenze esistono, gli ormoni e le tempeste ormonali sono ineluttabili. In genere, non si può mai prevedere come andrà a finire, frequentandosi a vicinanza di pelle, benché le intenzioni siano diverse in partenza.

Nessuno è in grado di stabilire anticipatamente come possa evolvere, involvere od implodere un rapporto amichevole tra generi diversi della medesima specie.
Lei avrà pensato, in qualche angolo riposto della sua mente, che anch’io, in un posticino del mio cervello, avrei potuto constatare l’accensione di una lampadina rossa, cioè hard o semi-hard, guardandola con occhi diversi e forse lei stessa non rigettava questa ipotesi sperimentale.

Così, senza parere, innocentemente. Senza riserve mentali.

Una pura aspettativa teorica, nonostante le nostre vicende passate ci facessero prediligere una casta solitudine dei sensi ed un’intoccabile amicizia fraterna.
A voler essere sincero fino in fondo, però, avevo notato, nel carattere della donna, qualche lato un po’ stravagante. Per esempio, sosteneva di curare gli strascichi di un’antica depressione con un corso di speculazione intellettuale, denominato Consulenza filosofica, che non avevo capito bene in che cosa consistesse, posto a metà strada tra Dianetics ed un seminario scolastico.

L’ aver avuto avventure senza seguito, me lo confessava nei nostri colloqui, era una prova della mancanza di spazio per storie importanti.

A causa di una sorta d’insuperabile sfiducia verso la maggior parte degli uomini, nonostante i corteggiamenti fossero numerosi ed assidui, grazie alle sue attrattive fisiche e ai rendez-vous realizzati con le sue conoscenze in chat, diversivo che si concedeva nel fine settimana, non era mai contenta del tutto e ben presto si allontanava dall’occasionale compagno, senza neppure scambiare un bacio.

Dal tenore dei suoi racconti, mi ero fatto l’idea che la sua vita fosse dominata da una sconsolata indifferenza verso il mondo maschile e un po’ preoccupato per la sua solitudine, preferivo non parlare troppo di sentimenti o di legami affettivi, perché sentivo il suo disagio di minus habens, nel rifiuto conclamato di un partner autentico, a causa di frigidità psicologica, che pareva irrisolvibile.
Gli uomini spesso ragionano da sempliciotti.

In realtà non si capiscono mai bene le intenzioni vere delle donne, perché esse, un po’ per pudore, un po’ per autodifesa, cercano di nasconderle, mettendosi al riparo dalle cattive sorprese.

L’evoluzione della specie e la lotta per la sopravvivenza hanno creato una corazza naturale sul loro animo.

Ma perché una signora, relativamente giovane e piacente, dovrebbe mentire o non raccontare tutto, agli amici?

Io non avevo remore, le parlavo delle mie conoscenze, dei progetti, delle mie idee su tutto l’universo possibile, senza veli o quasi.

Anzi ero addirittura sollecitato a farlo.

Sapeva quanto le rispondessi chiaramente e come esponessi senza infingimenti le mie aspirazioni: ne parlavo con naturalezza e sincerità neppure tacendo su alcune possibili implicazioni sentimentali tra me e lei.

Elisabetta invece…

Eravamo in prossimità di un raduno di blogger alla "Fiera del Mediterraneo" di Napoli: lei stessa mi aveva fatto conoscere il programma per la metà di febbraio ed io, da Milano, avrei potuto far tappa a Roma, per salutarla e proseguire per il meeting.

Glielo dissi, ma fu prima evasiva e, poi, mi fece capire di avere altri impegni familiari in quei giorni.

Molto opportunamente evitai di fermarmi a Roma, sia all’andata che al ritorno.

Dopo alcuni giorni dal rientro a casa mia, le mandai un’ e.mail di saluto, chiedendole notizie del viaggio che avevamo previsto per l’estate in Calabria.

Avvertii una strana sensazione, come di una ripulsa da parte sua. Una certa ritrosia ed una scarsa disponibilità a dialogare e addirittura a scriverci.

Che cosa nascondeva quest’atteggiamento?

A distanza, avvertivo nell’aria qualcosa di strano.

Ebbi lo scrupolo di pensare che questo suo nicchiare poteva essere legato al mio silenzio di una settimana, trasferta a Napoli compresa.

Mai avrei pensato che, nel mese appena concluso, il suo animo si era incendiato di una passione folle e divampante, cui non potevo credere.

Non mi pare possibile! Non so neppure io come sia accaduto!

Queste furono le sue esclamazioni, quando, dopo qualche giorno di esitazione, mi disse tutto per telefono.

Io mi ritrovai con sorpresa di fronte ad un’altra persona: volubile sì, certamente, dati i segnali che mi aveva lanciato nella direzione di un’amicizia che diventava qualcos’altro; ma soprattutto un capovolgimento della donna conosciuta fino ad allora.

Aveva conosciuto un piccolo imprenditore di provincia, della bassa emiliana, non so come, o meglio, presumibilmente in messenger.

Ma quanto era avvenuto era fuori degli schemi, contro i canoni del suo gradimento, almeno così io pensavo.

Incredibile. Sì era selvatica, amante della natura, con gusti letterari e artistici, di segno preciso, meditazioni ed esercizi di yoga, a parte la contraddizione del consumo efferato d’insaccati e le ambigue incursioni in campo filosofico per combattere solitudine e malinconia.

Ma tutto quest’armamentario social – culturale – psicologico poteva mai condurla tra il liscio e le piadine? Farle cambiare totalmente visione del mondo e della vita? Concedersi ad un uomo grossolano benché benestante.

Chi poteva intuire la sua debolezza per un’agiatezza disgiunta dall’eleganza e dalla raffinatezza intellettuale. Io avevo sbagliato ancora una volta dunque. La sostanza di quell’essere non era affine al mio essere. A di là della crosta, la materia di cui si componeva era una fasulla messa in scena da provinciale snob?

A ben pensarci forse avrei dovuto accorgermi prima che qualcosa non era proprio coerente con il ritratto dipinto dalla mia mente, frastornata dai profumi di Cartier, o dalla visione delle sue giacche di pelliccia pregiata, nonostante la contestazione scolastica degli anni 70 la portasse a strillare contro l’uccisione di foche e balene, l’inquinamento marino, l’effetto Serra. Mentre detestava suo fratello, impegnato a scrivere, grazie agl’intrecci tra mafia e politica, testi demenziali per la radio, riuscendo ad ottenere un seguito di pubblico tra le fasce di ascolto più sprovvedute, lei apriva il subconscio agli effluvi del Sangiovese o alle serate in discoteca come una qualsiasi ragazzetta senz’arte né parte, senza cervello, né anima?

Dov’era finita la sua passione per la Cultura?

Mi aveva raccontato con civetteria di non so quale trisavolo, che aveva combattuto gloriosamente nel Risorgimento, nel nome di tradizioni familiari molto aristocratiche. Che fine aveva fatto questo patrimonio di alterigia nobiliare?

Una così di chi si va ad incantare?

Di un fabbricante di piastrelle del modenese!

Caspita, che salto di qualità!

Un proprietario di fabbrichette, come dicono sarcasticamente a Roma, la sua città.

C’era da rimanere allibiti, se non tramortiti. Io ero in attesa di vedere maturare sviluppi inediti nella mia vita travagliata da scelte sbagliate sperando nel riscatto di una bella emozione e mi si parava davanti un individuo senza senso, composto di mille particelle

effervescenti ed effimere come le bollicine del Lambrusco, di barzellette a doppio senso nella migliore delle ipotesi, battute da caserma, allegria da taverna

Ci dove pur essere una spiegazione. Dove cercarla?

Non solo: tutto era già stato benedetto e consumato dal 2 febbraio al 2 marzo, tra Bologna, Firenze ed anche Roma, a casa sua, dove io non avevo mai messo piede…nonostante i suoi precedenti inviti.

Così mi ha dato l’annuncio. Neppure un diplomatico preavviso come alcune bene educate fanciulle sono abituate a mandare per un minimo di rispetto del prossimo.

Com’ero rimasto avviluppato nella tela del ragno non sapevo capire: ritenevo di essere abbastanza preparato ad evitare cattive sorprese ed invece di fronte ad una semi-partecipazione di matrimonio (ma tri mo nio, la parola l’aveva pronunciata sillabando, schioccando la lingua, come se assaporasse un bon-bon al cioccolato – perché il tizio degli zamponi, vedovo inconsolabile, sentiva la necessità di ricominciare ad avere una mo gli e; e dov’erano finite le obiezioni antiborghesi di Elisabetta, disgustata senza rimedio dal vecchio mènage coniugale?).

Ad un mese di distanza dall’opera di seduzione del piastrellista modenese, a base di salame Felino, tanghi col casqué, camicia sbottonata sul petto villoso e brillantina sui radi capelli (così ormai mi figuravo il mio rivale, nascosto tanto abilmente), si apriva per lei lo scenario meraviglio di uno sposalizio da riccastri.

Al telefono, la candida femmina aggiungeva, con tono convinto che teneva molto ad essere trasparente con me, mettendomi a parte della nascita di un grande amore, improvviso e travolgente, meraviglioso e fantastico, almeno per lei.

Per me si trattava di ben altro: me ne accorgevo in ritardo, ma sarebbe stato utile per conoscere meglio me stesso e gli altri, seguendo le metafore ed i simboli, che il cammino intrapreso fino a quel momento mi proponeva…



Scritto da Sampi

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L’eredità

E pertanto, nel pieno delle mie facoltà mentali, lascio i suddetti beni  a  Manuela  Danzuso che ne entrerà in possesso appena espletate le formalità di rito.”

Il notaio alza gli occhi sbiaditi  da sopra le lenti e me li punta in faccia come due raggi laser. Sono sufficienti per mandarmi in fiamme e farmi vergognare della fulminea e inimmaginabile rivelazione contenuta nel testamento. Senza merito alcuno, ho eredito il frutto dell’ingegno di Enrico: lo scrittore tradotto in decine di lingue, il critico letterario più severo e tagliente del suo tempo, il cattedratico che centellinava le lezioni all’università per non inflazionarsi (così diceva).

 “Non ho ancora finito” riprende con voce inespressiva il notaio “c’è un post scriptum che la riguarda. E’ una clausola”. E abbassa nuovamente lo sguardo verso i fogli che tiene ancora in mano, dritti e ben tesi come  fossero spartiti musicali e lui il direttore d’orchestra.

“ E’ mio desiderio che la signora Manuela Danzuso si stabilisca nella casa di vicolo della Moretta e vi abiti fino alla fine dei suoi giorni. In caso contrario delego il qui presente notaio dott. Aurelio Franchini ad avviare le pratiche per l’atto di donazione al Comune di Roma, vedi documenti allegati.

Letto, approvato e sottoscritto: Enrico De Donato.”  E, alzando nuovamente gli occhi, sempre più sbiaditi, dice “E questo signora è tutto.”

Posa finalmente i fogli sulla massiccia scrivania di noce, si toglie gli occhiali da lettura e dai documenti allegati, sfila una grande busta gialla,  sigillata su due angoli e al centro da tre cerchietti di ceralacca.

