Archivio per luglio 2007

Exit

CAPITOLO 1 

Ecco. Era uscita in silenzio. Finalmente aveva chiuso quella porta, con un gesto deciso.
Per sempre…o perlomeno era quello che pensava in quel momento.
Scese i tre piani lentamente, il suono dei tacchi dei sandali, unico rumore percettibile in quel momento e forse neppure lo sentiva.
Nessun pensiero riconducibile a nulla, iniziò a camminare senza meta, passo dopo passo, la sua mente ovattata, nel silenzio non riusciva a percepire nulla, neppure un’idea di ciò che avrebbe fatto da quel momento in poi.
Era quasi il tramonto quando alzò gli occhi e si trovò davanti alla fermata di un Autobus extraurbano.
Si fermò  alla cassa e comperò un biglietto per una destinazione sconosciuta,  la più distante che le sue  tasche potessero permettersi in quel momento.
Salì, prese posto in fondo, appoggiò la testa al finestrino e finalmente si lasciò andare ad un sonno senza sogni.
Quando l’autobus  si fermò e spense il motore aprì gli occhi smarrita. Non sapeva quanto tempo fosse trascorso. Sapeva solo che era mattina e che nulla di ciò che la circondava le era minimamente familiare.
Dove si trovava? Cosa ci faceva lì?
Poi ad un tratto ricordò tutto si alzò e scese in fretta la scaletta.
Un immagine, quasi una cartolina, si presentò ai suoi occhi.
La piccola piazzetta alberata, la Chiesa antica, la torretta del campanile spiccava alta con il suo orologio in numeri romani, al quarto d’ ora scoccò una campana che la fece sussultare.
L’insegna di un piccolo bar la catturò: Bar Dei Sogni.
Era proprio quello di cui aveva bisogno; e nel caso i sogni fossero terminati poteva sperare in una calda tazzina di caffè!
Bene stava ritornando in se. Il suo  ottimismo  riemergeva piano.
Lidia si sedette ad un tavolino al fresco, raccogliendo le poche idee che le arrivavano sconclusionate alla mente e quindi ordinò un caffè, un croissant, e un bicchiere di acqua naturale.
Serena, la sbirciò incuriosita. Non era ancora tempo di turisti e comunque i pochi che ancora si portavano in quel paesino sperduto arrivavano per il richiamo delle origini e li conosceva tutti.
“ Si direbbe che hai sbagliato fermata”. 
“ Si direbbe…” Lidia rispose e volse lo sguardo nel vuoto. Riflesso nella vetrata notò un foglietto dall’aspetto un po’ datato, attaccato con lo scotch: < Cercasi Barista. ESPERTA.>.
“ Cerco un lavoro” disse tutto d’un fiato.
“ Dall’aspetto e dalle tue unghie direi che ESPERTA non sia il termine adatto”,le sorrise Serena e proseguì: “La paga non è un gran che e le ore sono tante”.
“Non ho molte pretese e il lavoro non mi spaventa.”
“Bene, allora hai forse mezz’ora di tempo per abituarti all’idea” le lanciò un piccolo grembiule e aggiunse: “ Nel retro tengo un lettino per le emergenze e c’è un piccolo bagno con la doccia, poi chiederemo alla Zia Leti  di prepararti una camera per le prossime notti. Sempre se resisterai.
“Resisterò” sorrise finalmente Lidia. 
 Sorridere era facile con Serena, era come se il suo sguardo ti leggesse dentro e non ci fosse bisogno di parole.
Il suono di una sirena la fece sussultare.
“ Ah sì è la sirena di mezzogiorno. E’ una delle poche vecchie tradizioni rimaste. Da qui a poco sarà il caos.”
Infatti non passò molto tempo che il Bar fu sommerso di persone, perlopiù contadini uomini, ma anche donne.
I loro volti cotti dal sole avevano un fascino particolare, gli occhi luccicavano nella pelle abbronzata.
I più anziani diffidenti, i  giovani piuttosto incuriositi ma con un sorriso aperto che da molto tempo Lidia non aveva avuto il piacere di incrociare.
Le donne quasi tutte straniere stavano in disparte. Aprirono il loro cestino, tagliarono alcune fette di pane e ordinarono limonata fresca.
Molti di loro abitavano nella zona ma avevano preso l’abitudine comunque di passare al Bar a bere una bibita.
Era soprattutto un luogo di incontro dove parlare in modo informale del lavoro. Mettersi d’accordo  sulle persone da destinare ad alcune zone o lavori particolari. Oppure semplicemente per parlare un po’ di politica e di sport, ma quello preferivano farlo nel passaggio serale. Era sicuramente più piacevole dopo il lavoro.
I giorni passavano e Lidia si sentiva sempre più serena. Lavorava dalle sei della mattina, nel pomeriggio si concedeva alcune ore di riposo per riprendere poi ancora alle diciotto fino alla chiusura.
Incominciò ad abituarsi ai ritmi e a concedersi alcuni pomeriggi al mare. Pochi chilometri di corriera e il mare era lì con i suoi colori e i suoi umori.
Era Giugno e le spiagge non erano mai affollate, noleggiava un lettino e si godeva il meritato riposo: a volte leggendo un  libro, a volte sonnecchiando, altre guardando semplicemente il mare.
La Zia Leti così la chiamavano tutti era l’affittacamere del paese, aveva iniziato a dare ospitalità per solitudine dopo che era rimasta vedova e infine era diventato più un bisogno personale che economico affittare alcune delle sue stanze soprattutto alle ragazze in vacanza-studio.
Tutto era nuovo per Lidia, dalla piccola stanza con la carta da parati a righe bianche e gialle, al canto del gallo la mattina.
Sorrideva serena guardando il soffitto e preparandosi mentalmente al nuovo giorno.
Era in una di quelle mattine, senza pensieri e senza domani.
Aveva aperto gli occhi cinque minuti prima del canto del gallo, si era stiracchiata placidamente lasciandosi cullare dal silenzio e dal lieve svolazzare delle tende dovute alla finestra socchiusa.
La zia Leti bussò leggermente ed entrò con una tazza di caffè fumante.
Si stava affezionando a quella ragazza senza passato e le faceva piacere prendersi cura di lei, la guardò con un sorriso incerto e le disse:
“E’ arrivata questa per te ieri pomeriggio…Ieri sera non ti ho sentita rientrare ”mentì. 
 Le porse la busta con noncuranza ma in realtà era in apprensione: dubitava che Lidia fosse felice per quella sorpresa.
In effetti Lidia impallidì.
Aprì la busta e lesse due semplici parole: “Come stai?”
Stupidamente pensò al suo film preferito “C’era una volta in America” e una frase si affacciò nei suoi pensieri :
“Caro Noodles, anche se sei andato a nasconderti nel buco del mulo del mondo…Ecco…ti abbiamo ritrovato”.
Lasciò scivolare la busta tra le dita e iniziò a tremare…