“Qua dentro ci sono le chiavi di casa.” mi dice porgendomela “ Ci vada, apra tutto e le faccia prendere aria. Ha un mese di tempo per decidere  se vorrà abitarla, diversamente mi restituirà le chiavi e avvierò le procedure per la donazione secondo i desideri del mio cliente.  Per sua tranquillità le comunico che, sempre per volere del Professore,  riguardo alle tasse di successione e alle varie spese, esiste un altro fondo al quale  attingerò senza intaccare il patrimonio che  le ha lasciato.”

 

Esco traballante dallo studio del notaio, malgrado le solide Paciotti ai piedi e il consistente peso delle chiavi in borsa che non riescono ad assicurare  stabilità ai miei passi.

Inutile negarlo: mi tremano le gambe. E chi poteva supporre che Enrico fosse così ricco, che avesse accumulato tanto denaro, che l’avesse investito così oculatamente, che avesse tutte quelle proprietà. Ma soprattutto chi poteva supporre che  sarei stata io l’erede unica di tutto questo tesoro. Io che non ho mai vinto nulla in vita mia. Nemmeno il bambinello di ceramica della pesca parrocchiale natalizia, portato via trionfalmente da quella smorfiosa di Margherita, manco fosse stato d’oro. Mai una tombola, che ogni Natale e per tutta la fanciullezza,  ha generato in me  abbondanti sensi di frustrazione allorché aspettavo con ansia un numero per completare la cartella e me la soffiava chi aveva  il numero successivo o un numero vicino. Mai una riffa  cui partecipavo più per compiacere chi me la proponeva che per la speranza di aggiudicarmi il mega uovo di cioccolata fondente. Per questo  ho sviluppato negli anni seguenti una profonda avversione per  tutti i giochi a premi, le lotterie, il totocalcio, l’enalotto, il superenalotto e similari. Prendendo le distanze dalla speranza di piegare la fortuna in mio favore mi sono comportata come la volpe che denigra l’uva solo perché non riesce a spiccare il  salto per raggiungerla.

Oggi mi sono piovute addosso tutte le pesche di beneficenza e tutte le tombole che non ho vinto, tutte le schedine che non ho giocato e tutte le lotterie che ho ignorato, moltiplicati da interessi usurai.

Da Largo Argentina arrivo a Piazza Venezia e imbocco Via del Corso come in trance. Ogni tanto mi fermo davanti a una vetrina  ma non riesco a guardare cosa vi è esposto; la mia faccia riflessa  in questo momento è l’unico oggetto della mia attenzione. Come se aspettassi da un momento all’altro di perdere la mia identità e di ritrovarmi con una faccia diversa: una faccia da ricca.

In Sicilia c’è un detto popolare: biddizza e dinari nun si ponnu ammucciari (la bellezza e la ricchezza non si possono nascondere) e ora, mentre mi specchio e mi osservo,  vado ripetendo nella mente queste  parole che nella logica semplicità popolare sono associate  a un concetto di privilegio assoluto, tutto umano, inoccultabile. No, il mio viso è sempre lo stesso; non è spuntato un terzo occhio, non mi si sono arricciati i capelli né la bocca ha perso l’espressione amara che quelle due piccole pieghe agli angoli della bocca le conferiscono. Anche il mio dignitoso tailleur pantalone blu, indossato per la lettura del testamento, non si è di colpo trasformato in un capo griffato perché queste cose succedono solo nelle fiabe e  io non sono Cenerentola.

Però l’eredità è vera come è vera la morte di Enrico e a pensare a lui che non c’è più mi viene il magone e mi verrebbe pure da piangere se non fosse che sono per strada da sola e provo vergogna a farmi vedere con le lacrime agli occhi. Stento a convincermi che la morte sia riuscita ad essere più forte di lui perché Enrico era un cavaliere astuto e invincibile, un semidio. Andava fiero della sua inossidabilità, frutto di scrupolose attenzioni  quotidiane per le funzioni vitali, l’alimentazione e la pulizia maniacale del proprio corpo. Ogni piccolo malessere era accuratamente controllato con esami di sangue e urine e, se queste si dimostravano insoddisfacenti, era sempre pronto a sottoporsi a indagini più sofisticate. Una volta si assoggettò a un’umiliante colonscopia, malgrado il parere contrario del medico curante, solo perché per tre giorni di seguito non era riuscito ad andare di corpo. Non si può dire che fosse ipocondriaco, no; semplicemente aveva un accentuato terrore delle malattie e sperava di prevenirle attenzionando disciplinatamente il suo stato di salute. “Guarda che non si muore solo di malattia”, gli dissi un giorno esasperata perché da mezz’ora si osservava la lingua davanti allo specchio, “ma anche di vecchiaia.” Mi guardò come se gli avessi fatto una rivelazione apocalittica, una divinazione di sciagure, e fece subito scivolare la mano destra verso il basso ventre. Però da quel giorno prese a frequentare un centro estetico per soli uomini  e non ho mai saputo, ma posso bene immaginare, quali diavolerie gli combinassero per mantenere la pelle liscia e soda.

Malgrado tutto, è andato lo stesso perchè la morte è l’unica certezza della vita ed è pure beffarda e se la ride della miserevole velleità di onnipotenza umana. 

Enrico è morto solo, nella sua casa. Ho appreso dai giornali che è stato trovato nudo nella stanza da bagno dopo aver fatto la doccia. Un malore improvviso e repentino, arresto cardiaco, di quelli che non perdonano. Hanno scritto che a trovarlo disteso lungo lungo per terra è stata la sua colf, che al funerale c’erano solo conoscenti e gente del mondo della cultura e della politica ma nessun familiare perché Enrico non aveva parenti e, aggiungo io, nemmeno amici. Solamente il giornalista di un settimanale, si è chiesto, alla fine di un lungo articolo, che fine avrebbe fatto il cospicuo patrimonio di Enrico De Donato. Neppure lontanamente immagina che ha nominato erede universale la sua ex segretaria in pubblico, amante in privato.

E intanto, camminando insieme ai miei pensieri, sono arrivata, senza rendermene conto, a Piazza del Popolo. E’ l’ora cruciale, quella sospesa tra la fine di una giornata lavorativa e l’inizio della vita notturna che da sempre e in ogni stagione a Roma è particolarmente vivace. Qualche negozio ha abbassato la grata a metà per scoraggiare l’ingresso al rompiballe dell’ultima ora che tanto fa perdere solo tempo alle commesse ma non compra; il traffico della gente si è diradato e la piazza sembra concedersi una pausa prima di affrontare il brulichio dei vitaioli che si danno appuntamento da Canova o da Rosati per decidere come passare la serata. Mi guardo intorno ricacciando i ricordi e tentando di recuperare il senso pratico che mi segnala piccoli crampi  provenienti dallo stomaco  chiuso da una settimana, da quando ho ricevuto la convocazione del notaio. Nei giorni successivi  mi sono nutrita di caffé e yogurt alla frutta, incapace di masticare qualsiasi tipo di cibo perché troppo occupata a rosicchiare pensieri e congetture. Ne avessi azzeccata una! Niente di ciò che la mia mente ha elucubrato in questi giorni ha trovato riscontro nella realtà di un imprevedibile testamento che ha il sapore di una storia di altri tempi.

Ma lo stomaco adesso reclama  a gran voce e ho fame. Una fame lussuriosa e pagana che mi spinge verso il  Bolognese, il ristorante a ridosso di Rosati che frequentavo un tempo con Enrico.

Mi fa uno strano effetto entrarvi da sola e scruto il maitre che mi viene incontro sorridendo come se mi conoscesse e invece  garbatamente mi chiede se ho prenotato il tavolo. Capisce al volo, dalla mia espressione imbarazzata, che sono un’estemporanea e non una cliente abituale. Vorrei dirgli che quando venivo con Enrico non avevamo bisogno di prenotare perché il nostro tavolo era sempre riservato ma soprassiedo dal momento che costui non è il buon Fernando che mi faceva servire una doppia razione di ipercaloriche lasagne al ragù e tuttavia vedo che continua a sorridermi. “Ma lei… è la segretaria del Professor De Donato!” Non tento di frenare lo stupore. “ Venivate spesso… certo non si ricorderà di me. Ero il cameriere più giovane…e anche il più magro, tanto che mi chiamavano spaghetto ma il mio nome è Stefano. Ricordo che il professore era l’unico, fra tutti i clienti, a chiamarmi col nome di battesimo. Che persona distinta…Era proprio un gran signore!” Si schiarisce la voce e dal tono nostalgico passa subito a quello professional-galante.   “Lei comunque è rimasta sempre uguale, anche se da lontano non l’avevo riconosciuta. Ma venga che l’accompagno al tavolo.” E senza darmi tempo di rispondere si avvia. Lo seguo ma vorrei andarmene perché a sentirgli nominare Enrico lo stomaco si è richiuso e ora come ora, al massimo dello sforzo, potrei ordinare solamente uno yogurt al ragù. 

Di questo Stefano però non ho memoria alcuna. Le guance  paffute tendono la pelle che è liscia e compatta e sotto le lenti da miope guizzano occhi di carbone furbi e mobili da acuto osservatore,  ma il doppio mento, i capelli grigio- metallizzati e il fisico tracagnotto fasciato da un doppiopetto nero, gli conferiscono l’aspetto di un distinto signore di mezza età. Decisamente mi costa fatica smagrirlo con la fantasia per tentare di ricordarmi di lui. A differenza di Fernando, esuberante e un po’ invadente, caciarone nella sua cadenza romanesca, Stefano è impeccabilmente calato nel  ruolo di maitre dai modi molto british e quindi non sciorina ulteriori ricordi in memoria di Enrico, ma si limita  a segnare sul taccuino l’ordinazione dei tortellini in brodo che mi evitano la seccante incombenza di masticare controvoglia.

“E come secondo cosa le faccio portare?” Ha l’espressione di chi  vorrebbe consigliarmi di assaggiare la specialità della casa. Lo scoraggio immediatamente. “Passo al dessert.”Gli dico sorridendo. “Fate sempre quel buonissimo dolce al mascarpone con la cioccolata calda e gli amaretti?” Una scorpacciata di zuccheri e grassi è ciò di cui ho bisogno in questo momento.

“Come no, è il nostro pezzo forte! Comunque dopo le farò portare il carrello dei dolci e vedrà che avrà solo l’imbarazzo della scelta.”

Per fortuna se ne va a ricevere altri clienti e a prendere altre ordinazioni.

 

 

Vicolo della Moretta si trova a Campo de’ Fiori, tra via Giulia e Via dei Banchi Vecchi. Non è una strada di negozi e botteghe artigiane come le altre vicine; la gente vi transita frettolosamente e la usa come scorciatoia per raggiungere dal Lungotevere Dei Tebaldi il luogo di lavoro. I palazzi che vi si affacciano sono austeri e in gran parte adattati a uffici governativi. Abitare in questa zona è un privilegio riservato a pochi eletti ed Enrico era uno di questi. Aveva comprato l’attico, nel palazzo che fa angolo con Via Giulia, negli anni settanta per una manciata di pasta, grazie a buone conoscenze politiche di area centrista. Pur essendo un militante comunista,  implacabile oppositore del “regime democristiano” – come soleva chiamarlo – non disdegnò in quella occasione l’aiuto proprio dei parlamentari democristiani che tanto criticava. Nulla di illecito per carità, solo una piccola effrazione ideologica. Era sua ferma convinzione che un uomo di prestigio come lui, non potesse non abitare in una casa di prestigio. E dal momento che tutta la zona di Campo de’ Fiori, oltre a essere prestigiosa era anche notoriamente “rossa”, abitarvi gli spettava per diritto culturale e politico. Un modo come un altro per tacitare la sua coscienza proletaria a difesa della quale soleva dire che aveva rifiutato di acquistare un appartamento ai Parioli per non correre il rischio di ritrovarsi in un condomino di nostalgici  fascisti.

Quando lo conobbi aveva finito da poco di arredarlo, dopo una laboriosa ristrutturazione durata quasi due anni  per via dei litigi continui con l’architetto e con i funzionari della Soprintendenza che avevano posto il veto sull’abbattimento di alcune pareti e sulla chiusura di una parte del terrazzo. Alla fine arrivarono a un compromesso: fu abbattuta una sola parete per creare, fin dall’ingresso,  un ampio e luminoso living dal quale, attraverso una porta-finestra, si potesse accedere al terrazzo che fu chiuso –  in minima parte rispetto alle pretese di Enrico –  ai lati e sopra da una leggera struttura in legno. Si può dire che fui la prima donna, colf a parte, a mettervi piede. Ma non l’unica.

 

L’appartamento ha conservato l’odore polveroso della carta. Lo si avverte già sul pianerottolo, appena fuori dall’ascensore, e mi pizzica la gola. Diventa più intenso e soffocante appena entro dopo aver disattivato due sistemi di allarmi  e  sbloccato le tre fermature della porta blindata. Mi avvio subito verso la porta finestra, superblindata anch’essa; disattivo l’allarme, la faccio scorrere per tutta la sua lunghezza ed esco sul terrazzo. Aria, aria di Roma che incamero nei polmoni con intensa voluttà. La vista da quassù è da incanto: in basso i tetti e subito al di là, il lento fluire del Tevere. Guardo questa cartolina tridimensionale con stupore perché ogni palazzo, chiesa, monumento è al posto di sempre malgrado sia mancata per molti anni, come se i miei occhi avessero il potere di cristallizzare il mondo. Le tracce della mia assenza sono altrove: in questo terrazzo diventato il cesso di tutti i colombi e gli uccelli di passaggio, nelle piante scolorite e flosce che non hanno la forza – e forse neanche la voglia – di fiorire. Persino i tenaci gerani non hanno resistito al disamore di chi li ha distrattamente annaffiati, spargendo tutt’intorno piccoli petali rossi come lacrime di sangue. In questa desolazione mi aggiro togliendo foglie secche, staccando fiori appassiti e imprecando contro gli uccelli. Indugio, questa è la verità, perché non ho il coraggio di entrare in casa. Impiego qualche minuto a rendermi conto che il telefono squilla; ho un sobbalzo e sono tentata di non rispondere. Potrebbe essere qualcuno che non sa della morte di Enrico. Ma no, ne hanno parlato tutti i giornali e persino i tg della Rai e delle altre televisioni. O forse è qualcuno che era all’estero e non ha saputo la notizia. No, anche i giornali stranieri ne hanno parlato. Mentre mi avvio per rispondere, torna il silenzio e tiro un sospiro di sollievo. Cosa avrei dovuto dire allo scocciatore telefonico? Il professore è morto, io sono la sua ex segretaria e la nuova proprietaria di questa casa. E quando mai una segretaria, per di più ex, eredita dal capo il suo appartamento! Ma il telefono ricomincia, insiste; mi sembra pure che abbia un suono più perentorio e stavolta mi avvio davvero a rispondere così me lo levo dalle scatole chiunque esso sia.

Non faccio neanche in tempo a poggiare la cornetta all’orecchio e dire pronto che la voce alterata del notaio mi perfora il timpano.

“ Finalmente, è mezz’ora che suono!” Questa poi… non sapevo che fosse pure musicista!

“Ero sul terrazzo… non ricordavo più dove fosse il telefono.” Balbetto.

“La chiamo per dirle che la colf del professore è a spasso. Mi ha telefonato stamattina pregandomi di riferirle che sarebbe felice di lavorare per lei.”

“Ma se non mi conosce!”

“Si ha ragione, allora mi spiego meglio.” Abbassa la voce per darle un tono più colloquiale. “Deve sapere che la Tommasina era affezionata al professore e anche alla casa. Poi abita in zona, capisce? Le viene anche comodo… però ha bisogno di lavorare e così prima di impegnarsi altrove, vorrebbe sapere se lei è disposta a tenersela.” Mentre Franchini parla, mi guardo intorno. Non mi ero accorta entrando di essere circondata da una moltitudine di immobili fantasmi.

“Signora mi sente?”  Come no, dovrei essere proprio sorda!

“Certo che la sento. Stavo notando che Tommasina ha coperto tutti i mobili con le lenzuola.”

“Visto? Gliel’ho detto che curava la casa come se fosse stata sua. Poverina, piangeva quando mi ha consegnato le chiavi e lei farebbe bene a non lasciarsela scappare. E’ una fortuna trovare una donna di servizio come Tommasina. Sa fare tutto e cucina pure da dio. Sapesse mia moglie come si dispera con la nostra che rompe sempre tutto e non sa fare nemmeno due uova alla coque!”

“Ma… vorrei prima conoscerla… parlarle. Non so manco che faccia ha!”

“Ascolti, si segni il numero del telefono di casa e anche del cellulare così la chiama e vi date un appuntamento. Ma non ci pensi troppo altrimenti quella si impegna  e buona notte al secchio. 



Scritto da: Marilù


leggi il capitolo successivo:                Il cappellaio matto


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La richiesta

LUI




Non riusciva a capire perche’aveva accettato e l’aspetto peggiore era l’essere recidivo.

Entrato in casa,la segreteria telefonica lo aveva accolto con un ammiccante

Occhiolino. senza tener  conto di un brivido preveggente aveva ascoltato quella voce

Conosciuta chiedergli se voleva rifarlo,per il doppio della cifra…in meta’tempo.

Questa volta accettare significava mettere un geranio bianco sul davanzale.

Sogghignando tra le pieghe del viso si ritenne fortunato.. l’altra gli era toccato

Girare piu’di un fioraio perplesso prima di trovare l’orchidea della sfumatura

Richiesta…per l’occhiello della giacca. qualcuno lo spiava e la situazione aveva

Del surreale.Giulio aveva cinquant’anni molti chili di troppo e odiava le piante.

Si chiedeva cosa avrebbe detto la sua curiosa vicina del geranio..mah…

lo avrebbe messo? nell’angolo oscuro della sua mente geniale sapeva di si’.

Una volta compiuta un’azione,ripeterla era un certezza.l’essere umano e’cosi’

Prevedibile. Si tolse l’uniforme,le scarpe e si fece un bagno.la comodita’innanzitutto.

Era la sua frase preferita. senza guardarsi allo specchio si rase i pochi capelli rimasti e in mutande se ne  ando’in cucina .

 

 

“Susy,susy dove sei ?”l’unica protagonista del suo mondo arrivo’facendo le fusa  e salto’

Sul tavolo.ricevute carezze e croccantini si acciambello’sulla solita pantoffola.

Giulio stava pensando  al prossimo piano d’azione per La Voce. la chiamava cosi’.

Sembrava di donna ma non ne era sicuro. si era sorpreso a desiderarlo e questo fatto

Lo aveva molto divertito. quella inaspettata agiatezza lo aveva convinto a comprare

La casa dove viveva da sempre e basta. non aveva cambiato niente delle sue

abitudini neanche il dopobarba o le scatolette della gatta. era un uomo prudente

anche e soprattutto sull’argomento donne.

Mangio’ una consideravole quantita’di panini al tonno e poi si mise un film

Di stanlio ed olio.aveva l’intera collezione.lo aiutava a pensare.

Chi avrebbe indicato? E basandosi su quale prodotto?doveva ammettere che prendere questa decisione lo aveva fatto sentire bene.una specie di padreterno.il vero autentico

Motivo per cui aveva e continuava ad accettare era quello.i soldi erano la scusa.

Guardo’stanlio mentre si arruffava i capelli e nel dormiveglia divenne il padrone

Di casa baffuto che si agitava con mute grida nel rincorrerlo.si sveglio’di colpo.

Aveva il turno serale e doveva andare.

 

 

Indosso’un uniforme pulita,un altro paio di stivali ed il giubbotto catarifrangente

Il suo collega ed amico sarebbe passato a minuti per caricarlo a bordo

Facevano  il giro del suo quartiere quella sera.senti’il rumore dei bidoni scrollati all’angolo. perche’la gente continuava a buttare anche il vetro?

Si affaccio’ .Davide stava sferragliando verso quelli ammucchiati

sotto casa sua.con una mano salto’sulla sporgenza.”ciao Davide! Abbiamo un nuovo

lavoro da fare!”un sorriso  baleno’nella cabina di guida.

 

 


Scritto da Ariel

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Binario vivo

INTRO: BLITZ D’INCOSCIENZA


Quando si mise in coda per fare il biglietto aveva un sacco di gente avanti a lui.

“Meglio così” pensò.

Aveva più tempo per pensare dove andare. Sarebbe stato abbastanza comico presentarsi all’addetto della biglietteria e non sapere cosa dire. Era stato un colpo di testa il suo, un blitz della sua mente che, una volta tanto, aveva rifiutato schemi e convenzioni.

Appena dieci giorni prima, aveva dato il suo ultimo, faticoso, esame all’università, ed ora in quel torrido inizio di agosto, Alex voleva soltanto pensare alle vacanze, a conoscere nuovi luoghi e persone, a scappare lontano mille miglia dai quei maledetti libri di testo. Come tutti gli anni, aveva confidato negli amici. Aveva sperato che la loro brama organizzatrice per questo genere di cose, gli avrebbe servito su un vassoio d’argento una vacanza già confezionata, con tanto di mete e tempi, posti prenotati e che non ci dovesse essere nient’altro da fare che, una volta chiusi i libri, dare il proprio contributo monetario e ritirare il biglietto dal “Filini” di turno, che nel frattempo aveva pensato a tutto. Tanto, qualcuno con il raptus organizzativo c’era sempre. Bella comodità, anche se poi ognuno avrebbe dovuto sorbirsi un continuo di “se non ci fossi io…” per tutta la permanenza in vacanza.

“Fatemi sapere che idee avete, e poi vi dico se mi aggrego anch’io”, aveva detto. Poi aveva lasciato stare, preso dagli esami.

Ma non era andata così. Nessuno aveva mosso un dito. Chi per mancanza di tempo, chi per mancanza di voglia, o più semplicemente per mancanza di idee. Negli ultimi dieci giorni avevano organizzato mille riunioni, ma ognuna era finita nel solito cazzeggiare, a parlare di calcio e di donne, a sgranocchiare patatine e bere birra. Perdite di tempo durante le quali si sentivano nominare i soliti posti triti e ritriti, dove ormai esiste un tipo di vacanza standard: notti bianche fra pub e discoteche, sveglia al pomeriggio, sonnellino sulla spiaggia, cena alle dieci di sera, e così via per due lunghissime settimane. Stravaganze varie, stravizi e qualche eccesso e ricerca allupata di ragazze.