Scritto da Martina

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Rudy e la “SIGNORA”

CAPITOLO 1

“Sono un pirata, sono un signore e poi… poi sono un artista e un giocatore….”

Così canticchiava Rudy tutto eccitato, mentre finiva di radunare quanto necessario per il viaggio che stava per intraprendere. La sacca di tela era ormai colma, l’attrezzatura l’attendeva in auto. Chiuse accuratamente la "casa" ( un locale super disordinato) e gridando  tutto soddisfatto "Si parte, si parte, si parte" scese le scale facendo i gradini a quattro a quattro.
    Se è vero che artista è sinonimo di pazzo, Rudy era la prova inconfutabile di questa eguaglianza, Non resisteva a lungo in un luogo, lavorava come pizzaiolo per alcuni mesi, racimolava qualche soldo, battendo ad ogni porta (utile o inutile con lo stesso slancio) per offrire i suoi servigi con lo stesso entusiasmo, sia per realizzare servizi fotografici in paesi sempre più lontani che  per un matrimonio sotto casa.
    Se trovava uno sponsor salutava i compagni di lavoro e in men che non si dica, era pronto per partire verso mete lontane, in caso contrario proseguiva il lavoro fino al raggiungimento della cifra indispensabile, privandosi spesso del necessario ed altrettanto spesso facendo conti assolutamente sballati, barando sulle effettive necessità per raggiungere prima lo scopo prefisso.
Poi spariva per un anno o due, realizzava splendide foto, rientrava, vendeva quelle e gli appunti di viaggio e dopo aver pagato l’affitto arretrato e magari qualche conto lasciato in sospeso, pur ritenendo che quel denaro sarebbe stato più utile a lui che ai negozianti, ricominciava da capo, aspettando che la sua amica, la SIGNORA lo folgorasse.
    Ed anche stavolta, puntualmente la sua compagna era arrivata e con notevole anticipo, e Rudy stava quindi per andarsene di nuovo, per scoprire qualche isola abbandonata, deserta o poco frequentata, ma comunque lontana, il più lontana possibile dal mondo civile.-
Partiva solo, come sempre, su una barca affittatagli da uno strano tipo, pazzo forse quanto o più di lui, che pareva infischiarsene del fatto che Rudy avrebbe potuto non far ritorno e la sua barca sarebbe sparita con lui…
    Non aveva nessuno da salutare, la gente scivolava via come se non lo vedesse, o più esattamente era lui che non si accorgeva degli altri, e soprattutto dello sguardo di ammirazione delle ragazze, perché non si poteva certo sostenere che passasse inosservato, con quel fisico atletico e quegli stupendi occhi verdi messi ancor più in risalto dall’abbronzatura.
    Dopo un ultimo controllo all’attrezzatura, Rudy cominciò la sua avventura.
    Raggiunse l’isola, la perlustrò, scrisse un libro, fece stupende riprese e fotografie particolari e interessanti, divise il cibo con gli abitanti del luogo, visto che stavolta non era stato tanto fortunato da sbarcare in un territorio disabitato, si crogiolò al sole, fece insomma più o meno quello che aveva sempre fatto, senza problemi di tempo e di spazio, e con la sensazione che da quel paradiso non si sarebbe più mosso, e che non avrebbe più mangiato pizze, ma neppure ne avrebbe cotte per quei poveri disgraziati che nella cosiddetta società vivevano come sardine inscatolati in casermoni, e in automobili. 
     C’era anche una donna, Eloisa, che col passare dei giorni diventava sempre più importante, gli fece intravvedere la possibilità di una vita tranquilla, una casa borghese tra il verde, un giardino, un caminetto acceso, un gatto dagli occhi verdi come suoi, acciambellato davanti a loro… e grida di bambini, giocattoli sparsi per la casa, un enorme albero di natale, e perché no? una barca sua, e lui con il figlio – maschio naturalmente- che usciva a pesca e tornava con le prede più grosse del resto dei marinai… così Rudy cominciò a diventare razionale, e cominciò a desiderare il ritorno a casa.


Scritto da Melysenda


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