Niente posti nuovi, né un minimo di riferimento alla vacanza culturale era stato fatto. Figuriamoci. Possibile che in quel gruppo di matti, affettuosamente parlando, nessuno, nonostante un’età media di 25 anni, fosse ancora stato a Parigi, o Londra, o Praga, o… quante altre città da conoscere c’erano ! No. Nessuno. E a nessuno sembrava importare un fico secco. Parlavano solo di Ibiza, Mykonos, altri posti simili all’estero, e, quando mancavano i soldi, Rimini o Riccione. Questi erano gli standard.

Stavolta erano tutti in crisi però, nessuno sapeva dove andare, e riducendosi a decidere i primi di agosto, rischiavano seriamente di non trovare niente in giro se non a prezzi alti. L’ideona che fu partorita in una di quelle mirabolanti riunioni, fu quella di provare a fare un giro per le agenzie di viaggio. Non che servisse una riunione per un’intuizione del genere, ma stavolta l’avrebbero fatta più a cuor leggero, senza ansie, dato che in caso di risultato negativo, ci sarebbe stata una casa in cui rifugiarsi, a Gabicce, dove abitava un cugino di uno di questi Magnifici 4 (tante erano le persone d’accordo sulla soluzione trovata), che avrebbe lasciato provvidenzialmente la casa libera perché se n’era andato, beato lui, a Cuba per un mese.

Quando chiesero ad Alex se volesse andare con loro, lui scosse la testa titubante.

“Non so, vi farò sapere”. Ma era chiaramente un “no”.

Provò a spiegare per l’ennesima volta le sue ragioni, le sue voglie turistiche. Per tutta risposta ricevette uno sguardo incuriosito ed un “Fai te. Noi si va a Gabicce. Da lì a Rimini è un attimo”.

Non era l’unico a storcere il naso davanti alla proposta. Anche qualcun altro era rimasto fuori, ma nessuno comunque gli andava incontro. Ognuno accampava scuse varie. L’unico a mostrarsi incuriosito positivamente era Massimo, e non era un caso. Erano cresciuti insieme ed avevano condiviso tante esperienze. Era l’unico che avrebbe capito e che, potendo, l’avrebbe seguito. Ma Massimo aveva un sacco di problemi famigliari, e, come se non bastasse, suo padre aveva una gelateria, e ad agosto aveva sempre bisogno di una mano per mandare avanti la baracca. E la mano in questione doveva essere preferibilmente quella del figlio.

In un angolino remoto della mente di Alex vagava un’idea: fare una vacanza da solo. “Ad andar da soli non si litiga con nessuno”, si ripeteva da tempo, ma c’erano dei rischi. Il più grande erano le botte di solitudine. Il miglior modo per farlo, come gli era stato spiegato da un amico di facoltà, era l’inter-rail. Fai un bigliettone per salire su tutti i treni che ti pare, e ti giri l’Europa. L’idea lo stuzzicava, ma per metterla in pratica da solo serviva un po’ d’incoscienza. Chiese a Massimo, ma rispose rispolverando i soliti problemi. Se l’aspettava. Si documentò sull’inter-rail, internet gli spiegò tutto e si rese conto stava considerando l’idea molto più di quanto l’avesse valutata la prima volta che gliene avevano parlato. Sulle prime lo aveva considerato un viaggio faticoso, e non privo di rischi. Adesso stava valutando di farlo addirittura in solitudine. Aveva soppesato pro e contro; in famiglia erano contenti che girasse un po’ il mondo, ma lo sarebbero stati di più se fosse stato in compagnia. Mancava solo l’incoscienza.

 

 

Quando questa si affacciò, non ci pensò due volte.

Prese i suoi risparmi, ed andò alla stazione di Milano. Si mise in coda ed attese il suo turno. “Una volta fatto il biglietto”, si disse, “non potrò più ripensarci. Meglio tagliare la testa al toro una volta per tutte”. Avrebbe preso un biglietto per il giorno seguente, così quella sera stessa a casa avrebbe fatto lo zaino con calma e salutato amici e parenti.

Era immerso in tutti questi pensieri, si stava facendo per la millesima volta tutte le domande degli ultimi dieci giorni, stava quasi scomparendo l’incoscienza pensando ad una ritirata, quando una voce gentile ed un po’ annoiata si rivolse a lui.

“Dica…”

Era arrivato il suo turno e neanche se n’era accorto. Farfugliò qualcosa di incomprensibile.

“…”

“Come scusi ?”

“No, è che…” si guardò intorno come a cercare un’ispirazione “Non saprei…”

“Non saprei cosa ?”

“Non so di preciso cosa voglio…”, lo sapeva benissimo, voleva sprofondare per la figuraccia che stava facendo. Il guaio è che con tutti i posti che gli sarebbe piaciuto vedere, non aveva ancora scelto dove andare. Ed a quei tempi, l’inter-rail si faceva selezionando zone precise d’Europa. Aveva passato un sacco di tempo ad autoconvincersi a fare il grande passo, a studiare le regole di quel tipo di viaggio, che si era dimenticato la cosa più importante: dove andare.

Il bigliettaio, sornione, lo guardò come se non avesse capito. Poi si grattò la testa. Di gente strana alla stazione ne aveva vista tanta, e quel ragazzo dall’aria smarrita non era certo il primo. Decise di divertirsi un po’.

“Senta, provo ad aiutarla. Questa è la stazione ferroviaria di Milano. Questo è uno sportello e qui si fanno i biglietti. Se le serve un biglietto è fortunato, perché questo è il posto che fa per lei. Altrimenti son problemi, soprattutto perché dietro di lei c’è una signora con un ombrello in mano ed un gran bell’alano al guinzaglio che la guarda in cagnesco…”

“Uh… Già capisco ” disse Alex voltandosi un attimo verso la signora. Le rivolse un mezzo sorriso simil-rassicurante. Una sorta di “tutto ok, finisco subito” poco convincente, dato che la signora, vagamente somigliante ad un ufficiale nazista, sembrò quasi non vederlo.  “Beh, è normale no?”

“Cosa è normale ?”

“Che mi guardi in cagnesco. D’altronde è un cane…” ennesimo sorriso a denti stretti.

Sua simpatia il bigliettaio, stavolta non sorrise.

“Senta, chissà se morde anche come un cane…”

“Già scusi. Vabbè, è che avevo in mente un inter-rail, ma non sono ancora convinto del tutto…”

“Ohhh bene, è già qualcosa. Ora il domandone finale: quale zona ?”

“Zona ? Boh”

“Ci risiamo. Senta per me può pensarci anche tutta la sera, tanto che ci sia lei o che ci siano altre cento persone, a me non cambia niente, anzi, ma l’avverto che l’alano di quella signora ora la sta puntando di brutto, e non credo per amore…”

Si voltò ed effettivamente il simpatico cagnolino lo stava squadrando.

“Meglio decidersi giusto ?” disse al bigliettaio mostrando il suo sorriso più disinvolto, ma che non convinse per niente l’uomo che aveva davanti, che però alla fine si decise ad aiutarlo.

“Già. Senta se non ha ben chiare le zone, mi dica almeno la città che vuol vedere. Poi guardiamo un po’ cosa le trovo. Se è il caso le faccio un biglietto normale, niente inter-rail. L’importante è partire per il mondo giusto ? Altrimenti le dico che zona deve comprare se vuole proprio fare l’inter-rail per vedere una certa città. Insomma, vediamo un po’ cosa le conviene. D’accordo ?”

“Già, mi sembra la cosa migliore”

“Bene, perfetto, siamo quasi alla meta. Ed ora, mi dica, per cento milioni di euro: dove vuole andare ?”

Ripensandoci c’era un posto che aveva sempre sognato, lontano, ma non irraggiungibile. Se non ci fosse andato ora non ci sarebbe tornato mai più. Da solo od in compagnia che fosse, valeva la pena provare. Anzi, la convinzione gli montò tutta insieme, e quando si voltò verso il bigliettaio, questi comprese subito che la mente di quello strano ragazzo che aveva davanti si era messa in moto all’improvviso. Ancora un po’ e gli spuntavano tutte intorno alla testa le lampadine accese come nei fumetti.

Lo guardò con sguardo incoraggiante.

“Bene, mi dica. Sono tutt’orecchi”.

Ed Alex glielo disse.




Scritto da Michele

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Pane & Pazienza

CAPITOLO 1 

Il commissario Pane era di buon umore quella mattina

Affacciandosi al balcone del suo piccolo appartamento delle Zattere si accorse che era una di quelle rare giornate radiose nelle quali è possibile, a centinaia di chilometri di distanza, scorgere distintamente il profilo delle montagne. Una di quelle giornate in cui Piazza S.Marco, affogata fra quelle cime, sembrerebbe, se non fosse cosi’ riconoscibile, una qualsiasi piazzetta del Cadore.

“Una giornata regalata” biascico’ a bassa voce tra se’ e se’ il commissario.

Era ormai la seconda settimana di ottobre, ma anche quel giorno il commissario avrebbe potuto indossare il vestito leggero acquistato ai saldi di inizio settembre. Un vestito che gli stava a pennello, valorizzando gli sforzi che il suo proprietario aveva fatto negli ultimi tempi per perdere alcuni chili di troppo.

Scese le scale trotterellando e si diresse verso il ponte dell’Accademia, che affronto’ con baldanza.

“Questo è uno dei tanti vantaggi dell’abitare in una città come questa- pensò- solo sei mesi fa mi avrebbe fatto venire il fiatone solo a guardarlo”.

Era stato a Venezia una volta sola, prima di esservi trasferito.

Era stato quando frequentava le superiori , in occasione di una gita scolastica.

Ma la città allora, pur avendolo affascinato, gli era rimasta impressa soprattutto per le scarpinate alle quali, trascinandoli da una chiesa ad un museo, li aveva costretti l’insegnante di storia dell’arte. La sua maggiore preoccupazione allora era stata quella di sganciarsi, tutte le volte che gli era stato possibile, dal gruppone dei suoi compagni di classe, con l’obiettivo di approfondire la conoscenza di una compagna di classe, alla quale aveva scoperto di piacere durante il viaggio in pullman. Conoscenza carnale, s’intende.

Allora gli erano piaciute soprattutto quelle piccole corti nascoste, nelle quali, deviando dalla strada maestra seguita dal gruppo, si infilava velocemente con Marta, baciandola con un trasporto, che nel resto della sua vita avrebbe poi stentato a ritrovare.

Poi, più niente.

Diverse volte la sua ex moglie gli aveva chiesto di portarla a Venezia ed un paio di volte erano anche stati  sul punto di partire, poi, sempre per il sopravvenire di improvvisi contrattempi che riguardavano il suo lavoro, erano stati costretti a rimandare.

All’inizio il trasferimento gli era sembrato quasi una sventura.

Nato in un piccolo paese della Sicilia, il commissario Pane aveva vissuto per tutta la vita nel Sud (la sua carriera si era svolta tra Palermo, Napoli e Catania) e si sentiva in tutto e per tutto uomo del Sud.

Venezia, pur con il suo fascino di città unica al mondo gli sembrava decisamente troppo distante dalle consuete rotte della sua vita.

Poi , a poco a poco, il commissario, che era sempre stato un viaggiatore distratto e superficiale, e che non aveva mai dato troppa importanza ai luoghi, sembrandogli importanti soltanto le persone che vi si possono incontrare, si era innamorato profondamente di quella città.

Ne amava soprattutto gli angoli nascosti, lontani dai flussi turistici. Ogni sera, da quando era iniziata la bella stagione, la esplorava con la frenesia di un bambino che ha appena scoperto un gioco nuovo ed entusiasmante.

Gli piaceva perdersi per le calli, affidandosi al suo senso di orientamento per riaffiorare ogni tanto nelle zone più conosciute.

“Vediamo un po’- diceva a se’ stesso- se continuo a camminare in questa direzione dovrei sbucare in Calle 22 Marzo”. Quando, poi, districandosi dal dedalo delle calli sconosciute, ritrovava la strada di casa, esultava come un esploratore che veda avvalorate le sue congetture sulla conformazione dell’emisfero.

Gli piaceva memorizzare i nomi delle calli e dei campielli e cercava continuamente le occasioni per sfoggiare  con amici e colleghi la sua crescente dimestichezza con la topografia cittadina.

Vedeva continuamente persone che incontravano altre persone e si fermavano a chiacchierare per strada e pensava: “Questa è una città internazionale e ci vengono ogni anno milioni di persone da tutto il mondo, ma quelli che ci abitano ogni volta che escono finiscono per incontrare almeno metà delle persone che conoscono. Un po’ come al paese mio, dove ci conoscevamo tutti”.

Anche se al paese suo, non mancava mai di commentare con le sue nuove conoscenze veneziane, non c’era questa mania di invitarsi continuamente a bere, invece tipica dei veneziani.

In ufficio, quella mattina l’atmosfera era tranquilla. Entrando nella sua stanza, tuttavia, il commissario fu quasi sul punto di perdere il suo buon umore.

Un voluminoso scartafaccio presidiava minaccioso la sua scrivania. Era l’insieme delle carte che erano state rinvenute nel cassetto segreto di un mobile nella piccola mansarda di Campo San Lio, che l’ingegner Pazienza usava per dedicarsi indisturbato alla pittura.

Era stato necessario forzare la serratura per entrare nell’appartamento. Nessuno dei familiari dell’ingegnere possedeva infatti una seconda chiave della mansarda.

L’agente Marino, una atletica ragazza di trent’anni che aveva partecipato al sopralluogo, gli aveva descritto l’atteggiamento della moglie e del figlio di Pazienza mentre stavano nel pianerottolo in attesa che il fabbro terminasse il suo lavoro:

“Innanzi tutto, dottore, non ho capito perché abbiano aspettato cosi’ tanto ad andare  in quell’appartamento. In fondo, prima ancora di lanciare qualsiasi allarme, quello era il primo posto nel quale a chiunque sarebbe venuto in mente di andare a cercare . Invece che fanno? Lo vedono partire la mattina di lunedì, sanno che rientra la sera, non lo vedono arrivare né la sera né la mattina dopo, aspettano tutto martedì sera, e solo alla volta di mercoledì , e in tarda serata per giunta, si fanno venire in testa di avvertirci. E in tutto questo tempo a nessuno di loro viene in mente di andare a S. Lio per vedere se per caso si trova lì. Poteva essere passato , magari per prendere un libro, un paio di occhiali, una tela che voleva portare ad incorniciare, una cosa qualsiasi insomma, ed essersi sentito male. Dopo di che, quando, più per routine che per altro, chiediamo se la famiglia dispone di altri immobili a Venezia, salta fuori ‘sta casa di S. Lio e ci precipitiamo là.”

“Ma mentre il fabbro forzava il portoncino loro che atteggiamento avevano?” aveva domandato il commissario.

“Lei pallida come un morto. Si torceva le mani e le portava al viso in continuazione. Il figlio cercava di tenerla su, di minimizzare, ma si vedeva che era tesissimo e preoccupato anche lui.”

“E quando siete entrati?”

“Quando il fabbro ha finito e si è fatto da parte, si sono lanciati dentro come schegge, sconvolti all’idea di scoprire il peggio. E quando, nella penombra, hanno visto qualcosa , lei stava per svenire . Ma era solo un vecchio tappeto che Pazienza aveva arrotolato in un angolo per evitare che si sporcasse . Quando hanno realizzato che era solo il tappeto, hanno tirato uno di quei sospiri!”.

“Ma nello studio c’era disordine?” aveva domandato il commissario.

“Non più di tanto. Le tele erano accatastate in maniera ordinata in un angolo della stanza ed il resto dell’appartamento era abbastanza in ordine anche se c’era un sottile strato di polvere un po’ dappertutto. Ho chiesto alla signora se per caso nell’appartamento di tanto in tanto andava qualcuno a fare le pulizie e lei mi ha risposto che il marito preferiva provvedere di persona”.

“E’ evidente che considerava quello studio come il suo regno e non voleva che chiunque altro, ci mettesse piede” aveva concluso il commissario.

Dal cassetto segreto del vecchio mobile erano saltati fuori diversi documenti. Ognuno di essi era la testimonianza di qualcosa che l’ingegner Pazienza aveva cercato accuratamente di nascondere alla famiglia.

In primo luogo c’era una imponente e ordinatissima documentazione bancaria. L’ingegnere, con grande sorpresa della famiglia, che era stata tenuta all’oscuro di tutto, da oltre dieci anni giocava in borsa con grandissima disinvoltura e spericolatezza. Dentro un voluminoso faldone  stavano raccolti numerosi fascicoli ognuno dei quali riportava le disposizioni di acquisto e di vendita relative ad ogni singolo titolo azionario. I risultati delle speculazioni di borsa dell’ingegner Pazienza erano stati notevolissimi. Era partito con un capitale iniziale di duecento milioni , piu’ o meno la somma che aveva ereditato in contanti alla morte di un vecchio zio, come era stato possibile ricostruire parlando con la moglie, e, nel giro di una decina d’anni, comprando e vendendo in continuazione, quel capitale si era moltiplicato per quasi  15 volte volte. Gli esperti che avevano esaminato il dossier dell’ingegnere erano rimasti a bocca aperta , incerti se attribuirgli doti di divinazione o sospettarlo di aver usufruito di informazioni privilegiate.

Pochi mesi prima della scomparsa, approfittando di una congiuntura di borsa estremamente favorevole, Pazienza aveva liquidato tutte le sue posizioni.

In banca l’operatore titoli che gestiva il suo portafogli azionario non si era inizialmente stupito. Già in altre occasioni, alla vigilia di prolungati periodi di forte ribasso, era capitato che l’ingegnere liquidasse tutte le sue posizioni per poi tornare ad acquistare in periodi di crisi. Era in questo modo, non fallendo mai un colpo, che era riuscito a moltiplicare il suo capitale.

Ma enorme era stato lo stupore dell’operatore di borsa, quando uno dei colleghi della cassa gli aveva riferito che Pazienza aveva chiuso il conto corrente prelevando in contanti più di un milione emezzo di euro.

Per quale motivo l’ingegnere aveva prelevato in contanti una somma così grossa?

Il commissario Pane era convinto che lo avesse fatto, correndo tra l’altro il grossissimo rischio di essere rapinato, per non lasciare nessuna traccia visibile della futura collocazione dei quattrini.

L’ingegnere andava spesso all’estero per motivi legati al suo lavoro e in una qualsiasi di quelle trasferte gli sarebbe stato possibile depositare la somma. A meno che non avesse deciso di rischiare ulteriormente e di tenersela in contanti.

Nessuna luce sulla vicenda sembrava in grado di fornire la sempre più allibita moglie dell’ingegnere, che ,giorno dopo giorno, scopriva di aver passato buona parte della sua vita accanto ad un uomo senza nemmeno iniziare a conoscerlo.

La povera donna non solo ignorava le incredibili performance speculative del proprio consorte –quando era saltata fuori la storia  era stata colta da un malore –ma evidentemente riponeva in lui anche la massima fiducia sul piano della fedeltà coniugale.

Fiducia mal riposta come dimostrava quello che il commissario chiamava il reperto numero 2: una ventina di grandi fogli a quadretti, interamente e fittamente ricoperti dalla minuta e perfettamente incomprensibile calligrafia dell’ingegnere. Un testo non solo difficile da decifrare- il commissario di primo acchito era stato solo in grado di capire che era una lettera d’amore- reso oltre tutto oscuro da una quantità indescrivibile di cancellature , freccette, numeri, rimandi.

L’ingegnere evidentemente aveva lavorato molto a lungo su quel testo, limandolo in continuazione, aggiungendo e togliendo aggettivi, sopprimendo interi periodi, spostandone alcuni da una parte all’altra.

Il diario, invece, pur contraddistinto dalla stessa calligrafia minuta e inintellegibile, era lindo e ordinato.

“Evidentemente questa lettera è lo strumento di una strategia- aveva ipotizzato il commissario parlando del caso con il brigadiere Nardone e l’agente Marino- chi la scrive vuol essere sicuro di convincere, di conquistare o riconquistare”.

Sedendosi alla scrivania , il commissario trovò quella mattina una copia dattiloscritta della lettera.

Era impaziente di verificare le sue congetture, ma non potè fare a meno, prima di avviare la lettura, di soffermarsi su di un piccolo appunto scritto a mano che accompagnava il dattiloscritto:

 

Egregio commissario,

                                    ho passato buona parte della notte cercare di decifrare la calligrafia di Pazienza. Sono lieta di informarla che i suoi geroglifici non hanno più segreti per me. Ho poi cercato di copiarla a macchina, dando ai vari brani la stessa sequenza che il Nostro aveva intenzione di dargli. Buona lettura.Agente Nadia Marino

 

P.S. Le interessa ascoltare in materia un parere femminile?

 

 

Il commissario sogghignò divertito.



Scritto da Filcusum


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La strada dei sogni

LA CORSA N° 76

La corsa n° 76 procedeva il suo percorso come ogni giorno: dalla piazza da cui vi era il capolinea, continuava per il lungo viale alberato, attraversava ancora qualche altra strada del centro, piena di negozi e signore impellicciate che camminavano con fare altezzoso, fino poi procedere per una via esterna, che si avvicinava in periferia. E  poi da qui il viaggio del ritorno. Sempre così, 10, 15, 20 volte al giorno. Forse era la corsa più lunga, perché attraversava tutta la città; in essa confluivano passeggeri delle più svariate classi sociali ed età: operai che eseguivano lavori in qualche casa nobiliare del  centro storico, nonnine che andavano a trovare i nipotini residenti nei grandi palazzoni, studenti che marinavano la scuola.

Quel pomeriggio il bus era particolarmente affollato: dalla piazzetta erano salite più persone del solito e a stento erano riusciti tutti a sedersi. Un ragazzone alto stava in fondo, vicino ad una ragazza un po’ smunta e svaporata, le raccontava qualcosa che la faceva ridere a perdifiato, in maniera rumorosa. Vi erano tre o quattro vecchine, con tanti pacchetti e pacchettini, sembrava avessero dimenticato qualcosa da un trasloco. Alcuni muratori corpulenti stavano seduti in silenzio, dopo la faticosa giornata: vi erano i segni di cemento e polvere sui loro vestiti che parlavano per loro. Una giovane donna curata e in ordine, scambiava qualche parola con una delle vecchiette, parlandole in maniera gentile e annuendo cordialmente. E poi vi erano altri uomini, altre donne, bambini che masticavano caramelle quasi enormi per le loro boccucce o che tenevano in mano un giocattolo o la mano della propria mamma.

Dentro il mezzo un insolito e forte odore di pomodoro, che si faceva sempre più intenso con il procedere della corsa. Sembrava di stare dentro un’enorme piatto di spaghetti al sugo, o dentro un tubetto di ketchup o ancora nel bel mezzo di una pizza margherita gigante. Eppure non c‘erano né ristoranti né pizzerie nella zona. Impercettibilmente tutti cominciarono ad annusarsi, ognuno convinto di essere portatore di quell’effluvio acido ma invitante al contempo. Tra l’altro nessuno tra i passeggeri, faceva il cuoco.

Non si capiva proprio da dove provenisse l’odore, che si faceva ad ogni minuto sempre più intenso.

Molti bambini iniziarono a frignare per la fame. 

Proprio quando l’odore aveva reso il desiderio di cibo in vera e propria overdose da ortaggio,  il bus si fermò per far salire altri passeggeri.


Scritto da Valentina


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Marina Grande

IL COMMISSARIO PANE

Il commissario Pane , a 42 anni, aveva conservato un fisico giovanile e scattante.

Entrando nel cinema, quel pomeriggio, sorrise alla cassiera che gli porgeva il biglietto, una prosperosa bionda sui trent’anni, consapevole di piacerle.

Quasi tutte le donne che incontrava erano attratte da lui.

Andatura dinoccolata, modi gentili, nascondeva benissimo dietro un sorriso timido e disarmante, una sensualità prepotente.

Al commissario Pane non piaceva una donna in particolare.

Gli piacevano quasi tutte le donne.

La madre che rimproverava dolcemente il bambino ai giardini pubblici lo riempiva di tenerezza.

Si immaginava di rientrare a casa dopo una giornata di lavoro e di trovarla sorridente e disponibile accanto ad una tavola splendidamente apparecchiata.

La ragazza che rispondeva piccata e sgarbata alla madre che la rimproverava dal balcone lo induceva a fantasticare una vita completamente diversa, piena di incomprensioni e di litigi, seguiti da riconciliazioni .

Ma attirava la sua attenzione anche la prosperosa  cassiera cinquantenne che ogni mattina, al bar, fingeva di scandalizzarsi delle sguaiatezze degli avventori, riservando al commissario un sorriso famelico .

Per ognuna delle donne che lo attraevano il commissario coltivava una fantasia sessuale, a volte coerente con il personaggio, ma molto più spesso  in totale contrasto con l’idea che se ne era fatto dall’esterno.

Il sesso con la famelica cassiera diventava allora, nell’immaginazione del commissario, una cosa dolce, carezzevole e romantica, mentre la giovane madre di famiglia abbandonava accollate camicette e sobrie gonne di lana per presentarsi a lui vestita di inverosimili guepiere borchiate.

La vita del commissario non era stata particolarmente ricca di relazioni femminili.

Un po’ pigrizia, un po’ in ragione del decoro che attribuiva alla sua professione, il commissario non faceva mai delle avances alle donne che nascostamente ammirava. Mai un invito a cena, un sorriso fuori posto, un’allusione.

Ma, come accade agli uomini riservati e di bell’aspetto, le avances le riceveva e le accettava con grazia, anche se con grande apprensione perché,  come tutti gli uomini dotati di molta immaginazione, il Commissario temeva il confronto tra le proprie fantasticherie e la realtà.

Che infatti si rivelava, puntualmente inferiore alle  attese.

Qualche mese prima si era chiusa una storia che il commissario aveva inizialmente vissuto con molta intensità, ma che poi aveva finito per afflosciarsi e vuotarsi di ogni significato.

Come in altre occasioni, la rottura era stata determinata dalla sua riluttanza a parlare di matrimonio.

Abituato ormai da quasi vent’anni a vivere da solo, il Commissario riteneva impensabile abbandonare le proprie abitudini per mediarle con quelle di qualcun altro.

Gli piaceva mangiare alle ore più impensate, stare a casa tutto il giorno a leggersi un libro se ne aveva voglia, uscire prestissimo la mattina per godersi il risveglio della città, e sapeva che tutte questi piccoli piaceri sarebbero stati causa di discussione e di attrito.

Per pochi mesi, quando il Commissario aveva da poco superato la trentina, aveva vissuto nella casa di  una donna che amava  alla follia e pensava potesse essere la donna della sua vita.

Ma già pochi giorni dopo si era reso conto di aver fatto uno sbaglio. Era libero dal servizio e si era  alzato presto , come d’abitudine  per andare a gustarsi caffè e giornali nel bar sottocasa, quando lei l’aveva fermato sulla porta, chiedendogli : “Dove vai? Te lo preparo io il caffè, adesso fammi compagnia, il giornale lo vai a comprare dopo….” Tutte espressioni che lo avevano profondamnte urtato, anche se aveva cercato di nasconderlo.

Per fortuna non aveva disdetto l’appartamento nel quale abitava prima della convivenza con la sua amica e così dopo qualche mese aveva ripreso il volo.

Sprofondato nella comoda poltrona del cinema, il commissario Pane assaporava la delizia di quel momento. La sala era praticamente deserta, il film non era ancora cominciato e stavano proiettando alcune diapositive pubblicitarie. Poche file dietro di lui due signore molto anziane dall’aria distinta parlavano dei loro nipotini, mentre, un paio di file davanti a lui,  due innamorati si abbracciavano con trasporto.

Cinque persone in tutto, come piaceva a lui. Quasi una proiezione privata.

Le luci si erano abbassate  e i titoli di testa scorrevano lenti, quando il cellulare del commissario emise una prepotente vibrazione.

Fu tentato di non rispondere. In fondo era il suo giorno libero e aveva tutto il diritto di essere irrangiugibile. Poi, come sempre gli accadeva in questi casi, più per curiosità che per senso del dovere, rispose.

– Commissario, sono Bertato, la disturbo?

Certo che mi disturbi, imbecille, pensò il commissario, che sillabando sotto voce aggiunse:

– Dimmi, Bertato, che succede?

– E’ un brutto momento, commissario?

– Parla, dimmi che succede- sibilò furioso il commissario.

– Mi scusi, ma sento che parla sottovoce…

– Sto in un posto in cui non posso alzare la voce. Ma sta tranquillo, adesso esco.

Addio cinema, addio tranquillo pomeriggio di beata solitudine, pensò il commissario, scostando con la mano destra il pesante tendone di velluto in fondo alla sala, mentre con la sinistra recuperava al cellulare il brigadiere lasciato momentaneamente in attesa e gli chiedeva, questa volta con voce quasi alterata e ruggente:

– Insomma mi vuoi dire che è capitato?

– Commissario, so che è il suo giorno libero, ma non è che uccidono una persona tutti i giorni, qui a Marina Grande


Scritto da Filcusum


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Reality

CAPITOLO 1



Mario

 

Supermercato sotto casa.

Una bambina si rivolge alla madre con una buffa cantilena, tipica di tutte le bambine della sua età.

Avrà tre o quattro anni, non la vedo, perché una fila di scaffali me la nasconde, ma non credo di sbagliarmi.

Mi sembra di sentire mia figlia Claudia quando aveva la sua età e mi faceva domande a raffica, dando per scontato che a molte non fossi in grado di rispondere. Beffarda e scherzosa senza neanche volerlo, ma sicura che quella fosse la giusta misura del nostro rapporto.

Che tristezza pensare che me la sono goduta così poco!

Il lavoro allora era più importante di adesso ed intrattenermi con mia figlia sembrava una cosa gradevole, ma quasi di contorno.

Veronica me lo diceva sempre: – A forza di escluderci finirai per perderci..

E così è andata purtroppo.

Mi dominava la fretta di concludere, di arrivare, di dimostrare a me stesso e agli altri che ero capace di diventare qualcuno nel mio campo.

Poi, più dei miei sforzi, ha giocato un suo ruolo la fortuna.

La fortuna di essere un uomo di bell’aspetto, la fortuna di trovarmi seduto, durante un viaggio aereo, accanto a Sandra.

”E’ ancora più bella di quanto appare nei rotocalchi” avevo immediatamente pensato vedendola.

Era l’inizio dell’estate, portava un vestito a fiori di seta leggera, ed era come circondata da un’aura speciale, tanto si distaccava da tutti gli altri per la bellezza dei suoi colori.

 – Come fai ad avere dei colori così belli?- le dico sempre.

Nessun fondo tinta riuscirebbe ad avvicinarsi al suo incarnato, nessuna combinazione chimica riuscirebbe a riprodurre il biondo grano dei suoi capelli.

 -Stare con una vera bionda è una conquista, alla quale poi è difficile rinunciare- scherza lei ogni tanto- è come l’aria condizionata, una volta che ce l’hai non riesci più a farne a meno-.

Ci sono delle donne nelle quali, all’inizio non vedi altro che le piccole imperfezioni.

Poi , un po’ alla volta, metti a fuoco un gesto , un sorriso, un modo di camminare, un fondo di malizia nello sguardo.

L’attrazione scatta quando vengono alla luce quei piccoli particolari  nascosti.

Con Sandra è diverso: sin dall’inizio si rimane come folgorati dalla sua perfezione, ci si arrende senza condizioni al suo fascino.

Perché, non è solo bella, è anche seducente .

Una seduzione ammantata di apparente candore, quasi stupita di se stessa e della propria forza, ma in realtà perfettamente consapevole.

Sandra sa benissimo  di essere una dea venuta in terra a miracol mostrare, ma non ama strafare.

Si veste, cammina, si muove come se il suo aspetto fisico fosse il più ordinario del mondo.

Quando parla con le persone, tende a prenderle amichevolmente sotto braccio dopo pochi minuti.

Fa piccoli gesti intimi anche con dei perfetti sconosciuti che le sono stati appena presentati, come ad esempio spazzolare loro la giacca, sistemargli il nodo della cravatta e così via.

Tutti gesti che si manifestano in lei con  l’automatismo e l’irrinunciabilità che hanno per altri gli atti scaramantici.

Sandra non pensa mai che qualcuno possa interpretare questi gesti come forme di ammiccamento sessuale.

Quando qualcuno risponde sullo stesso tono cercando di prendersi con lei le stesse libertà, lei reagisce con stupore come una regina che non immagini, essendosi comportata benevolmente con un suddito, di doverne subire le cameratesche effusioni.

 

Ero capitato nel sedile a fianco al suo in aereo per puro caso.

Il mio posto originario era vicino a quello assegnato ad una bambina di cinque o sei anni. La madre della bambina, vedendo lo smarrimento della piccola al pensiero di viaggiare da sola, mi chiese gentilmente se accettavo di scambiare il mio posto con il suo.

La cosa in genere mi scoccia, perché sempre cerco di avere il posto nella parte anteriore dell’aereo e nella fila che si affaccia al corridoio, quasi sempre, come in quella circostanza, riesco ad ottenere di  essere accontentato e so, per esperienza, che, quando ti fanno una proposta di questo genere, lo scambio è  una fregatura.

Ma la bambina, pur non aprendo bocca, mi guardava con una tale implorante intensità che non me la sono sentita di dire di no.

Come non sempre accade, poi, la mia generosità è stata premiata.

Il posto ottenuto in cambio del mio era in fondo all’aereo, era in una fila dalla parte del finestrino, ma nella poltrona accanto alla mia sedeva una  delle donne più belle che avessi mai visto.

 

 

Sandra

E’ convinto di essere un uomo di bell’aspetto.

Glielo lascio credere.

In realtà ha solo una faccia arguta.

Ti guarda con un’ espressione tra lo stupito e l’ironico, alla Cary Grant, tanto per intenderci, come se trovasse tutto molto divertente, ma senza essere sicuro di aver capito bene.

Quando, sull’aereo per Venezia, cominciò a risalire il corridoio per poi arrivare al sedile a fianco del mio, lo guardai senza vederlo, tanto mi sembrava poco interessante.

Si sistemò al mio fianco e pochi minuti dopo il decollo già dormiva.

Non la racconta proprio  così la storia del nostro incontro, la descrive come una folgorazione, ma io non credo che uno possa rimanere folgorato e poi come se niente fosse addormentarsi nel giro di cinque minuti.

Il fatto è che, dopo una quarantina di minuti di volo , il comandante attirò la nostra attenzione comunicandoci che di lì a poco avremmo potuto sperimentare di persona l’ebbrezza di un atterraggio senza carrello, essendo irrimediabilmente guasto quello in dotazione al nostro aereo.

Fu allora che, terrorizzata e al tempo stesso irritata nel vederlo ancora immerso nel sonno, cominciai a strattonarlo, per comunicargli la notizia, nella speranza di riceverne conforto  e appoggio.

– Ha sentito? – gli chiesi quando, destatosi da un sonno pesantissimo, tentò di mettermi a fuoco.

– Cooosa?- rispose infastidito, senza nemmeno darsi troppo la briga di nasconderlo.

-Pare che atterreremo senza carrello-, risposi seccamente.

-Ah- si limitò a replicare lui.

Poi, come se solo in quel momento avesse realizzato il senso della mia frase, aggiunse: –  In che senso scusi?-.

– In quale altro modo posso dirglielo? Il comandante ci ha comunicato, mentre lei dormiva alla grossa, che il carrello è inceppato e che quindi sarà costretto ad un atterraggio di fortuna-.

– E’ gente superaddestrata, vedrà che ce la caviamo con un po’ di spavento e qualche scossone-, rispose lui.

E’ con questa frase che mi ha steso.

Era impossibile che non fosse preoccupato, come lo erano tutti in quell’aereo ( pilota compreso ovviamente). Ma controllava a tal punto la tensione che non potei che sentirmene rassicurata e protetta.

– Le dispiace tenermi la mano?- fu tutto quello che riuscii a dirgli fino all’atterraggio che si verificò senza particolari danni una cinquantina di minuti dopo ( il comandante ci aveva preannunciato che avrebbe fatto a lungo sorvolato Venezia al fine di arrivare a destinazione quasi scarico di carburante ed attenuare così i rischi legati al previsto impatto della fusoliera sulla pista) .

Così tenni per quasi un’ora la mia mano sinistra nella sua mano destra.

Quale legame può iniziare in maniera più intima e al tempo stesso traumatica di questa?

Sentivo che era teso, ma che  si era imposto con tutta la sua forza di volontà di non darlo a vedere.

Intorno c’era gente che piangeva e pregava.

Davanti a noi una coppia di coniugi dava in escandescenze.

– Facevo bene a non darti retta, potevamo prendere il treno,  tutte le volte che non lo faccio poi me ne pento…- diceva lui.

-Anche in un momento come questo trovi il modo per darmi addosso…. – rispondeva lei.

Insomma una bolgia.

In mezzo a questa bolgia la sua mano grande e asciutta  teneva stretta la mia, come se invece che nel mezzo di un rischioso atterraggio, fossimo al centro di una dinamica di corteggiamento amoroso.

Restavo aggrappata a quella mano un po’ perché non potevo farne a meno (abbandonarla avrebbe voluto dire abbandonarsi senza ritegno al panico) un po’ perché, come lui ama dire di me, non so resistere a lungo senza entrare in contatto fisico con chi mi sta vicino ( il più delle volte in maniera del tutto innocente, anche se c’è chi equivoca).

Quando l’aereo ebbe finito di trascinarsi sulla pista ( clangore di lamiere e scintille per un tempo che mi parve interminabile, automezzi di vigili del fuoco pronti alla bisogna, urla di terrore che si trasformano in preghiere di ringraziamento), lasciai la grande mano ossuta, rimasta nel frattempo sempre asciutta e mi girai verso di lui.

Lo guardai dritto negli occhi e gli dissi  semplicemente : -Grazie-.

 

Mario

Grazie.

Si può dire semplicemente -grazie- ad una persona che ti ha tenuto la mano in un frangente così drammatico?

Non si è ormai creato un vincolo, se non indissolubile, quantomeno abbastanza intrigante da volerlo esplorare fino in fondo per accertarsi che non sia in grado di trasformarsi in un’affezione più seria, un sentimento?  Quanto meno un amorazzo?

Le magiche circostanze che avevano favorito la nostra imprevista intimità, tuttavia, si erano volatilizzate e, goffo come sono in questo genere di cose, non sapevo come evitare di perderla di vista.

Per fortuna fu lei a venirmi in soccorso.

– Va a Venezia? – mi chiese, mentre la aiutavo a tirar giù i bagagli dalla cappelliera.

– Si- risposi facendo il nome dell’albergo.

Seconda incredibile combinazione, l’albergo era lo stesso e decidemmo di andarci insieme con il taxi- motoscafo.

Poi da cosa nasce cosa….

 

Suona il telefono proprio mentre sono alla cassa.

E’ lei.

– Dove sei?- mi chiede con un sussurro.

– Al supermercato- rispondo.

– Ah sì, e che ti compri?-

– Le solite cose…acqua minerale, purè in polvere, pasta, riso, vino. Che altro vuoi sapere?-

– Voglio sapere quando vieni in ufficio- ( lavoriamo insieme in televisione).

– Finisco di comprare quello che mi serve, porto tutto a casa, poi arrivo. Sarò lì alle dieci, dieci e mezzo al massimo. Perchè? C’è qualche novità?-.

-Sì, neanche ti immagini quale..-

– Giò Bonanno?-

– Bravo, hai proprio indovinato-.

– Ha detto di no, immagino-

– Qui ti sbagli, invece, è disposto a firmare. Tra un’ora sarà qui. La spesa la finisci un’altra volta, ok?  Precipitati qui.-

– Ma guarda! Ero sicuro che avrebbe detto di no. Non c’è limite alla fascinazione del trash, ci cascano tutti.-

– Ma cosa dici? ”Primo amore” è una trasmissione di culto, dovresti essere un po’ più orgoglioso del tuo format. Senza contare che non è elegante sputare nel piatto in cui si mangia-.

– Touchè- chiudo io, avvicinandomi alla cassa.

 

GIO’

Avevo già rifiutato, praticamente.

Sandra Bernardini è una donna troppo simpatica e gradevole per dirle di no in maniera  secca e decisa, così la prima volta che mi aveva parlato della sua trasmissione non mi ero sentito di dirle che pensavo fosse una boiata per massaie romantiche e che mai e poi mai mi sarei prestato a consegnare i miei ricordi e soprattutto ad esibire le mie cicatrici ad una platea di tal fatta.

Avevo semplicemente alluso ai miei impegni, che mi impedivano di dare una risposta positiva nell’immediato, promettendo di pensarci e di farle sapere più avanti , magari per una delle prime puntate della ripresa autunnale.

Le solite cose che si dicono.

Sia lei sia quel fatuo bellimbusto dalla lingua facile con il quale si accompagna sapevano benissimo che non avrei mai partecipato alla trasmissione.

Io stesso ne ero arciconvinto, fino a stamattina.

Poi mi è capitato di imbattermi in quella foto.

Cercavo il contratto di una vecchia polizza assicurativa che pago scaramanticamente da anni, una di quelle polizze che poi alla fine non servono mai perchè coprono un arco di eventualità troppo vago e indeterminato.

Una mia vicina ha subito un danno. A seguito di un grosso temporale, la terrazza del mio attico si è completamente allagata per via di un tombino di scarico rimasto intasato dal fogliame, provocando delle infiltrazioni nell’appartamento sottostante.

La vicina, una rubizza signora di settant’anni, vedova di un generale dell’aereonautica, insignito della medaglia d’argento al valor militare, mi aveva abbordato al mio ritorno da un faticosissimo viaggio, una sera che non avevo altro desiderio che quello di accasciarmi sul letto appena arrivato a casa, e aveva preteso con gentilezza, ma anche con spaventosa determinazione, di mostrarmi subito il danno provocato dall’infiltrazione.

In queste situazioni la voglia di reagire in maniera scortese che si agita dentro di me  è enorme, ma poi alla fine riesco sempre a controllarmi, soprattutto se ho davanti una persona anziana e ancora di più se si tratta di una donna.

Così avevo finito per prometterle di interessarmi alla riparazione del danno.

Promessa avventata, visto il poco tempo a mia disposizione e la poca voglia di impiegarlo nella bisogna.

Oggi, rientrando dall’edicola sotto casa, incontro di nuovo la vicina.

Ho quasi la certezza che mi faccia la posta, non è possibile che io la incontri così spesso sulle scale senza che lei non ci metta un po’ del suo.

Insomma mi imbatto nella signora, ne subisco i banali convenevoli (-cosa ci dicono di interessante oggi i giornali?- è una delle sue frasi più originali) e le pesanti allusioni alle mie inadempienze ( – per quel danno della terrazza, poi che mi dice?-) e rientro in casa con la giornata completamente rovinata.

So già che oggi non mi riuscirà di scrivere nulla. Avevo tre o quattro idee confuse di quelle che quando ti metti a riflettere magari prendono forma e diventano qualcosa di potabile, ma la signora ha definitivamente ucciso quanto meno per oggi ogni mio estro creativo.

A questo punto decido di impiegare un po’ di tempo a cercare quella vecchia polizza per controllarne le clausole ( ” Hai visto mai che pago ‘sta polizza da vent’anni e proprio adesso che è successo qualcosa non ne posso usufruire perchè non so nemmeno dove l’ho messa”).

Così mi sono messo a scartabellare ed è venuta fuori la foto.

 

 

ANNA

Perché ci si innamora di una persona?

Penso che per ogni essere umano si tratti di un’alchimia diversa.

La prima volta che ho visto Giò Bonanno ( allora però lo chiamavano tutti Gianni) non ne ho ricavato una grande impressione. Un viso squadrato dai tratti marcati, mascella pronunciata, naso aquilino, occhi dolcissimi, di un marrone liquido tendente al verde.

Occhi di cane buono.

Quella sera però era sarcastico, sfuggente, come irritato e ostile.

Non nei miei confronti ( non ne aveva ancora motivo, visto che eravamo appena stati presentati), ma come se fosse in rotta chissà perchè nei confronti di tutto il genere umano.

Poi, una volta che tra noi c’è stata confidenza, gli ho chiesto di quella sera.

Ed è venuta fuori una cosa del tutto banale.

Dopo mesi passati dietro ad una ragazza in paziente corteggiamento ( per lui il corteggiamento è tutto, mentre l’epilogo del corteggiamento, qualunque ne sia l’esito, è  un’agonia, quasi la fine del gioco) aveva finalmente rotto gli indugi, dichiarandosi.

Con sua grande sorpresa perché era convinto di aver letto indizi di corresponsione inequivocabili, era stato bruscamente scaricato, apprendendo per di più nell’occasione che c’era una altro, cosa da lui minimamente sospettata.

E’ una sua specialità quella di non ricevere i segnali deboli ( nemmeno quelli forti a dire il vero).

Quella sera però quel suo fare sarcastico, quel suo modo di reagire scostante, quella barriera che innalzava dinanzi a sé , mi incuriosirono e attrassero anche se, occhi da cane a buono a parte, non era per niente il mio tipo.

Non abbastanza alto, tanto per cominciare.

Sarà perché io sono piccola, ma a me, forse proprio per compensazione, piacciono quelli alti, quelli ai quali con le spalle arrivo giusto all’altezza delle ascelle ( così quando si procede per strada abbracciati si forma un groviglio accettabile ed armonioso).

Non abbastanza atletico tanto per continuare.

Secco come un chiodo, con l’abitudine a portare grandi svolazzanti camicie sempre e rigorosamente fuori dei pantaloni e pantalonacci di un paio di taglie superiori alla sua. -Sei appena dimagrito di venti chili e non hai ancora avuto il tempo di ricomprarti dei vestiti della tua taglia?- ricordo che gli dissi non appena mi fu presentato, così, tanto per socializzare.

-Si-, mi rispose lui, secco, lasciandomi nel dubbio di aver formulato sia pure con tutt’altra volontà, la giusta ipotesi.

Poi più tardi ho capito che questo è il suo tipo di humor. Pronto a prendersi per i  fondelli, a denigrarsi anche in maniera violenta, ma vigile e desideroso di raccogliere proteste di ammirazione o dichiarazioni di stima o  d’affetto.


Scritto da Filcusum


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Il lusso degli stracci

SIETE SICURI DI VOLERMI CONOSCERE? 

Sì sono un barbone. Ho le croste sui piedi e le ali nella mente. Vago per la città senza meta. La gente mi lancia occhiate furtive, subito ritraendosi nel suo guscio. Faccio paura e la paura mi circonda. Se mi presento così non è per mettere le mani avanti, ma soltanto per avvertirvi in che razza di gioco state per cacciarvi. Dipenderà da voi. Quanto vi attrae o quanto vi repelle il fetido? Quanto vi affascina o quanto ve ne importa del sublime?

Vi faccio ribrezzo? Ma non crediate che io ne faccia a voi più di quanto voi non ne facciate a me! E’ una questione di prospettive; sono più sordide due dita di unto o il cuoio di quelle valigette che portate a zonzo per la città? Le scie di profumo che lasciate hanno maggiore cittadinanza del tanfo delle mie ascelle? Raccapricciano di più i miei capelli bisunti o il vostro crine gelatinoso?

Voi neanche immaginate che creatura, sensibile, dolce e appassionata possa essere io sotto questa scorza, domandatelo alla Parrucchiera di Piazza Diaz che mi lascia dormire sopra lo sfiatatoio del suo negozio o al Vigile dell’incrocio alle Vasche Navali che blocca il traffico al mio passaggio o ancora alla Fioraia che non mi scaccia come un cane quando mi avvicino alla fontanella.

Ho tutto quello che mi serve: abbigliamento a cipolla, dalla maglietta al cappotto, un grappolo di buste rigonfie di cianfrusaglie, ma ho soprattutto il mio portatile wifi. Sì, sono un barbone di lusso, lercio e tecnologico, trasandato e interconnesso.

La notte mi aggiro per quei luoghi chiamati isole wifi, parchi pubblici e stazioni, aeroporti e centri commerciali, conosco anche qualche abitazione dove vado a rubare la linea. Mi apposto, mi collego e mi lascio trasportare dalle onde radio, esse non hanno steccati, debordano sempre, democraticamente, di qualche metro, dalle mura domestiche. E poi c’è l’accrocco elettrico che ho messo su al giardinetto dove dormo. Lì c’è una centralina ed io mi prendo la mia quota di elettricità per ricaricare le batterie del portatile senza che nessuno se ne abbia a male.

Perché mi sono ridotto così? E chi l’ha detto che la mia è una condizione disperata? Anche qui, è una questione di prospettive. La mia, per strano che possa apparire, è una evoluzione. Sordido quanto basta per essere intrinsecamente accattivante, repellente nell’aspetto quanto attraente nel vissuto. L’alea che mi porto appresso sparge mistero, mi muovo come dentro una campana di vetro; per cinque metri intorno a me si fa il vuoto pneumatico, nessuno si azzarda ad entrarvi, anche le formiche si affrettano a rispettare la distanza di sicurezza; io non conosco luoghi affollati, prendete la metropolitana, per esempio, quando ci salgo i miei cinque metri di raggio di spazio vitale sono garantiti, anche alle 8.00 di mattina le persone si fanno ancora più sardine di quello che sono ma non oltrepassano il cerchio magico, da cinque si può restringere a quattro, a tre metri, quando la calca è drammatica, ma oltre non si va ed è tutto uno sbracciarsi ad aprir finestrini. E poi non sono proprio un ammasso di lerciume. Due parti del mio corpo spiccano su tutto. Gli occhi, due lapislazzuli capaci di bucare l’indifferenza dei viandanti e le mani, pulite, curate e ben levigate, due perle su uno stronzo, con rispetto parlando. Domandatelo a tutte quelle donne, e ce ne sono, che mi calamitano con lo sguardo o a quegl’uomini, e non mancano, che vorrebbero calarsi nei miei stracci. Donne e uomini, stanchi, offesi, disillusi, sono il loro inconfessabile idolo!

Al giardinetto, dove ho eletto domicilio nella mia lussuosa suite a cielo aperto, è lì che incontro una donna che mi sconquassa, mi turba. La Donna del doberman, ogni mattina un tacito appuntamento  ci unisce. I battiti delle ciglia, come un alfabeto morse, dicono più di tante parole. Per la Donna del doberman mi raserei, mi doccerei, mi impomaterei, ecco sì, solo per lei potrei regredire allo stato di persona normale. Lei vorrebbe dirmi qualcosa, io vorrei parlarle, ma rimaniamo come sospesi, in attesa di una scintilla, un evento che ci accenda. Intanto è solo il cane che si fa avanti; viene, mi scruta, con la linguetta penzoloni, sembra voglia dirmi qualcosa, la testa leggermente reclinata, forse anche a lui faccio schifo, e menomale che non alza la zampetta. Prima o poi, penso, deciderà di portarsi via un souvenir di me e, chissà, forse allora, io e la Donna del doberman ci parleremo, magari mi accompagnerà anche al pronto soccorso.

Chi sono? E’ un dettaglio irrilevante. Un raider fallito? Un agente sotto copertura? Un assassino in fuga? Il protagonista di un reality? Un padre e un marito reietto? Probabile, non certo. Non rovistate nel mio passato, aggrappatevi al mio presente e scandagliate il mio futuro, è lì la chiave. Potreste anche andare su un motore di ricerca e inserire: “+Angelo+Malefico”, forse mi potreste trovare, ma non so se vi conviene, ve ne potreste pentire, comunque fate voi.

Come mi chiamo? indovinate: stracciarolo, rifiuto della società, zingaro, emarginato, mi va tutto bene, il mio nome non me lo ricordo più, insieme al mio indirizzo, al mio codice fiscale, al mio conto corrente. Però la userid e la password per aprirmi al mondo, quelle ce le ho ben stampate in testa. Di giorno trascino i piedi scalzi, di notte volo. Di giorno mendico agli angoli delle strade, frugo nei cassonetti, irrompo nei negozi, di notte sono Aquila Azzurra a Porto Rico, Romantico Blu a Marsiglia, Fuoco Fatuo a Tangeri. Jasmine, Isabelle e Khaled sono i miei amici con cui mi metto in contatto, dolci, intelligenti e intriganti, ma altri ancora ne potrei citare. Con loro ho intrecciato discorsi e ragionamenti che voi neanche immaginate. Potremmo inscenare amori impossibili oppure architettare rivoluzioni striscianti o ancora organizzare azioni spettacolari e chissà che altro. Del resto è la mia specialità, riparato nella mia corazza di stracci, inviso ai più, mi sono ritagliato il miglior terreno e il più fertile per allevare parole e pascolare pensieri in completa solitudine, fedele a un pensiero di Montaigne che porto sempre con me: “Ritiratevi in voi, ma prima preparatevi a ricevervi. Sarebbe una pazzia affidarvi a voi stessi se non vi sapete governare. C’è modo di fallire nella solitudine come nella compagnia.”

 Insomma, di giorno vivo nella foresta pietrificata delle Belle Statuine, di notte mi perdo nel bosco incantato degli Avatar. Una vita appassionata la mia che non scambierei, per nulla al mondo, con una sola delle vostre!

Vi do un altro indizio, la mia filosofia, la filosofia del tappeto, sì, avete capito bene, del Tappeto. Di che si tratta? La vita è come un tappeto, ogni giorno stiamo lì a srotolarlo. Alle prime sembra uguale per tutti, ma non è così, cambia la consistenza, il colore, le dimensioni, gli indizi che ci sono stampati sopra. Ognuno ha il suo rotolo sotto braccio (e non fate facili accostamenti con la carta igienica! Per favore!), ai più sfugge la percezione dell’ingombro, qualcuno ne avverte la presenza. Quanto è grande e quanto pesa il rotolo? Chi può dirlo…

C’è chi cerca di sfilartelo, chi ti vuole convincere a tutti i costi che è leggero o è pesante, chi ti spiega una specie di legge della fisica dell’anima per cui: tanto più giovane sei quanto più ingombrante è il tappeto arrotolato, ma anche questo chi può dirlo?

Siamo instancabili nello srotolare, giorno e notte, eh sì, anche di notte, il tappeto prende la stessa consistenza delle nuvole e lascia la sua scia.

Si procede paralleli, ci si incrocia, ci si scontra e qualche volta le trame si uniscono in un unico ordito fino a realizzare un solo tappeto. La realtà intorno a noi, a ben vedere, ne è cosparsa.

Ma si può fare di più, si può anche tornare indietro seguendo le proprie orme, e allora si rincontrano gli stessi luoghi e le stesse persone ma con una prospettiva diversa, quante cose si capiscono in questo percorso a ritroso.

Eccola qui, centrifugata a dovere, la filosofia del tappeto, ma adesso scusatemi, ho giust’appunto qualche problema col mio.

Ora, credo proprio che un brivido dovrebbe corrervi lungo la spina dorsale, dovreste cominciare a muovervi scompostamente e non è escluso che qualche smorfia prenda il volo inavvertitamente dalla vostra faccia. Ormai, se siete arrivati fino a qui, c’è il rischio concreto che continuiate, ma ancora una ciambella di salvataggio è a portata di mano; invece che in mare aperto, potreste rientrare in un porto sicuro, e non mi dite che cominciate a percepire anche voi la presenza del tappeto (del vostro Tappeto)?

Ebbene, qualcosa di me ora sapete, una pagina in un libro, la prima pagina, il resto è ombra, il resto è segreto.

Siete sicuri di volermi conoscere?


Scritto da Uno dei ragazzi della IIIE


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